Autore: Ennio Martignago

Quello che non vedi non esiste

Quello che non vedi non esiste

Difendere l’organizzazione trasparente

di Ennio Martignago (da:”L’impresa di Occam” – in pubblicazione)

L’accostamento del sostantivo “Impresa” con l’attributo trasparente sembrerebbe essere ai nostri giorni una contraddizione in termini, un vero e proprio ossimoro. Non sono trasparenti i favoritismi fra capo e collaboratori, né quelli che inducono a portare avanti un dirigente dannoso nei confronti di uno illuminato quando è quest’ultimo che pur tuttavia deve continuare a dare il meglio. Sono infine meno che mai trasparenti perfino i rapporti fra le direzioni e i sindacati – laddove questi esistano ancora – e all’interno dei sindacati stessi, oltre che fra questi e i lavoratori. Ciononostante bisogna ricordare che i tempi non è che stanno cambiando: sono già cambiati.

Per quanto continuino ad esistere i lavoratori manuali per i quali il significato della parola “lavoro” non è che sia così tanto cambiato, a parte il fatto che sono sempre meno persone a fare sempre di più, la grande moltitudine dei cosiddetti “white collars” è più in crisi che mai. La ragione di questo disagio è certamente connessa a quelle tecnologie del calcolo automatizzato che stanno producendo nelle attività procedurali lo stesso effetto che ebbe l’introduzione delle macchine meccaniche nella gran parte delle attività pesanti, come quelle a suo tempo supportate dagli animali da lavoro, ma questa ragione non può spiegare tutto. Non può spiegare, ad esempio, l’incremento di attività procedurali, più deleterie che inutili, create per dar lavoro alle macchine e ai loro “terminali umani”: è la logica per cui chi ha solo un martello per ragionare non farà altro che riempire il mondo di chiodi.

Eppure non è vero che tutto si fermi qui, anzi…

L’azienda nel frigorifero

Quando oggi al mercato ho ordinato all’ortolano un mazzo di ravanelli mia moglie mi ha redarguito sul fatto che nel frigo c’erano ancora quelli della settimana scorsa. Quando le ho chiesto dove fossero mi sono sentito rispondere: «Sono davanti al tuo naso che ti mangiano». Ne ho comperati lo stesso immaginando che da una settimana all’altra non fossero più freschi, però non appena a casa ho subito controllato come stessero le cose nel frigorifero. Effettivamente erano più o meno davanti al mio naso, tuttavia dentro un sacchetto di plastica bianco e quindi non ci avrei mai fatto caso – io – ma neppure quelli che dicevano di saperlo avevano mai avuto l’idea di tagliarli e condirli.

La ragione è che quello che non vedi, seppure sai che esiste, non ti viene mai in mente che possa essere utilizzato. Questa stessa è la ragione che mi ha portato a sostituire i contenitori di plastica a volte di marca e di qualità, con quelli più comuni recuperati dalle confezioni di vetro dei sott’olio e perfino quelli di plastica trasparente degli Yogurt grossi. Normalmente quello che finiva in quei simil-Tupperware veniva riscoperto in genere quando la flora e la fauna che si era creata al loro interno cominciava a gridare aiuto nella speranza di essere liberata dai loro rapitori.

Da ciò nasce una prima considerazionel’ordine della logica comune del tenere una facciata ideale fa andare a male i contenuti conservati nei contenitori solo per dare l’apparenza di bella figura. La seconda considerazione è quella che si rivolge all’esterno: l’azienda organizzata per salvare l’apparenza sarà maledettamente uguale a tutte le altre imprese; e, se una volta quelle che si assomigliavano erano solo quelle dello stesso comparto, ora che tutti stanno facendo un po’ di tutto per cercare di esasperare la massimizzazione dei profitti, davvero ogni azienda finisce per somigliare a qualsiasi altra. La ragione di ciò è che nessuno riesce a vedere i suoi contenuti reali abbastanza da immaginare che possano fare al caso loro, ma vedono solo quello che gli addetti al marketing finiscono per contrabbandare sulla base delle mode del momento, sempre più evanescenti quanto ossessivamente ripetitive.

Il caos non è la soluzione

Ad un certo momento, visto che questa logica trasparente di “economia circolare sostenibile” non poteva valere per tutti in quanto, se funzionava per le melanzane al funghetto appena cotte, non era pensabile infilare i gambi di sedano o i pani di insalata nei contenitori della marmellata, dovetti pensare ad una soluzione diversa dal tornare ad infilare questi “giganti nel frigo” in sacchetti di carta o in quelli del pane. Qui le cose si vanno a fare più complicate. Per risolverle ho dovuto lasciare le verdure a debordare dalle graticole di metallo dei piani alti del frigorifero. Normalmente dovrebbero finire nei cassetti in basso, anch’essi purtroppo bianco latte senza trasparenza.

Il problema del nuovo “dia-ordine” è stato che poi si finiva per infilare altre cose in mezzo ai ciuffi di verdura o in fondo dietro ai pomodori così che capitava di aprire più barattoli di maionese perché nessuno andava a frugare fra la verdura per trovare quello già iniziato. Avrei dovuto fare dei corsi di formazione all’ordine del frigo ad una famiglia che mi avrebbe mandato a stendere prima che iniziassi la proposta. Come in una cerimonia del tè Zen, l’ordine è una cultura e non una tecnica e purtroppo su questioni come la cultura il disaccordo predomina.

Che fare? Cambiare frigorifero con uno di quelli più moderni tutti trasparenti di cui però non esiste una versione da incasso compatibile con il portafoglio?

Forse basta cambiare cassetti di misura e prenderne di trasparenti.

Che cos’è l’azienda trasparente?

Il frigorifero proprio come l’azienda non può non avere un’organizzazione. Ciononostante dalla metafora può rischiare di apprendere alcuni principi generali utili per migliorare i propri rapporti interni indispensabili per gestire il rapporto fra l’attività strutturare e l’investimento innovativo, nonché la visibilità e l’appetibilità nel mercato esterno.

  • Non ci devono essere più contenitori che alimenti, ovvero che la componente organizzativa non deve mai prevalere sul suo fine, sulla sua attività e sui suoi contenuti
  • Ogni contenitore deve essere abbastanza piccolo o quantomeno di misura da poter vedere tutto quello che contiene e il pezzo grosso, come ad esempio la fetta di melanzana, non deve oscurare il resto al punto che non si capisce in che modo questa sia stata condita. Inoltre, spesso è meglio conservare l’ingrediente principale in un contenitore separato da quello che contiene il sugo: intanto potrai usare quel sugo per condire cose diverse oppure combinare gli ingredienti di base in dei mix nuovi.
  • In definitiva, così facendo si eviterà che molti cibi vadano a male e quando questo capitasse probabilmente, non solo ce ne si accorgerà per tempo, risparmiando spazio nel frigo e rigurgiti alla loro scoperta, ma si farà in modo soprattutto che la parte deteriorata guasti anche quelle con cui si trova unita. Si saprà, inoltre, dove si trovano i cibi che riempiono la pancia, come le buone patate, da quelli che, come lo zafferano o la bottarga, non devono andare a male né di aprirne più confezioni.
  • Quando Steve Jobs rientrò in Apple era disperato a causa della totale mancanza di idee originali e si agitava da un piano all’altro finché non arrivò alla scrivania del semi-oscuro impiegato britannico Joni Ive. Lì si esaltò ammirando quello che sarebbe stato il primo iMac, il computer che avrebbe cambiato l’idea stessa che oggi abbiamo di tutti i computer. Quando Ive, stralunato alla scena, gli chiese se aveva visto bene quello che aveva davanti, l’altro rispose che non solo l’aveva visto ma che lo voleva al suo fianco per una collaborazione ed una grande amicizia che superò addirittura la scomparsa del primo. Che cos’aveva di particolare quella macchina? Intanto la maggiore novità stava in quello che non aveva: era di una semplicità disarmante, mancando sia del lettore di floppy disk che delle porte seriali o parallele, compreso le famose SCSI che caratterizzavano i computer Apple. Usava solo delle nuove porte USB, una porta di rete e un lettore di dischi ottici, cui si sarebbe aggiunta una scheda wireless. Ma la novità che più saltava agli occhi a chiunque era un’altra: tutto era contenuto in quel televisorino senza pezzi aggiunti e soprattutto lo chassis era completamente trasparente.
  • Oggi, sia i clienti che i partner, che gli stakeholder, che i fornitori, che gli investitori, tutti vorrebbero avere a che fare con delle aziende iMac invece che con delle sale calcolo di una volta. Questo è il segreto di alcune fra le startup più ambite dai grandi capitali. La logica di fare affari senza inventare nulla, limitandosi ad accaparrare spesso con scarso criterio le idee altrui per poi spesso farle fallire, non potrà durare in eterno e le grandi imprese, invece di limitarsi a sperare nel grande affare, dovrebbero avere un bel frigorifero tutto trasparente aperto al mondo dove niente stia andando a male e dove nessuna risorsa venga spacciata per quel che non è, né che venga dimenticata.

Visibilità e privacy

L’abuso delle policy di data protection oggi spacciate da molte delle stesse aziende che dei dati degli utenti sono ben lontane da non fare uso (solo lo fanno sapientemente informato) mette molte imprese, clienti e stakeholder compresi, di fronte al dilemma se difendere la privacy o mostrarsi al mondo per quel che si è.

Dietro a molto “gioco al nascondino” si cela in ultima analisi la totale mancanza di idee e lo spaccio di etichette e slogan sdruciti già sul nascere.

Il vero tema del buon uso della privacy consiste nel far notare il meglio possibile quello che gli osservatori hanno interesse di vedere e che i proprietari hanno interesse di mostrare, al punto che quello che si può desiderare di nascondere sia il minimo possibile facendo in modo che il resto non attirerà lo sguardo di nessuno, essendo l’attenzione di tutti indirizzata a quello che si è scelto di mostrare.

Solo chi non avrà nessun contenuto da mostrare nel frattempo concentrerà tutti gli sforzi a sfoggiare vanamente un brillante contenitore ordinato come un prato all’inglese o un taglio di capelli a spazzola.

Pubblicazione originaria

Serve il presente!

Serve il presente!

Non spostarsi mai dal presente è un esercizio arduo, al confine dell’impossibile, ma è quello che sarà indispensabile nei frangenti più drammatici della nostra esistenza, come il momento della morte e soprattutto, per quelli che lo ritengono fondato, in quello che ne consegue.

Vivere il presente è concentrarsi solo su quello che percepiamo, sul suo senso attuale senza alcuna interpretazione pregressa o previsionale e assumersi le scelte che l’istante comporta.

Periodi storici come quello che stiamo attraversando richiedono proprio quel tipo di guida o leader che lo si voglia chiamare: un leader che sappia in ogni momento stare in equilibrio sul presente e che attrezzi dei team capaci di fare lo stesso in serenità, anche perché se loro non sanno fare lo stesso non potranno fare altro che squilibrarlo facendolo cadere a discapito delle loro stesse persone, proprio come quando lo scorpione punge la rana che lo sta traghettando sull’altra sponda dello stagno causando in questo modo il suo stesso annegamento. Purtroppo il popolo, esattamente come le lobbies, non possono essere comprese in questo quadro: non sapranno mai né cos’è l’equilibrio né, quindi, che cos’è il presente. Il presente chiede di mettere di lato la programmazione facendo in modo di fare subito quello che può essere fatto qui e ora, ivi compreso riposarsi e apprezzare ciò che si è e si ha e che diventa altro mentre si dice “è”.

Come si fa a vivere il presente? Esiste una semplice regola meno complicata di tanti esercizi di concentrazione:

Intercettare e nominare, proprio come i bambini che giocando a nascondino dicono «Un due tre per Mario dietro la macchina», ogni singolo rimorso e ogni singolo rancore come pure ogni singola speranza e ogni singolo desiderio.

«Speravi di fregarmi! Invece ti ho beccato e adesso non giochi più».

Infine occorre praticare il paradosso peggiore: apprendere da ogni istante senza attaccarsi alla cognizione acquisita, lasciando che sia altro – lo si chiami pure inconscio, meme, tra, dna cognitivo o campo morfico, poco importa – ad occuparsi di essa avendo fiducia che allorché serva ne ritroveremo traccia nei presente successivi.

La storia dell’anima è un paesaggio di segmenti a zig-zag fra burroni e belve dietro ogni angolo, superati i quali cascate dissetanti si succedono a deserti infiniti, come caldi raggi di sole ci rigenerano dopo disgeli inaspettati.

Non è né bella, né brutta: è solo nostra e dell’individualità che andremo a comporre assieme alle anime che alla nostra si uniranno strada facendo nella nuova entità entro la quale finalmente supereremo tutto ciò.

Il cittadino è l’uomo senza irrequietezza

Il cittadino è l’uomo senza irrequietezza

Alexander von Bernus all’età di otto anni scrive questi versi:

“So che i morti vivono, Sento che sono intorno a noi. Quando camminano lungo i chiostri, È come se soffiasse un vento freddo. So che i morti vivono, Tuttavia sono ciechi.”

Sulla sua ricerca costante e la sua creatività pulsante scrisse:
“Essere in ricerca e andare avanti a partire da ciò che si è scoperto; il procedere ininterrotto non ha nulla a che vedere con la cattiva coscienza, ma esclusivamente con l’irrequietezza eterna che è forse la nostra parte migliore. Non importa se questa sia inquietudine verso Dio o inquietudine verso il mondo: ciò che conta è che si tratta di inquietudine. La maggior parte di coloro che l’hanno posseduta o la posseggono, la posseggono duranti gli anni di gioventù, e quando questi sono passati, l’irrequietezza sparisce. Poi diventano cittadini. Il cittadino è l’uomo senza irrequietezza”.

Alexander von Bernus fu poeta, alchimista, spagirico e uno spirito libero.

La quintessenza mistica

La quintessenza mistica

Divieni ciò che sei

Friedrich Nietzsche
Sils Maria

L’eterno ritorno del medesimo è il misconosciuto paradosso mistico, una sorta di koan zen, del pensiero occidentale che il filosofo ricevette come una sorta di illuminazione durante la sua permanenza a Sils-Maria, realizzazione che coronava silenziandola al contempo l’intera sua analisi saggistica.

Quel pensiero ha lontane radici alchemiche spagiriche: la sostanza fra le mani e gli alambicchi dell’alchimista occorre che venga scomposta nelle sue componenti ancestrali e separata da esse combinando l’azione meccanica con quella termica perché ognuna possa essere ridotta alla sua essenza per poi riunirle a quella nell’ultimo atto di perfezionamento: il conseguimento del DNA spirituale, ovvero la quintessenza.

Perché diventare se si è già? La rinascita per gli antichi egizi era una riproposizione della stessa persona e anche qui il senso pare essere lo stesso. Tuttavia, nella ripetizione si concentra il senso nel piccolo, nella riduzione, nella rinuncia alla manifestazione esistenziale tramite progressivi distacchi.

La rappresentazione del valore della persona condivisa fra le persone di questo mondo è insita nel successo della grandezza. Qui si individua un percorso affatto inverso: riesci se ti concentri nel piccolo. Il piccolo è più facilmente combinabile con altro o altri, ma in questo conserva forte la sua identità. Questo è il senso della volontà di potenza traslitterata malamente da storici e politici. La vera potenza è quella che determina senza agire, solo per la sua riuscita iniziatica.

Inferni

Inferni

Quella che chiamiamo anima di luce non è il nostro io e men che meno la nostra “persona”.

È però la parte persistente ovvero consapevole e maggiormente continuativa del nostro esistere.

Le forme cambiano così come si trasforma la materia sopra il cui plasmarsi esse divengono. Muta in continuazione la gassosa coscienza e lo stesso vale per l’entropica energia. Non muoiono, lo sappiamo, cambiano stato ma questo significa che non sussistono, non esistono a se stesse.

Il mondo — che non è “la terra” — è una prigione buia e clustrofogena. Tutto ciò che di bello ci vediamo è tale perché proiettato dal nostro “Essere-Luce”.

Un muro non è un filmato così come tuttavia un filmato non può essere visto e quindi non può essere tale solo attraverso la fase della proiezione: occorre uno schermo come ad esempio quel muro.

Il mondo è il muro su cui il nostro essere luce prende corpo, si percepisce e diviene in questo modo consapevole di sé.

Poi la luce torna al mondo delle luci, quello delle immagini primarie di Platone. Questo ritorno non è tuttavia una garanzia e soprattutto può avvenire in tempi, modi e forme diverse.

Quando cessiamo di esistere in questa forma (finisce il film o il giro in giostra), qualsiasi sia stato il nostro contributo all’illuminazione del mondo e delle menti e all’arricchimento di proiezioni fisiche per il mondo della luce, alcuni rimangono prigionieri di una sorte di sindrome di Stoccolma e non riescono ad abbandonare il luogo di proiezione.

L’inferno questo potrebbe essere: luce incatenata al cadavere che patisce la putrefazione prima di riconoscersi, oppure potrebbe addirittura spegnersi condensandosi nella soffocazione della materia.

Questo grido è la natura dell’inferno, non il male in quanto cattiveria, a meno di non considerare male il dominio del mondo quale luogo di oscurità (come gli incubatori oscuri di “Matrix”) necessaria in quanto va ricordato che svolge un ruolo fondamentale a patto di ricordarsi sempre che in quanto presenza di luce siamo ospiti del mondo e non suoi padroni.

La nostra presenza nel mondo è al contempo Maya, illusione, e mente chiara, verità. L’illusione è quieta e dolce anche se per essere così occorre accettare una vita da maiali si Circe. La verità può d’altro canto fare impazzire come il canto delle sirene mentre si è legati all’albero maestro.

Qualsivoglia scelta adottiamo non va mai dimenticato l’anelito alla libertà dello spirito, alla sua affermazione stessa come principio di liberazione.

Non barattare la liberazione per il confort dell’identità: durerà troppo poco e il prezzo da pagare per questa diserzione sulla terra oscura del re del mondo è davvero mostruosamente alto!

https://youtu.be/DpikRN-XcXM
Visioni metafisiche

Visioni metafisiche

«Riguardo alle concezioni sull’anima sulle rinascite e sulla vita nel cosiddetto aldilà mi scontro con il problema della loro rappresentazione: che cosa sono i colori per un cieco dalla nascita? Per quanto esista della letteratura in merito (che mi lascia indifferentemente immemore) resta il fatto che, non solo la lingua, ma l’esperienza stessa del colore non può essere comunicata. Ci attraversiamo ci fondiamo e ci scindiamo costantemente prima dopo e durante, ma ruotiamo entro campi gravitazionali coerenti, non come atomi ed elettroni, ma come stormi di storni. Però nello stesso tempo siamo cigni e siamo squali, branchi di cani infoiati , lupi solitari, gerarchici e monogami, oche dall’accoppiamento consanguineo; correnti marine in turbolenze stocastiche. Nulla di tutto ciò può essere descritto in parole. Dimensioni sovrapposte e concomitanti abitano la nostra persona ospiti di una presunzione di costanza data dal postulato di un io che illumina e cela nello stesso gesto: la forma è una dimensione, l’energia un’altra, la coscienza una ulteriore, e poi c’è la materia che è liquida dall’osso al gas in un plasmarsi costante e autonomo alla sezione di trasformazione che chiamiamo soggetto o oggetto; c’è la luce che esiste solo perché illumina ma nessuno l’ha mai vista al di là dei numeri con cui la calcoliamo e il buio che non è assenza di luce ma presenza di “luce-inversa”. In fondo credo che la permanenza delle anime sia solo una frazione riduttiva e romanzata di un’installazione corale irrappresentabile che si riduce ai suoi due poli dialettici: la pienezza del vuoto e l’inconsistenza dell’io»

(Testo appuntato a memoria per me stesso estrapolato da un contributo in una discussione con l’amica Monica)

Rinascere foglia

Rinascere foglia

Forrest Gump

Eccomi!

Sono io, La Foglia.

Come consuetudine fui germoglio, tenera e accesa giovincella, piena dell’ardore estivo ed esausta per la siccità nella canicola.

Insetti, bruchi e microorganismi hanno segnato la mia pelle e la mia ossatura e questo vissuto forse mi fanno meno attraente, ma questa sono io, la mia vita e la mia esperienza scritta addosso e ne vado orgogliosa.

Presto la mia debolezza inumidita dalle piogge autunnali e aggredita dal freddo e tagliata primo vento invernale segneranno la mia resa e definitivamente cederò lasciandomi cadere nel vuoto di una canzone di Edith Piaff.

Stesa sul terreno in attesa di diventare polvere sento la voce di un uomo, forse un professore o forse un prete, spiegare che la vita si rinnova anno dopo anno e, come diceva Platone, anche noi rinasciamo proprio come la foglia che cade per rinascere la primavera successiva, anno dopo anno – fintanto che il fusto vive, aggiungo io. La tua coscienza permane viva e dormiente nell’albero, certo! E la bella e tenera foglia che spunterà il prossimo anno conserverà questa presenza di me, la stessa che ha abitato la mia esistenza. Rinascerò probabilmente in lei.

Ma non sarò lei.

Io sono qui, ora, in tutta la dignità della mia caduta che corona questa parabola che fu la forma della mia vita, la mia forma, la mia storia disegnata nella mia identità.

Io sono quella che fui nelle mie numerose rinascite e la stessa che sarò in quelle a venire. Nello stesso tempo non sono loro: sono questa e nessun’altra!

Ognuno di noi è se stesso, la sua impronta e il flusso del divenire stesso: lo è contemporaneamente e mai per sempre.

Non possiamo concepirlo o forse non può concepirlo una foglia.

Lo è, ma in consapevolezza. Quella consapevolezza, in mezzo a questo tutto e a questo niente, è la sola grazia possibile: in essa la sola speranza di salvezza.

57 — Sunn – Il Penetrante

57 — Sunn – Il Penetrante

Sulle pendici del monte dove il piccolo seme sta crescendo e dimostrando le proprie capacità di essere resiliente alle intemperie e al vento sferzante che torce il fusto fino a renderlo duro come la pietra, è un altro tipo di vento quello che si fa avanti, è l’essenza stessa della natura del vento in quanto in questo esagramma esso si ripete, rafforzandosi. Solo che questo rafforzamento non è all’insegna della violenza ma piuttosto del suo opposto: la mitezza.

Mite è infatti l’aria che si insinua tra le feritoie e penetra nel cuore della roccia più dura. Non può essere qualcosa di grosso, nemmeno il più forte degli esseri o dei fenomeni naturali a farsi spazio nella pietra uniforme, ma questo è possibile all’aria, al rivolo di brezza. Prima del Penetrante la figura che calcava la via era quella di un essere solitario, un senza patria, un reietto che si era spinto fino alle regioni più inospitali ed austere nella rinuncia di sé. Il Viandante non può proseguire all’infinito nel suo vagare fra villaggi e gente inospitale e deve trovare nella solitudine il proprio alloggio. Penetrare nella montagna significa trovare rifugio, una grotta, un antro, infilarsi al suo interno in uno spazio ristretto e protetto dal freddo innanzitutto perché racchiuso in sé, nelle dimensioni stesse del suo corpo così che il calore non possa disperdersi. Per questo viene detto che “il Mite”, sinonimo stesso del Penetrante, rappresenta il rannicchiarsi.

Penetrante ha sicuramente un’evocazione sessuale, ma non si tratta della “penetrazione” organica, bensì di quella cellulare: è lo spermatozoo, l’unico ad esserci riuscito a farsi spazio nelle vie interne fino a insinuarsi nella cellula uovo per fecondarla e in quella fusione spegnere le sue ansie evolutive per lasciare che un altro essere biologico intraprenda il proprio lento e mite, appunto, cammino.

Per questo il Penetrante, il Mite è colui che si cela agli occhi e alle ingiurie del mondo in modo da potere “ponderare le cose tenendo conto delle circostanze particolari”: tale è la vita nello sviluppo fetale. Protetta, celata e concentrata solo sul lavoro su di sé.

Tale è dunque la sentenza dell’esagramma: “È mediante le piccole che si giunge alla riuscita”, ma questa penetrazione deve avvenire proprio nel nucleo stesso da dove, perfettamente adeso al corpo che lo ospita, poter imprimere la propria volontà.

Perché questo avvenga il mite deve avere le idee chiare in modo da non disperdere nulla delle sue misurate energie. Occorre che segua la propria guida, qualunque essa si immagini essere perché è la fede nel proprio sentire che costituisce la forza stessa della brezza che penetra.

È dal nucleo stesso della nuova figura che il minuscolo mite diventa colui che fa la differenza e diffonde la sua volontà.

Ed è così che Rudolf Steiner ne Il mistero del doppio spiega che, dove l’unità della persona è frammentata fra due estremi i quali – per quanto egli sottolinei trattarsi di vere e proprie entità spirituali “estranee” ospitate dalla persona umana – ricordano il mito dell’anima secondo Platone la cui forza è data dalla contrapposizione dei due cavalli, quello nero delle passioni e quello bianco della razionalità, i quali tuttavia non condurrebbero a nulla di buono se non fosse l’auriga ad imprimerne da direzione. Che forza potrà mai avere un cocchiere se paragonata anche ad uno solo dei due cavalli? Eppure è la mitezza della sua volontà perspicace, penetrante ma salda e sicura del proprio credo a fare la differenza, a trasformare le energie in direzione. Questa è quella sottile membrana, un esile velo che possiamo chiamare Sé, anche Io se vogliamo, ma mai nel senso di Ego.

Nello stesso modo colui che voglia mostrare la Via o compiere l’Opera deve farlo al netto del proprio Ego lasciando che nel nucleo del proprio Sé-Io possa penetrare al meglio e trovarvi rifugio la natura spirituale che lo guida al di fuori della propria persona essendone al contempo l’essenza stessa.

Memetica

Memetica

Non il “sapere” né “l’esperienza” restano nell’anima, ma quelle microscopiche trasformazioni su cui si impernia il divenire che hanno contribuito ad imprimerle.

Quali Grazie

Quali Grazie

Ci sono due ragioni per cui quando si fanno i complimenti per il loro genio certe persone ringraziano mostrando una certa indifferenza.

La prima è che, per presunzione forse, le ritengono insignificantemente dovute; l’altra è che, per modestia magari, non abbiano a che fare con la loro persona.

Tutto ciò che resta da comprendere è come si tratti, in fondo, della stessa risposta.

5 — Hsu – L’attesa ⎪ 11 — T’ai – La Pace

5 — Hsu – L’attesa ⎪ 11 — T’ai – La Pace

L’albero che è germogliato sul monte nell’esagramma precedente è ancora piccolo e va alimentato con particolare cura. Non bisogna richiedere che si compiano imprese se prima non sono salde le radici e perché questo avvenga occorre del tempo, pazienza e i giusti alimenti.

L’esagramma dell’attesa indica che l’ambiente, il contesto, l’esterno è irto di avversità e contrasti e non bisogna anticipare le mosse per premura di intervenire.

Le radici della pianta sono il luogo dell’attesa così come il grounding bioenergetico (ma anche la posizione delle gambe che si muovono in quadrato nel tai chi per sostenere il movimento circolare degli arti superiori) è fondamentale per sostenere l’azione e la riflessione.

Non diamo sufficiente risalto all’importanza del lato inferiore del nostro corpo che garantisce la stabilità senza la quale ogni gesto finirebbe in caduta. Nello “Yasenkanna, il Trattato Zen sulla Salute”, Hakuin Ekaku Zenji narra del saggio eremita e dei suoi insegnamenti su come, invece di ricercare risultati ambiziosi spirituali o intellettuali è bene rafforzare l’energia che si trova nella zona del bacino sotto l’ombelico imparando a “respirare dai piedi” (si tratta evidentemente di una rappresentazione che fa da guida alla nostra gestione energetica) distribuendo l’energia sotto forma di calore attraverso le gambe fino al mare energetico del bacino.

Non è il momento per trarre considerazioni su successi e sconfitte così come se si dovesse abbandonare una semina per l’assenza di pioggia: l’esagramma mostra che le nuvole stanno dirigendosi in alto e la pioggia non tarderà ancora molto, ma questo tempo non va trascurato come un momento di inattività, bensì va utilizzato per rinforzarsi.

Per questo l’immagine descrive la situazione per cui, mentre le nubi salgono nel cielo la persona responsabile mangia e beve fiducioso in letizia.

La posizione variabile posta in quinta posizione rappresenta una linea forte che diventa ricettiva determinando così un’apertura della figura verso il cielo risultando in tal modo il signore del segno. Sottolinea in questo modo l’opportunità e l’importanza che in questo periodo assume la buona alimentazione che in altri ambiti richiama alla raccolta degli argomenti e degli elementi determinati per la raccolta e l’azione successiva.

Nell’immagine che si crea con il cambiamento si comprende che la fase a seguire avrà la caratteristica dell’equilibro. L’esagramma della Pace (T’ai) mostra l’unione di cielo e terra che ha come corrispondenza proprio il periodo fra gennaio e febbraio dove le energie sepolte nella terra si caricano di luce preparandosi ad allontanare il gelo e la lunga notte.

Si tratta però di un periodo in cui le forze del ristagno possono essere allontanate solo se la responsabilità e la solidarietà sostenibile avranno il sopravvento; un momento in cui la centralità dell’equilibrio non deve minimizzare l’azione ponderata ma dotata di quieta imponenza. Per usare una metafora di Pareto, non si tratta di una fase da “volpi”, bensì da “leoni”. Dei gestori che si curano del bene del popolo amministrando i doni che cielo e terra offrono ai viventi. Una calda e sicura tranquillità operosa caratterizza la figura de “La Pace”.


Per rispondere al pensiero di alcuni lettori sottolineo che l’uso de I Ching, o almeno quello che ne vado facendo qui, non va inteso come un oroscopo previsionale né tantomeno come una sentenza rivolta a delle persone o finalità particolari e specifiche, ma piuttosto come una meditazione immaginativa che si innesta in un quadro di sincronicità: siamo in tanti e siamo differenti e anche responsabili delle nostre scelte, però nonostante in ogni momento alcuni ricevono delle opportunità e altri le perdono, alcuni nascano ed altri periscano, quella che non va mai persa è la comprensione del senso del tempo e del tratto armonico o disarmonico del momento a cui tutti gli esseri senzienti, come fossero un individuo solo, devono conformarsi e adattare le proprie scelte e i comportamenti. Così vanno lette queste mie proposte.

Una “transformation”​ sempre più complicata

Una “transformation”​ sempre più complicata

È dell’altro giorno il nuovo ban che con un colpo di coda Trump ha assestato ad alcune aziende cinesi. Sia le ragioni protezionistiche di questo tipo di interventi, sia la continuità che questo approccio mascherato da ragioni di “spionaggio” avrà anche nella futura era Biden sono stati a lungo oggetto di disamina e chiacchiere.

Lasciando da parte petrolifere e altre società (per non parlare degli strani “non-fatti” che girano attorno a Jack Ma, patron di Alibaba, la “Amazon orientale”) quello che fa pensare è l’attacco a Xiaomi, la seconda industria tecnologica cinese che, pur facendo davvero di tutto e sotto molteplici etichette, ha dato l’assalto da alcuni mesi e con grande successo ai nostri mercati soprattutto con gli smartphone veicolati dalle offerte dei nostri operatori anche con il marchio Poco. Intanto va detta una cosa: curiosamente o meno, mentre con Huawei l’Amministrazione di Washington continua ad accanirsi strenuamente, Xiaomi per il momento si salva dall’effetto più pericoloso: il blocco dei servizi Google. Nulla è per sempre, però, e in fondo vale la pena pensarci meglio anche noi.

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Se il fenomeno del ban di Trump è in fondo una marcia indietro rispetto all’outsourcing manifatturiero alla Cina avviato già dagli anni ’80 rendendosi conto della disoccupazione e dell’accentramento dei capitali che questo comporta in casa ma soprattutto del potere di ricatto che è stato offerto all’Impero orientale, una riflessione simile dovremmo fare anche noi in un periodo in cui stanno dilagando i tanti predicozzi sul cambio di mindset verso la digital transformation.

Chi ha qualche decennio in più sulle spalle ricorderà i disagi che nei primi anni ’90 vennero portati dall’instabilità delle scelte tecnologiche in materia di sistemi operativi. E c’è da dire che questo capitava in un periodo in cui i computer erano in fondo degli apparecchi avanzati di gestione di dati e attività d’ufficio, con un po’ di automazione in più. Oggi, invece, nei loro confronti siamo messi peggio di Irlandesi e Scozzesi con la peste delle patate dell’Era Moderna, dove Internet è ovunque e siamo diventati incapaci di comportarci diversamente in un mondo in cui Industria 4.0 e IoT ancor più che IA e DeepLearning determinano il funzionamento in diverse aree produttive. Nel momento in cui ci toccherà scegliere con chi stare, la discontinuità farà più danni (e forse per alcuni un pacco di soldi) che mai. Ora molti fornitori stanno facendo quadrato attorno al loro business chiudendo gradualmente le porte ai concorrenti, dato che la coperta dei guadagni sta diventando stretta (anche se con profitti sempre incommensurabili rispetto all’80% paretiano del mondo): o stai con Facebook o con Apple; o con Google o con Microsoft; o con Amazon o con… È vero che gli ottimisti avvertiranno che una soluzione si trova sempre e che i calcinacci delle masserizie distruttive possono sempre essere spazzati negli angoli bui della casa, ma siamo sicuri che a questo punto la casa stia avendo sempre meno spazzi chiari?

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E oggi come oggi gli spazi chiari sarebbero:

  • Autonomia degli Stati (EU in primis) rispetto alle scelte di mercato (una sorta di autonomia da una NATO tecno-economica)
  • Creazione collaborativa di OS e Cloud alternativi a quelli dominanti
  • Maggiore competizione nei sistemi della grande distribuzione con il recupero del potere politico sugli accordi economico-fiscali, ma anche sui vantaggi egoistici locali
  • Ma la cosa più importante e tragicamente difficile di tutte è il recupero dell’autonomia di apprendimento e di ideazione che proprio una certa concezione della digital transformation in chiave di dipendenza dall’automazione acefala ha rimosso da lavoratori e studiosi. E purtroppo anche l’apprendimento è diventato in mano a monopoli normalizzanti (e banalizzanti) che passano per formazione quella che altro non è se non editoria elettronica al massimo con qualche feature in più e soprattutto con la rimozione delle funzioni critiche intellettuali del formatore, del partecipante e soprattutto del confronto delle due.

Senza una netta posizione politica su queste vicende ben difficilmente potremo uscire dalle corde di un ring diventato sempre più martellante e che negli anni a venire, complice il Covid potrà mandarci KO prima di capire che cosa fosse successo, visto che si stava tutti vivendo nel migliore dei mondi possibili.

Non dimentichiamoci mai dell’importanza della varietà. Meno sono le alternative e peggio si starà nonostante la logica che finora ha fatto guadagnare di più sia stata esattamente quella inversa.

Pubblicato originariamente su Linkedin

I Ching 53 — Tsienn

I Ching 53 — Tsienn

I Ching 53 — Tsienn Il progresso graduale

Nell’incontro precedente eravamo arrivati ai piedi del Monte, la posizione imperturbabile dell’immobilità focalizzata (tutt’altro che “immobilista”).

Da questa posizione di austera meditazione nella quale non ci si lascia condizionare dal rumore intorno, oggi I Ching ci offre un esagramma perfetto, ovvero privo di linee mutevoli. La sequenza ci fa notare che “le cose non possono rimanere immobili eternamente”, ma nello stesso tempo dalla imperturbabilità dell’Arresto occorre concepire uno sviluppo che si muova gradualmente, proprio come la ragazza che ambisca essere conquistata dal suo pretendente (oggi le cose funzionano diversamente, lo so, ma allora Tinder non esisteva ancora) non deve accelerare i tempi.

La strategia consiste nel comprendere che tenere la posizione senza avanzare conduce ad una penetrazione graduale ma implacabile.

L’immagine ci mostra come sul crinale della montagna che corrispondeva alla posizione dell’attesa e della posizione di meditazione dove eravamo giunti sta crescendo un albero e lo fa gradualmente senza pretendere l’altezza immediata ma, come certi pini giapponesi ruvidamente abbarbicati alla roccia e saldamente coriacei e duri, portatori della vita nei luoghi più impervi e aridi, lo fa poco alla volta consolidando la propria posizione grazie al fatto che la forza non nasce dall’esuberanza, ma dal lavoro interiore, dall’utilizzo delle energie per divenire infrangibilmente resiliente e non scardinabile.

Business come rimozione della morte

Business come rimozione della morte

Il progetto e la fine di tutto

Un celebre aforisma tratto da una canzone di John Lennon (anche se pare fosse già stato usato da un presentatore statunitense negli anni ’50 recita approssimativamente così…

La vita è quella cosa che transita distrattamente mentre sei preso da progetti fondamentali

Per fare un salto mortale in campo filosofico, per Martin Heidegger la filosofia e il progetto umano in genere si scontra e perde di densità in ragione della nostra finitudine. Nulla ha valore dal momento che la consapevolezza della morte trasforma ogni finalità in fine:

«in quanto situazione emotiva fondamentale dell’esserci, [la morte] costituisce l’apertura dell’esserci al suo esistere come esser-gettato per la propria fine» (Essere e Tempo)

Per questa ragione ogni imprenditore è prometeico in quanto sfida la vita con una missione impossibile e ogni manager ha come compito la realizzazione di una rimozione, la compensazione di un’ipocondria fobica di fondo.

Sia l’affarista che il progettista lavorano sub specie aeternitatis, come se si fosse eterni. Poi scoprono che le cose non stanno così e che l’innovazione diventa vecchia in fretta e sparisce spesso per dimenticanza come quando si comincia a guardare da un’altra parte e questo crea amarezza e in molti casi delle vere e proprie psicopatologie.

Nel caso di aziende nate da una figura carismatica e cresciute nell’alveo della famiglia stessa, il fondatore arrivato alla fine della propria carriera non solo diventa refrattario a passare il testimone a figli o fiduciari, ma spesso fa sì che la nave affondi con il capitano piuttosto del contrario. Come in certe culture tribali, animali e spose venivano inumati assieme al capo, anche aziende con tutti i dipendenti vengono suicidate alla dipartita dell’imprenditore. Ci sono stati psicanalisti che hanno definito il fenomeno come il contraltare del “complesso di Edipo” usando l’espressione di “complesso di Laio”.

Lo stesso accade, frequentemente nelle grandi imprese, ai project manager: progetti fondamentali che oggi sembra che debbano cambiare il mondo non di rado muoiono incompiuti lasciando stuoli di vedovi pieni di amarezza e ingiustizia.

Il fatto è che nel negare la morte finché dura il business perpetua un’idea di vita come se fosse l’unica possibile nascondendo la provvisorietà e non di rado la finzione su cui si fonda. La riproduzione, il consumo delle risorse, l’uccisione, le guerre… queste sono le dinamiche che appartengono alla nostra specie e quindi quando un affarista dice che la realtà vera è il denaro dice il falso. Pur partendo dalla constatazione che non esiste una realtà vera o almeno non una che noi si possa dire di riconoscere in quanto tale, quelle che vi assomigliano sono quelle basilari come il freddo, il caldo, la fame, l’amore, la violenza… Il denaro arriva molto dopo che l’agricoltura ha stravolto con l’hybris della pianificazione in naturale ordine delle cose che vedeva il sapiens assieme ai suoi predecessori correre da un lato all’altro della terra per inseguire il cibo o il clima favorevole. Perfino le armi sono arrivate prima, nonostante non siano “naturali” – come insegnava il film di Kubrick 2001: Odissea nello spazio.

Il futuro del progetto

Sicuramente la visione della progettazione Agile sta modificando il nostro modo di vedere il lavoro e il business piegando la pianificazione a lunga scadenza che costringe a descrivere la realtà e quindi la storia sulla base del progetto che si vuole realizzare ad uno schema di maggiore provvisorietà. Il rilascio di edizioni progressive dei prodotti e dei servizi e l’introduzione del destinatario nel loro processo realizzativo sposa le idee di sostenibilità e resilienza che stanno imponendosi nei nostri anni accanto a quello di un’economia circolare.

I politici hanno sostenuto questi modelli finanziandoli, anche se come spesso accade, in molti hanno solo approfittato di queste regole per incassare senza realizzare le iniziative previste – ma questa è un’altra storia. Il punto è che una ricerca recente ha misurato lo sprofondamento della crosta terrestre anche nel nostro paese i cui effetti, spesso negati dai “costruttori di realtà”, abbiamo tutti sotto gli occhi. In nome degli affari e di una visione del mondo tutto sommato recente che afferma che i modelli di potere in vigore siano l’unica realtà possibile da sempre stiamo accelerando l’arrivo di quella stessa morte per cui, come si diceva prima, l’impresa nasceva al fine di esorcizzarla. L’impresa che muta la realtà è un’impresa di morte.

Freaking in Italia

Rudolf Steiner, indicato anche da certa stampa contemporanea nonostante le radici spirituali del suo pensiero come padre di uno dei modelli macroeconomici che maggiormente hanno resistito nel tempo, sottolineava come uno dei danni presenti nell’economia moderna è in connubio fra finanza e prestazioni di attività. Affermava che tutti dovevano poter vedere garantiti i mezzi di sussistenza e nello stesso tempo contribuire alla qualità della vita del prossimo. Altre attività, come prestazioni di qualità o innovative potevano ricevere apprezzamenti da chi ne traeva beneficio, sia in termini economici che di altro tipo. Oggi però proprio il reddito di cittadinanza ha dimostrato quanto difficile sia praticare questa strada proprio a causa degli egoismi che sono insiti in ogni soluzione che si intenda perpetrare.

L’impresa è per sua natura generosa proprio perché consapevole della propria mortalità, ovverosia chi fa impresa nasce per offrire più futuro al mondo, esattamente come chi fa cultura o altre attività. Tuttavia, proprio come nel momento in cui si formano le cellule dello sviluppo, della crescita e della vita aumentano e si rafforzano quelle che portano alla necrosi e alla vecchiaia o alla malattia.

Purtroppo, a guardarci attorno viene troppo facile vedere nelle imprese un regno di corruzione e di parassitismo e mentre facciamo questo chiamiamo favole ragionamenti sulla realtà e lavori inutili quelli della ricerca quando non produce denaro immediato. Il fatto è che la storia è piena di esempi in cui la forza dell’impresa nel suo senso meno industriale e commerciale ma piuttosto etimologico come progetto e azione sfidante non ha più trovato sufficienti uomini disposti a sacrificarsi per bilanciare i parassiti e gli agenti della necrosi. Questo momento che stiamo attraversando potrebbe essere uno di quelli.

Allora è il caso di dire che il manager entropico è quello che paradossalmente percepisce la possibilità di un guadagno eterno perché questo ha come sfondo un’idea egoistica di accumulo personale indefinito che spinge a farsi terra bruciata attorno. L’imprenditore o il manager positivo – checché questa parola significhi – è invece quello che lavora con la morte nel cuore: è proprio la consapevolezza della finitudine personale, sociale, economica… che fa agire per lo sviluppo in quanto consapevole che ogni attaccamento è in sé assurdo perché, per parafrasare un testo citato da Morin, “l’unica impresa che valga è quella che si alimenta di incertezza e il solo pensiero che vive è quello che si mantiene alla temperatura della propria autodistruzione”.

Questo però vuol dire sapere guardare in faccia gli agenti di distruzione che nello stesso progetto lavorano contro, magari con la scusa di dare lavoro anche ai tuoi nipoti, come parte connaturata di morte che non può essere estranea o esclusa.

Invece di essere depresso o esaltato, il leader “olistico” ama proprio grazie alla consapevolezza della morte che dà senso a ciò che sta facendo come se fosse “l’ultima battaglia della sua vita” (Castaneda).

I Ching: 50-52

I Ching: 50-52

Il Crogiuolo

La seconda e la quarta linea realizzano il passaggio dall’esagramma del Crogiuolo (Ting) a quello dell’Arresto (Kenn).

#50 Ting – Il Crogiuolo

Il Crogiuolo è la figura della trasmutazione.

Rappresenta innanzitutto il fuoco che arde grazie alla combustione del legno. Il legno è secco, non è più una pianta rigogliosa e per questo rappresenta qualcosa che non è più parte viva del qui ed ora. Possiamo accumulare ceppi di legno e perfino conservarli indefinitamente. In questo modo però ci si attacca al passato e non lo si utilizza. Il fuoco, invece, al contempo libera da ciò che è vecchio, dall’attaccamento a ciò che è ormai stato e genera il calore che trasforma come nel caso della cottura degli alimenti.

Provando ad associare l’immagine essa ha evocato l’idea di un calderone, di un crogiolo – appunto – con anelli e manici per sollevarlo. Nella nostra tradizione sapienziale la trasmutazione su accennata potrebbe richiamare gli strumenti dell’alchimista e quindi piuttosto l’alambicco attraverso il quale dalla materia si distillano i diversi elementi trasformando ciò che è grezzo nella sua essenza e perfino nella sua componente spirituale. In tal senso si potrebbe dire che il crogiolo per portare alla riuscita comporta il sacrificio che corrisponde a quella che nell’Alchimia viene detta “Opera al Nero”, la combustione. Ne I Ching si sottolinea che

«Nulla trasmuta le cose quanto questa figura: il crogiolo significa l’accoglimento del nuovo»

La sentenza è di buon auspicio e sottende una riuscita. Tuttavia le cose non sono così semplici. Il crogiolo è una figura di preparazione di un sacrificio e ci ricorda come ogni preparazione di cibo è un ringraziamento nei confronti del mondo dello Spirito e che va gestita con paziente cura. Nell’elaborazione quello che deve prevalere è la mitezza e la pazienza che fa sì che ogni cosa avvenga nel momento giusto e nel luogo giusto facendo in modo che ai sensi non sfugga nulla, né dello sfrigolio della cottura, né dell’aspetto della pietanza. Per questo nell’immagine viene detto che la persona degna di questo compito «assestando la posizione consolida il destino», ovvero mettendo in sintonia la perfezione della propria postura con l’armonia del preparato fa sì che l’opera sia ideale, equilibrata e perfino sacrale.

L’Arresto, la Montagna

#52 Kenn – la Montagna, l’arresto

La preparazione del cibo (o del preparato spagirico) tuttavia può richiedere del tempo perché sapori e sostanze arrivino alla giusta maturazione, spesso legando meglio gli ingredienti fra di loro. In questi casi la figura del crogiolo deve arrivare alla stagionatura qui rappresentata dall’esagramma Kenn dove l’immagine della montagna viene rafforzata dalla sua ripetizione.

Per questo nelle sentenze ci viene detto che dopo essersi trasformate le forme devono cessare di mutare e andare incontro ad un periodo di quiete, di ferma. Arrestarsi è come il mantenimento della posizione seduta della meditazione in cui il dorso resta immobile e quieto fino a che il meditante non avverte neppure più il suo corpo, né il movimento e le persone attorno a sé. Questo stato di quiete dell’anima fa risplendere all’inverosimile la luce dello spirito che in essa si cela.

Perché questo accada occorre che il ricercatore non si proietti nel futuro e neppure rievochi il passato o guardi a ciò che accade altrove e ad altri. Il suo pensiero non deve allontanarsi dalla consapevolezza della pienezza del vuoto in quanto assenza di inquietudini e di appartenenze o “proprietà” (Max Stirner)

Le linee

La vinificazione dell’uva che genera un mosto e poi un vino ideale deve avvenire in cantine di tufo a temperatura e umidità ideali, rimanendo all’interno di bottiglie riposte nel luogo ideale e lasciate ad invecchiare quanto basta essendo controllate con cura e calma.

Le linee dell’esagramma 50 che realizzano questo passaggio sono le due linee yang o piene al secondo e al quarto posto.

La prima descrive i richiami che una buona elaborazione porta all’esterno, siano essi invidia dei vicini come pure desiderio di successo del cuoco. Tuttavia, l’equilibrio e il distacco dagli egoismi e dal narcisismo fa parte della qualità stessa dell’opera in corso, un tale rischio non si pone e l’armonia del lavoro e della cottura, quindi, viene salvaguardata.

La seconda indica che, accanto a questo equilibrio d’arte vi è anche una fragilità nelle parti che devono sostenere il peso del lavoro e queste possono fratturarsi facendo disperdere il cibo e facendo sfigurare il cuoco. Non è facile essere indifferenti quando si compie un’opera e quasi nessun artista, musicista o pittore che sia, non vive un momento in cui cede sotto il peso della sua stessa fama o dell’amore per il lavoro fatto, come Pigmalione per la sua statua.

Per questo queste due linee sortiscono il monito costituito dalla quiete imperturbabile della montagna, la figura della meditazione priva di attaccamento.

Appunti di psicologia

Appunti di psicologia

Questo non è un articolo, ma solo l’avviso che ho introdotto in Libreria gli appunti decisamente disordinati di capitoli per libri mai scritti e per lezioni poi modificate. Oltre che per souvenir personale hanno lo scopo di fare ritrovare agli amici che hanno partecipato alle mie lezioni alcuni degli argomenti incontrati e molti di quelli non presentati.

Non credo ne si possa capire troppo: molto è più evocativo che esplicito, tuttavia anche questa è testimonianza di ricerca.

La bozza è qui…

Dove porta l’innovazione?

Dove porta l’innovazione?

Gli albori delle tecnologie

Non sono certo un nostalgico della “sana e antica tradizione” e chi mi conosce meglio sa quanto le invenzioni innovative mi abbiano sempre fatto baluginare gli occhi come un bambino nel negozio dei giocattoli.

Però gli oggetti li ho visti sempre, da un lato come l’espressione della creatività e dell’inquietudine intellettuale, dall’altro come opportunità di nuove realizzazioni consentite da scorciatoie e potenziamenti non riduttivi. Per fare un esempio, il campionamento dei suoni permette nuove idee musicali senza sostituire gli strumenti tradizionali, ma sviluppando nuovi dialoghi musicali.

Chi visita Barcellona non può non ammirare le realizzazioni architettoniche e ambientali di Gaudí che rappresentavano a suo tempo una grande innovazione proprio come i quadri di Picasso o Dalì. Dei software come certi videogiochi oggi, possono essere, per converso, visti come una di queste forme inventive.

Quando, però, l‘innovazione si chiude in se stessa, diventa fine a se stessa o auto-generante non potrà portare da nessuna parte. E oggi le persone comprano invenzioni senza neppure sapere perché lo fanno. Solo perché “è nuovo”. E queste tecnologie, di fronte a umani che non hanno più nulla di originale da esprimere che non sia la ripetizione inflazionata delle opinioni di tutti, finiscono per automatizzare anche quelle. Le nuove macchine, stanche di aspettare le idee degli umani, hanno iniziato a far foto da sole, musica da sé, scrittura automatica… tutto ciò battezzandolo “intelligenza digitale” o artificiale. E che cosa sono queste creazioni? Cliché, repliche a cui i consumatori sono sempre più abituati al punto che se la creazione non somiglia a un cliché viene vissuta come brutta. Così, quando l’espressione intellettuale costringe a pensare, a fare fatica allora viene evitata come la peste e bollata come brutta o noiosa.

Questo nostro si sta riducendo ad essere un mondo piatto e abitato da umani omologati e famelici di consumi in proporzione all’incapacità di dare e di fare. Fermiamoci. Invertiamo la tendenza. Usiamo vetero-tecnologie per espressioni innovative invece di clonare il sentito dire per poter assecondare gli investimenti tecnologici.

Cominciamo a partire dalla cura del sé e accettiamo di fare fatica per arricchirci, non di denaro che presto o tardi sparirà o di cibo che prima o poi ci ucciderà, ma di comprensione di se stessi e di qualità nei rapporti interpersonali.

Acquisti e vendite sono sempre stati occasioni di scambio di prestazioni gli uni verso gli altri e i soldi sono solo un modo pratico per regolare questi scambi. Accumularli vuol dire sostituire con del potenziale inespresso il bello dell’interazione. E comprare sempre nuovi oggetti che saturano le nostre case in maniera direttamente proporzionale alla solitudine che sempre più le abita è una perdita del senso stesso dell’innovazione tecnologica.

Un tablet può servire per scrivere o per leggere, ma se sta fermo per essere aggiornato quando scade proprio come gran parte del cibi che, nonostante le lamentele per la mancanza di soldi per comprare, finiscono scaduti o sprecati nelle colline delle discariche, differenziate e non, allora non solo è un altro spreco inutile, ma ci impoverisce dentro.

Leggere sempre la stessa letteratura, ascoltare sempre gli stessi produttori musicali (sì perché quelli sono sempre meno musicisti e sempre più imprenditori), guardare sempre gli stessi generi cinematografico-televisivi ci imbruttisce.

Non ultimo, accedere a Internet, ai social, ai giornali, ai blog… nella speranza di accaparrarsi qualcosa senza mai dare niente, non solo prestazioni, contributi o servizi barattati, pagati, ma anche semplicemente con risposte, punti di vista personali, critiche o apprezzamenti possibilmente non egocentrici o offensivi… tutto questo imbruttisce.

Se la tecnologia e l’innovazione fa perdere di vista la bellezza e la relazione, quella spontanea e imperfetta, non è colpa della tecnica, ma della nostra componente brutta che ci fa consumare ripiegamento in sé e pigrizia. Ricordiamo che agli albori del termine la techné, il cui significato originario era quello di arte e di artigianato, altro non era che tutto ciò che non corrispondeva alla physis, ovvero alla natura non intaccata, quella priva di umanità e che neppure poteva essere apprezzata in quanto non contaminata né da case, né da sentieri e neppure da pensiero o da utilizzo, seppure estetico o contemplativo. In altri termini, la sola natura non poteva conoscere la bellezza in quanto questa era frutto di pensiero e quindi di invenzione, di idee, di novità… di techné, appunto.

Ad ogni età e con il corpo e la mente che sono stati concessi e che abbiamo accudito alla meno peggio non smettiamo mai di lavorare per il bello: su di noi, dentro di noi, fra di noi!

E questo anche con il supporto delle tecnologie e dell’innovazione, come è sempre stato da che la scimmia di Kubrick ha scoperto che l’osso poteva essere uno strumento, badando sempre di non finire ipnotizzati dal potere di un osso come succedaneo del monolite.

Il bisogno del divino ex-machina

Diapason

Diapason

Auguri di buon anno nuovo, amico mio!

…e certo non c’è nulla di originale in questa espressione abusata.

Però credo che se anche la frase potrebbe lasciare il tempo che trova, non così il senso di vicinanza con cui la porgo a te per ricordarti che siamo uniti dalla stessa rete.

E, certo, non siamo separati nel progetto di liberazione di tutti gli esseri, e non i soli umani, ma bensì di tutti gli esseri senzienti di cui noi sapiens siamo il più delle volte il peggior incubo possibile. Certo che è così, ma non vuol dire che ci si possa davvero riuscire e che in questo si sia davvero tutti uguali nel vincolo di uno stesso karma.

Come gli auguri anche le parole — e con esse i significati — sono formule deboli e fraintendibili. Per questo ti chiedo di capire quando vuoi e solo quello che ti va, perché se scrivo, dipingo, canto, parlo, penso, cucino, sorrido o mi arrabbio, o mille altre cose ancora è solo per fare vibrare il mio diapason; che è poi quella stessa cosa che sovente fai anche tu.

…e la sola ragione per cui faccio vibrare il mio diapason non è per aver ragione, ma solamente per sentire quali altri organi simili vibrino sentendo su di sé la stessa nota.

Non siamo in molti e neppure sempre di più, anzi…

Però, ti prego, non smettiamo mai di farci risuonare fra di noi, nell’oceanico e talora gelido etere del “tra” che nel contempo ci distanzia e ci trasmette.

Buon anno nuovo, amici miei!

Speranza

Speranza

È senza saperlo che insegniamo a chi ci è vicino perché quando saremo più confusi e disperati siano loro a ricordare a noi quelle parole mentre la mente e il cuore non sapranno più a cosa aggrapparsi

Per questa ragione curiamo con attenzione quello che condividiamo, evitando insegnamenti per sentito dire, retorici, superficiali, vanagloriosi…

Quando spendiamo parole che pesano facciamo sempre in modo che siano autentiche e sperimentate, proprio come se dal loro valore dovesse dipendere la nostra sopravvivenza e la più profonda speranza, perché è davvero possibile che un domani neppure troppo remoto proprio questo possa presentarcisi dinanzi.

Il cinema fascista del 2020

Il cinema fascista del 2020

Spero sempre in una serie o almeno in un film che abbia voglia di vedere. E invece no. Le ultime uscite su Netflix lo confermano: una cattiva caricatura di Austin e Bronte che impone la visione statunitense di un continente patetico da operetta anacronisticamente colonizzato l’Europa con personaggi usciti da Sex and the City o da Grey’s Anatomy infilandoci la visione formale puritana appiattente caratteristica della loro morale, mentre un barbuto Clooney che fa rimpiangere lo Spencer Tracy del Vecchio e il mare si colloca nell’ennesima storia del dopo disastro universale a prepararci alla fine ineluttabile imminente – come se non bastasse il catastrofismo da COVID. Di film europei deve ti ne escono sempre meno a dipingere un continente del terzo mondo che considera eversiva la civiltà. L’ideologia la trovi dappertutto, perfino nel gioco degli scacchi e sempre con una fotografia tetra, così come diventa perfino orgasmica diventa la seconda serie dell’Alienista che era bellissimo quando era equilibrato mentre qui eccede ancora una volta nel male totale e fine a se stesso, stavolta senza storia né gusto. Invece il film comico si è trasformato in cinema da deboli mentali e la commedia in volgarità politicamente sdoganata.

Mi spiego meglio e sottolineo il messaggio forte e chiaro: come la rana che sarebbe schizzata fuori se fosse stata buttata nell’acqua bollente, veniamo messi in quella tiepida per essere cucinati senza accorgercene.

Quello che ci mostrano non è quello che vogliono che guardiamo: è come vogliono che vediamo noi stessi!!!

Il mio consiglio? Andate su Rai Play dove ci sono bei film di una volta o su Prime che sta mettendo bei capolavori del passato. Guardate Frank Capra, Jacques Tati, Hitchcock e così via. Sono vecchi? Li avete visti già tanti anni fa? Potrebbero stupirvi.

Se invece vi dovessero annoiare sarebbero ancora più utili, perché potrebbero farvi comprendere il livello di assuefazione a cui siamo arrivati, una dipendenza da morti ammazzati e morti viventi, masturbazione da effetti speciali e cliché di un mondo in cui da un lato c’è la bella vita senza costi umani e dall’altro la delinquenza senza argini da subire a tutti i costi “democraticamente” per non essere razzisti, omofobi o discriminatori.

Il cinquantenne, il sessantenne o oltre che continua a dire che siamo prigionieri di Internet e dei computer oggi non si rende conto di come tutta l’informatica del mondo attraverso i PC e gli smartphone non fa gli stessi danni che fa la dittatura morale ed emozionale che passa per i film (e qui non sfioro neppure l’altra faccia del problema, le trasmissioni nazional popolari della televisione generalista che si divide fra opinionisti del sottobosco che eccitano alla partigianeria sul nulla e gossippari da cronaca di deriva perché quegli spettatori sono già persi come i pazienti di Qualcuno volò sul nido del cuculo).

Una bella vita

Una bella vita

Immagine da “La vita è meravigliosa” di Frank Capra

Che sia stata una bella vita potrebbe essere irrilevante quando non vi si rinvenisse traccia degli obiettivi che da essa ci si sarebbero aspettati…

«Ha avuto un bel colpo di fortuna»
«Ha fatto un bel viaggio»
«Ha avuto una bella eredità»
«Si è fatto una bella casa»
«Ha avuto une bella avventura»

Che cos’hanno in comune tutte queste frasi, a parte ovviamente la parola “bello”?

Difficile a dirsi. E la difficoltà consiste nel fatto che l”elemento misterioso è mascherato dalla sua ovvietà.

Quello che non si vede è infatti un implicito, ovvero che ci sia qualcuno che fa tesoro di questo “provento”, di questo “guadagno”. Pazienza se l’amore è finito, perché hai avuto una bella storia; ma si può dire questo solo perché il fu innamorato se ne può sentire soddisfatto nonostante la fine perché è ancora vivo. Diversamente l’affermazione sarebbe più inesistente che irrilevante.

Al di là del fatto che questo permanga (la casa può crollare e il guadagno può essere rubato, ad esempio), egli continua ad essere la persona che ha comunque subito delle trasformazioni da un determinato evento e può soprattutto dire che fanno parte di lui anche se non esistono più perché egli continua a permanere. In altre parole, il soggetto è una costante che prosegue al di là del momento o dell’oggetto, bello o brutto che sia, che viene chiamato in causa.

Il capitale-vita

Possiamo dire lo stesso per affermazioni come «Ha avuto una vita difficile» o «Si è fatto una bella vita»?

Alla stragrande maggioranza che assentisce chiedo «Chi ha avuto una bella vita» nel momento in cui essa si è conclusa?

Potremmo dire che “una vita si è fatta una bella vita” che in definitiva è una tautologia, un’espressione a somma zero. In definitiva, la parte verbale diventa inutile: rimane il sostantivo aggettivato di “una bella vita”. E “una bella vita per chi”? per altre vite? e chi se ne frega! Già: chi è “chi”? E, forse che una vita giudica se stessa, nello stesso modo in cui possiamo dubitare che guardi alle altre come belle o brutte? Se la proprietà di essere una vita è la sua natura stessa essa non potrebbe essere altrimenti che se stessa, fatto che esclude ogni giudizio in quanto tertium non datur.

La persona materialista avrebbe quindi delle buone ragioni per sostenere che la propria vita è in definitiva irrilevante perché si consuma senza output, senza continuità perché nulla permane se non altre vite prive di output, a meno che non si sia così superstiziosi da ritenere che, al di fuori dei costrutti umani, esista una Storia che nell’ipotesi migliore non sarebbe altro che una concatenazione di vite in-significanti perché in grado al massimo di inciampare con indifferenza l’una sull’altra come delle monadi leibnitziane o per degli accoppiamenti strutturali autopoietici.

Soggetti oltre la vita

Tranquilli: ho finito qui con questi ultimi mattoni concettuali indigesti che oltretutto la maggior parte stessa dei filosofi bollerebbe come paralogismi, sia chiaro, solo perché poco convenienti a chi deve fare il mestiere dell’intellettuale a contratto e a marchetta il più a lungo possibile.

Quello che ognuno di noi penso possa intendere è che inconsciamente siamo abituati a percepirci senza soluzione di continuità, nonostante le incontrovertibili prove del contrario dimostrabili sul piano materiale. In altre parole, ognuno di noi immagina se stesso come un “soggetto” che continua ad essere uguale a se stesso (e di quello che intendiamo essere diverso dalla “persona” che in genere chiamiamo “Io” ho già scritto e scriverò ancora) ben al di là della propria vita stessa. Questo permette di giustificare puerili affermazioni come l’avere avuto una bella vita. Avrei avuto una bella vita solo se me la sarei potuta ricordare, altrimenti cui prodest?

Non lo voglio chiamare “al di là”, espressione che lascia intendere una conoscenza di uno spazio e di dei luoghi di tipo terricolo che è tutt’altro che assodata. Semplicemente parlo di continuità del soggetto – non della persona, ma di quello che “ha avuto una bella vita”: la persona — Ennio Martignago e i suoi connotati, ad esempio — non è nulla più che “un pezzo della vita” stessa.

Il bilancio dell’esistenza

Il punto è questo: la valutazione di una vita può essere definita dalla sua bellezza o bruttezza? Oppure dovremmo porci nella prospettiva della continuità, ovvero di quello che, guardandosi indietro si domanda quale valore aggiunto ha conferito questa traversata nel suo obiettivo finale, nel completamento della propria soggettività come opera compiuta?

Una brutta vita può essere stata eccezionale per il perfezionamento di una bella soggettività così come una vita piacevole può essere stata uno spreco di esperienza a quel fine se non addirittura occasione di indebolimento, di pochi o tanti passi indietro e necessità di ricominciare da capo una o più vite.

Quello che non tollero davvero in questo tipo di discussioni sono le posizioni religiose che sembrano sapere indicare quello che fa bene o che fa male vivere rispetto al disegno ultraterreno. Torniamo a sostenere che una vita possa dare della “brutta vita” ad un’altra vita nonostante l’assenza di un soggetto che superi i confini dell’esistenza stessa. Con che diritto giudicare al di fuori degli equilibri terreni?

«Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio (…) il mio Regno non è di questo mondo» comprende nel dominio dei Cesari, non solo gli imperatori, ma anche tutte le chiese e le filosofie. Detto altrimenti, lasciate alla logica della vita le questioni e i giudizi della vita, perché oltre ad essa non hanno alcun valore, infinitamente meno di quanto del contributo che un poeta aborigeno con il suo declamare in lingua madre potrebbe dare alle contrattazioni nelle stanze di Wall Street.

Quello che possiamo fare è cercare la domanda fondamentale per poi sprofondare in essa fino a che questa stessa non cesserà di sussistere, come insegnava Nisargadatta Maharaj, e solo dopo aver fatto questo guardandoci indietro potremmo forse, anche se probabilmente non avrebbe più significato, cercare di comprendere il senso di questa vita, bella brutta, dritta storta, saggia stolta, nel disegno del divenire del soggetto. Giunti che fossimo a questa meta avremmo però smesso da un po’ di distinguere quella vita vissuta dalle altre, da quelle degli altri e dal divenire stesso, ma questa è un’altra storia: adesso non facciamo casini a far di tutta l’erba un fascio 😉

Alla fine, sapere sorridere di quanto risulti ridicolo dare un apprezzamento a questa storia, alle sue gioie e ai suoi dolori è la sola cosa che possiamo fare mentre cerchiamo di fare il nostro compito senza conoscerlo, questo perché chi non sa scherzare e prendere in giro se stesso lasciando che la sua stessa vita lo possa fare, beh, quella persona non potrà mai essere considerata minimamente seria!

Intimo Natale

Intimo Natale

…e dopo il pasto che sarete riusciti a bilanciare fra il giusto piacere e una ragionevole morigeratezza, il mio augurio per tutti noi è di riuscire in qualche modo a celebrare questo Natale anche fuori dall’esteriorità — complici anche i limiti del periodo.

E non come predicano i bigotti, spargendo pensieri buonisti precotti, surgelati e riciclati di anno in anno, ma nella massima semplicità. Al di là del simbolismo religioso, Natale occupa una posizione che nell’anno corrisponde, nonostante non vi si sovrapponga al millesimo, con il solstizio invernale. In questo periodo è solo sulla superficie della terra che tutto rallenta e si ritira nelle tane per qualche variegato letargo, perché nel sottosuolo c’è animazione come nel ventre materno quando tutto converge per assistere lo sviluppo del feto.

L’immagine della natività riportata in questo post rappresenta proprio questo convergere l’attenzione verso il nuovo che sta prendendo vita, e non solo per proteggerlo e assisterlo, ma anche e soprattutto per comprenderne il mistero e comprendere meglio se stessi attraverso di lui.

Ognuno di noi ha dentro di sé un bambino Gesù, “l’uomo nuovo” e la donna che cerca di rinascere a se stesso ogni volta che può come l’Araba Fenice dalle proprie ceneri.

Il mio augurio è dunque questo, che nel mezzo del rumore della festa ognuno di noi riesca a ritagliarsi un piccolo momento di solitudine e sieda comodo e raccolto proprio come la Sacra Famiglia del dipinto per guardare dentro la propria anima quel nascituro che ci abita e da lui scrutare la nostra vita per scoprire come cambiare; e non nel lavoro, nella relazione o nei rapporti esterni, ma nella propria coscienza.

Questo perché è la coscienza che ci porta a guardare alla realtà con occhi nuovi e, così facendo, a cambiare la realtà stessa. Per questo ringrazio quelli che lo faranno perché con ogni probabilità aiuteranno ciascuno di noi a credere in una vita più giusta e sana.

Grazie di questo dono e Buon Natale a tutti.

Ennio

Ossessioni mistiche

Ossessioni mistiche

L’ossessione del corpo

«Visitatore: Maharaj, tu sei seduto di fronte a me e io sono ai tuoi piedi.
Che differenza fondamentale c’è tra noi due?
Mabaraj: Nessuna differenza fondamentale.
V, Eppure deve esserci qualche differenza: sono io che vengo da te e non tu da me.
M. Proprio perché immagini differenze vai qua e là, alla ricerca di gente superiore.
V. Anche tu sei una persona superiore. Tu affermi di conoscere la realtà, io no.
M. Ti ho mai detto che non la conosci e che, di conseguenza, sei inferiore? Lascia che queste distinzioni vengano dimostrate da chi le ha inventate.
Io non pretendo di conoscere ciò che tu non sai. Anzi, so molto meno di te.
V. Le tue parole sono sagge, il tuo comportamento è nobile e la tua grazia non ha limiti.
M. Non ne so niente e non vedo differenze tra te e me. La mia vita è una successione di avvenimenti, proprio come la tua. Il fatto è che io sono distaccato e vedo lo spettacolo transitorio per quello che è, un fenomeno di passaggio, mentre tu ti attacchi alle cose e ti muovi assieme a loro.
V. Cosa ti ha reso così distaccato?
M. Niente in particolare. Ho avuto fede nel mio guru. Mi ha detto che non sono altro che me stesso e gli ho creduto. Avendogli dato fiducia, mi sono comportato di conseguenza e ho smesso di occuparmi di ciò che non era né me stesso né mio.
V. Perché sei stato così fortunato da dare piena fiducia al tuo insegnante, mentre noi ci fidiamo soltanto a parole e non effettivamente.
M. Chi può dirlo? E successo così, Le cose accadono senza cause o motivi e dopotutto cosa importa chi è chi? L’alta stima che hai di me è soltanto
euna tua opinione, che puoi cambiare in qualsiasi momento. Perche dare importanza alle opinioni, comprese le tue»

Sri Nisargadatta Maharaj, Io sono quello, 2001, Roma, Ubaldini Editore, pag. 11

Evangelica

Evangelica

Chi sia lo spirito che accanto ad essa guida la nostra persona e l’anima che la abita non posso dire certo di saperlo. Tuttavia, mi viene da immaginarlo come quel Padre che, in armonia con la Madre, dal di fuori guida il Figlio fin dai primi vagiti, al confronto con il mondo, istante in cui poi da lui si ritrae con discrezione. Da quel momento il figlio, che è poi la persona che crediamo di essere, cresce misurandosi con le forze antagoniste del Re del Mondo e della Materia e di quello delle Passioni e dell’Ego. Egli è diventato un Lui ma diverso da Lui, come il Padre e il Figlio evangelici: diversi ma della stessa Natura.

Sto ancora cercando di capire dove sia il Paraclito che ci potrebbe consolare dal Destino, dalla Ruota del Samsara cui questi figli illegittimi sono condannati nel miraggio di un’evoluzione. Quello potrebbe essere qualcosa più alla nostra portata: la Fede, forse. La Temperanza, invece, una pazienza di sopportazione compassione senza fine dobbiamo comunque coltivarla facendocene carico, di eone in eone.


Nota a mo’ di disclaimer

Non sono un esperto di cristianesimo, men che meno quello cattolico, anzi posso affermare di avere una genuina e intensa idiosincrasia verso qualsiasi dottrina religiosa e non che mi è antinomica quanto qualsivoglia forma di espressione istituzionale. Ciononostante amo i Vangeli, compreso quelli gnostici e apocrifi in genere con tutto il mistero che è loro connaturato a partire da quello di Giovanni.

Non me ne vogliano quindi quello che sanno quello che dicono e mi perdonino come suggeriva il Salvatore.

Karma

Karma

Dalla copertina del libro “Il quaderno dell’amore perduto” di Valérie Perrin

Paradossalmente è proprio quello che riteniamo più nobile, l’affetto che ci lega agli altri esseri delle nostre vite, persone, animali e perfino luoghi ad imprigionarci alle catene delle ripetizioni di esperienze, le stesse che ci rendono la vita così tanto insopportabile da farci desiderare di non tornarci più.

Nello stesso modo quei sentimenti di affetto e quelli di repulsione rallentano, a volte terribilmente, i processi evolutivi spirituali.

Da esseri umani tutto ciò appare ragionevolmente perverso e inaccettabile, tuttavia dobbiamo ricordare che queste cose ci appaiono così e non sarebbe possibile altrimenti perché le osserviamo da dentro la pelle e i panni di essere umano, uno stato dell’anima che non è facile scrollarsi di dosso neppure quando smettiamo di essere all’interno della sua fisicità.

Così, se è davvero troppo misero vivere un’esistenza insensibile a sentimenti e legami è ancora importante saperci distaccare, primo fra tutti dall’immagine di sé e dall’attaccamento a questa vita e alle sue passioni e ideali: le montagne innevate viste dal mare cessano di essere irte e fredde trasformandosi in una lontana cornice per lo sciabordio delle onde e dopo il distacco ogni ricordo si trasforma in un delicato presente che ci appartiene senza essere qui e ora, senza necessità o vincolo.