Mese: Marzo 2022

Il valore della vita risiede nella sua negazione

Il valore della vita risiede nella sua negazione

La vita oltre la vita?

Per comprendere il valore dell’esistenza umana occorre negare la vita.

Quest’affermazione apparentemente paradossale è l’esatto contrario di quella che può apparire un’incitazione al nihilismo e al rifiuto dell’esistenza.

Quella “vita” che suggerisco di negare è piuttosto l’idea che abbiamo di essa.

Ci viene facile domandarci che cosa ci sarà dopo la nostra morte e una tale domanda nasce dalla superstizione che non si sappia che cos’è la vita che stiamo interpretando, anche se non è così.

Arriviamo addirittura a definire “morte” non solo i momenti generalmente angosciosi che culminano nell’attimo dell’abbandono del nostro corpo fisico e quindi della nostra identità storica attuale, la nostra persona, ma persino tutto ciò che si trova dopo quell’evento. Come se chiamassimo “morte” quello che avviene prima della venuta al mondo di una persona.

Negare la vita significa esorcizzare la morte. Fino ad oggi si è sempre più insistito nella rimozione della dimensione della morte e questo processo ha offerto solo come risultato che si vivesse senza alcun impegno, come se si fosse eterni in questa persona che interpretiamo qui e ora. Il fatto che essa muoia è incontrovertibile. Il fatto che noi si sia in tutto e per tutto quella persona non lo è affatto. E il fatto che per “vita” si intenda l’esistenza di quella persona è una vera e propria favoletta immaginaria e disorientante.

Quella persona. l’ho ripetuto spesso, è un condominio di presenze e di parti. Noi invece siamo sempre qui e altrove.

Per questo il mio “negare la vita” significa prendere in considerazione che la separazione… la discontinuità… il dualismo fra una dimensione chiamata “vita” e una chiamata “morte” non ha senso.

E “non ha senso”, non solo per chi vive una rappresentazione di una “realtà” che supera questa esistenza, ma neppure per chi la nega sostenendo che alla fin fine è tutto qua: infatti a quel punto un fuoco fatuo che esplode dal buio per ritornare al buio non ha alcun valore se non nel momento dell’esplosione, mancando di ricordi senza lasciare ricordi in quanto in assenza di testimoni dal buio. Ovverosia, in quel caso negheremmo la vita in quanto fondata sulla sua assenza, ovverosia su una dialettica artificiosa priva di una dimensione che darebbe senso all’altra.

Per quanti, come colui che scrive, l’evento della morte è un esercizio terribile che suggella una transizione di stato, si può dire che la vita continua in quanto dopo l’evento stesso non si troverebbe affatto la morte, ma piuttosto un’ “altra vita”, lo “hereafter” inglese che non si riferisce solo ad un altrove, ma al “qui” “dopo, altrove, di là”, un po’ come nell”attraverso lo specchio” di Carrol, uno sguardo dall’inverso come prosecuzione, continuità vissuta a partire, non tanto da un’antimateria, ma piuttosto da una “dis-materia” un’affermazione dell’io al netto della sua materialità.

E con questo passaggio temo di avervi persi tutti 🙂

Esiste però un modo per farla semplice:

Dimenticati che esista la morte al di là dell’interruzione di continuità costituita dal “momento mori”, come se fosse una separazione da un matrimonio dopo la quale entrambi i coniugi continuano ad esistere e a frequentarsi da “amici” invece che da “coniugi” proprio perché la “coniugalità” non esiste più. In tal caso, perché mai dovresti credere che il “matrimonio” debba essere una realtà al di fuori della sua contrattualità, in quanto tale artificiosa?

La vita in alternativa alla morte non esiste, ma la vita, in quanto condizione di essere e perfezionamento della consapevolezza attraverso il suo divenire, il suo essere storie, palestre dell’anima, quella sì che esiste, anche se per non fare confusione con il nostro linguaggio, non dovremmo più chiamarla “vita”!.

Fuori dai denti — I miei (presunti) saperi | L’indice

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Fuori dai denti — I miei saperi | Trailer introduttivo

SI tratta di registrazioni libere, un po’ selvagge di un “lupo della steppa”, un orso o un orco (come direbbe qualcuno che mi conosce bene) a proposito delle cose che ho imparato e che sono quantomai inattuali, ma che mi serve intanto annotare per me stesso e poi lasciare al mondo come un messaggio in bottiglia approfittando di questi enormi contenitori che paghiamo ogni giorno con la cessione di parte delle nostre identità, quelle che provengono dai comportamenti.

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