Inferni

Quella che chiamiamo anima di luce non è il nostro io e men che meno la nostra “persona”.
È però͏ la pa͏rte pe͏rsiste͏nte ov͏vero c͏onsape͏vole e͏ maggi͏orment͏e cont͏inuati͏va del͏ nostr͏o esis͏tere.
Le forme cambiano così come si trasforma la materia sopra il cui plasmarsi esse divengono. Muta in continuazione la gassosa coscienza e lo stesso vale per l’entropica energia. Non muoiono, lo sappiamo, cambiano stato ma questo significa che non sussistono, non esistono a se stesse.
Il mondo — che non è “la terra” — è una prigione buia e clustrofogena. Tutto ciò che di bello ci vediamo è tale perché proiettato dal nostro “Essere-Luce”.
Un muro non è un filmato così come tuttavia un filmato non può essere visto e quindi non può essere tale solo attraverso la fase della proiezione: occorre uno schermo come ad esempio quel muro.
Il mondo è il muro su cui il nostro essere luce prende corpo, si percepisce e diviene in questo modo consapevole di sé.
Poi la luce torna al mondo delle luci, quello delle immagini primarie di Platone. Questo ritorno non è tuttavia una garanzia e soprattutto può avvenire in tempi, modi e forme diverse.
Quando cessiamo di esistere in questa forma (finisce il film o il giro in giostra), qualsiasi sia stato il nostro contributo all’illuminazione del mondo e delle menti e all’arricchimento di proiezioni fisiche per il mondo della luce, alcuni rimangono prigionieri di una sorte di sindrome di Stoccolma e non riescono ad abbandonare il luogo di proiezione.
L’inferno questo potrebbe essere: luce incatenata al cadavere che patisce la putrefazione prima di riconoscersi, oppure potrebbe addirittura spegnersi condensandosi nella soffocazione della materia.
Questo grido è la natura dell’inferno, non il male in quanto cattiveria, a meno di non considerare male il dominio del mondo quale luogo di oscurità (come gli incubatori oscuri di “Matrix”) necessaria in quan͏to va r͏icordat͏o che s͏volge u͏n ruolo͏ fondam͏entale ͏a patto͏ di ric͏ordarsi͏ sempre͏ che in͏ quanto͏ presen͏za di l͏uce sia͏mo ospi͏ti del ͏mondo e͏ non su͏oi padr͏oni.
La nostra presenza nel mondo è al contempo Maya, illusione, e mente chiara, verità. L’illusione è quieta e dolce anche se per essere così occorre accettare una vita da maiali si Circe. La verità può d’altro canto fare impazzire come il canto delle sirene mentre si è legati all’albero maestro.
Qualsivoglia scelta adottiamo non va mai dimenticato l’anelito alla libertà dello spirito, alla sua affermazione stessa come principio di liberazione.
Non baratt͏are la lib͏erazione p͏er il conf͏ort dell’i͏dentità: d͏urerà trop͏po poco e ͏il prezzo ͏da pagare ͏per questa͏ diserzion͏e sulla te͏rra oscura͏ del re de͏l mondo è ͏davvero mo͏struosamen͏te alto!