Mese: Luglio 2021

Stragi di aspettative mal riposte | Parte Seconda

Stragi di aspettative mal riposte | Parte Seconda

CONFUTANDO MIELI: RIECCO LA LEGGENDA NERA SUI CONQUISTADORES | Recensioni &  Storia.it

“I danni dei millenni all’insegna della forza bruta saranno davvero peggiori di quelli dell’intelligenza bruta?”

Ci sono tre storie ben note, due delle quali con una componente romanzata e l’altra più che mai reale che prefigurano quanto le civiltà finiscano per distruggersi nell’aspettativa che dall’esterno o dal futuro non arrivi altro che del meglio: è l’idea del progresso attraverso l’innovazione e la xenofilia.

Dopo un’estenuante e affannosa guerra al termine della quale probabilmente le fazioni non ricordavano neppure più per che cosa stessero combattendo, una delle due parti ebbe un’ingegnosa idea: offrire ai nemici un regalo sontuoso. L’idea dei “troyan” non l’ebbero gli attuali creatori di virus, ma il meccanismo è lo stesso: vai in un sito o scarica un software, una mail con la promessa che sia gratuita e nessuno te la rifiuterà, né andrà a guardarci dentro dove, come si sa del Caval Donato, non s’ha da guardare. L’idea è vecchia ma funziona sempre: intanto perché molti pensano di essere volponi soprattutto se consigliati da un amico ancor più volpone; poi c’è il fatto che si è tendenzialmente inclini alla zona di comfort e meritevoli di regali di consolazione e quindi è perfettamente naturale che quella buona volta che la sorte depone a tuo favore tu non debba tirarti indietro; infine l’idea che sia naturale che il futuro porti generalmente rimedio al passato. Per il resto, la storia la sanno tutti e dentro il gigantesco cavallo si trovavano astuti guerrieri scelti che notte tempo passarono a ferro e fuoco la città di Troia concludendo così la guerra e dando effettivamente il via agli anni migliori. Degli avversari però!

Lo stesso sembra valere per quel periodo della storia che aprì il periodo fortunato per l’Europa, quello delle conquiste nell’America Meridionale. Affidandoci al fatto seppur controverso che le popolazioni locali estremamente avanzate e agguerrite ma stabilizzate in un equilibrio fatale fossero in attesa di un evento presagito dalla mitologia di un arrivo di un dio bianco proveniente da lontano, dal mare corsero incontro ai manipoli di Conquistadores spagnoli che, per quanto armati di qualche spingarda, ebbero la meglio su feroci e numerosi guerrieri esperti del territorio. Anche in questo caso, fuor dei miti, sembra che a facilitare il compito dei conquistatori fu la loro furbizia nell’aggregare le tribù minoritarie per vincere l’Impero dominante.

L’aspettativa che un modello dimostratosi efficace possa diventare a sua volta un’area di comfort descrive questo dramma più vicino a noi. Due aree scomode per la corona inglese sono da sempre quella scozzese e quella irlandese che a loro volta si vedevano costantemente deprivate a causa dei debiti e della povertà di risorse. Tuttavia, anch’essi riuscivano a resistere alla fame basando la loro alimentazione sulla ricchezza di carboidrati offerta dall’unica forma di coltivazione possibile per i ceti meno abbienti, ovverosia la patata. A cavallo della metà degli anni 50 dell’800, però, una pestilenza di questo tubero costituita da un fungo, la peronospera, che distrusse l’intera produzione tanto scozzese che irlandese, ma se nel primo caso i più se la cavarono stringendo la cinghia, si stima che furono più di due milioni le persone che in Irlanda in parte persero la vita e in misura estremamente vicina persero la patria andando ad alimentare soprattutto l’altro bacino di accoglienza di miseria nordamericana accanto all’immigrazione italiana. Anche qui c’è stato chi ha saputo cogliere al volo la palla della debolezza crescente del territorio da depredare facendo in modo di impoverire ulteriormente la popolazione esigendo ulteriori interessi, e quindi risorse alimentari da quel paese in accordo con i latifondisti locali come ben descritto da Tim Pat Coogan in The Famine Plot: England’s Role In Ireland’s Greatest Tragedy.

Quella nell’intelligenza è una credenza come un’altra

Taylor diede una svolta al concetto di forza quando, da bravo protoingegnere, si mise a misurare come si potesse ottenere da meno uomini possibile lo stesso sforzo compiuto da un’intera manovalanza. Quello fu il momento in cui le macchine entrarono in diretta competizione con la razza umana e, proprio come fecero gli inglesi, ci riuscirono con l’aiuto dell’equivalente dei latifondisti irlandesi. Le macchine non sostituirono tutti gli esseri umani: soltanto quelli che vivevano a dimensione umana. Se non si comprende la differenza si può guardare un bel film di Jacques Tati, Mon Oncle dove il mondo dello zio con lo spazzino che chiacchiera con il barista scopando sempre lo stesso mucchio di polvere si confronta con quello del bendisposto cognato che cerca di inserirlo nella catena di montaggio, una versione evoluta di Tempi Moderni di Chaplin, qui alla fine degli anni ’50 ma straordinariamente vicino ai tempi nostri. Il predominio della forza in tempo di pace come in quello di guerra era diventato pressoché superato.

Fu certamente la Bomba di Hiroshima a far comprendere come fossero finite le guerre alla vecchia maniera, almeno per i paesi ricchi, perché quelli della miseria, a parte il terrore dei cartelli sudamericani, si fanno ancora a coltellacci e genocidi. Dagli anni ’40 in avanti gli psicotecnici si misero a selezionare (e quindi a spingere per un’educazione di quel tipo) giovani aspiranti impiegati sulla base di una misurazione simile a quella di Taylor che però ora aveva come oggetto l’intelligenza. Se togliamo le “deviazioni” di Goleman, per intelligenza quasi tutti hanno sempre inteso le facoltà computazionali o di problem solving. L’intelligenza è un tool, la genialità una presunzione, possibilmente da espropriare il meglio possibile (si vedano, ad esempio, le politiche sui brevetti o l’economia con le startup).

Poi fu la volta dell’elettronica e dell’informatica che con rapidità estrema iniziarono a rendere possibile la sostituzione del conflitto nucleare con quello economico: una guerra che non fa meno morti dell’altra, ma lo fa in modo molto più silenzioso e perfino in casa propria senza dovere scopare lo sporco sotto il tappeto dei vicini neri.

Il dominio mondiale all’insegna della velocità di calcolo sostenuto dalla finanza e dalle criptovalute, da un lato, e da strategie di conflitto come quelle delle vie di comunicazione in chiave di globalizzazione o del dominio delle materie prime o della polarizzazione del manifatturiero hanno ormai definitivamente segnato il predominio dell’intelligenza di calcolo procedurale sulla forza ed energia.

È l’uomo stesso che ha fatto da sempre d’altronde coincidere la parola intelligenza con quella di calcolo e di strumentalità: perché mai dovremmo stupircene ora. Soprattutto, perché dovremmo stupirci se oggi, immersi nell’isolamento sociale a 360°, i lavoratori si sentono inutili e le aziende, a parte giocare al risiko della finanza, non sanno che cosa far fare al loro personale; o se nelle ricerche di lavoratori si fanno delle “job descriptions” al confine con il ridicolo evitando accuratamente di prendere in considerazione figure che risultino devianti rispetto ai dizionari procedurali delle piattaforme standardizzate.

Un futuro tripartito?

Se i tempi a venire saranno o meno affini al modello di tripartizione sociale preconizzato da Rudolf Steiner è presto per dirlo.

Se quello scimmione che combatteva con i suoi simili per il controllo della fonte idrica del film di Kubrik, ha trovato nello strumento un aiuto per non essere prevaricato, si può dire che il dominio della pura forza ha cominciato a ridursi sensibilmente solo negli ultimi due secoli. Se noi immaginiamo questo tipo di predominio nella rappresentazione del corpo umano possiamo facilmente paragonarlo agli arti, alle gambe, alle braccia, al movimento, alla lotta, al lavoro fisico.

Quello che ha preso definitivamente il via dagli anni ’40 è il predominio della testa. Non a caso si fa un gran parlare di neuroscienze, si risolvono i problemi esistenziali a botte di differenziali diagnostici per qualificarli come patologie finendo alla fine per rendere inutile perfino il professionista clinico perché la medicina che serve te la puoi trovare con Internet. E, se tanto mi da tanto, potrebbe essere a sua volta millenario. Difficile a dirsi. Sicuramente, l’evoluzione o l’involuzione non si realizzerà tanto presto e quelli che ci aspettano saranno periodi di schiavitù delle menti e dell’asservimento conformistico alle procedure. Non possiamo essere impazienti e pensare di vedere effetti positivi nelle prossime generazioni. Dobbiamo essere tuttavia consapevoli che non c’è un nuovo mondo nel quale potere emigrare e le cose che verranno potranno essere anche dannatamente peggiori a come ce le possiamo prefigurare. Lungi dall’imbattermi in un battibecco pro-vax vs. no-vax, mi domando se sono soltanto io a cogliere nell’incapacità di confronto e quello che ci gira attorno un conformismo procedurale del tipo di quello su accennato.

Il momento in cui è possibile instillare un freno a questa deriva per l’avvenire non può essere futuro, perché la dashboard strategica della computazione sa bene che la rana va cucinata mettendola nell’acqua tiepida per poi alzare il calore poco alla volta fino a che non avrà più l’energia per spiccare il balzo fuori dalla pentola.

Non sarà certo la forza a contrastare i tempi della dittatura computazionale: dobbiamo immaginare che le due realtà continueranno l’alleanza nata ai tempi del monolite, semplicemente con un ribaltamento di predominio. Quello che nessuna delle due vuole che vada a crearsi è l’ingresso di un terzo incomodo rispetto alla calda muscolatura e al freddo sistema nervoso, ovvero la zona del torace. In essa si muovono due processi (entrambi aggrediti dalle molecole create per il Covid): quello della circolazione e quello della respirazione.

Inspirazione ed espirazione, sistole e diastole veicolati dai vasi sanguigni del sistema venoso e di quello arterioso possono scambiare i processi di un estremo con quelli dell’altro. Facciamo ben attenzione a questo passaggio Contare sui processi ritmici del corpo come della società vuol dire esattamente il contrario che stare dalla parte dei realisti o dei rivoltosi, dei buoni o dei cattivi, ma piuttosto, in maniera naturale, fare in modo che quello che nessuna delle due parti vuole, ovvero l’ingerenza nel proprio dominio si renda possibile e che il calore dell’energia attraverso l’inspirazione vada a irrorare il cervello che renderà possibile il movimento degli arti dopo aver espulso nell’espirazione le sostanze spurie, e così via. Per crescere come umani occorre compiere uno sforzo che a parole fanno tutti, ma nei fatti evitano entrambi: scambiare in ogni istante la sostanza dell’appartenere alla natura e alla vita con la spinta a innovare che sta scritta nel nostro compito; un’inspirazione analogica e un’espirazione digitale.

Non insegniamo ai nostri nipoti ad essere buoni o a non essere cattivi, ad essere rivoluzionari o a non essere conformisti e neppure ad essere eccessivamente affettuosi o comprensivi verso entrambe le parti, ma solo seguendo la naturalezza delle cose a fertilizzare i due processi governanti con la bellezza delle curve, con l’arte del tai-chi del movimento rettilineo dal bacino ai piedi e di quello circolare dalle spalle alle mani. Questo ci aiuterà a rendere meno irriducibile l’avanzata del mondo numerico.

Un tempo si insegnava che c’erano due dimensioni: quella analogica portata dal corpo e dai suoi gesti e quella numerica sintetizzata nei linguaggi simbolici, primo di tutti quello aritmetico. A quei tempi sembrava ovvio che il sistema in minoranza era quello numerico perché la pasta al pomodoro prevaleva sulla calcolatrice del ragioniere. Oggi il numerico predomina ed è l’analogico ad essere un metodo obsoleto: così sarà per la danza e tutte le arti, ma come molte attività artigianali. A distruggerle non saranno i computer, ma

  • la riduzione a valori basilari ridondanti della varietà fenomenica ed espressiva (ad esempio un’unica lingua per tutto il pianeta, la cancellazione di ambiti di sapere sovrabbondanti rispetto alle domande individuate dalla normalizzazione)
  • la proceduralizzazione dei comportamenti, dei caratteri e delle personalità e la dipendenza delle azioni dalla riconoscibilità prevista dai sistemi (si pensi a quanto sta verificandosi nei social network) e l’automazione delle procedure (non è il digitale e men che mai il cibernetico la “pietra dello scandalo” anche se si tende sempre più a confondere le parole, ma l’automazione; identica a quella meccanica, questa mira ad automatizzare le attività mentali invece di quelle fisiche; come fare a distinguerle fra loro? se non ti lascia scegliere e ti fa usare parole tue invece delle sue allora non è automazione).

Ribaltando una celebre frase di Piccolo Grande Uomo, «Oggi è un buon giorno per cominciare!»

Stragi da aspettative mal riposte | Parte prima

Stragi da aspettative mal riposte | Parte prima

“Quando l’intelligenza è sopravvalutata”

L incendio della biblioteca di Alessandria di Ambrose Dudley (1867-1951,  United Kingdom) | Riproduzioni Di

«Creata nel 331 a.C. da Alessandro Magno, doveva raccogliere tutte le opere collegate ad epoche e paesi diversi, per creare una collezione unica per i posteri. Sotto la direzione di Callimaco di Cirene, nel III secolo a.C., doveva contenere 490.000 libri, mentre Aulo Gellio, due secoli dopo ci dice che ne erano quasi 700.000. Purtroppo non possiamo sapere con certezza la cifra esatta ma possiamo lo stesso affermare che la sua distruzione fu un’immensa perdita per l’umanità. Con la caduta di Cleopatra, non esisteva più una corte reale che avrebbe finanziato la biblioteca e negli anni a seguire la città stessa subì diverse devastazioni come quelle di Aureliano e Diocleziano. Nel IV secolo d.C., l’affermarsi del cristianesimo come religione ufficiale dell’impero fu un ulteriore colpo per la decadenza della biblioteca: essendo uno dei simboli del mondo pagano, fu presa di mira come la biblioteca del Serapeo che fu distrutta nel 391 d.C. durante una rivolta antipagana capeggiata dal patriarca Teofilo. Il colpo di grazia per la biblioteca arrivò con la conquista araba della città nel 640 d.C.: il generale Amr ibn al-As la distrusse per ordine del califfo Omar. (Fonte dell’accaduto è un testo siriaco cristiano del XII secolo insieme a fonti arabe successive)»

Ho scoperto che molti materiali che conservavano contenuti, memorie, scritti, registrazioni personali (lezioni di maestri spirituali, ad esempio) o familiari (registrazioni di mio figlio piccolo, quelle cose tenere che conservi a futura memoria) sono state inglobate nelle scatole onnivore del dimenticatoio mischiate fra loro a causa della loro obsolescenza. È vero che siamo troppo attaccati alle nostre cose dimenticando spesso che nulla è eterno, eppure accade che gli scritti di grandi scrittori siano stati scoperti dopo la loro morte o comunque in età decisamente avanzata. Per il momento li abbiamo su web o su cloud e quindi quando sarai morto o non avrai di che pagare il servizio cadranno nel dimenticatoio ma non sarà più un tuo problema.

Quello che voglio portare all’evidenza è l’obsolescenza dei supporti su cui rimane incisa la memoria e quindi buona parte della conoscenza storica. C’è chi dice che nei primi tempi gli esseri umani si comprendessero anche al di là dei sensi e quindi della parola stessa; la scimmia impaurita che dopo essersi avvicinata al meteorite scopre il valore strumentale dell’osso non comunicava certo a parole e quell’inquadratura in cui il lancio vittorioso dello strumento osseo roteante si trasforma in navi spaziali in un paio di minuti di fatto potrebbe sintetizzare quanto vado ad espandere. Queste stranezze appena descritte non dovrebbero stupirci più di tanto nel momento in cui dovessimo fare un sondaggio con dei millenial chiedendo loro quale supporto usassero le popolazioni antiche per insegnare e trasferire conoscenze con lo scopo di verificare quanti di loro identificherebbero che era la memoria che nasceva dalla frequentazione verbale. Impossibile per molti immaginare che qualcosa possa rimanere più a lungo di qualche secondo se non fosse almeno scritto. Come fare a mantenere in memoria grandi quantità di informazioni se non si ha un file “.zip”: gli zip c’erano già allora ma si chiamavano simboli. Un complesso simbolico all’interno del quale si trova sintetizzato un vero universo di conoscenze è prima di tutto l’astrologia. I calcoli planetari, lungi dall’essere indifferenti all’epoca – prova ne sia che calcoli astronomici tanto complessi dall’essere possibili solo con i moderni calcolatori erano già noti agli astronomi babilonesi – erano principalmente un metodo per comprendere le regole che mettono in rapporto il macrocosmo e il microcosmo e questo con ognuno di noi. Dietro un segno o dietro un pianeta si trovavano richiami che sarebbero stati impossibili da memorizzare diversamente. Seppure malridotta dalle banalizzazioni dei giornali o dalla dipendenza che ognuno di noi in misura maggiore o minore ha sui timori o sulle aspettative sul proprio futuro, l’astrologia è arrivata fino ai nostri giorni diversamente dai volumi conservati nella biblioteca alessandrina. In altri termini è nato un rapporto stretto fra le tecnologie di supporto al trasferimento delle conoscenze e la quantità e conseguentemente, sia la qualità che la difficoltà a discernere quello che è qualitativamente più interessante.

La conoscenza sfuma in misura direttamente proporzionale alla sostituzione dei supporti che la contengono e la velocità di obsolescenza influisce nella quantità di produzione di contenuti di breve durata, di breve scrittura e di scarso lavoro di preparazione e di lettura. E il tipo di prodotto emergente influenza i cambiamenti nelle ricerche e nelle aspettative delle persone e quindi nelle formae mentis delle persone stesse e delle civiltà.

Il valore dei tuoi trascorsi

Il valore dei tuoi trascorsi

Oltre la mentorship

Friedrich Nietzsche, Rudolf Steiner, Georges Gurdjieff 

Ci sono delle esperienze nella vita che sono come un suono di trombe, che annunciano l’arrivo del re»

Giuseppe Leonelli

«Divieni ciò che sei!»

Il qui presente motto, «Divieni ciò che sei!», arriva al culmine della ricerca filosofica di Friedrich Nietzsche, quando durante la villeggiatura a Sils-Maria ebbe quella che si potrebbe definire un’illuminazione o una visione ispirata, quella che tutto è soggetto alla legge dell’Eterno Ritorno. Occorre però essere più precisi in proposito di quanto siano i luoghi comuni scolastici. Come ben spiegato da Pierre Klossowski in un libro dedicato al filosofo di Weimar, egli non parlava di un ritorno qualsiasi, come la reincarnazione, il karma o altre routine religiose, ma bensì di quello di un elemento preciso che definiva “il medesimo” e che per molti versi ricorda la variante metafisica dell’Unico di Stirner. Detto in altri termini non esiste un’evoluzione “narrativa”, ovvero qualcosa che prosegue per infinite varianti nelle varie fasi di un’esistenza e in quelle delle diverse esistenze, bensì di un perfezionamento simile all’Opera Alchemica che prosegue fino a giungere alla quintessenza dell’elemento, a quel punto ripulito, purificato, perfezionato dall’eliminazione di tutto ciò che non appartiene esclusivamente alla sua identità. Di vita in vita il medesimo ritorna per l’eternità e trascende se stesso nella ricordanza di sé espressa appunto dalla frase:

Divieni ciò che sei

Un percorso analogo se non addirittura identico lo troviamo nell’occultista, filosofo e guida spirituale Georges Gurdjieff. Egli usava una frase differente ma per molti versi assimilabile, il suo:

Ricordati di te!

Con essa egli intendeva che coloro che saranno in grado di evolvere in questa vita sono coloro in grado di recuperare l’identità che ha attraversato le esistenze, un percorso vicino a quello che Carl Gustav Jung chiamava il processo di individuazione, ovvero l’incontro con il proprio sé al netto dell’egoità (dell’egoismo e dell’egotismo, della maschera con cui ci presentiamo al mondo e dell’attaccamento al simulacro della propria persona. Per Gurdjeff l’attività di ricordanza e quindi di conoscenza di quel sé che vive nella consapevolezza della costante che è presente in tutte le trasformazioni che subiscono le nostre vite è la cosa più importante che possiamo fare e che ci mette anche in grado di agire, non come il mondo vorrebbe, da replicanti ciechi gregari di valori senza realtà, ma partendo dal ricordo, dal ritorno dell’anima che può fecondare di valore i nostri costrutti mondani e spirituali.

Infine per Rudolf Steiner era altrettanto importante l’esercizio della ricordanza retroattiva. Seppure egli insistesse perché durante la giornata ci riservassimo del tempo per risalire la nostra giornata gradualmente e meticolosamente a partire da quanto avvenuto il secondo prima fino al risveglio. Va da sé che se facessimo così, oltre ad aver bisogno di una seconda giornata o anche di più per rivivere del tutto la prima, ma soprattutto entreremmo in un loop perché poi ci troveremmo a ricordare di aver ricordato che si aveva ricordato di aver ricordato e così via. Il processo da lui individuato è ben studiato da Bernard Lievegoed e altri come Michaela Glöckler (si confronti anche l’interessante seminario sulla biografia tenuto da Marcus Fingerle al Centro per l’Antroposofia di Torino). Il percorso umano che secondo il padre dell’Antroposofia raggiungeva il suo culmine al quinto settenario (35 anni) e che per altri oggi si sarebbe spostato al sesto (42 anni) fino a quel momento mirerebbe alla realizzazione del proprio progetto nel mondo. Il che non dovrebbe affatto escludere che la consapevolezza del sé che si realizza dal ripercorrere la propria storia consente possa essere ricercata molto prima di quel momento, ma si dà di per certo che da lì in avanti essa debba diventare un lavoro pressoché quotidiano. Va chiarito con assoluta decisione che non si tratta affatto di un lavoro autobiografico, anzi… Proprio come ebbe a scrivere Foucault, l’opera omnia dell’autore (di un pensiero, di scritti, ma anche della vita personale al netto di tutto ciò) non è un continuum coerente, ma piuttosto lo zigzagare di una rana, la mossa del cavallo degli scacchi di contraddizione in contraddizione. Questo per quanto ha a che fare con la storia di quella che chiamo persona, ovvero la manifestazione temporale dell’essere umano attraverso le condizioni che incontra, proprio come un attore che passi di rappresentazione in rappresentazione rimane se stesso al di là dei ruoli che incarna. Nella vita, purtuttavia, chi più chi meno, ognuno di noi tende ad identificarsi soprattutto nell’ultimo di questi spettacoli e per lo più ricapitola quello che ha vissuto, ovvero la propria persona, sulla base di questo come se egli fosse sempre stato lo stesso Cyrano o lo stesso Faust. Il sé invece trascende le varie persone e la persona che sembra ricapitolarle.

L'anima - Disegno di Rudolf Steiner

La maturazione di una mentorship

Vi sarà certamente capitato di rivedere vecchie, se non antiche, foto. Passi quando eravamo quella cosa che chiamavamo neonato, ma quelle foto scolastiche alle elementari, alle medie, alle superiori e perfino all’università vi mostrano un altro dal te di oggi. È solo l’insieme mentale attuale a permettere di riconoscerti, ma quando le mostri agli altri in quasi tutti i casi si fa molta fatica quando addirittura non si rivela impossibile il riconoscimento. Se da giovani poi avevate l’abitudine di scrivere o se solo vi capita di incrociare i vecchi temi scolastici quell’estraneità nei confronti dell’essere di allora si fa decisamente netta. Tipicamente si fanno allora spalluce e con una risatina si dice: ma pensa che strano ma simpatico! Chi l’avrebbe mai detto? Invece proprio in momenti come questi dovremmo comprendere l’importanza di alcune cose:

  • Che dietro a quella persona esista un’anima presente alle azioni ma che non si identifica in esse
  • Che ogni interpretazione del copione scritto dal mondo aveva una volontà individuale in grado con maggiore o minore determinazione di influenzare e personalizzare gli eventi proprio come ogni attore di forte levatura ed esperienza caratterizza di sé ogni parte
  • Che il senso che deriva dalla ricerca di sé al netto della parte e quello che è presente in ognuna delle parti deve essere colto a fondo il prima possibile perché la vita può aver termine in ogni momento e occorre comprenderlo il meglio possibile prima di passare oltre.

Se questo ha un valore nella vita di ognuno di noi lo ha, mutata mutandis, anche per l’uomo al lavoro, per il professionista e per l’esperienza che è in grado di cogliere dalla sua storia lavorativa e dalle relazioni che vi ha vissuto nel momento in cui quelle trascorse hanno perso di importanza attuale, ma possono trasferire significato – o metasignificato – a chi in questo momento non riesce a cogliere la propria esperienza attuale in un’ottica prospettica, ma bensì assoluta, come se i modelli gestionali attuali fossero quelli più giusti rispetto al prima quanto verso il futuro. Oppure per far capire che l’innovazione e il cambiamento hanno solo un senso adattivo e nient’affatto progressivo.

Il posto del mentore nella trasformazione

Veniamo così all’aspetto più spiccatamente aziendale della riflessione. Ho sentito spuntare le parole mentor e mentorship quando insegnavo counseling e coaching ai corsi di ipnosi costruttivista forse una ventina di anni fa e sinceramente mi sembrava l’ennesima proposta commerciale per vendere consulenze. Ricordo che un’altra decina di anni prima Domenico De Masi, allora presidente dell’Associazione Italiana Formatori, aveva lanciato un’iniziativa per favorire l’incontro fra l’allievo formatore ed il maestro per il reciproco riconoscimento. Quella per me era una vera iniziativa di promozione di dei rapporti di mentorship, anche se non voglio dire che ci sia solo un modo per fare questo tipo di cose.

Ho rincontrato nuovamente il termine in azienda dove la mentorship veniva intesa come uno – scomodo – riconoscimento per dei capi che affiancavano i neo assunti in quello che oggi viene grossolanamente definito onboarding, Credo che niente sia più lontano dal senso dell’esperienza.

Il dilemma paradossale

Il bravo manager ha in comune con il bravo coach una difficile scelta:
Un signore dei tempi andati domandò al proprio medico personale, membro di una famiglia di guaritori, chi di loro fosse il più versato nella propria arte.
Il medico, la cui reputazione era tale che il suo nome era diventato sinonimo della scienza medica cinese, rispose:
“Il primogenito vede lo spirito della malattia e lo rimuove prima che prenda forma; perciò il suo nome non varca i confini della casa.
“Il secondogenito cura la malattia quand’è ancora agli inizi; perciò suo nome non è conosciuto al di là del vicinato.
“Per quanto mi riguarda, pratico l’agopuntura, prescrivo pozioni e massaggio il corpo; così talvolta il mio nome giunge alle orecchie dei potenti”.
Tu cosa sceglieresti: la bravura o la fama?
Una scelta veramente difficile! (da Il Franti | Appunti di uno psicologo delle organizzazioni e psicoterapeuta tra la riconquista della fiducia e la difesa dell’etica)

Il rimpianto Franco Battiato, fra le varie iniziative, tempo fa aprì una casa editrice chiamata “L’ottava” fra i cui libri, uno più importante dell’altro, pubblicò le memorie di un giovane ospite del Prieuré di Fontainbleu-Avon che intitolò La rasatura del prato e la costruzione di sé, dove si racconta come il maestro per insegnare al giovane adepto indicava di giorno in giorno dove e come doveva rasare il prato, un’operazione utile anche se in fondo probabilmente non interessava a nessuno. Quell’attività, tuttavia, permise al giovane di fare pulizia dell’inquinamento che la sua vita aveva imposto alle sue emozioni e quindi alla sua mente.

Oggi più che mai ci sono due necessità formative ma soprattutto strategiche nelle organizzazioni:

  • La prima e la più difficile consiste nel disimparare quello che si crede di sapere. Questo processo ha due lati: il primo rivolto a chi conosce troppo il proprio lavoro e la propria azienda. Ricordo ad un corso fatto 35 anni fa un partecipante che nei commenti di chiusura commentava che aveva ormai visto tutto dall’alto della sua quarantina d’anni e che nulla ormai lo avrebbe più sorpreso. Ricordo che quando fu il mio turno raccontai un mito ebraico dove Satana riprendeva il Creatore perché aveva favorito un essere infimo come l’uomo per governare la sua creazione. Egli rispose che la ragione stava nel fatto che l’uomo era in grado di dare un nome alle sue creature. Ora, per riconoscere le creature a cui dare il nome l’uomo deve essere in grado di sorprendersi proprio come sa fare un bambino piccolo e chi non sa sorprendersi è perché non riconosce più il suo tempo e la realtà del suo tempo. Quindi chi pensa di aver visto tutto e di non sapersi più sorprendere di niente può tranquillamente morire perché a quel punto la sua vita è inutile. Per spostarsi dal medio all’estremo Oriente, ricordo una storia Zen dove “Nan-in, un maestro giapponese dell’era Meiji (1868-1912), ricevette la visita di un professore universitario che era andato da lui per interrogarlo sullo Zen. Nan-in servì il tè. Colmò la tazza del suo ospite, e poi continuò a versare. Il professore guardò traboccare il tè, poi non riuscì più a contenersi, «E’ ricolma. Non ce ne entra più!» «Come questa tazza,» disse Nan-in «tu sei ricolmo delle tue opinioni e congetture. Come posso spiegarti lo Zen, se prima non vuoti la tua tazza?». La tazza la devono svuotare tanto i senior che gli junior, spesso presuntuosamente ricolmi di buzzword assorbite durante i corsi, fra studenti, su LinkedIn ecc. Purtroppo, spesso il top management quella tazza non l’ha mai svuotata, anzi, se la fa riempire di giorno in giorno dall’opificio parolaio delle Big Three. Ne consegue che il mentoring si trasforma subito in un’intossicazione da società di consulenza, tagliando fuori le persone reali che dalla loro hanno l’esperienza dei tempi, dei luoghi, delle persone… La mentorship reale, invece, è quella fatta di risorse importanti nascoste nei ranghi delle squadre dei colletti blu o fra i corridoi dei colletti bianchi.
  • La seconda, apparentemente meno difficile, consiste nel far uscire le persone dalle loro zone di comfort costringendoli a guardare fuori nel mondo. Troppe organizzazioni e imprese si sono abituate alle routine interne e a giudicare sulla base delle persone che hanno intorno, preoccupandosi sempre soprattutto della categoria, del balletto delle poltrone o dei profitti da MBO. Intorno a noi il mondo cambia nella totale indifferenza di chi vive nella scatola. Lavoro per un’azienda dove per decine d’anni si prendeva in giro chi come il sottoscritto parlava dell’importanza di prendere in considerazione le energie alternative al termico e al nucleare, cominciando a lavorarci dentro perché il tempo perché le cose maturino non è immediato e la ricerca è un settore importante che non va messo da parte rispetto al management. Oggi che le cose si sono ribaltate, nessuno più ricorda quei tempi e quelle parole i cui testimoni non sono affatto ancora tutti andati in pensione e molti di costoro si sentono presi in contropiede da eventi che non hanno ancora compreso del tutto. La memoria è una cosa strana, basti pensare che – fortunatamente – nessuno di noi ricorda l’esperienza corporea delle sofferenze. Eppure, solo chi ha una memoria disincantata da ricercatore (della vita e non di laboratorio) ha maggiore facilità, sia a disimparare che ad accedere al nuovo coniugandolo con la saggezza del tempo.

Vedete, è inutile parlare di come va fatta la mentorship perché la si può fare in mille modi ma se si intende la necessità come un tool o un algoritmo si è del tutto fuori strada: si vuole ignorare che non stiamo parlando né di tecniche, né di metodi, ma di sense making! Purtroppo, troppo spesso il trasferimento invece che da esperienze costruttive di persone positive, avviene a partire da carrieristi strumentali, falsi o disfattisti, ma dotati di un qualsivoglia gallone di arrampicata.

Costruire programmi e filosofie della mentorship è un modo per collegare le generazioni e fare in modo che l’una fertilizzi l’altra lasciando ringiovanire i senior perché guardino all’esterno, al mercato reale e ai progetti innovativi più improbabili mentre si ancora alla saggezza a volte pesante della presa a terra i più giovani facendo loro capire che non hanno la verità in tasca per il solo fatto di avere assorbito un numero maggiore di parole alla moda. Spingere entrambi a capire che lavorare significa certo incamerare dei profitti in grado di far sopravvivere l’azienda, ma lavorare significa per le persone che lavorano essenzialmente essere capaci di convivialità, di scambio reciproco e di rispettare le reciproche realtà comprendendo che a prescindere dall’età siamo tutti immersi nel bagno primordiale della condizione umana e che solo noi, persona per persona, possiamo fare in modo che questa immersione sia più confortevole che corrosiva.

Tutto il resto è social e automazione.

Del rigore della scienza
«… In quell’impero, l’Arte della Cartografia raggiunse una tale Perfezione che la mappa di una sola provincia occupava tutta una Città e la mappa dell’Impero tutta una Provincia. Col tempo codeste Mappe Smisurate non soddisfecero e i Collegi dei Cartografi eressero una mappa dell’Impero che uguagliava in grandezza l’Impero e coincideva puntualmente con esso. Meno Dedite allo studio della cartografia, le Generazioni Successive compresero che quella vasta Mappa era inutile e non senza Empietà la abbandonarono all’Inclemenze del Sole e degl’Inverni. Nei deserti dell’Ovest rimangono lacere rovine della mappa, abitate da Animali e Mendichi; in tutto il paese non è altra reliquia delle Discipline Geografiche. (Suarez Miranda, Viaggi di uomini prudenti, libro quarto, cap. XLV, Lérida, 1658)» Da Jeorge Luis Borges, L’artefice Ed. Mondadori i Meridiani vol. 1, pg. 1253

Orfani delle routines

Orfani delle routines

Quello che ci ha lasciato questo biennio di restrizioni sociali fra i tanti fenomeni più o meno spuri è una sensazione di surplace, come i ciclisti che nei velodromi si tengono immobili sui pedali delle loro biciclette alla partenza delle corse su pista, solo che nel nostro caso la partenza è solo virtuale e il solo sport consiste nel resistere più a lungo possibile nell’immobilità.

Non voglio dilungarmi in discorsi fatti fino alla noia ben prima che le cose si rivelassero per quel che sono. Ritengo invece che una considerazione possa essere utile. Molti di noi rimandano le visite mediche, non solo perché tutto è diventato più difficile, ma anche perché il ritmo, la regolarità del quotidiano si è spezzata: l’interruzione ha fatto perdere la sintonia. Lo stesso accade per il ritorno nei luoghi di spettacolo o di viaggio, di vacanza, di conoscenza…

Siamo come degli stormi che durante le loro evoluzioni millimetriche nei cieli al tramonto abbiano incontrato una turbolenza che li ha allontanati per un certo periodo l’uno dall’altro finendo per perdere l’armonia, scontrandosi fra loro o perdendo l’orientamento. Proprio come uno storno senza armonia e senza partecipazione al gruppo viviamo in ciò che Marc Augé ha definito dei Non-lieux, dei nonluoghi degli spazi formali privi di un connotato realistico di finalità esperienziale.

Invece di protrarre l’invito a delle soluzioni per confermare un modello sociale che fatica a reggere o la sua “disruption”, la distopica affermazione maniacale di un’innovatività senza materia faremmo bene in prima istanza a soffermarci per comprendere che la nostra vita è diventata ogni giorno di più qualcosa che davamo per scontato, il ripetersi di routine ipertrofiche di nomi quanto prive di corpo, la cui principale dimostrazione è l’affermazione di una natura artificiale dell’intelligenza.

Basta consultare un social network per capire come gran parte di quello che vi si contrabbanda è privo di consistenza. Personalmente non reggo più nessun social network, ma continuo a seguire, di quando in quando partecipandovi, a LinkedIn perché ancora vi si trovano di quando in quando delle riflessioni seppur tuttavia lì mi soffochino le banalità argomentative e l’autopromozione egocentrica o marchettara basata su titoli privi di sostanza. Non ci si riferisce ad esperienze concrete come preparare un piatto o scavare una buca, ma a dati, statistiche, istogrammi e un’infinità di etichette neologistiche che in quella rarefazione della presenza e della partecipazione cui accennavo all’inizio rendono ridicoli molti dei loro autori. A partire proprio dalle descrizioni nel profilo, non mi stupisce che Mario Rossi si definisca CEO della Mizzega Consulting S.p.A.: che altro potrebbe mai dire di sé? Ma che il Ragionier Fracchia si qualifichi come Project Manager nel Supply Chain della Parrocchia della Santa Caterina lo trovo ridicolo. Non tanto per il titolo, ma perché non ci dice nulla di quello che concretamente fa, sempre che sia uno dei fortunati che fa qualcosa di concreto.

Chiudo dunque con una considerazione che fece Rudolf Steiner sull’importanza della meditazione. Egli diceva che tutti dovremmo riservare un momento della giornata da dedicare alla meditazione. Al di là del metodo o dei contenuti adottati, meditare è una delle poche cose che interrompono la ripetitività del quotidiano. Tutto ciò che facciamo pensando di compiere una libera scelta è in realtà un automatismo, una sequenza di gesti, pensieri, parole ben lungi dall’esprimere un libero arbitrio. Siamo indotti dalla legge della causa e dell’effetto, come su una catena di montaggio, a compiere azioni e trovare soluzioni pensando di fare qualcosa di diverso.

Meditare, invece, è qualcosa di socialmente inutile nella catena di montaggio; non è richiesto; è una perdita di tempo difficilmente spiegabile (Steiner non conosceva . anche se l’aveva predetto – l’avvento della new age e della mindfulness). Quindi la sola ragione che può spingerti a farlo è una tua arbitraria scelta. Naturalmente, tutto ciò, per quanto prossimo al vero era un’estremizzazione per lo stesso Steiner. Ciò non toglie che smettere di essere dei vuoti parolai da social network e da call conference aziendali e cominciare a far riferimento ad azioni concrete, a comportamenti realistici invece di seguitare a ripetere buzzword nel tempo fermo di una società liquida incorporata nella dimensione virtuale dell’inciviltà socialmediatica non potrebbe che fare del bene a tutti.

Fare di meno ma con azioni dettate da una volontà libera e divergente, anche nei social visto che sembra ci sia rimasto solo quel non luogo, forse può distoglierci dalla vuota ripetizione del nulla che esisteva ben prima del distanziamento sociale: un fenomeno che se ci avesse portato ad aprire gli occhi su come eravamo diventati, sarebbe stato benedetto.

Che sia possibile? Ai posteri l’ardua sentenza

Vedi anche…

La stagione dell’ardore viene e va

La stagione dell’ardore viene e va

Il mio curriculum prepensionistico su LinkedIn

Ci sono periodi in cui leggi per condividere; altri naturalmente che non leggi e non condividi; altri in cui scrivi per pensare e poi, già che ci sei, condividi. Infine ce ne sono alcuni in cui ti si obbliga a leggere o a condividere perché ti torni quel minimo di voglia di scrivere e così cominci con nulla e poi torni a pensare. In genere perché il pensiero ti sveglia verso le quattro del mattino, spesso abbinato al mal di pancia.