Mese: Marzo 2021

La quintessenza mistica

La quintessenza mistica

Divieni ciò che sei

Friedrich Nietzsche
Sils Maria

L’eterno ritorno del medesimo è il misconosciuto paradosso mistico, una sorta di koan zen, del pensiero occidentale che il filosofo ricevette come una sorta di illuminazione durante la sua permanenza a Sils-Maria, realizzazione che coronava silenziandola al contempo l’intera sua analisi saggistica.

Quel pensiero ha lontane radici alchemiche spagiriche: la sostanza fra le mani e gli alambicchi dell’alchimista occorre che venga scomposta nelle sue componenti ancestrali e separata da esse combinando l’azione meccanica con quella termica perché ognuna possa essere ridotta alla sua essenza per poi riunirle a quella nell’ultimo atto di perfezionamento: il conseguimento del DNA spirituale, ovvero la quintessenza.

Perché diventare se si è già? La rinascita per gli antichi egizi era una riproposizione della stessa persona e anche qui il senso pare essere lo stesso. Tuttavia, nella ripetizione si concentra il senso nel piccolo, nella riduzione, nella rinuncia alla manifestazione esistenziale tramite progressivi distacchi.

La rappresentazione del valore della persona condivisa fra le persone di questo mondo è insita nel successo della grandezza. Qui si individua un percorso affatto inverso: riesci se ti concentri nel piccolo. Il piccolo è più facilmente combinabile con altro o altri, ma in questo conserva forte la sua identità. Questo è il senso della volontà di potenza traslitterata malamente da storici e politici. La vera potenza è quella che determina senza agire, solo per la sua riuscita iniziatica.

Inferni

Inferni

Quella che chiamiamo anima di luce non è il nostro io e men che meno la nostra “persona”.

È però la parte persistente ovvero consapevole e maggiormente continuativa del nostro esistere.

Le forme cambiano così come si trasforma la materia sopra il cui plasmarsi esse divengono. Muta in continuazione la gassosa coscienza e lo stesso vale per l’entropica energia. Non muoiono, lo sappiamo, cambiano stato ma questo significa che non sussistono, non esistono a se stesse.

Il mondo — che non è “la terra” — è una prigione buia e clustrofogena. Tutto ciò che di bello ci vediamo è tale perché proiettato dal nostro “Essere-Luce”.

Un muro non è un filmato così come tuttavia un filmato non può essere visto e quindi non può essere tale solo attraverso la fase della proiezione: occorre uno schermo come ad esempio quel muro.

Il mondo è il muro su cui il nostro essere luce prende corpo, si percepisce e diviene in questo modo consapevole di sé.

Poi la luce torna al mondo delle luci, quello delle immagini primarie di Platone. Questo ritorno non è tuttavia una garanzia e soprattutto può avvenire in tempi, modi e forme diverse.

Quando cessiamo di esistere in questa forma (finisce il film o il giro in giostra), qualsiasi sia stato il nostro contributo all’illuminazione del mondo e delle menti e all’arricchimento di proiezioni fisiche per il mondo della luce, alcuni rimangono prigionieri di una sorte di sindrome di Stoccolma e non riescono ad abbandonare il luogo di proiezione.

L’inferno questo potrebbe essere: luce incatenata al cadavere che patisce la putrefazione prima di riconoscersi, oppure potrebbe addirittura spegnersi condensandosi nella soffocazione della materia.

Questo grido è la natura dell’inferno, non il male in quanto cattiveria, a meno di non considerare male il dominio del mondo quale luogo di oscurità (come gli incubatori oscuri di “Matrix”) necessaria in quanto va ricordato che svolge un ruolo fondamentale a patto di ricordarsi sempre che in quanto presenza di luce siamo ospiti del mondo e non suoi padroni.

La nostra presenza nel mondo è al contempo Maya, illusione, e mente chiara, verità. L’illusione è quieta e dolce anche se per essere così occorre accettare una vita da maiali si Circe. La verità può d’altro canto fare impazzire come il canto delle sirene mentre si è legati all’albero maestro.

Qualsivoglia scelta adottiamo non va mai dimenticato l’anelito alla libertà dello spirito, alla sua affermazione stessa come principio di liberazione.

Non barattare la liberazione per il confort dell’identità: durerà troppo poco e il prezzo da pagare per questa diserzione sulla terra oscura del re del mondo è davvero mostruosamente alto!

https://youtu.be/DpikRN-XcXM
Visioni metafisiche

Visioni metafisiche

«Riguardo alle concezioni sull’anima sulle rinascite e sulla vita nel cosiddetto aldilà mi scontro con il problema della loro rappresentazione: che cosa sono i colori per un cieco dalla nascita? Per quanto esista della letteratura in merito (che mi lascia indifferentemente immemore) resta il fatto che, non solo la lingua, ma l’esperienza stessa del colore non può essere comunicata. Ci attraversiamo ci fondiamo e ci scindiamo costantemente prima dopo e durante, ma ruotiamo entro campi gravitazionali coerenti, non come atomi ed elettroni, ma come stormi di storni. Però nello stesso tempo siamo cigni e siamo squali, branchi di cani infoiati , lupi solitari, gerarchici e monogami, oche dall’accoppiamento consanguineo; correnti marine in turbolenze stocastiche. Nulla di tutto ciò può essere descritto in parole. Dimensioni sovrapposte e concomitanti abitano la nostra persona ospiti di una presunzione di costanza data dal postulato di un io che illumina e cela nello stesso gesto: la forma è una dimensione, l’energia un’altra, la coscienza una ulteriore, e poi c’è la materia che è liquida dall’osso al gas in un plasmarsi costante e autonomo alla sezione di trasformazione che chiamiamo soggetto o oggetto; c’è la luce che esiste solo perché illumina ma nessuno l’ha mai vista al di là dei numeri con cui la calcoliamo e il buio che non è assenza di luce ma presenza di “luce-inversa”. In fondo credo che la permanenza delle anime sia solo una frazione riduttiva e romanzata di un’installazione corale irrappresentabile che si riduce ai suoi due poli dialettici: la pienezza del vuoto e l’inconsistenza dell’io»

(Testo appuntato a memoria per me stesso estrapolato da un contributo in una discussione con l’amica Monica)

Rinascere foglia

Rinascere foglia

Forrest Gump

Eccomi!

Sono io, La Foglia.

Come consuetudine fui germoglio, tenera e accesa giovincella, piena dell’ardore estivo ed esausta per la siccità nella canicola.

Insetti, bruchi e microorganismi hanno segnato la mia pelle e la mia ossatura e questo vissuto forse mi fanno meno attraente, ma questa sono io, la mia vita e la mia esperienza scritta addosso e ne vado orgogliosa.

Presto la mia debolezza inumidita dalle piogge autunnali e aggredita dal freddo e tagliata primo vento invernale segneranno la mia resa e definitivamente cederò lasciandomi cadere nel vuoto di una canzone di Edith Piaff.

Stesa sul terreno in attesa di diventare polvere sento la voce di un uomo, forse un professore o forse un prete, spiegare che la vita si rinnova anno dopo anno e, come diceva Platone, anche noi rinasciamo proprio come la foglia che cade per rinascere la primavera successiva, anno dopo anno – fintanto che il fusto vive, aggiungo io. La tua coscienza permane viva e dormiente nell’albero, certo! E la bella e tenera foglia che spunterà il prossimo anno conserverà questa presenza di me, la stessa che ha abitato la mia esistenza. Rinascerò probabilmente in lei.

Ma non sarò lei.

Io sono qui, ora, in tutta la dignità della mia caduta che corona questa parabola che fu la forma della mia vita, la mia forma, la mia storia disegnata nella mia identità.

Io sono quella che fui nelle mie numerose rinascite e la stessa che sarò in quelle a venire. Nello stesso tempo non sono loro: sono questa e nessun’altra!

Ognuno di noi è se stesso, la sua impronta e il flusso del divenire stesso: lo è contemporaneamente e mai per sempre.

Non possiamo concepirlo o forse non può concepirlo una foglia.

Lo è, ma in consapevolezza. Quella consapevolezza, in mezzo a questo tutto e a questo niente, è la sola grazia possibile: in essa la sola speranza di salvezza.