È senza saperlo che insegniamo a chi ci è vicino perché quando saremo più confusi e disperati siano loro a ricordare a noi quelle parole mentre la mente e il cuore non sapranno più a cosa aggrapparsi
Per questa ragione curiamo con attenzione quello che condividiamo, evitando insegnamenti per sentito dire, retorici, superficiali, vanagloriosi…
Quando spendiamo parole che pesano facciamo sempre in modo che siano autentiche e sperimentate, proprio come se dal loro valore dovesse dipendere la nostra sopravvivenza e la più profonda speranza, perché è davvero possibile che un domani neppure troppo remoto proprio questo possa presentarcisi dinanzi.
Spero sempre in una serie o almeno in un film che abbia voglia di vedere. E invece no. Le ultime uscite su Netflix lo confermano: una cattiva caricatura di Austin e Bronte che impone la visione statunitense di un continente patetico da operetta anacronisticamente colonizzato l’Europa con personaggi usciti da Sex and the City o da Grey’s Anatomy infilandoci la visione formale puritana appiattente caratteristica della loro morale, mentre un barbuto Clooney che fa rimpiangere lo Spencer Tracy del Vecchio e il mare si colloca nell’ennesima storia del dopo disastro universale a prepararci alla fine ineluttabile imminente – come se non bastasse il catastrofismo da COVID. Di film europei deve ti ne escono sempre meno a dipingere un continente del terzo mondo che considera eversiva la civiltà. L’ideologia la trovi dappertutto, perfino nel gioco degli scacchi e sempre con una fotografia tetra, così come diventa perfino orgasmica diventa la seconda serie dell’Alienista che era bellissimo quando era equilibrato mentre qui eccede ancora una volta nel male totale e fine a se stesso, stavolta senza storia né gusto. Invece il film comico si è trasformato in cinema da deboli mentali e la commedia in volgarità politicamente sdoganata.
Mi spiego meglio e sottolineo il messaggio forte e chiaro: come la rana che sarebbe schizzata fuori se fosse stata buttata nell’acqua bollente, veniamo messi in quella tiepida per essere cucinati senza accorgercene.
Quello che ci mostrano non è quello che vogliono che guardiamo: è come vogliono che vediamo noi stessi!!!
Il mio consiglio? Andate su Rai Play dove ci sono bei film di una volta o su Prime che sta mettendo bei capolavori del passato. Guardate Frank Capra, Jacques Tati, Hitchcock e così via. Sono vecchi? Li avete visti già tanti anni fa? Potrebbero stupirvi.
Se invece vi dovessero annoiare sarebbero ancora più utili, perché potrebbero farvi comprendere il livello di assuefazione a cui siamo arrivati, una dipendenza da morti ammazzati e morti viventi, masturbazione da effetti speciali e cliché di un mondo in cui da un lato c’è la bella vita senza costi umani e dall’altro la delinquenza senza argini da subire a tutti i costi “democraticamente” per non essere razzisti, omofobi o discriminatori.
Il cinquantenne, il sessantenne o oltre che continua a dire che siamo prigionieri di Internet e dei computer oggi non si rende conto di come tutta l’informatica del mondo attraverso i PC e gli smartphone non fa gli stessi danni che fa la dittatura morale ed emozionale che passa per i film (e qui non sfioro neppure l’altra faccia del problema, le trasmissioni nazional popolari della televisione generalista che si divide fra opinionisti del sottobosco che eccitano alla partigianeria sul nulla e gossippari da cronaca di deriva perché quegli spettatori sono già persi come i pazienti di Qualcuno volò sul nido del cuculo).
Immagine da “La vita è meravigliosa” di Frank Capra
Che sia stata una bella vita potrebbe essere irrilevante quando non vi si rinvenisse traccia degli obiettivi che da essa ci si sarebbero aspettati…
«Ha avuto un bel colpo di fortuna» «Ha fatto un bel viaggio» «Ha avuto una bella eredità» «Si è fatto una bella casa» «Ha avuto une bella avventura»
Che cos’hanno in comune tutte queste frasi, a parte ovviamente la parola “bello”?
Difficile a dirsi. E la difficoltà consiste nel fatto che l”elemento misterioso è mascherato dalla sua ovvietà.
Quello che non si vede è infatti un implicito, ovvero che ci sia qualcuno che fa tesoro di questo “provento”, di questo “guadagno”. Pazienza se l’amore è finito, perché hai avuto una bella storia; ma si può dire questo solo perché il fu innamorato se ne può sentire soddisfatto nonostante la fine perché è ancora vivo. Diversamente l’affermazione sarebbe più inesistente che irrilevante.
Al di là del fatto che questo permanga (la casa può crollare e il guadagno può essere rubato, ad esempio), egli continua ad essere la persona che ha comunque subito delle trasformazioni da un determinato evento e può soprattutto dire che fanno parte di lui anche se non esistono più perché egli continua a permanere. In altre parole, il soggetto è una costante che prosegue al di là del momento o dell’oggetto, bello o brutto che sia, che viene chiamato in causa.
Il capitale-vita
Possiamo dire lo stesso per affermazioni come «Ha avuto una vita difficile» o «Si è fatto una bella vita»?
Alla stragrande maggioranza che assentisce chiedo «Chi ha avuto una bella vita» nel momento in cui essa si è conclusa?
Potremmo dire che “una vita si è fatta una bella vita” che in definitiva è una tautologia, un’espressione a somma zero. In definitiva, la parte verbale diventa inutile: rimane il sostantivo aggettivato di “una bella vita”. E “una bella vita per chi”? per altre vite? e chi se ne frega! Già: chi è “chi”? E, forse che una vita giudica se stessa, nello stesso modo in cui possiamo dubitare che guardi alle altre come belle o brutte? Se la proprietà di essere una vita è la sua natura stessa essa non potrebbe essere altrimenti che se stessa, fatto che esclude ogni giudizio in quanto tertium non datur.
La persona materialista avrebbe quindi delle buone ragioni per sostenere che la propria vita è in definitiva irrilevante perché si consuma senza output, senza continuità perché nulla permane se non altre vite prive di output, a meno che non si sia così superstiziosi da ritenere che, al di fuori dei costrutti umani, esista una Storia che nell’ipotesi migliore non sarebbe altro che una concatenazione di vite in-significanti perché in grado al massimo di inciampare con indifferenza l’una sull’altra come delle monadi leibnitziane o per degli accoppiamenti strutturali autopoietici.
Soggetti oltre la vita
Tranquilli: ho finito qui con questi ultimi mattoni concettuali indigesti che oltretutto la maggior parte stessa dei filosofi bollerebbe come paralogismi, sia chiaro, solo perché poco convenienti a chi deve fare il mestiere dell’intellettuale a contratto e a marchetta il più a lungo possibile.
Quello che ognuno di noi penso possa intendere è che inconsciamente siamo abituati a percepirci senza soluzione di continuità, nonostante le incontrovertibili prove del contrario dimostrabili sul piano materiale. In altre parole, ognuno di noi immagina se stesso come un “soggetto” che continua ad essere uguale a se stesso (e di quello che intendiamo essere diverso dalla “persona” che in genere chiamiamo “Io” ho già scritto e scriverò ancora) ben al di là della propria vita stessa. Questo permette di giustificare puerili affermazioni come l’avere avuto una bella vita. Avrei avuto una bella vita solo se me la sarei potuta ricordare, altrimenti cui prodest?
Non lo voglio chiamare “al di là”, espressione che lascia intendere una conoscenza di uno spazio e di dei luoghi di tipo terricolo che è tutt’altro che assodata. Semplicemente parlo di continuità del soggetto – non della persona, ma di quello che “ha avuto una bella vita”: la persona — Ennio Martignago e i suoi connotati, ad esempio — non è nulla più che “un pezzo della vita” stessa.
Il bilancio dell’esistenza
Il punto è questo: la valutazione di una vita può essere definita dalla sua bellezza o bruttezza? Oppure dovremmo porci nella prospettiva della continuità, ovvero di quello che, guardandosi indietro si domanda quale valore aggiunto ha conferito questa traversata nel suo obiettivo finale, nel completamento della propria soggettività come opera compiuta?
Una brutta vita può essere stata eccezionale per il perfezionamento di una bella soggettività così come una vita piacevole può essere stata uno spreco di esperienza a quel fine se non addirittura occasione di indebolimento, di pochi o tanti passi indietro e necessità di ricominciare da capo una o più vite.
Quello che non tollero davvero in questo tipo di discussioni sono le posizioni religiose che sembrano sapere indicare quello che fa bene o che fa male vivere rispetto al disegno ultraterreno. Torniamo a sostenere che una vita possa dare della “brutta vita” ad un’altra vita nonostante l’assenza di un soggetto che superi i confini dell’esistenza stessa. Con che diritto giudicare al di fuori degli equilibri terreni?
«Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio (…) il mio Regno non è di questo mondo» comprende nel dominio dei Cesari, non solo gli imperatori, ma anche tutte le chiese e le filosofie. Detto altrimenti, lasciate alla logica della vita le questioni e i giudizi della vita, perché oltre ad essa non hanno alcun valore, infinitamente meno di quanto del contributo che un poeta aborigeno con il suo declamare in lingua madre potrebbe dare alle contrattazioni nelle stanze di Wall Street.
Quello che possiamo fare è cercare la domanda fondamentale per poi sprofondare in essa fino a che questa stessa non cesserà di sussistere, come insegnava Nisargadatta Maharaj, e solo dopo aver fatto questo guardandoci indietro potremmo forse, anche se probabilmente non avrebbe più significato, cercare di comprendere il senso di questa vita, bella brutta, dritta storta, saggia stolta, nel disegno del divenire del soggetto. Giunti che fossimo a questa meta avremmo però smesso da un po’ di distinguere quella vita vissuta dalle altre, da quelle degli altri e dal divenire stesso, ma questa è un’altra storia: adesso non facciamo casini a far di tutta l’erba un fascio 😉
Alla fine, sapere sorridere di quanto risulti ridicolo dare un apprezzamento a questa storia, alle sue gioie e ai suoi dolori è la sola cosa che possiamo fare mentre cerchiamo di fare il nostro compito senza conoscerlo, questo perché chi non sa scherzare e prendere in giro se stesso lasciando che la sua stessa vita lo possa fare, beh, quella persona non potrà mai essere considerata minimamente seria!
…e dopo il pasto che sarete riusciti a bilanciare fra il giusto piacere e una ragionevole morigeratezza, il mio augurio per tutti noi è di riuscire in qualche modo a celebrare questo Natale anche fuori dall’esteriorità — complici anche i limiti del periodo.
E non come predicano i bigotti, spargendo pensieri buonisti precotti, surgelati e riciclati di anno in anno, ma nella massima semplicità. Al di là del simbolismo religioso, Natale occupa una posizione che nell’anno corrisponde, nonostante non vi si sovrapponga al millesimo, con il solstizio invernale. In questo periodo è solo sulla superficie della terra che tutto rallenta e si ritira nelle tane per qualche variegato letargo, perché nel sottosuolo c’è animazione come nel ventre materno quando tutto converge per assistere lo sviluppo del feto.
L’immagine della natività riportata in questo post rappresenta proprio questo convergere l’attenzione verso il nuovo che sta prendendo vita, e non solo per proteggerlo e assisterlo, ma anche e soprattutto per comprenderne il mistero e comprendere meglio se stessi attraverso di lui.
Ognuno di noi ha dentro di sé un bambino Gesù, “l’uomo nuovo” e la donna che cerca di rinascere a se stesso ogni volta che può come l’Araba Fenice dalle proprie ceneri.
Il mio augurio è dunque questo, che nel mezzo del rumore della festa ognuno di noi riesca a ritagliarsi un piccolo momento di solitudine e sieda comodo e raccolto proprio come la Sacra Famiglia del dipinto per guardare dentro la propria anima quel nascituro che ci abita e da lui scrutare la nostra vita per scoprire come cambiare; e non nel lavoro, nella relazione o nei rapporti esterni, ma nella propria coscienza.
Questo perché è la coscienza che ci porta a guardare alla realtà con occhi nuovi e, così facendo, a cambiare la realtà stessa. Per questo ringrazio quelli che lo faranno perché con ogni probabilità aiuteranno ciascuno di noi a credere in una vita più giusta e sana.
«Visitatore: Maharaj, tu sei seduto di fronte a me e io sono ai tuoi piedi. Che differenza fondamentale c’è tra noi due? Mabaraj: Nessuna differenza fondamentale. V, Eppure deve esserci qualche differenza: sono io che vengo da te e non tu da me. M. Proprio perché immagini differenze vai qua e là, alla ricerca di gente superiore. V. Anche tu sei una persona superiore. Tu affermi di conoscere la realtà, io no. M. Ti ho mai detto che non la conosci e che, di conseguenza, sei inferiore? Lascia che queste distinzioni vengano dimostrate da chi le ha inventate. Io non pretendo di conoscere ciò che tu non sai. Anzi, so molto meno di te. V. Le tue parole sono sagge, il tuo comportamento è nobile e la tua grazia non ha limiti. M. Non ne so niente e non vedo differenze tra te e me. La mia vita è una successione di avvenimenti, proprio come la tua. Il fatto è che io sono distaccato e vedo lo spettacolo transitorio per quello che è, un fenomeno di passaggio, mentre tu ti attacchi alle cose e ti muovi assieme a loro. V. Cosa ti ha reso così distaccato? M. Niente in particolare. Ho avuto fede nel mio guru. Mi ha detto che non sono altro che me stesso e gli ho creduto. Avendogli dato fiducia, mi sono comportato di conseguenza e ho smesso di occuparmi di ciò che non era né me stesso né mio. V. Perché sei stato così fortunato da dare piena fiducia al tuo insegnante, mentre noi ci fidiamo soltanto a parole e non effettivamente. M. Chi può dirlo? E successo così, Le cose accadono senza cause o motivi e dopotutto cosa importa chi è chi? L’alta stima che hai di me è soltanto euna tua opinione, che puoi cambiare in qualsiasi momento. Perche dare importanza alle opinioni, comprese le tue»
Sri Nisargadatta Maharaj, Io sono quello, 2001, Roma, Ubaldini Editore, pag. 11
Chi sia lo spirito che accanto ad essa guida la nostra persona e l’anima che la abita non posso dire certo di saperlo. Tuttavia, mi viene da immaginarlo come quel Padre che, in armonia con la Madre, dal di fuori guida il Figlio fin dai primi vagiti, al confronto con il mondo, istante in cui poi da lui si ritrae con discrezione. Da quel momento il figlio, che è poi la persona che crediamo di essere, cresce misurandosi con le forze antagoniste del Re del Mondo e della Materia e di quello delle Passioni e dell’Ego. Egli è diventato un Lui ma diverso da Lui, come il Padre e il Figlio evangelici: diversi ma della stessa Natura.
Sto ancora cercando di capire dove sia il Paraclito che ci potrebbe consolare dal Destino, dalla Ruota del Samsara cui questi figli illegittimi sono condannati nel miraggio di un’evoluzione. Quello potrebbe essere qualcosa più alla nostra portata: la Fede, forse. La Temperanza, invece, una pazienza di sopportazione compassione senza fine dobbiamo comunque coltivarla facendocene carico, di eone in eone.
Nota a mo’ di disclaimer
Non sono un esperto di cristianesimo, men che meno quello cattolico, anzi posso affermare di avere una genuina e intensa idiosincrasia verso qualsiasi dottrina religiosa e non che mi è antinomica quanto qualsivoglia forma di espressione istituzionale. Ciononostante amo i Vangeli, compreso quelli gnostici e apocrifi in genere con tutto il mistero che è loro connaturato a partire da quello di Giovanni.
Non me ne vogliano quindi quello che sanno quello che dicono e mi perdonino come suggeriva il Salvatore.
Dalla copertina del libro “Il quaderno dell’amore perduto” di Valérie Perrin
Paradossalmente è proprio quello che riteniamo più nobile, l’affetto che ci lega agli altri esseri delle nostre vite, persone, animali e perfino luoghi ad imprigionarci alle catene delle ripetizioni di esperienze, le stesse che ci rendono la vita così tanto insopportabile da farci desiderare di non tornarci più.
Nello stesso modo quei sentimenti di affetto e quelli di repulsione rallentano, a volte terribilmente, i processi evolutivi spirituali.
Da esseri umani tutto ciò appare ragionevolmente perverso e inaccettabile, tuttavia dobbiamo ricordare che queste cose ci appaiono così e non sarebbe possibile altrimenti perché le osserviamo da dentro la pelle e i panni di essere umano, uno stato dell’anima che non è facile scrollarsi di dosso neppure quando smettiamo di essere all’interno della sua fisicità.
Così, se è davvero troppo misero vivere un’esistenza insensibile a sentimenti e legami è ancora importante saperci distaccare, primo fra tutti dall’immagine di sé e dall’attaccamento a questa vita e alle sue passioni e ideali: le montagne innevate viste dal mare cessano di essere irte e fredde trasformandosi in una lontana cornice per lo sciabordio delle onde e dopo il distacco ogni ricordo si trasforma in un delicato presente che ci appartiene senza essere qui e ora, senza necessità o vincolo.
Per chi non lo sapesse, l’appellativo “bugiardino” fa riferimento poco più che esclusivamente al “foglio informativo sul farmaco” contenuto nella confezione e lo chiamavano così sottendendo che fossero maggiori le informazioni non riportate, le promesse non mantenute, le bugie bianche e quelle che si sarebbero scoperte solo sulla lunga distanza, rispetto a quello che doveva essere detto.
Tanti anni fa buona parte dei medicinali quello che aveva da dire era riportato all’esterno della confezione stessa, anche se spesso l’approfondimento era riservato al foglietto contenuto all’interno, in ogni caso alquanto succinto. La cosa piaceva poco a chissà quali medici e legislatori che decisero di ridurre al minimo — e anche molto meno — le informazioni esterne.
Dopo di che ci si raccomandò affinché il testo del bugiardino riportasse tutto quanto e anche di più a proposito di quel farmaco fino ad arrivare alla lunghezza mostruosa che conosciamo. Non solo! Le informazioni che più spesso ricerchiamo sono ben mimetizzate nelle zone più impreviste delle due facciate del foglio e non di rado consegnate per i titoli agli impiegati più creativi e bisognosi di originalità.
Visto che già solo a svoltolarla quest’anaconda cartacea ti da il suo bel daffare e poi a girarla e rigirarla per trovare il verso giusto e infine a capire dove si trovi il dosaggio che è in genere la parte più frequentata e recondita del geroglifico accade si faccia prima a consultare quei due o tre siti più celebri per l’avere un bell’indice puntato che ti fa andare subito a bomba.
Ecco perché, per quale e quanta sia la voglia di analogico e di carta in noi romantici reduci dei profumi d’inchiostro, il digitale la spunta quasi sempre. Non perché “digitale è meglio”, ma piuttosto perché gli analogici ci hanno sfibrato i cabbasìsi; loro e lo spreco di cellulosa che sacrificano in onore della loro prosopopea.
Al di là di tutto ci sta bene che vengano approfonditi temi spesso trascurati come controindicazioni, conoscenza del principio attivo, test clinici, casistiche e così via. Tuttavia, non possiamo considerare l’argomentazione come più importante della struttura e dell’ordine: non quando si parla di istruzioni o manuali.
Questa storiella le cui origini, ahimè, sono rapidamente confluite nel cassonetto della carta da macero, fa il paio con molte pratiche. Pensiamo alla sicurezza sul lavoro, dove la mano sinistra fa marketing psicologico, mentre la destra nello spalmare inutili procedure che nella maggior parte dei casi vengono dimenticate dai diretti interessati, minaccia i loro capi dicendo: «Non importa se non lo imparano o se non serve a niente a loro: l’importante è che se dovesse succedere qualcosa noi si possa dire che l’avevamo detto e gliel’avevamo fatto firmare, fingendo di non sapere che quell’inutile corso in eLearning l’avevano superato nel modo in cui si impara a superare tutto quel che ha a che fare con il computer». Lo stesso vale per la sicurezza dei dati e per quei ridicoli ed ossessionanti disclaimer sui cookies che ci fanno far clic ancor prima che arrivino ma che nessuno, salvo forse un bibliotecario che passava le giornate a studiare meticolosamente l’elenco telefonico urbano e della provincia, nessuno dicevo ha mai letto neanche una volta.
Sono pochissimi i romanzi lunghi che abbia letto in vita mia e i miei autori preferiti sono dediti ai racconti, da Poe a Stevenson, da Calvino a Borges. E proprio quest’ultimo spiega al meglio quello che intendo esemplificare con l’allegoria del bugiardino. In appendice della “Storia Universale dell’Infamia“, quasi una nota a piè di pagina narra di un impero i cui cartografi avevano conquistato un potere talmente debordante che, indifferenti all’infamia che questo comportava, arrivarono a disegnare mappe delle dimensioni del territorio stesso se non più grandi di esso. Un tale impero non poteva che essere decadente da troppo tempo e quindi fu un gioco da ragazzi per i barbari annientarlo. Essi distrussero tutto a partire dalle carte geografiche i cui brandelli svolazzano tristemente ancora nel deserto a monito del fatto che solo un’infamia come quella che accanto all’arroganza annienta la cultura e la saggezza che le sta attorno avrà la convinzione necessaria per impedire che il mondo venga oscurato dalle mappe dei burocrati.
Guardati attorno, apri il giornale o accendi la TV e domandati a quanti temi questa metafora si applicherebbe. Infine, apri la finestra e annusa l’aria:
Ci sono esperti di #agile che non capiscono perché si parli di “semplicità”.
Altri dicono “Impossibile”!!!
…e prendono a spiegarlo con diagrammi e post it…
complicatissimi.
Simplicity—the art of maximizing the amount of work not done—is essential
“Semplicità – Uno dei punti chiave delle metodologie leggere, direttamente mutuato dalla programmazione Object-Oriented, è la semplicità; semplicità nel codice, semplicità nella documentazione, semplicità nella progettazione, semplicità nella modellazione; i risultati così ottenuti sono una migliore leggibilità dell’intero progetto ed una conseguente facilitazione nelle fasi di correzione e modifica”