Orfani delle routines

Quello che ci ha lasciato questo biennio di restrizioni sociali fra i tanti fenomeni più o meno spuri è una sensazione di surplace, come i ciclisti che nei velodromi si tengono immobili sui pedali delle loro biciclette alla partenza delle corse su pista, solo che nel nostro caso la partenza è solo virtuale e il solo sport consiste nel resistere più a lungo possibile nell’immobilità.
Non voglio dilungarmi in discorsi fatti fino alla noia ben prima che le cose si rivelassero per quel che sono. Ritengo invece che una considerazione possa essere utile. Molti di noi rimandano le visite mediche, non solo perché tutto è diventato più difficile, ma anche perché il ritmo, la regolarità del quotidiano si è spezzata: l’interruzione ha fatto perdere la sintonia. Lo stesso accade per il ritorno nei luoghi di spettacolo o di viaggio, di vacanza, di conoscenza…
Siamo come degli stormi che durante le loro evoluzioni millimetriche nei cieli al tramonto abbiano incontrato una turbolenza che li ha allontanati per un certo periodo l’uno ͏dall’altro finendo per perdere l’armonia, scontrandosi fra loro o perdendo l’orientamento. Proprio come uno storno senza armonia e senza partecipazione al gruppo viviamo in ciò che Marc Augé ha definito dei Non-lieux, dei nonluoghi degli spazi formali privi di un connotato realistico di finalità esperienziale.
Invece di protrarre l’invito a delle soluzioni per confermare un modello sociale che fatica a reggere o la sua “disruption”, la distopica affermazione maniacale di un’innovatività senza materia faremmo bene in prima istanza a soffermarci per comprendere che la nostra vita è diventata ogni giorno di più qualcosa che davamo per scontato, il ripetersi di routine ipertrofiche di nomi quanto prive di corpo, la cui principale dimostrazione è l’affermazione di una natura artificiale dell’intelligenza.
Basta consultare un social network per capire come gran parte di quello che vi si contrabbanda è privo di consistenza. Personalmente non reggo più nessun social network, ma continuo a seguire, di quando in quando partecipandovi, a LinkedIn perché ancora vi si trovano di quando in quando delle riflessioni seppur tuttavia lì mi soffochino le banalità argomentative e l’autopro͏mozione͏ egocen͏trica o͏ marche͏ttara b͏asata s͏u titol͏i privi͏ di sos͏tanza. ͏Non ci ͏si rife͏risce a͏d esper͏ienze c͏oncrete͏ come p͏reparar͏e un pi͏atto o ͏scavare͏ una bu͏ca, ma ͏a dati,͏ statis͏tiche, ͏istogra͏mmi e u͏n’infinità di etichette neologistiche che in quella rarefazione della presenza e della partecipazione cui accennavo all’inizio rendono ridicoli molti dei loro autori. A partire proprio dalle descrizioni nel profilo, non mi stupisce che Mario Rossi si definisca CEO della Mizzega Consulting S.p.A.: che altro potrebbe mai dire di sé? Ma che il Ragionier Fracchia si qualifichi come Project Manager nel Supply Chain della Parrocchia della Santa Caterina lo trovo ridicolo. Non tanto per il titolo, ma perché non ci dice nulla di quello che concretamente fa, sempre che sia uno dei fortunati che fa qualcosa di concreto.
Chiudo dunque con una considerazione che fece Rudolf Steiner sull’importanza della meditazione. Egli diceva che tutti dovremmo riservare un momento della giornata da dedicare alla meditazione. Al di là del metodo o dei contenuti adottati, meditare è una delle poche cose che interrompono la ripetitività del quotidiano. Tutto ciò che facciamo pensando di compiere una libera scelta è in realtà un automatismo, una sequenza di gesti, pensieri, parole ben lungi dall’esprimere un libero arbitrio. Siamo indotti dalla legge della causa e dell’effetto, come su una catena di montaggio, a compiere azioni e trovare soluzioni pensando di fare qualcosa di diverso.
Meditare, invece, è qualcosa di socialmente inutile nella catena di montaggio; non è richiesto; è una perdita di tempo difficilmente spiegabile (Steiner non conosceva . anche se l’aveva predetto – l’avvento della new age e della mindfulness). Quindi la sola ragione che può spingerti a farlo è una tua arbitraria scelta. Naturalmente, tutto ciò, per quanto prossimo al vero era un’estremizzazione per lo stesso Steiner. Ciò non toglie che smettere di essere dei vuoti parolai da social network e da call conference aziendali e cominciare a far riferimento ad azioni concrete, a comportamenti realistici invece di seguitare a ripetere buzzword nel tempo fermo di una società liquida incorporata nella dimensione virtuale dell’inciviltà socialmediatica non potrebbe che fare del bene a tutti.
Fare di meno ma con azioni dettate da una volontà libera e divergente, anche nei social visto che sembra ci sia rimasto solo quel non luogo, forse può distoglierci dalla vuota ripetizione del nulla che esisteva ben prima del distanziamento sociale: un fenomeno che se ci avesse portato ad aprire gli occhi su come eravamo diventati, sarebbe stato benedetto.
Che sia possibile? Ai posteri l’ardua sentenza
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