• Da tempo immemorabile la formazione aziendale come pure la didattica convive efficacemente con l’idea dei moduli
• All’inizio — per molti versi ancora adesso — i moduli erano i “blocchi” su cui si articolava un corso
• Con l’e-Learning si è cominciato a parlare di RLO, ovvero di moduli didattici scomponibili e ricomponibili da un corso all’altro per seguire un principio di contenimento dei costi ed efficientamento dei tempi di realizzazione
• Oggi non ci si è ancora abbastanza resi conto che la varietà di strumenti disponibili richiede di sapere generare sinergie originali utilizzando, non tanto componenti didattiche legate cioè ai contenuti, quanto articolazioni del coinvolgimento basate su media, regole, espressione creativa, modalità di relazione… diverse e messe in rapporto efficace e non ovvio
• La nuova formazione modulare “phygital” richiede menti aperte e non dottrinali, né modaiole; ma prima di tutto lontane da logiche sostitutive tipiche del 99% dei webinar in circolazione.
• Un must da risolvere è il rapporto fra sincrono e asincrono dove il secondo assolva il 70% del totale riuscendo a coinvolgere e, quando si può, a divertire ma soprattutto…
• …generare dibattito, communities, gilde di confronto, cultura d’uso, nuovi meme, appartenenza aziendale, combattendo la demotivazione e la spersonalizzazione su cui si basa la problematica più ampia della great resignation
Ho avuto qualche perplessità nello scegliere il titolo: se usare “organizzativa” o “aziendale”.
È vero infatti che il tema è diffuso soprattutto in ambito aziendale, ma la questione travalica abbondantemente i confini delle imprese per coinvolgere ancor più servizi e istituzioni.
Ciononostante queste ultime al momento fanno orecchie da mercante su questa situazione per non disturbare i poteri politici (e quelli economico-finanziari dietro loro) su cui si poggiano.
Da questo punto di vista, nonostante le imprese siano più trasparenti, per loro è difficile comprendere significati che non siano di tipo meccanicistico. Contrariamente all’opinione comune, l’intelligenza delle imprese è banale a prescindere dalla loro complessità. Nonostante sia stato messo in luce da molti studi, a partire da Kurt Lewin per passare dal Tavistock Institute, J. G. March, E. Shein, C. Argyris e così via (si veda il sempre fondamentale lavoro curato da Pasquale Gagliardi, Le imprese come culture), di quali profondità inconsce e transgenerazionali vivano nelle organizzazioni, queste non sono capaci di rappresentare i livelli analogici che si muovono al loro interno.
È un po’ come nelle immagini digitali, hanno rappresentazioni vettoriali (scompongono le linee in vettori, tratti secanti, assi cartesiani principalmente bidimensionali) e non elaborano affatto le bitmap.
Oggi si stanno orientando sempre più ad una delega della loro gestione all’AI che è tutt’altro che analogica, quanto piuttosto una “densificazione” o addensamento della geometria lineare su più piani, così che quanto più tende ad assomigliare alla realtà tanto più allontana le persone da quest’ultima.
Le persone a questo punto pensano di essere inutili perché non servono più essendo quel tipo di realtà (non aumentata, ma di fatto impoverita in quanto normalizzata) molto più affine ed elaborabile dalle macchine. Il peggio però è che finiscono per pensare di essere irreali perché non riconoscono più l’esperienza del mondo all’interno della quale hanno sempre vissuto come “reale”.
Se questo è vero per i boomers, diventa drammatico quanto più ci si avvicina ai millennials i quali spesso non hanno più un rapporto primario con l’esperienza comune o se ce l’hanno è di tipo deformato. E le aziende, sempre alle prese con il loro rendering vettoriale dell’esperienza umana (tramite l’AI che l’ha creata) alla fine vivono al loro interno in una sorta di bolla formale che ha per contraltare una deformazione allucinatoria del contesto geoeconomico e politico.
È questo lo scenario in cui andrebbe collocato il fenomeno della Great Resignation che sta mettendo seriamente alla prova le aziende di tutto il mondo capitalista, dagli Stati Uniti alla Cina, passando per il modesto Vecchio Continente.
Episodio di “Divergente Reloaded” sull’argomento
Ci sarebbe ben poco da aggiungere a quanto detto fino a qui lasciando ai più interessati andare a curiosare fra gli articoli dedicati al fenomeno, a partire da Harvard Business Review per arrivare ai testi delle Big Four come McKinsey.
La questione fondamentale con cui si potrebbe dire che do il via alla discussione mentre chiudo questa introduzione al tema (riguardo al cui reale approfondimento resto nonostante tutto alquanto scettico) può venire espressa nei seguenti termini:
Le imprese e soprattutto la loro gestione organizzativa e del personale stanno dando seguito ad un deleterio peccato di superficialità nel rappresentare una questione di benessere quello che è un problema attinente la dimensione del significato. Detto in altri termini, con la Great Resignation non abbiamo a che fare con una questione di salute ma con una di ordine superiore: una faccenda esistenziale e in alcuni casi ontologica.
Il lavoro può non avere senso in un mondo in cui la vita umana sta perdendo di senso. Le aziende possono avere ancora una parte da giocare in questo “Grande Gioco” ma dovrebbero avere il coraggio di superare la dimensione della competizione per affacciarsi ad uni braccio di ferro con i grandi padroni dei capitali internazionali: in definitiva un cartello delle imprese — più facile a dirsi che a farsi — dalla cui riuscita passa la sopravvivenza dell’uman significato stesso.
Gioco o degenerazione? Caillos dedica un intero capitolo ad analizzare le forme in cui il gioco può degenerare, cosa che accade quando esso si allontana progressivamente da quella realtà fittizia che lo caratterizza (quella che già Huizinga aveva definito come “cerchio magico”) per invadere pericolosamente il mondo reale. E’ così che l’agon, da competizione pura che trova la sua massima espressione nello sport, può diventare prima antagonismo sociale o lavorativo e poi sconfinare addirittura nell’inganno criminale; l’alea, d’altra parte, può andare ben oltre l’innocuo divertimento e diventare la base di una credenza cieca nel destino fino a trasformarsi in mera superstizione. La mimicry, ancor più pericolosamente, può passare dalle nobili forme dell’arte teatrale alla psicosi e allo sdoppiamento della personalità. Mentre l’ilinx, lo abbiamo visto, trova la sua massima degenerazione nelle tossicodipendenze. Attenzione, quindi, al momento in cui il gioco cessa di essere un attività separata, perché come afferma Caillois, la sua contaminazione con la vita normale rischia di corrompere e guastare la sua stessa natura.
““In nessun momento mai ci è consentito essere interamente persuasi che il mondo in cui ci troviamo sia proprio quello della realtà, e non la scenografia fallace del sogno o dell’incubo”. È per questo che “Jünger ritiene scontato che sia più degno partecipare con ebbrezza alla guerra che lasciarsi passivamente inghiottire da essa..
Quando vivevamo nella caverna guardando la “murovisione” bollavamo di infantilismo chiunque citasse il mito per nulla scientifico dell’esistenza di un Cielo con una fonte di luce chiamata Sole. Erano la setta dei “Solarisiti”.
Poi siamo emersi sulla crosta terrestre e dopo un tempo fatto di generazioni siamo riusciti a superare l’angoscia di una luce tanto intensa e di una realtà tanto irruenta.
Oggi non riusciamo ad accettare le sette che sostengono che possa esserci una platea diversa per attingere alla Luce e chiamiamo infantili quelli che non accettano il fatto che il Sole si possa vedere dalla crosta terrestre, dalla quale quindi rifiutiamo sistematicamente di separarci.
L’ho detto in diverse salse: c’è il popolo, la gente, le masse… e poi ci sono le “persone”.
Buone o cattive che siano — e, sì, le persone possono essere cattive, in quanto volontà cattive, e ce ne sono davvero molte, moltissime più di quante si professino tali in circolazione! — le “persone” non sono molte.
Non significa che gli altri non abbiano diritti o non siano degni di stima né che non vadano nel paradiso delle loro religioni. Vuol dire solo che non sanno rinunciare al loro sogno, come nel primo Matrix.
E non si tratta nemmeno che l’alternativa sia l’incubo ebraico di quel film, ma solo di poter dire dell’inconfutabile per “la gente”, «Il re è nudo!».
Gli Angeli Caduti che stanno per prendere il dominio del pianeta spirituale questa cosa sola non vogliono: scoprire le regole del gioco.
L’Era dell’Aquario questo è, ostentazione di progresso dietro all’innovazione tecnologica che troppo facilmente vira in meccanica della manipolazione della specie e delle anime.
Qualcuno dice: «Ma se abbiamo a che fare con antagonisti tanto potenti, che potrà mai fare un piccolo uomo, financo il gruppo delle “persone” per ostacolarne il progetto?»
Da un lato la risposta è «Nulla!» sulla larga scala. Si avvicinano gli eoni dei Troni, signori del tempo messi in panchina dagli eventi e il mondo sarà loro. Nel loro piccolo le persone potranno coltivare un germe più o meno dormiente della volontà armoniosa, delle affinità elettive, del cuore che pensa, della tolleranza che non sta né con il santo né con il collaborazionista, ma con sforzi immani cerca di promuovere un dialogo che nessuno dei due desidera.
Questo è essere uomo in quanto “persona”: dentro il ciondolo di un gatto può celarsi un’intera galassia, la cintura d’Orione dell’esperienza umana.
In molti non l’hanno notato, alcuni fortunatamente perché significa che sono lontani dal rumore dei media, alcuni tristemente perché entra nell’inconscio come un ladro nella notte.
Stiamo parlando dell’uso dei caratteri tipografici. Uno per tutti riguarda lə schwa o e capovolta, un carattere esclusivamente fonetico assurto a simbolo semantico ad indicare la volontà di annullare le differenze di genere. La cosa può sembrare marginale ma proprio per questo finirà per condizionare quella convenzione di normalità che chiamiamo realtà. Vogliamo una realtà priva di distinzioni, la demoniaca grande notte in cui tutte le vacche sono nere, come la dipingeva Hegel? Scegliamo di usare la ə o, peggio ancora, non accorgiamocene. Scriverla è difficile finché non cambieranno anche le tastiere. Nel frattempo spesso si usa il comune asterisco: “lə lunə splende in cielə” oppure “l* lun* splende in ciel*” Penso che presto potremo avere la forma “abbreviata” di «lun splende in ciel», in fondo perché usare gli articoli così desueti propri solo delle lingue romanze?
Siamo in molti ormai ad usare quotidianamente la tastiera fisica o virtuale per scrivere. Per normalizzare la tastiera ha ridotto i caratteri passandone alcuni a combinazioni di tasti o applicazioni ad hoc. Molti Wordprocessor come pure alcuni sistemi operativi consentono il cambio automatico che comunque comporta la rinuncia al carattere sostituito.
Da molti anni ho messo in atto la mia piccola rivolta al comportamento linguistico normalizzato, banalizzato, impoverito. Ogni volta che lo farai anche tu dovrai fare lo sforzo di scegliere invece di accettare la volontà della macchina e dei manipolatori della realtà.
Ecco alcuni spunti:
Invece dei tre puntini usare il carattere “…”
Per riferire un discorso diretto, sostituisci le virgolette di citazione con quelle del parlato «»
In alternativa al carattere suddetto, utile quando si citi un discorso all’interno di un parlato, sono le virgolette specifiche del discorso “„
Per riportare un inciso sostituire il carattere aritmetico della sottrazione con quello specifico dell’inciso, da “-” a “—”
La e maiuscola accentata che secondo le cariatidi della grammatica non si dovrebbe usare ad inizio frase, invece di cedere al “E'” scegliere la “È”
Potrebbero essercene molti altri ancora di esempi, tuttavia superare la pigrizia che ci spinge a glissare sui dettagli è un quotidiano esercizio di crescita e di permanenza. È l’affermazione del valore della bellezza a scapito della funzionalità fine a se stessa. Ogni volta che sei pratico per evitare un fastidio legato ad un dettaglio, non importa l’incidenza del compito, foss’anche un bigliettino pro-memoria, uccidi la bellezza nelle tue opere e quindi in te stesso.
La vita “pratica” di chi non ha tempo da perdere è diventata insignificante: recuperare la cura del dettaglio, il piacere dell’attenzione, il senso del tempo dedicato a noi stessi e perfino all’oggetto ci restituisce ai valori dell’umanità. Nello scrivere scegli senza alibi. Ogni scorciatoia che prendi è un figlio che perdi.