Mese: Gennaio 2021

57 — Sunn – Il Penetrante

57 — Sunn – Il Penetrante

Sulle pendici del monte dove il piccolo seme sta crescendo e dimostrando le proprie capacità di essere resiliente alle intemperie e al vento sferzante che torce il fusto fino a renderlo duro come la pietra, è un altro tipo di vento quello che si fa avanti, è l’essenza stessa della natura del vento in quanto in questo esagramma esso si ripete, rafforzandosi. Solo che questo rafforzamento non è all’insegna della violenza ma piuttosto del suo opposto: la mitezza.

Mite è infatti l’aria che si insinua tra le feritoie e penetra nel cuore della roccia più dura. Non può essere qualcosa di grosso, nemmeno il più forte degli esseri o dei fenomeni naturali a farsi spazio nella pietra uniforme, ma questo è possibile all’aria, al rivolo di brezza. Prima del Penetrante la figura che calcava la via era quella di un essere solitario, un senza patria, un reietto che si era spinto fino alle regioni più inospitali ed austere nella rinuncia di sé. Il Viandante non può proseguire all’infinito nel suo vagare fra villaggi e gente inospitale e deve trovare nella solitudine il proprio alloggio. Penetrare nella montagna significa trovare rifugio, una grotta, un antro, infilarsi al suo interno in uno spazio ristretto e protetto dal freddo innanzitutto perché racchiuso in sé, nelle dimensioni stesse del suo corpo così che il calore non possa disperdersi. Per questo viene detto che “il Mite”, sinonimo stesso del Penetrante, rappresenta il rannicchiarsi.

Penetrante ha sicuramente un’evocazione sessuale, ma non si tratta della “penetrazione” organica, bensì di quella cellulare: è lo spermatozoo, l’unico ad esserci riuscito a farsi spazio nelle vie interne fino a insinuarsi nella cellula uovo per fecondarla e in quella fusione spegnere le sue ansie evolutive per lasciare che un altro essere biologico intraprenda il proprio lento e mite, appunto, cammino.

Per questo il Penetrante, il Mite è colui che si cela agli occhi e alle ingiurie del mondo in modo da potere “ponderare le cose tenendo conto delle circostanze particolari”: tale è la vita nello sviluppo fetale. Protetta, celata e concentrata solo sul lavoro su di sé.

Tale è dunque la sentenza dell’esagramma: “È mediante le piccole che si giunge alla riuscita”, ma questa penetrazione deve avvenire proprio nel nucleo stesso da dove, perfettamente adeso al corpo che lo ospita, poter imprimere la propria volontà.

Perché questo avvenga il mite deve avere le idee chiare in modo da non disperdere nulla delle sue misurate energie. Occorre che segua la propria guida, qualunque essa si immagini essere perché è la fede nel proprio sentire che costituisce la forza stessa della brezza che penetra.

È dal nucleo stesso della nuova figura che il minuscolo mite diventa colui che fa la differenza e diffonde la sua volontà.

Ed è così che Rudolf Steiner ne Il mistero del doppio spiega che, dove l’unità della persona è frammentata fra due estremi i quali – per quanto egli sottolinei trattarsi di vere e proprie entità spirituali “estranee” ospitate dalla persona umana – ricordano il mito dell’anima secondo Platone la cui forza è data dalla contrapposizione dei due cavalli, quello nero delle passioni e quello bianco della razionalità, i quali tuttavia non condurrebbero a nulla di buono se non fosse l’auriga ad imprimerne da direzione. Che forza potrà mai avere un cocchiere se paragonata anche ad uno solo dei due cavalli? Eppure è la mitezza della sua volontà perspicace, penetrante ma salda e sicura del proprio credo a fare la differenza, a trasformare le energie in direzione. Questa è quella sottile membrana, un esile velo che possiamo chiamare Sé, anche Io se vogliamo, ma mai nel senso di Ego.

Nello stesso modo colui che voglia mostrare la Via o compiere l’Opera deve farlo al netto del proprio Ego lasciando che nel nucleo del proprio Sé-Io possa penetrare al meglio e trovarvi rifugio la natura spirituale che lo guida al di fuori della propria persona essendone al contempo l’essenza stessa.

Memetica

Memetica

Non il “sapere” né “l’esperienza” restano nell’anima, ma quelle microscopiche trasformazioni su cui si impernia il divenire che hanno contribuito ad imprimerle.

Quali Grazie

Quali Grazie

Ci sono due ragioni per cui quando si fanno i complimenti per il loro genio certe persone ringraziano mostrando una certa indifferenza.

La prima è che, per presunzione forse, le ritengono insignificantemente dovute; l’altra è che, per modestia magari, non abbiano a che fare con la loro persona.

Tutto ciò che resta da comprendere è come si tratti, in fondo, della stessa risposta.

5 — Hsu – L’attesa ⎪ 11 — T’ai – La Pace

5 — Hsu – L’attesa ⎪ 11 — T’ai – La Pace

L’albero che è germogliato sul monte nell’esagramma precedente è ancora piccolo e va alimentato con particolare cura. Non bisogna richiedere che si compiano imprese se prima non sono salde le radici e perché questo avvenga occorre del tempo, pazienza e i giusti alimenti.

L’esagramma dell’attesa indica che l’ambiente, il contesto, l’esterno è irto di avversità e contrasti e non bisogna anticipare le mosse per premura di intervenire.

Le radici della pianta sono il luogo dell’attesa così come il grounding bioenergetico (ma anche la posizione delle gambe che si muovono in quadrato nel tai chi per sostenere il movimento circolare degli arti superiori) è fondamentale per sostenere l’azione e la riflessione.

Non diamo sufficiente risalto all’importanza del lato inferiore del nostro corpo che garantisce la stabilità senza la quale ogni gesto finirebbe in caduta. Nello “Yasenkanna, il Trattato Zen sulla Salute”, Hakuin Ekaku Zenji narra del saggio eremita e dei suoi insegnamenti su come, invece di ricercare risultati ambiziosi spirituali o intellettuali è bene rafforzare l’energia che si trova nella zona del bacino sotto l’ombelico imparando a “respirare dai piedi” (si tratta evidentemente di una rappresentazione che fa da guida alla nostra gestione energetica) distribuendo l’energia sotto forma di calore attraverso le gambe fino al mare energetico del bacino.

Non è il momento per trarre considerazioni su successi e sconfitte così come se si dovesse abbandonare una semina per l’assenza di pioggia: l’esagramma mostra che le nuvole stanno dirigendosi in alto e la pioggia non tarderà ancora molto, ma questo tempo non va trascurato come un momento di inattività, bensì va utilizzato per rinforzarsi.

Per questo l’immagine descrive la situazione per cui, mentre le nubi salgono nel cielo la persona responsabile mangia e beve fiducioso in letizia.

La posizione variabile posta in quinta posizione rappresenta una linea forte che diventa ricettiva determinando così un’apertura della figura verso il cielo risultando in tal modo il signore del segno. Sottolinea in questo modo l’opportunità e l’importanza che in questo periodo assume la buona alimentazione che in altri ambiti richiama alla raccolta degli argomenti e degli elementi determinati per la raccolta e l’azione successiva.

Nell’immagine che si crea con il cambiamento si comprende che la fase a seguire avrà la caratteristica dell’equilibro. L’esagramma della Pace (T’ai) mostra l’unione di cielo e terra che ha come corrispondenza proprio il periodo fra gennaio e febbraio dove le energie sepolte nella terra si caricano di luce preparandosi ad allontanare il gelo e la lunga notte.

Si tratta però di un periodo in cui le forze del ristagno possono essere allontanate solo se la responsabilità e la solidarietà sostenibile avranno il sopravvento; un momento in cui la centralità dell’equilibrio non deve minimizzare l’azione ponderata ma dotata di quieta imponenza. Per usare una metafora di Pareto, non si tratta di una fase da “volpi”, bensì da “leoni”. Dei gestori che si curano del bene del popolo amministrando i doni che cielo e terra offrono ai viventi. Una calda e sicura tranquillità operosa caratterizza la figura de “La Pace”.


Per rispondere al pensiero di alcuni lettori sottolineo che l’uso de I Ching, o almeno quello che ne vado facendo qui, non va inteso come un oroscopo previsionale né tantomeno come una sentenza rivolta a delle persone o finalità particolari e specifiche, ma piuttosto come una meditazione immaginativa che si innesta in un quadro di sincronicità: siamo in tanti e siamo differenti e anche responsabili delle nostre scelte, però nonostante in ogni momento alcuni ricevono delle opportunità e altri le perdono, alcuni nascano ed altri periscano, quella che non va mai persa è la comprensione del senso del tempo e del tratto armonico o disarmonico del momento a cui tutti gli esseri senzienti, come fossero un individuo solo, devono conformarsi e adattare le proprie scelte e i comportamenti. Così vanno lette queste mie proposte.

Una “transformation”​ sempre più complicata

Una “transformation”​ sempre più complicata

È dell’altro giorno il nuovo ban che con un colpo di coda Trump ha assestato ad alcune aziende cinesi. Sia le ragioni protezionistiche di questo tipo di interventi, sia la continuità che questo approccio mascherato da ragioni di “spionaggio” avrà anche nella futura era Biden sono stati a lungo oggetto di disamina e chiacchiere.

Lasciando da parte petrolifere e altre società (per non parlare degli strani “non-fatti” che girano attorno a Jack Ma, patron di Alibaba, la “Amazon orientale”) quello che fa pensare è l’attacco a Xiaomi, la seconda industria tecnologica cinese che, pur facendo davvero di tutto e sotto molteplici etichette, ha dato l’assalto da alcuni mesi e con grande successo ai nostri mercati soprattutto con gli smartphone veicolati dalle offerte dei nostri operatori anche con il marchio Poco. Intanto va detta una cosa: curiosamente o meno, mentre con Huawei l’Amministrazione di Washington continua ad accanirsi strenuamente, Xiaomi per il momento si salva dall’effetto più pericoloso: il blocco dei servizi Google. Nulla è per sempre, però, e in fondo vale la pena pensarci meglio anche noi.

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Se il fenomeno del ban di Trump è in fondo una marcia indietro rispetto all’outsourcing manifatturiero alla Cina avviato già dagli anni ’80 rendendosi conto della disoccupazione e dell’accentramento dei capitali che questo comporta in casa ma soprattutto del potere di ricatto che è stato offerto all’Impero orientale, una riflessione simile dovremmo fare anche noi in un periodo in cui stanno dilagando i tanti predicozzi sul cambio di mindset verso la digital transformation.

Chi ha qualche decennio in più sulle spalle ricorderà i disagi che nei primi anni ’90 vennero portati dall’instabilità delle scelte tecnologiche in materia di sistemi operativi. E c’è da dire che questo capitava in un periodo in cui i computer erano in fondo degli apparecchi avanzati di gestione di dati e attività d’ufficio, con un po’ di automazione in più. Oggi, invece, nei loro confronti siamo messi peggio di Irlandesi e Scozzesi con la peste delle patate dell’Era Moderna, dove Internet è ovunque e siamo diventati incapaci di comportarci diversamente in un mondo in cui Industria 4.0 e IoT ancor più che IA e DeepLearning determinano il funzionamento in diverse aree produttive. Nel momento in cui ci toccherà scegliere con chi stare, la discontinuità farà più danni (e forse per alcuni un pacco di soldi) che mai. Ora molti fornitori stanno facendo quadrato attorno al loro business chiudendo gradualmente le porte ai concorrenti, dato che la coperta dei guadagni sta diventando stretta (anche se con profitti sempre incommensurabili rispetto all’80% paretiano del mondo): o stai con Facebook o con Apple; o con Google o con Microsoft; o con Amazon o con… È vero che gli ottimisti avvertiranno che una soluzione si trova sempre e che i calcinacci delle masserizie distruttive possono sempre essere spazzati negli angoli bui della casa, ma siamo sicuri che a questo punto la casa stia avendo sempre meno spazzi chiari?

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E oggi come oggi gli spazi chiari sarebbero:

  • Autonomia degli Stati (EU in primis) rispetto alle scelte di mercato (una sorta di autonomia da una NATO tecno-economica)
  • Creazione collaborativa di OS e Cloud alternativi a quelli dominanti
  • Maggiore competizione nei sistemi della grande distribuzione con il recupero del potere politico sugli accordi economico-fiscali, ma anche sui vantaggi egoistici locali
  • Ma la cosa più importante e tragicamente difficile di tutte è il recupero dell’autonomia di apprendimento e di ideazione che proprio una certa concezione della digital transformation in chiave di dipendenza dall’automazione acefala ha rimosso da lavoratori e studiosi. E purtroppo anche l’apprendimento è diventato in mano a monopoli normalizzanti (e banalizzanti) che passano per formazione quella che altro non è se non editoria elettronica al massimo con qualche feature in più e soprattutto con la rimozione delle funzioni critiche intellettuali del formatore, del partecipante e soprattutto del confronto delle due.

Senza una netta posizione politica su queste vicende ben difficilmente potremo uscire dalle corde di un ring diventato sempre più martellante e che negli anni a venire, complice il Covid potrà mandarci KO prima di capire che cosa fosse successo, visto che si stava tutti vivendo nel migliore dei mondi possibili.

Non dimentichiamoci mai dell’importanza della varietà. Meno sono le alternative e peggio si starà nonostante la logica che finora ha fatto guadagnare di più sia stata esattamente quella inversa.

Pubblicato originariamente su Linkedin

I Ching 53 — Tsienn

I Ching 53 — Tsienn

I Ching 53 — Tsienn Il progresso graduale

Nell’incontro precedente eravamo arrivati ai piedi del Monte, la posizione imperturbabile dell’immobilità focalizzata (tutt’altro che “immobilista”).

Da questa posizione di austera meditazione nella quale non ci si lascia condizionare dal rumore intorno, oggi I Ching ci offre un esagramma perfetto, ovvero privo di linee mutevoli. La sequenza ci fa notare che “le cose non possono rimanere immobili eternamente”, ma nello stesso tempo dalla imperturbabilità dell’Arresto occorre concepire uno sviluppo che si muova gradualmente, proprio come la ragazza che ambisca essere conquistata dal suo pretendente (oggi le cose funzionano diversamente, lo so, ma allora Tinder non esisteva ancora) non deve accelerare i tempi.

La strategia consiste nel comprendere che tenere la posizione senza avanzare conduce ad una penetrazione graduale ma implacabile.

L’immagine ci mostra come sul crinale della montagna che corrispondeva alla posizione dell’attesa e della posizione di meditazione dove eravamo giunti sta crescendo un albero e lo fa gradualmente senza pretendere l’altezza immediata ma, come certi pini giapponesi ruvidamente abbarbicati alla roccia e saldamente coriacei e duri, portatori della vita nei luoghi più impervi e aridi, lo fa poco alla volta consolidando la propria posizione grazie al fatto che la forza non nasce dall’esuberanza, ma dal lavoro interiore, dall’utilizzo delle energie per divenire infrangibilmente resiliente e non scardinabile.

Business come rimozione della morte

Business come rimozione della morte

Il progetto e la fine di tutto

Un celebre aforisma tratto da una canzone di John Lennon (anche se pare fosse già stato usato da un presentatore statunitense negli anni ’50 recita approssimativamente così…

La vita è quella cosa che transita distrattamente mentre sei preso da progetti fondamentali

Per fare un salto mortale in campo filosofico, per Martin Heidegger la filosofia e il progetto umano in genere si scontra e perde di densità in ragione della nostra finitudine. Nulla ha valore dal momento che la consapevolezza della morte trasforma ogni finalità in fine:

«in quanto situazione emotiva fondamentale dell’esserci, [la morte] costituisce l’apertura dell’esserci al suo esistere come esser-gettato per la propria fine» (Essere e Tempo)

Per questa ragione ogni imprenditore è prometeico in quanto sfida la vita con una missione impossibile e ogni manager ha come compito la realizzazione di una rimozione, la compensazione di un’ipocondria fobica di fondo.

Sia l’affarista che il progettista lavorano sub specie aeternitatis, come se si fosse eterni. Poi scoprono che le cose non stanno così e che l’innovazione diventa vecchia in fretta e sparisce spesso per dimenticanza come quando si comincia a guardare da un’altra parte e questo crea amarezza e in molti casi delle vere e proprie psicopatologie.

Nel caso di aziende nate da una figura carismatica e cresciute nell’alveo della famiglia stessa, il fondatore arrivato alla fine della propria carriera non solo diventa refrattario a passare il testimone a figli o fiduciari, ma spesso fa sì che la nave affondi con il capitano piuttosto del contrario. Come in certe culture tribali, animali e spose venivano inumati assieme al capo, anche aziende con tutti i dipendenti vengono suicidate alla dipartita dell’imprenditore. Ci sono stati psicanalisti che hanno definito il fenomeno come il contraltare del “complesso di Edipo” usando l’espressione di “complesso di Laio”.

Lo stesso accade, frequentemente nelle grandi imprese, ai project manager: progetti fondamentali che oggi sembra che debbano cambiare il mondo non di rado muoiono incompiuti lasciando stuoli di vedovi pieni di amarezza e ingiustizia.

Il fatto è che nel negare la morte finché dura il business perpetua un’idea di vita come se fosse l’unica possibile nascondendo la provvisorietà e non di rado la finzione su cui si fonda. La riproduzione, il consumo delle risorse, l’uccisione, le guerre… queste sono le dinamiche che appartengono alla nostra specie e quindi quando un affarista dice che la realtà vera è il denaro dice il falso. Pur partendo dalla constatazione che non esiste una realtà vera o almeno non una che noi si possa dire di riconoscere in quanto tale, quelle che vi assomigliano sono quelle basilari come il freddo, il caldo, la fame, l’amore, la violenza… Il denaro arriva molto dopo che l’agricoltura ha stravolto con l’hybris della pianificazione in naturale ordine delle cose che vedeva il sapiens assieme ai suoi predecessori correre da un lato all’altro della terra per inseguire il cibo o il clima favorevole. Perfino le armi sono arrivate prima, nonostante non siano “naturali” – come insegnava il film di Kubrick 2001: Odissea nello spazio.

Il futuro del progetto

Sicuramente la visione della progettazione Agile sta modificando il nostro modo di vedere il lavoro e il business piegando la pianificazione a lunga scadenza che costringe a descrivere la realtà e quindi la storia sulla base del progetto che si vuole realizzare ad uno schema di maggiore provvisorietà. Il rilascio di edizioni progressive dei prodotti e dei servizi e l’introduzione del destinatario nel loro processo realizzativo sposa le idee di sostenibilità e resilienza che stanno imponendosi nei nostri anni accanto a quello di un’economia circolare.

I politici hanno sostenuto questi modelli finanziandoli, anche se come spesso accade, in molti hanno solo approfittato di queste regole per incassare senza realizzare le iniziative previste – ma questa è un’altra storia. Il punto è che una ricerca recente ha misurato lo sprofondamento della crosta terrestre anche nel nostro paese i cui effetti, spesso negati dai “costruttori di realtà”, abbiamo tutti sotto gli occhi. In nome degli affari e di una visione del mondo tutto sommato recente che afferma che i modelli di potere in vigore siano l’unica realtà possibile da sempre stiamo accelerando l’arrivo di quella stessa morte per cui, come si diceva prima, l’impresa nasceva al fine di esorcizzarla. L’impresa che muta la realtà è un’impresa di morte.

Freaking in Italia

Rudolf Steiner, indicato anche da certa stampa contemporanea nonostante le radici spirituali del suo pensiero come padre di uno dei modelli macroeconomici che maggiormente hanno resistito nel tempo, sottolineava come uno dei danni presenti nell’economia moderna è in connubio fra finanza e prestazioni di attività. Affermava che tutti dovevano poter vedere garantiti i mezzi di sussistenza e nello stesso tempo contribuire alla qualità della vita del prossimo. Altre attività, come prestazioni di qualità o innovative potevano ricevere apprezzamenti da chi ne traeva beneficio, sia in termini economici che di altro tipo. Oggi però proprio il reddito di cittadinanza ha dimostrato quanto difficile sia praticare questa strada proprio a causa degli egoismi che sono insiti in ogni soluzione che si intenda perpetrare.

L’impresa è per sua natura generosa proprio perché consapevole della propria mortalità, ovverosia chi fa impresa nasce per offrire più futuro al mondo, esattamente come chi fa cultura o altre attività. Tuttavia, proprio come nel momento in cui si formano le cellule dello sviluppo, della crescita e della vita aumentano e si rafforzano quelle che portano alla necrosi e alla vecchiaia o alla malattia.

Purtroppo, a guardarci attorno viene troppo facile vedere nelle imprese un regno di corruzione e di parassitismo e mentre facciamo questo chiamiamo favole ragionamenti sulla realtà e lavori inutili quelli della ricerca quando non produce denaro immediato. Il fatto è che la storia è piena di esempi in cui la forza dell’impresa nel suo senso meno industriale e commerciale ma piuttosto etimologico come progetto e azione sfidante non ha più trovato sufficienti uomini disposti a sacrificarsi per bilanciare i parassiti e gli agenti della necrosi. Questo momento che stiamo attraversando potrebbe essere uno di quelli.

Allora è il caso di dire che il manager entropico è quello che paradossalmente percepisce la possibilità di un guadagno eterno perché questo ha come sfondo un’idea egoistica di accumulo personale indefinito che spinge a farsi terra bruciata attorno. L’imprenditore o il manager positivo – checché questa parola significhi – è invece quello che lavora con la morte nel cuore: è proprio la consapevolezza della finitudine personale, sociale, economica… che fa agire per lo sviluppo in quanto consapevole che ogni attaccamento è in sé assurdo perché, per parafrasare un testo citato da Morin, “l’unica impresa che valga è quella che si alimenta di incertezza e il solo pensiero che vive è quello che si mantiene alla temperatura della propria autodistruzione”.

Questo però vuol dire sapere guardare in faccia gli agenti di distruzione che nello stesso progetto lavorano contro, magari con la scusa di dare lavoro anche ai tuoi nipoti, come parte connaturata di morte che non può essere estranea o esclusa.

Invece di essere depresso o esaltato, il leader “olistico” ama proprio grazie alla consapevolezza della morte che dà senso a ciò che sta facendo come se fosse “l’ultima battaglia della sua vita” (Castaneda).

I Ching: 50-52

I Ching: 50-52

Il Crogiuolo

La seconda e la quarta linea realizzano il passaggio dall’esagramma del Crogiuolo (Ting) a quello dell’Arresto (Kenn).

#50 Ting – Il Crogiuolo

Il Crogiuolo è la figura della trasmutazione.

Rappresenta innanzitutto il fuoco che arde grazie alla combustione del legno. Il legno è secco, non è più una pianta rigogliosa e per questo rappresenta qualcosa che non è più parte viva del qui ed ora. Possiamo accumulare ceppi di legno e perfino conservarli indefinitamente. In questo modo però ci si attacca al passato e non lo si utilizza. Il fuoco, invece, al contempo libera da ciò che è vecchio, dall’attaccamento a ciò che è ormai stato e genera il calore che trasforma come nel caso della cottura degli alimenti.

Provando ad associare l’immagine essa ha evocato l’idea di un calderone, di un crogiolo – appunto – con anelli e manici per sollevarlo. Nella nostra tradizione sapienziale la trasmutazione su accennata potrebbe richiamare gli strumenti dell’alchimista e quindi piuttosto l’alambicco attraverso il quale dalla materia si distillano i diversi elementi trasformando ciò che è grezzo nella sua essenza e perfino nella sua componente spirituale. In tal senso si potrebbe dire che il crogiolo per portare alla riuscita comporta il sacrificio che corrisponde a quella che nell’Alchimia viene detta “Opera al Nero”, la combustione. Ne I Ching si sottolinea che

«Nulla trasmuta le cose quanto questa figura: il crogiolo significa l’accoglimento del nuovo»

La sentenza è di buon auspicio e sottende una riuscita. Tuttavia le cose non sono così semplici. Il crogiolo è una figura di preparazione di un sacrificio e ci ricorda come ogni preparazione di cibo è un ringraziamento nei confronti del mondo dello Spirito e che va gestita con paziente cura. Nell’elaborazione quello che deve prevalere è la mitezza e la pazienza che fa sì che ogni cosa avvenga nel momento giusto e nel luogo giusto facendo in modo che ai sensi non sfugga nulla, né dello sfrigolio della cottura, né dell’aspetto della pietanza. Per questo nell’immagine viene detto che la persona degna di questo compito «assestando la posizione consolida il destino», ovvero mettendo in sintonia la perfezione della propria postura con l’armonia del preparato fa sì che l’opera sia ideale, equilibrata e perfino sacrale.

L’Arresto, la Montagna

#52 Kenn – la Montagna, l’arresto

La preparazione del cibo (o del preparato spagirico) tuttavia può richiedere del tempo perché sapori e sostanze arrivino alla giusta maturazione, spesso legando meglio gli ingredienti fra di loro. In questi casi la figura del crogiolo deve arrivare alla stagionatura qui rappresentata dall’esagramma Kenn dove l’immagine della montagna viene rafforzata dalla sua ripetizione.

Per questo nelle sentenze ci viene detto che dopo essersi trasformate le forme devono cessare di mutare e andare incontro ad un periodo di quiete, di ferma. Arrestarsi è come il mantenimento della posizione seduta della meditazione in cui il dorso resta immobile e quieto fino a che il meditante non avverte neppure più il suo corpo, né il movimento e le persone attorno a sé. Questo stato di quiete dell’anima fa risplendere all’inverosimile la luce dello spirito che in essa si cela.

Perché questo accada occorre che il ricercatore non si proietti nel futuro e neppure rievochi il passato o guardi a ciò che accade altrove e ad altri. Il suo pensiero non deve allontanarsi dalla consapevolezza della pienezza del vuoto in quanto assenza di inquietudini e di appartenenze o “proprietà” (Max Stirner)

Le linee

La vinificazione dell’uva che genera un mosto e poi un vino ideale deve avvenire in cantine di tufo a temperatura e umidità ideali, rimanendo all’interno di bottiglie riposte nel luogo ideale e lasciate ad invecchiare quanto basta essendo controllate con cura e calma.

Le linee dell’esagramma 50 che realizzano questo passaggio sono le due linee yang o piene al secondo e al quarto posto.

La prima descrive i richiami che una buona elaborazione porta all’esterno, siano essi invidia dei vicini come pure desiderio di successo del cuoco. Tuttavia, l’equilibrio e il distacco dagli egoismi e dal narcisismo fa parte della qualità stessa dell’opera in corso, un tale rischio non si pone e l’armonia del lavoro e della cottura, quindi, viene salvaguardata.

La seconda indica che, accanto a questo equilibrio d’arte vi è anche una fragilità nelle parti che devono sostenere il peso del lavoro e queste possono fratturarsi facendo disperdere il cibo e facendo sfigurare il cuoco. Non è facile essere indifferenti quando si compie un’opera e quasi nessun artista, musicista o pittore che sia, non vive un momento in cui cede sotto il peso della sua stessa fama o dell’amore per il lavoro fatto, come Pigmalione per la sua statua.

Per questo queste due linee sortiscono il monito costituito dalla quiete imperturbabile della montagna, la figura della meditazione priva di attaccamento.

Appunti di psicologia

Appunti di psicologia

Questo non è un articolo, ma solo l’avviso che ho introdotto in Libreria gli appunti decisamente disordinati di capitoli per libri mai scritti e per lezioni poi modificate. Oltre che per souvenir personale hanno lo scopo di fare ritrovare agli amici che hanno partecipato alle mie lezioni alcuni degli argomenti incontrati e molti di quelli non presentati.

Non credo ne si possa capire troppo: molto è più evocativo che esplicito, tuttavia anche questa è testimonianza di ricerca.

La bozza è qui…

Dove porta l’innovazione?

Dove porta l’innovazione?

Gli albori delle tecnologie

Non sono certo un nostalgico della “sana e antica tradizione” e chi mi conosce meglio sa quanto le invenzioni innovative mi abbiano sempre fatto baluginare gli occhi come un bambino nel negozio dei giocattoli.

Però gli oggetti li ho visti sempre, da un lato come l’espressione della creatività e dell’inquietudine intellettuale, dall’altro come opportunità di nuove realizzazioni consentite da scorciatoie e potenziamenti non riduttivi. Per fare un esempio, il campionamento dei suoni permette nuove idee musicali senza sostituire gli strumenti tradizionali, ma sviluppando nuovi dialoghi musicali.

Chi visita Barcellona non può non ammirare le realizzazioni architettoniche e ambientali di Gaudí che rappresentavano a suo tempo una grande innovazione proprio come i quadri di Picasso o Dalì. Dei software come certi videogiochi oggi, possono essere, per converso, visti come una di queste forme inventive.

Quando, però, l‘innovazione si chiude in se stessa, diventa fine a se stessa o auto-generante non potrà portare da nessuna parte. E oggi le persone comprano invenzioni senza neppure sapere perché lo fanno. Solo perché “è nuovo”. E queste tecnologie, di fronte a umani che non hanno più nulla di originale da esprimere che non sia la ripetizione inflazionata delle opinioni di tutti, finiscono per automatizzare anche quelle. Le nuove macchine, stanche di aspettare le idee degli umani, hanno iniziato a far foto da sole, musica da sé, scrittura automatica… tutto ciò battezzandolo “intelligenza digitale” o artificiale. E che cosa sono queste creazioni? Cliché, repliche a cui i consumatori sono sempre più abituati al punto che se la creazione non somiglia a un cliché viene vissuta come brutta. Così, quando l’espressione intellettuale costringe a pensare, a fare fatica allora viene evitata come la peste e bollata come brutta o noiosa.

Questo nostro si sta riducendo ad essere un mondo piatto e abitato da umani omologati e famelici di consumi in proporzione all’incapacità di dare e di fare. Fermiamoci. Invertiamo la tendenza. Usiamo vetero-tecnologie per espressioni innovative invece di clonare il sentito dire per poter assecondare gli investimenti tecnologici.

Cominciamo a partire dalla cura del sé e accettiamo di fare fatica per arricchirci, non di denaro che presto o tardi sparirà o di cibo che prima o poi ci ucciderà, ma di comprensione di se stessi e di qualità nei rapporti interpersonali.

Acquisti e vendite sono sempre stati occasioni di scambio di prestazioni gli uni verso gli altri e i soldi sono solo un modo pratico per regolare questi scambi. Accumularli vuol dire sostituire con del potenziale inespresso il bello dell’interazione. E comprare sempre nuovi oggetti che saturano le nostre case in maniera direttamente proporzionale alla solitudine che sempre più le abita è una perdita del senso stesso dell’innovazione tecnologica.

Un tablet può servire per scrivere o per leggere, ma se sta fermo per essere aggiornato quando scade proprio come gran parte del cibi che, nonostante le lamentele per la mancanza di soldi per comprare, finiscono scaduti o sprecati nelle colline delle discariche, differenziate e non, allora non solo è un altro spreco inutile, ma ci impoverisce dentro.

Leggere sempre la stessa letteratura, ascoltare sempre gli stessi produttori musicali (sì perché quelli sono sempre meno musicisti e sempre più imprenditori), guardare sempre gli stessi generi cinematografico-televisivi ci imbruttisce.

Non ultimo, accedere a Internet, ai social, ai giornali, ai blog… nella speranza di accaparrarsi qualcosa senza mai dare niente, non solo prestazioni, contributi o servizi barattati, pagati, ma anche semplicemente con risposte, punti di vista personali, critiche o apprezzamenti possibilmente non egocentrici o offensivi… tutto questo imbruttisce.

Se la tecnologia e l’innovazione fa perdere di vista la bellezza e la relazione, quella spontanea e imperfetta, non è colpa della tecnica, ma della nostra componente brutta che ci fa consumare ripiegamento in sé e pigrizia. Ricordiamo che agli albori del termine la techné, il cui significato originario era quello di arte e di artigianato, altro non era che tutto ciò che non corrispondeva alla physis, ovvero alla natura non intaccata, quella priva di umanità e che neppure poteva essere apprezzata in quanto non contaminata né da case, né da sentieri e neppure da pensiero o da utilizzo, seppure estetico o contemplativo. In altri termini, la sola natura non poteva conoscere la bellezza in quanto questa era frutto di pensiero e quindi di invenzione, di idee, di novità… di techné, appunto.

Ad ogni età e con il corpo e la mente che sono stati concessi e che abbiamo accudito alla meno peggio non smettiamo mai di lavorare per il bello: su di noi, dentro di noi, fra di noi!

E questo anche con il supporto delle tecnologie e dell’innovazione, come è sempre stato da che la scimmia di Kubrick ha scoperto che l’osso poteva essere uno strumento, badando sempre di non finire ipnotizzati dal potere di un osso come succedaneo del monolite.

Il bisogno del divino ex-machina

Diapason

Diapason

Auguri di buon anno nuovo, amico mio!

…e certo non c’è nulla di originale in questa espressione abusata.

Però credo che se anche la frase potrebbe lasciare il tempo che trova, non così il senso di vicinanza con cui la porgo a te per ricordarti che siamo uniti dalla stessa rete.

E, certo, non siamo separati nel progetto di liberazione di tutti gli esseri, e non i soli umani, ma bensì di tutti gli esseri senzienti di cui noi sapiens siamo il più delle volte il peggior incubo possibile. Certo che è così, ma non vuol dire che ci si possa davvero riuscire e che in questo si sia davvero tutti uguali nel vincolo di uno stesso karma.

Come gli auguri anche le parole — e con esse i significati — sono formule deboli e fraintendibili. Per questo ti chiedo di capire quando vuoi e solo quello che ti va, perché se scrivo, dipingo, canto, parlo, penso, cucino, sorrido o mi arrabbio, o mille altre cose ancora è solo per fare vibrare il mio diapason; che è poi quella stessa cosa che sovente fai anche tu.

…e la sola ragione per cui faccio vibrare il mio diapason non è per aver ragione, ma solamente per sentire quali altri organi simili vibrino sentendo su di sé la stessa nota.

Non siamo in molti e neppure sempre di più, anzi…

Però, ti prego, non smettiamo mai di farci risuonare fra di noi, nell’oceanico e talora gelido etere del “tra” che nel contempo ci distanzia e ci trasmette.

Buon anno nuovo, amici miei!