Mese: Dicembre 2021

La separazione dal sé

La separazione dal sé

di Ennio Martignago

Jung e il labirinto come metafora del percorso di individuazione

Secondo Carl Gustav Jung esistono due parti nell’essere umano che cercano un incontro, quelle che egli chiama animus e anima. Troppo spesso “tradotte” e quindi “tradite” dallo stesso autore quando vestiva gli abiti dello psichiatra e divulgatore psicologico, hanno le loro radici nella tradizione alchemica, ma anche qui ogni approfondimento diventa complicato. Con queste citazioni voglio solo richiamare un antica necessità di ricongiunzione, sia metafisica che interiore, di cui l’essere umano da sempre sente il bisogno, il più delle volte incompreso, di capire, di integrare. In fondo quello che accade nella coppia tradizionale è lo specchio di quanto avviene in ognuno di noi: un continuo distaccarsi e ricercarsi mal sincronizzato. Non a caso quanta più sincronia c’è nell’animo dei singoli partner, tanto più probabile sarà l’armonia fra loro (e spesso anche il minore bisogno di appartenenza reciproca).

Molte guide spirituali esprimono l’indicazione che occorra prendere le distanze dal nostro ego per riconoscere la nostra “vera” identità costituita da altro rispetto a quello che siamo soliti credere. I nomi scelti per quell’“altro” sono molteplici. La tradizione orientale parla di Atman, di Mente Chiara, talora di Coscienza e in altri casi di Io senza sostanza e così via. Diversamente, nella tradizione occidentale l’espressione più ricorrente è quella di Anima, poi di Spirito; successivamente è ricorrente la definizione di Io e quella di che, complici le traduzioni linguistiche, vengono intesi con significati invertiti. Nondimeno, in tempi più o meno recenti hanno preso corpo definizioni apparentemente più vicine alla mentalità scientifica attuale come quelle di Mente o di Coscienza, ma perfino di Inconscio, tutte quante però poco determinate e meno ancora concordanti. Infine, va fatto rilevare che, nonostante la contestazione alla dicotomia fatta risalire erroneamente a Descartes di corpo e mente apparentemente superata con l’introduzione del pensiero “olistico”, ancora oggi i più — olistici compresi — continuano ad evocare il corpo, da un lato, e la psiche, dall’altro.

Gran parte di queste considerazioni nascono dalla prospettiva escatologica, ovverosia dall’interrogativo creato dall’irruzione della consapevolezza della finitudine umana e dal pensiero della morte. La distrazione, quando non si voglia parlare di una vera e propria rimozione, del “discorso” (in senso foucaultiano) sulla morte ha eroso anche il rapporto fra vivente e “vero sé” al punto da generare delle vere e proprie antinomie ancora più profonde di quelle “pseudo-cartesiane”. Le persone vivono una vera e propria frattura schizoide fra un corpo sempre più sociale o socialmente integrato e un sé metafisico, che ha luogo in una realtà protetta, ritirata dalla condizione quotidiana che ci permette di essere peccatori per strada o sul lavoro, ma perdonati a priori, se non addirittura santi, nel proprio ashram privato garantito da tante concettualizzazioni o pratiche meditative usate come “ginnastica dello spirito a part-time”.

Il fatto rimane che quando siamo posti di fronte alla cruda realtà dell’esperienza della perdita, del lutto di chi ci è caro o della nostra stessa morte, le prospettive tendono a cambiare perché, come ebbe a dire perfino Steve Jobs a Stanford, “nessuno vuole morire” salvo forse alcuni — ma solo alcuni — suicidi. Chi ha fede vede nella morte un passaggio ad un altro piano, una liberazione dalle condizioni temporali, nonostante abbia ragione nel ritenere che neppure costoro sono esenti dal dolore, dalla paura o dalla nostalgia della propria persona, quando perfino il Cristo sulla croce ebbe a esprimere la sofferenza per l’abbandono del Padre. In momenti come questi è importante avere più chiara possibile — e questo perché ci si è preparati lungamente all’idea — la differenza fra la propria persona e la propria… “chiamiamola mente-anima” che ho presentato già in passato: l’annullamento dell’una a favore dell’altra genera una ferita nella propria integrità e nella consapevolezza dell’esperienza vitale potenzialmente disastrosa.

La “Galassia Persona”

Quando andiamo in giro per strada o parliamo con familiari e amici rappresentiamo noi stessi come una persona, un “pezzo unico” costituito da corpo e mente (da qui in avanti userò indifferentemente questa parola o la parola anima o coscienza intendendo con essa la stessa cosa ben distinta sia dal termine “intelligenza” che tanto più da quello di “cervello”). Questa idea è straordinariamente riduttiva e impropria così come pensare che la il pianeta sia un entità unica i cui abitanti non abbiano una vita o un’identità propria o che non incidano in quella della Terra. Se paragonato al pianeta con i suoi abitanti animali, le sue foreste, le costruzioni umane e così via, si potrebbe dire che il nostro corpo sia un’intera galassia, anche se su dimensioni diverse. Quando pensiamo ad esso ci rappresentiamo degli aggregati fra loro funzionali come gli occhi, l’intestino, gli arti, i reni e così via. Di fatto esistono delle reti funzionali o dei processi, come quello metabolico, quello neuro-sensoriale o quello respiratorio che sono tanti altri modi per rappresentarci il corpo umano. Poi potremmo scendere alle identità cellulari dal cui punto di vista l’organo come potrebbe essere il fegato o il cervello non è altro che una vera e propria astrazione, esattamente come se pensando a noi stessi dovessimo intenderci una componente della Via Lattea e non quello che passa il bancomat al supermercato. Infine, ultimo ma non ultimo, la macroscopica popolazione del microbiota umano (non solo quello intestinale!), “ovvero l’insieme di tutti i microbi che abitano dentro e sulla superficie del nostro corpo, il cui numero è pari a 10 volte quello delle nostre cellule, che sono circa 10 mila miliardi”(!!!). Per avere un’idea di uno degli infiniti scenari di guerra che hanno luogo nel nostro corpo fra i soldati che — a torto o a ragione — definiamo appartenerci e gli altri che — a torto o a ragione — stabiliamo esserci estranei basta guardare questo film girato al microscopio dell’agguato di un macrofago nei confronti di un batterio:

Ognuna di queste creature è nello stesso tempo un nostro ospite e un estraneo a noi stessi, proprio come decidiamo di considerare un animale di compagnia, il nostro gatto o il nostro pitone.

Detto altrimenti, quando dico “Io” intendo l’insieme di questa galassia che mi costituisce e che si afferma in me avendo l’interesse di tenermi vivo o di divorarmi, essendo comunque in me e me stesso.

Se camminando per strada immaginassi di portare a spasso questo carrozzone universale potresti impazzire, visto che il modo migliore per cadere è quello di pensare ai movimenti che costituiscono una semplicissima camminata invece di lasciare tutto agli automatismi fisiologici. Pur tuttavia, così stanno le cose dal punto di vista biologico e quindi anche delle relazioni fra soggetti.

Quando il soggetto della nostra persona muore è un intera galassia che scompare assieme ad esso, come in una scena di Star Wars. Muoiono tutti, organi, cellule, batteri… dal punto di vista soggettivo e tutti assieme, diversamente dalle infinite morti soggettive che avvengono in ogni istante della nostra esistenza quotidiana che segnano inevitabilmente un pezzo della nostra morte di cui non abbiamo la benché minima possibilità di essere consapevoli, anche se, mutata mutandis, niente muore ma semplicemente si trasforma da un punto di vista della materia al di là delle identità che tramite essa si ricreano continuamente (proprio come all’inizio del Bolero contenuto nel bellissimo film animato di Bruno Bozzetto Allegro non troppo).

Un Lutto inevitabile

Al netto di tutto il dolore e di tutte le sofferenze che comporta, la morte è un momento di trasformazione di un sistema biologico collaborativo che non si intende affatto “Io” più di quanto un’azienda possa essere un’entità al netto delle risorse che la costituiscono: avete mai sentito parlare, che so, Google? No, evidentemente: sentirete un suo rappresentante che esprime il punto di vista di una parte dell’aggregato che la compone, anche perché perfino il suo amministratore delegato dovrà esprimere solo la più approssimativa decisione fra quelle consentite dalle lotte di interessi e di potere che hanno luogo al suo interno e all’esterno di essa.

Proprio come una banca, anche la nostra Persona può vivere più o meno a lungo, ma prima o poi morirà. E questo sarà un momento di inevitabile lutto.

Non dobbiamo raccontarci bugie dicendo che non bisogna pensare: «Non si muore mai davvero in quanto non siamo noi quello che muore perché siamo “altro”: siamo la nostra anima, la nostra mente, la nostra coscienza, il nostro contributo sociale, la nostra eredità storica, quello che lasciamo ai nostri figli, il nostro lascito al pianeta…» Tutte palle!

La nostra vita è e alla fine sarà stata “una storia”, un’opera compiuta, i nostri amori, i rancori, quello a cui abbiamo creduto e quello che ci ha deluso o quello che abbiamo dimenticato. E tutta questa storia è contenuta nei nostri ricordi e sulla nostra pelle; nelle nostre imprese non più che nelle nostre malattie. Ennio Martignago sarà stato tutto ciò e non la sua anima o la sua mente o la sua coscienza. Ci sono quelli che provano l’ipnosi regressiva per scoprire chi erano nella vita precedente, ma questo non è possibile perché quella ipotetica signora Rossi della vita passata non ha niente a che vedere con l’Ennio di oggi. Solo la mente che avrà abitato in noi ma che la maggior parte di noi, fortemente improntata nell’identificazione con la propria Persona, non ha esperito a pieno nella propria vita potrà dire di essere stata ospitata dall’aggregato “Signora Rossi” e da quello “Ennio Martignago”. Quando presto morirà Ennio, essa piangerà Ennio come la fine di un viaggio importante, di un bel film o un bel concerto che sai che non si ripeterà, anche se nella vita ne potrai ascoltare altri di diversi musicisti, più belli o più brutti e perfino dello stesso cantante che però non eseguirà mai più la stessa performance.

Il piacere si accompagna alla malinconia nel compimento di un’opera o di una vita

Amici in competizione

Fra l’Anima e la Persona esiste una concorrenza collaborativa lunga una vita. Solo attraverso la Persona l’Anima può integrare esperienze per la crescita propria e del sistema che la ingloba così come senza di essa la Persona in pratica non è consapevole di sé e al massimo potrebbe esistere soltanto come un aggregato, perfino intelligente, ma completamente incosciente, in preda a pulsioni affiliative o distruttive che si alternano come momenti privi del senso di continuità e quindi del sentimento dell’identità: egoisti senza io.

Nel momento in cui il corpo fisico (glisso su eventuali ulteriori corporeità — eterica, astrale…) va per la sua strada esso diventa immemore e disaggregato e quindi privo di sentimenti ed emozioni. Nel momento in cui l’anima abbandona l’esistenza corporea essa affonda nel proprio percorso difficilmente esprimibile in termini linguistici ma che usando delle metafore potremmo definire di affinamento del proprio divenire se stessa, la propria unicità (l’eterno ritorno del medesimo di Nietzsche esprime bene il concetto attraverso l’imperativo “Divieni ciò che sei!”), ma non gode più di quel connubio fra (o Io) e Esperienza che solo il periodo vissuto come Persona consente.

Possiamo immaginarci come Persona se facciamo il paragone con la famiglia: con questa parola come con quella di “coppia” descriviamo qualcosa che, nonostante non abbia una propria fisicità, viene percepita da tutti come una vera e propria realtà. Due singoli, ognuno con la propria storia e le proprie differenze decidono di condividere parte delle esperienze socio-fisiche e intellettual-sentimentali insieme e chiamano questa parte di loro “coppia”; questa ha una vita e un sentire distinto da quello individuale nonostante ognuno dei due si identifichi sia come singolo, sia come coppia con logiche diverse ma entrambe appartenenti. Se vengono al mondo figli, la definizione di “famiglia” diventa a questo punto indiscutibile e le persone diventano pertanto sia singoli, sia coppia, sia famiglia, ognuna parte con logiche diverse ma tutte e tre appartenenti. Quando poi, non necessariamente in questo ordine, i figli abbandonano il nucleo famigliare lasciandolo in eredità alle esperienze della “coppia”, questa riscopre se stessa e soprattutto diventa consapevole delle sue trasformazioni e di quelle dei singoli al suo interno. Questo abbandono comporta contemporaneamente un vissuto di liberazione e uno di malinconia, di abbandono, in fondo, di lutto. Presto o tardi quasi sempre, in un modo o in un altro il distacco di uno dei due determinerà anche la fine della coppia e quindi la separazione. Il vissuto di coppia entrerà a far parte dell’esperienza di ciascun membro ma non più la continuità della condivisione del quotidiano: proseguirà forse all’interno di ognuno dei due, ma con la consapevolezza che quella parte si è conclusa. È possibile che le anime continuino a condividere l’appartenenza reciproca, ma non l’esperienza diretta — al massimo quella trasferita.

La Persona è un mondo anche se è privo di consistenza, proprio come un film al cinematografo è un vissuto ma non una realtà, senza che questo lo squalifichi: ricordiamo con maggiore intensità un film che ci è piaciuto che più del 90% delle ore vissute nella quotidianità.

La Persona è come un bambino che nutrirà rabbia verso i genitori quando si separeranno, nonostante da un altro lato si stenta sollevato dal venire alleggerito dei continui litigi e delle atmosfere plumbee di una convivenza piena di dolore come un malato terminale: non ci saranno più momenti di sofferenza ma neppure quelli di gioia vissuti insieme e non ci sarà più quella possibilità; ce ne saranno certamente altre, ma non più quella.

Quando hai avuto l’auto dei tuoi sogni scoprirai che quando sei al lavoro o in famiglia sarai Ennio che, fra le altre cose, è quello che ha l’auto dei suoi sogni; ma quando guidi l’auto dei tuoi sogni lei non sarà più lei e tu non sarai più tu, ma entrambi siete una coppia: Ennio alla guida dell’auto dei suoi sogni e la strada non apparirà mai e poi mai la stessa, tanto che la stessi percorrendo a piedi o su un autobus, perché ora siete “voi due”: un Io di coppia. Un malaugurato giorno dovrai abbandonarla al suo destino come il vascello infuocato del Re di un funerale vichingo che si guarda allontanarsi trascinato dalle correnti nel mare dell’ignoto. Questa separazione è dolorosa per chi ama la propria auto e ci si immagina che sia così anche per l’auto, nonostante l’intelligenza ci voglia convincere che questo è assurdo. Ci sono persone che hanno avuto tante auto, spesso una più potente dell’altra, ma non hanno mai superato la separazione da quel modello dei 20 anni. Non per l’auto ma per l’insieme Ennio-Auto.

Diversi trapassi

In definitiva, che-che se ne dica, la separazione dell’anima dall’esperienza della persona è un lutto inevitabile. Nessuno potrà esentarsene, ma non tutti lo vivranno nello stesso modo. Quanto più ci si sarà identificati, non tanto con il proprio corpo — cosa che purtroppo non è poi così rara — ma con la propria Persona, tanto più dolorosa sarà la morte e tanto più lenta la separazione e l’evoluzione dell’anima, della coscienza, del Sé.

Alleggerite da questa dipendenza identificativa, la coscienza si sentirà arricchita del sacrificio della Persona compiuta attraverso la sua realizzazione mentre la Persona scoprirà che proprio significato nasce dal contributo ricevuto dall’anima.

Quel lutto inevitabile potrà essere di completamento ed evoluzione a patto che si sia riusciti, prima di tutto a superare ogni forma di attaccamento, e poi a gestire l’armonia migliore possibile fra le proprie parti.

A questo proposito va aggiunto che, ad uno sguardo privo di pregiudizi materialistici, la Persona non è abitata da una sola istanza mentale. Noi siamo soliti appellare queste diversità emozioni, sentimenti, aggregati, eredità psicogenealogiche, parti evolutive, complessi… ma sono tutte definizioni che derivano dal sistema di pensiero di riferimento. Un po’ tutti gli approcci psicologici riconoscono queste “entità” che erano note alle dottrine sapienziali con termini che a scuola ci hanno insegnato essere ingenui mentre sono solo lingue diverse appartenenti a popoli e periodi storici diversi.

Perché non possiamo pensare che, proprio come è normale considerare che lo stato di salute ci faccia sentire diversi, anche il nostro microbioma come la fisiologia cellulare siano quindi parti del nostro apparire e che la nostra “Persona Mentale” possa ospitare più anime o più entità spirituali?

Sopra tutte queste tuttavia, come il peso di una piuma o il famoso battere di ali della farfalla, fa inclinare gli eventi da una parte o da un’altra, o che come il guidatore che, pur mettendo ben poca energia e fisicità nella corsa, rende la guida un “viaggio” e non solo un “muoversi”, esiste un o Io che fa sì che le altre componenti della Persona non prendano il sopravvento nell’opera costituita dalla sua esistenza.

Questa parte supera i confini dell’attuale contributo e sarà oggetto di futuri scritti, almeno fino a che sarà questa persona a poterlo ancora fare.

😄

Le origini delle psicologia inversa — Reverse Psychology parte prima

Le origini delle psicologia inversa — Reverse Psychology parte prima

L’esaurimento della psicologia scientifica e l’incontro con una psicologia inversa dove la spiegazione venga ricercata a partire dalla fine

Comunemente — si fa per dire perché il concetto non è così utilizzato — per Reverse Psychology o Psicologia Inversa si intendono degli utilizzi diversi da quello qui illustrato, tuttavia, a parte gli intenti di manipolazione peraltro presenti anche nelle tecniche tradizionali, in fondo esiste un legame con percorsi spirituali comuni.

In psicoterapia si attribuisce questa denominazione soprattutto alle tecniche della terapia a breve termine di derivazione genericamente sistemica dove l’esempio più ricorrente è quello della prescrizione del sintomo che si fa risalire soprattutto alle metodologie paradossali di Milton Erickson. In poche parole si creano le condizioni per cui il postulante, cliente, paziente… arrivi in maniera improvvisa a ristrutturare il proprio campo cognitivo e quindi il problema tramite una dimostrazione per assurdo dove la spiegazione precedente viene annullata dai riscontri dell’evidenza (e quindi dall’esperienza non-formale). Di fatto, però, proprio metodi di insegnamento simili erano quelli praticati dai maestri buddisti, soprattutto quelli della tradizione zen i cui koan finivano per promuovere un disorientamento nei discepoli che in questo modo finivano per abbandonare e poi riconoscere in quanto tali le convinzioni stereotipate che non ci permettono di sperimentare la chiarezza mentale naturale che ci collega con la nostra natura spirituale più profonda. Quando ci si perde in una città perché non si ha una mappa a disposizione si è costretti ad attivare l’attenzione e tutti i sensi guardando al mondo esterno per quello che è e non per il costrutto che siamo abituati ad usare

Già questa considerazione ci avvicina alla riflessione che qui propongo con l’espressione di “Psicologia Inversa”, un percorso che parta dall’assioma spirituale per risalire ai comportamenti quotidiani in maniera non-dogmatica (potremmo definirla perfino “laica” in quanto non conforme alle religioni formali).

Perché si parla di “assioma spirituale”? Per “assioma” (in geometria postulato) si intende un principio autoevidente ai più che si assume per vero nonostante non sia possibile dimostrarlo e dal quale derivano considerazioni e regole (corollari) che, pur essendo fondate su questi, possono invece rispondere a dei criteri di logica formale, ovvero di dimostrazione o falsificazione. Il tanto vituperato Cartesio con il suo Discorso sul metodo ha fatto comprendere in un modo ancor oggi fondamentale come le nostre sicurezze si reggano su degli indimostrabili alla base dei quali si può posizionare solo la consapevolezza di un sé pensante. In molti si sono erti a volponi nel criticare il filosofo francese affermando che alla fine non aveva dimostrato un bel nulla. Non è così, però: egli è arrivato ad un paradigma ontologico, quello dell’identificazione in un essere pensante.

Da questo punto di vista gran parte delle nostre certezze sono proposizioni superstiziose, sia perché generalmente si fondano su luoghi comuni e sentito dire, ma comunque più in generale perché fatte al netto della consapevolezza che partono da un assioma, ovvero da qualcosa che, pur trovando consenso nella pressoché totalità delle persone, da un punto di vista della certezza si basano su un assioma, come la certezza stessa di essere vivi. Se non considerassimo questo presupposto nessun cambiamento dei paradigmi scientifici, come la visione controintuitiva della terra che abbiamo da Keplero in poi, sarebbe possibile. Eppure dal punto di vista del soggetto abbiamo dovuto aspettare i primi anni del ‘900 per avere a che fare con quel ribaltamento di prospettiva che spacca in molti modi l’unità dell’Io.

Se Freud ha fondatamente considerato la “scoperta” dell’inconscio una rivoluzione copernicana, resta il fatto che da allora consideriamo l’inconscio come un “ingrediente”, non foss’altro che siamo soliti dire che esso è posto “nella profondità”, dentro di noi. Ora dovremmo fare un passo avanti da quella volta: è necessario che ci posizioniamo ad un metalivello — come dire “fuori”, “attorno”, “al di sopra” della nostra persona fisica per come la percepiamo. Per fare questo dobbiamo fare lo sforzo di superare la rappresentazione di sé (qualcuno lo chiama “io” trascendente) come vivente, come natura… come persona.

Per fare questo dobbiamo pensare ad una psicologia differente da quella scientifica a cui siamo abituati; dobbiamo avere la forza di vedere l’esistenza dal percorso inverso. Invece di pensare al succedersi degli eventi dalla nascita alla fine del corpo, dobbiamo affermare la possibilità che si possa costruire un significato del soggetto risalendo dalla fine per ricongiungersi all’esperienza finale della nascita.

Prossimamente: da Wilhelm Wundt a Raymond Moody e oltre.

La preoccupazione per la salute

La preoccupazione per la salute

Che cosa si cela dietro tanta preoccupazione per la salute e attenzione per l’alimentazione?

Una famiglia della campagna veneta negli anni ’50

Il medico, questo sconosciuto

Ricordo che quando ero giovane molti adulti e più che adulti ti guardavano straniti se andavi dal dottore o se prendevi delle medicine. Erano in tanti quelli che nella loro vita non avevano mai visto un medico e ancora oggi i miei genitori facevano fatica ad accettare di dover prendere dei farmaci, ancorché pochi, con regolarità. Allora una visita medica era un evento molto più straordinario di un ricovero ospedaliero oggi. Ai nostri giorni una cosa simile sembra impossibile, o quantomeno molto fortunata, come quelli che arrivano a sessant’anni senza aver mai visto un dentista né aver avuto una carie.

Eppure, mai come oggi la discussione per strada cade fatalmente sui temi della salute e su quelli dell’alimentazione. Un tempo si parlava di calcio o di film; oggi quando esci con gli amici ti ritrovi a parlare di diete, cibi, visite mediche, integratori alimentari e così via.

Non ti sembra che le esperienze si siano un po’ ridotte in questo modo?

Un abusato detto di Ludwig Feuerbach secondo il quale “l’uomo è ciò che mangia” potrebbe essere modificato oggi in “ogni uomo si distingue per il tipo di ossessione per ciò che mangia”.

Potremmo anche rispolverare il buon vecchio Freud per domandarci se l’umanità occidentale non sia regredita alla fase orale. In questo caso potremmo dire che lentamente diventiamo sempre più dipendenti dai nostri bisogni primari; come dire che invece di andare incontro al mondo con il nostro agire creativo, estroverso, ottimistico, fattivo, creatore di diversità espressive e comunicative, invece di vivere così ci attacchiamo alla mammella della società e reclamiamo il nostro diritto a ricevere dall’esterno pieni di attenzione solo verso le nostre necessità biologiche.

Prendere l’umanità all’amo

Non voglio neppure nominare l’argomento che ci coinvolge tutti dagli ultimi due anni a questa parte, nonostante sia quasi indispensabile, e non voglio farlo perché sento di correre il rischio di ricadere nella trappola mentre cerco di trovare un modo per uscirne.

Certo è che questa ossessione per il sì o per il no ci impedisce di pensare ad altro a prescindere da qualsiasi delle parti ci si riconosca. E solo questo è il principale successo di una riduzione a schiavitù della comunità umana.

Che cos’è l’ossessione se non una costrizione del pensiero entro un circolo vizioso ricorsivo e asfittico? E che cosa c’è di peggio in questa prigionia del fatto di stare a immergercisi da soli senza che nessuno si sforzi di farlo?

La tristezza degli esseri umani di oggi non è tanto legata ad un’accettazione o a una ribellione, ad un’iperbole di progresso senza sostanza o a una profezia distopica senza speranza, quanto ad una riduzione dell’orizzonte esperienziale.

Ai tempi dei miei genitori e dei loro genitori certo non esisteva la televisione, erano proprio pochi quelli che leggevano e meno ancora quelli che potevano andare a teatro. Tuttavia, le sere d’inverno si trovavano nella stalla perché era l’ambiente più riscaldato in quanto il foraggio attenuava la rigidità delle mura e soprattutto il calore dovuto alla presenza degli animali oltre che delle persone faceva stare bene. In quelle sere o in quelle estive sotto i pergolati che attenuavano la calura le famiglie si raccontavano di quello che era successo, dei ricordi, delle osservazioni, di quanto gli occhi, le orecchie, il tatto o l’olfatto avevano offerto alla loro esperienza senza tante complicazioni. Si parlava dei propri vecchi, dei figli, dei nipoti e, sì, si beveva qualche bicchiere di vino o si tagliava l’anguria, ma non si andava certo al ristorante per fare tutto ciò.

Oggi, ci si scandalizza se si deve pagare qualche euro per ascoltare la tanta musica disponibile o i tanti libri che circolano. Si rifiuta di riconoscere un compenso per questi sforzi perché si vuole tutto gratis in cambio di tanta pubblicità e della diffusione dei propri dati privati al mondo intero lamentandosi di non avere soldi da spendere, ma poi se non si va al ristorante almeno una volta la settimana ci si sente defraudati. La ristorazione esterna è la principale ragione — dopo certamente l’accesso agli uffici e ai mezzi pubblici — per cui si sceglie di lasciarsi marchiare in nome della salute pubblica.

A che serve la salute se la vita si impoverisce riducendosi al cibo e alle medicine — accanto sempre alla grande assenza o sonno del lavoro e dei dispositivi elettronici?

A che serve vivere se lo si fa quasi esclusivamente concentrandosi al pensiero di quanto vivere di più?