La separazione dal sé
di Ennio Martignago

Secondo Carl Gustav Jung esistono due parti nell’essere umano che cercano un incontro, quelle che egli chiama animus e anima. Troppo spesso “tradotte” e quindi “tradite” dallo stesso autore quando vestiva gli abiti dello psichiatra e divulgatore psicologico, hanno le loro radici nella tradizione alchemica, ma anche qui ogni approfondimento diventa complicato. Con queste citazioni voglio solo richiamare un antica necessità di ricongiunzione, sia metafisica che interiore, di cui l’essere umano da sempre sente il bisogno, il più delle volte incompreso, di capire, di integrare. In fondo quello che accade nella coppia tradizionale è lo specchio di quanto avviene in ognuno di noi: un continuo distaccarsi e ricercarsi mal sincronizzato. Non a caso quanta più sincronia c’è nell’animo dei singoli partner, tanto più probabile sarà l’armonia fra loro (e spesso anche il minore bisogno di appartenenza reciproca).
Molte guide spirituali esprimono l’indicazione che occorra prendere le distanze dal nostro ego per riconoscere la nostra “vera” identità costituita da altro rispetto a quello che siamo soliti credere. I nomi scelti per quell’“altro” sono molteplici. La tradizione orientale parla di Atman, di Mente Chiara, talora di Coscienza e in altri casi di Io senza sostanza e così via. Diversamente, nella tradizione occidentale l’espressione più ricorrente è quella di Anima, poi di Spirito; successivamente è ricorrente la definizione di Io e quella di Sé che, complici le traduzioni linguistiche, vengono intesi con significati invertiti. Nondimeno, in tempi più o meno recenti hanno preso corpo definizioni apparentemente più vicine alla mentalità scientifica attuale come quelle di Mente o di Coscienza, ma perfino di Inconscio, tutte quante però poco determinate e meno ancora concordanti. Infine, va fatto rilevare che, nonostante la contestazione alla dicotomia fatta risalire erroneamente a Descartes di corpo e mente apparentemente superata con l’introduzione del pensiero “olistico”, ancora oggi i più — olistici compresi — continuano ad evocare il corpo, da un lato, e la psiche, dall’altro.
Gran parte di queste considerazioni nascono dalla prospettiva escatologica, ovverosia dall’interrogativo creato dall’irruzione della consapevolezza della finitudine umana e dal pensiero della morte. La distrazione, quando non si voglia parlare di una vera e propria rimozione, del “discorso” (in senso foucaultiano) sulla morte ha eroso anche il rapporto fra vivente e “vero sé” al punto da generare delle vere e proprie antinomie ancora più profonde di quelle “pseudo-cartesiane”. Le persone vivono una vera e propria frattura schizoide fra un corpo sempre più sociale o socialmente integrato e un sé metafisico, che ha luogo in una realtà protetta, ritirata dalla condizione quotidiana che ci permette di essere peccatori per strada o sul lavoro, ma perdonati a priori, se non addirittura santi, nel proprio ashram privato garantito da tante concettualizzazioni o pratiche meditative usate come “ginnastica dello spirito a part-time”.
Il fatto rimane che quando siamo posti di fronte alla cruda realtà dell’esperienza della perdita, del lutto di chi ci è caro o della nostra stessa morte, le prospettive tendono a cambiare perché, come ebbe a dire perfino Steve Jobs a Stanford, “nessuno vuole morire” salvo forse alcuni — ma solo alcuni — suicidi. Chi ha fede vede nella morte un passaggio ad un altro piano, una liberazione dalle condizioni temporali, nonostante abbia ragione nel ritenere che neppure costoro sono esenti dal dolore, dalla paura o dalla nostalgia della propria persona, quando perfino il Cristo sulla croce ebbe a esprimere la sofferenza per l’abbandono del Padre. In momenti come questi è importante avere più chiara possibile — e questo perché ci si è preparati lungamente all’idea — la differenza fra la propria persona e la propria… “chiamiamola mente-anima” che ho presentato già in passato: l’annullamento dell’una a favore dell’altra genera una ferita nella propria integrità e nella consapevolezza dell’esperienza vitale potenzialmente disastrosa.
La “Galassia Persona”
Quando andiamo in giro per strada o parliamo con familiari e amici rappresentiamo noi stessi come una persona, un “pezzo unico” costituito da corpo e mente (da qui in avanti userò indifferentemente questa parola o la parola anima o coscienza intendendo con essa la stessa cosa ben distinta sia dal termine “intelligenza” che tanto più da quello di “cervello”). Questa idea è straordinariamente riduttiva e impropria così come pensare che la il pianeta sia un entità unica i cui abitanti non abbiano una vita o un’identità propria o che non incidano in quella della Terra. Se paragonato al pianeta con i suoi abitanti animali, le sue foreste, le costruzioni umane e così via, si potrebbe dire che il nostro corpo sia un’intera galassia, anche se su dimensioni diverse. Quando pensiamo ad esso ci rappresentiamo degli aggregati fra loro funzionali come gli occhi, l’intestino, gli arti, i reni e così via. Di fatto esistono delle reti funzionali o dei processi, come quello metabolico, quello neuro-sensoriale o quello respiratorio che sono tanti altri modi per rappresentarci il corpo umano. Poi potremmo scendere alle identità cellulari dal cui punto di vista l’organo come potrebbe essere il fegato o il cervello non è altro che una vera e propria astrazione, esattamente come se pensando a noi stessi dovessimo intenderci una componente della Via Lattea e non quello che passa il bancomat al supermercato. Infine, ultimo ma non ultimo, la macroscopica popolazione del microbiota umano (non solo quello intestinale!), “ovvero l’insieme di tutti i microbi che abitano dentro e sulla superficie del nostro corpo, il cui numero è pari a 10 volte quello delle nostre cellule, che sono circa 10 mila miliardi”(!!!). Per avere un’idea di uno degli infiniti scenari di guerra che hanno luogo nel nostro corpo fra i soldati che — a torto o a ragione — definiamo appartenerci e gli altri che — a torto o a ragione — stabiliamo esserci estranei basta guardare questo film girato al microscopio dell’agguato di un macrofago nei confronti di un batterio:
Ognuna di queste creature è nello stesso tempo un nostro ospite e un estraneo a noi stessi, proprio come decidiamo di considerare un animale di compagnia, il nostro gatto o il nostro pitone.
Detto altrimenti, quando dico “Io” intendo l’insieme di questa galassia che mi costituisce e che si afferma in me avendo l’interesse di tenermi vivo o di divorarmi, essendo comunque in me e me stesso.
Se camminando per strada immaginassi di portare a spasso questo carrozzone universale potresti impazzire, visto che il modo migliore per cadere è quello di pensare ai movimenti che costituiscono una semplicissima camminata invece di lasciare tutto agli automatismi fisiologici. Pur tuttavia, così stanno le cose dal punto di vista biologico e quindi anche delle relazioni fra soggetti.
Quando il soggetto della nostra persona muore è un intera galassia che scompare assieme ad esso, come in una scena di Star Wars. Muoiono tutti, organi, cellule, batteri… dal punto di vista soggettivo e tutti assieme, diversamente dalle infinite morti soggettive che avvengono in ogni istante della nostra esistenza quotidiana che segnano inevitabilmente un pezzo della nostra morte di cui non abbiamo la benché minima possibilità di essere consapevoli, anche se, mutata mutandis, niente muore ma semplicemente si trasforma da un punto di vista della materia al di là delle identità che tramite essa si ricreano continuamente (proprio come all’inizio del Bolero contenuto nel bellissimo film animato di Bruno Bozzetto Allegro non troppo).
Un Lutto inevitabile
Al netto di tutto il dolore e di tutte le sofferenze che comporta, la morte è un momento di trasformazione di un sistema biologico collaborativo che non si intende affatto “Io” più di quanto un’azienda possa essere un’entità al netto delle risorse che la costituiscono: avete mai sentito parlare, che so, Google? No, evidentemente: sentirete un suo rappresentante che esprime il punto di vista di una parte dell’aggregato che la compone, anche perché perfino il suo amministratore delegato dovrà esprimere solo la più approssimativa decisione fra quelle consentite dalle lotte di interessi e di potere che hanno luogo al suo interno e all’esterno di essa.
Proprio come una banca, anche la nostra Persona può vivere più o meno a lungo, ma prima o poi morirà. E questo sarà un momento di inevitabile lutto.
Non dobbiamo raccontarci bugie dicendo che non bisogna pensare: «Non si muore mai davvero in quanto non siamo noi quello che muore perché siamo “altro”: siamo la nostra anima, la nostra mente, la nostra coscienza, il nostro contributo sociale, la nostra eredità storica, quello che lasciamo ai nostri figli, il nostro lascito al pianeta…» Tutte palle!
La nostra vita è e alla fine sarà stata “una storia”, un’opera compiuta, i nostri amori, i rancori, quello a cui abbiamo creduto e quello che ci ha deluso o quello che abbiamo dimenticato. E tutta questa storia è contenuta nei nostri ricordi e sulla nostra pelle; nelle nostre imprese non più che nelle nostre malattie. Ennio Martignago sarà stato tutto ciò e non la sua anima o la sua mente o la sua coscienza. Ci sono quelli che provano l’ipnosi regressiva per scoprire chi erano nella vita precedente, ma questo non è possibile perché quella ipotetica signora Rossi della vita passata non ha niente a che vedere con l’Ennio di oggi. Solo la mente che avrà abitato in noi ma che la maggior parte di noi, fortemente improntata nell’identificazione con la propria Persona, non ha esperito a pieno nella propria vita potrà dire di essere stata ospitata dall’aggregato “Signora Rossi” e da quello “Ennio Martignago”. Quando presto morirà Ennio, essa piangerà Ennio come la fine di un viaggio importante, di un bel film o un bel concerto che sai che non si ripeterà, anche se nella vita ne potrai ascoltare altri di diversi musicisti, più belli o più brutti e perfino dello stesso cantante che però non eseguirà mai più la stessa performance.
Il piacere si accompagna alla malinconia nel compimento di un’opera o di una vita
Amici in competizione
Fra l’Anima e la Persona esiste una concorrenza collaborativa lunga una vita. Solo attraverso la Persona l’Anima può integrare esperienze per la crescita propria e del sistema che la ingloba così come senza di essa la Persona in pratica non è consapevole di sé e al massimo potrebbe esistere soltanto come un aggregato, perfino intelligente, ma completamente incosciente, in preda a pulsioni affiliative o distruttive che si alternano come momenti privi del senso di continuità e quindi del sentimento dell’identità: egoisti senza io.
Nel momento in cui il corpo fisico (glisso su eventuali ulteriori corporeità — eterica, astrale…) va per la sua strada esso diventa immemore e disaggregato e quindi privo di sentimenti ed emozioni. Nel momento in cui l’anima abbandona l’esistenza corporea essa affonda nel proprio percorso difficilmente esprimibile in termini linguistici ma che usando delle metafore potremmo definire di affinamento del proprio divenire se stessa, la propria unicità (l’eterno ritorno del medesimo di Nietzsche esprime bene il concetto attraverso l’imperativo “Divieni ciò che sei!”), ma non gode più di quel connubio fra Sé (o Io) e Esperienza che solo il periodo vissuto come Persona consente.
Possiamo immaginarci come Persona se facciamo il paragone con la famiglia: con questa parola come con quella di “coppia” descriviamo qualcosa che, nonostante non abbia una propria fisicità, viene percepita da tutti come una vera e propria realtà. Due singoli, ognuno con la propria storia e le proprie differenze decidono di condividere parte delle esperienze socio-fisiche e intellettual-sentimentali insieme e chiamano questa parte di loro “coppia”; questa ha una vita e un sentire distinto da quello individuale nonostante ognuno dei due si identifichi sia come singolo, sia come coppia con logiche diverse ma entrambe appartenenti. Se vengono al mondo figli, la definizione di “famiglia” diventa a questo punto indiscutibile e le persone diventano pertanto sia singoli, sia coppia, sia famiglia, ognuna parte con logiche diverse ma tutte e tre appartenenti. Quando poi, non necessariamente in questo ordine, i figli abbandonano il nucleo famigliare lasciandolo in eredità alle esperienze della “coppia”, questa riscopre se stessa e soprattutto diventa consapevole delle sue trasformazioni e di quelle dei singoli al suo interno. Questo abbandono comporta contemporaneamente un vissuto di liberazione e uno di malinconia, di abbandono, in fondo, di lutto. Presto o tardi quasi sempre, in un modo o in un altro il distacco di uno dei due determinerà anche la fine della coppia e quindi la separazione. Il vissuto di coppia entrerà a far parte dell’esperienza di ciascun membro ma non più la continuità della condivisione del quotidiano: proseguirà forse all’interno di ognuno dei due, ma con la consapevolezza che quella parte si è conclusa. È possibile che le anime continuino a condividere l’appartenenza reciproca, ma non l’esperienza diretta — al massimo quella trasferita.
La Persona è un mondo anche se è privo di consistenza, proprio come un film al cinematografo è un vissuto ma non una realtà, senza che questo lo squalifichi: ricordiamo con maggiore intensità un film che ci è piaciuto che più del 90% delle ore vissute nella quotidianità.
La Persona è come un bambino che nutrirà rabbia verso i genitori quando si separeranno, nonostante da un altro lato si stenta sollevato dal venire alleggerito dei continui litigi e delle atmosfere plumbee di una convivenza piena di dolore come un malato terminale: non ci saranno più momenti di sofferenza ma neppure quelli di gioia vissuti insieme e non ci sarà più quella possibilità; ce ne saranno certamente altre, ma non più quella.
Quando hai avuto l’auto dei tuoi sogni scoprirai che quando sei al lavoro o in famiglia sarai Ennio che, fra le altre cose, è quello che ha l’auto dei suoi sogni; ma quando guidi l’auto dei tuoi sogni lei non sarà più lei e tu non sarai più tu, ma entrambi siete una coppia: Ennio alla guida dell’auto dei suoi sogni e la strada non apparirà mai e poi mai la stessa, tanto che la stessi percorrendo a piedi o su un autobus, perché ora siete “voi due”: un Io di coppia. Un malaugurato giorno dovrai abbandonarla al suo destino come il vascello infuocato del Re di un funerale vichingo che si guarda allontanarsi trascinato dalle correnti nel mare dell’ignoto. Questa separazione è dolorosa per chi ama la propria auto e ci si immagina che sia così anche per l’auto, nonostante l’intelligenza ci voglia convincere che questo è assurdo. Ci sono persone che hanno avuto tante auto, spesso una più potente dell’altra, ma non hanno mai superato la separazione da quel modello dei 20 anni. Non per l’auto ma per l’insieme Ennio-Auto.
Diversi trapassi
In definitiva, che-che se ne dica, la separazione dell’anima dall’esperienza della persona è un lutto inevitabile. Nessuno potrà esentarsene, ma non tutti lo vivranno nello stesso modo. Quanto più ci si sarà identificati, non tanto con il proprio corpo — cosa che purtroppo non è poi così rara — ma con la propria Persona, tanto più dolorosa sarà la morte e tanto più lenta la separazione e l’evoluzione dell’anima, della coscienza, del Sé.
Alleggerite da questa dipendenza identificativa, la coscienza si sentirà arricchita del sacrificio della Persona compiuta attraverso la sua realizzazione mentre la Persona scoprirà che proprio significato nasce dal contributo ricevuto dall’anima.
Quel lutto inevitabile potrà essere di completamento ed evoluzione a patto che si sia riusciti, prima di tutto a superare ogni forma di attaccamento, e poi a gestire l’armonia migliore possibile fra le proprie parti.
A questo proposito va aggiunto che, ad uno sguardo privo di pregiudizi materialistici, la Persona non è abitata da una sola istanza mentale. Noi siamo soliti appellare queste diversità emozioni, sentimenti, aggregati, eredità psicogenealogiche, parti evolutive, complessi… ma sono tutte definizioni che derivano dal sistema di pensiero di riferimento. Un po’ tutti gli approcci psicologici riconoscono queste “entità” che erano note alle dottrine sapienziali con termini che a scuola ci hanno insegnato essere ingenui mentre sono solo lingue diverse appartenenti a popoli e periodi storici diversi.
Perché non possiamo pensare che, proprio come è normale considerare che lo stato di salute ci faccia sentire diversi, anche il nostro microbioma come la fisiologia cellulare siano quindi parti del nostro apparire e che la nostra “Persona Mentale” possa ospitare più anime o più entità spirituali?
Sopra tutte queste tuttavia, come il peso di una piuma o il famoso battere di ali della farfalla, fa inclinare gli eventi da una parte o da un’altra, o che come il guidatore che, pur mettendo ben poca energia e fisicità nella corsa, rende la guida un “viaggio” e non solo un “muoversi”, esiste un Sé o Io che fa sì che le altre componenti della Persona non prendano il sopravvento nell’opera costituita dalla sua esistenza.
Questa parte supera i confini dell’attuale contributo e sarà oggetto di futuri scritti, almeno fino a che sarà questa persona a poterlo ancora fare.
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