Diapason

Augu͏ri d͏i bu͏on a͏nno ͏nuov͏o, a͏mico͏ mio͏!
…e certo non c’è nulla di originale in questa espressione abusata.
Però cr͏edo che͏ se anc͏he la f͏rase po͏trebbe ͏lasciar͏e il te͏mpo che͏ trova,͏ non co͏sì il s͏enso di͏ vicina͏nza con͏ cui la͏ porgo ͏a te pe͏r ricor͏darti c͏he siamo un͏iti dall͏a stessa͏ rete.
E, certo, non siamo separati nel progetto di liberazione di tutti gli esseri, e non i soli umani, ma bensì di tutti gli esseri senzienti di cui noi sapiens siamo il più delle volte il peggior incubo possibile. Certo che è così, ma non vuol dire che ci si possa davvero riuscire e che in questo si sia davvero tutti uguali nel vincolo di uno stesso karma.
Come gli auguri anche le parole — e con esse i significati — sono formule deboli e fraintendibili. Per questo ti chiedo di capire quando vuoi e solo quello che ti va, perché se scrivo, dipingo, canto, parlo, penso, cucino, sorrido o mi arrabbio, o mille altre cose ancora è solo per fare vibrare il mio diapason; che è poi quella stessa cosa che sovente fai anche tu.
…e la sola ragione per cui faccio vibrare il mio diapason non è per aver ragione, ma solamente per sentire quali altri organi simili vibrino sentendo su di sé la stessa nota.
Non siamo in molti e neppure sempre di più, anzi…
Però, ti prego, non smettiamo mai di farci risuonare fra di noi, nell’oceanico e talora gelido etere del “tra” che nel contempo ci distanzia e ci trasmette.