Mese: Febbraio 2019

La vita che ricevi non ti deve distrarre dal sapere chi sei

La vita che ricevi non ti deve distrarre dal sapere chi sei

La vita che ricevi non ti deve distrarre dal sapere chi sei

Si può essere attori eccezionali di un film orrendo.
A volte questo ti trascinerà in basso con lui, altre ti metterà ancor più sta n evidenza grazie al contrasto, ma tanto l’una che l’altra conseguenza dovranno lasciarti imperturbabile se non vorrai finire prigioniero di un karma perverso.
Fai la tua parte per conoscerti meglio, non per farti conoscere in un mondo che ti ha già dimenticato prima ancora di cominciare.
Non sempre il fine giustifica i mezzi: in molti casi il piacere di un viaggio rende la meta solo un pretesto.

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La farfalla che veste il diamante

La farfalla che veste il diamante

La farfalla che veste il diamante

Tutti i tuoi pensieri sul giusto, lo sbagliato, il bene, il male, il giudizio universale, ateismo o confessioni sono solo rumore, soffio sottile dello spirito nella sua compassionevole indifferenza.
L’anima si posa su di lui per vestirne la cruda luce degli attributi dell’esperienza, ma solo in pochi, per di più non di rado a caso, l’hanno conservata così bene da non richiedere un’ulteriore vita per riprovarci. Non è questione di bene o di male ma di grazia ed equilibrio.

Più esile dell’ala di farfalla è il velo d’organza dell’anima e richiede un’esperienza del vivere nella carne e nel mondo che sia multicolore e innocente sia di peccati che di meriti come polline di fiori che si posi con permanenza e arte ma senza peso alcuno.

Chi di noi ha vissuto con intensità ma senza peso, né di male né di bene, né di rifiuto né di desiderio, né di fuga né di attaccamento?
Ciononostante, a volte è l’anima stessa ad aiutarci, perdonandoci con la sua resilienza se solo sapremo trovare la bellezza riposta nella sue peculiari debolezze e fragilità.

L’anima è come una bambina down e noi di fronte alla morte non dobbiamo desiderare altra figlia, moglie, madre che lei, non per sacrificio o rinuncia, ma per gratitudine verso la luce di gioia e semplicità così perfette da oscurare ai nostri occhi ogni altra forma e creatura.

Un’attrazione armoniosa, uno dei vari possibili matrimoni mistici, il matto dei tarocchi sulla Via della Perla.

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La storia di me

La storia di me

La storia di me

Un tempo, quando non usavano ancora gli smartphone con l’asta, i turisti orientali erano celebri perché facevano le loro vacanze zippate portando con se bazooka fotografici con cui scattavano autentiche vagonate di foto. L’italiano medio che al tempo a malapena usava le Kodak Instamatic ma per lo più passava il tempo ad abbronzarsi pigramente con letture impegnate, dalla Gazzetta dello Sport a Novella 2000, si chiedeva perché mai lo facessero e perché invece non si godessero il panorama riposandosi pigramente. A lui apparivano come degli autentici travet delle località turistiche. Il fatto è che avevano poco tempo per percorrere il maggior numero di località e, con il manuale delle istruzioni geografiche sottobraccio, dovevano incamerare il più possibile. È vero, era estenuante il viaggio, ma la vacanza vera e propria cominciava poi quando arrivavano nelle boom-town patinate. A casa avrebbero potuto ripercorrere con calma tutti i luoghi visitati, comodamente distesi nelle sdraio dell’alloggio, soffermandosi su moltitudini di dettagli come solo un orientale può essere in grado di fare.
Un ciclista solitario può avere affinato fino all’ossessione il proprio piano di percorso, acquistato la migliore bicicletta e l’abbigliamento più adeguato, studiato tutti i dettagli delle strade, perfezionato allenamento, riscaldamento e dieta; poi infine si è lanciato nella sua corsa, ha attraversato difficoltà e imprevisti ed infine è arrivato alla fine e ha preso il tempo che gli è servito.
Ecco. Ora ha fatto tutto. È vero che c’è il ritorno che forse rappresenta la parte meno soddisfacente, però in questo momento è lì, fermo, seduto sulla pietra accanto alla lapide dedicata a Coppi davanti alla Casse Déserte. Che cosa fa? Finalmente il silenzio! Finalmente la calma. Finalmente il vuoto mentale. Riavvolge il nastro. Ripercorre tutto quello che c’è stato prima di arrivare lì. Non c’è nulla da modificare, almeno adesso. Poi ci penserà. Tornando a valle ripercorrerà ogni curva e ogni rettilineo verificando che cosa è successo e che cosa avrebbe potuto succedere e nelle pause durante le ore lavorative o nel fine settimana lavorerà ancora sui dettagli, ma non è questo il momento per farlo. Ora tace, guarda lontano, sorseggia dalla sua borraccia mentre pacatamente la strada fatta corre davanti ai suoi occhi, proprio come il film che aveva girato per tutto quel tempo.
Durante tutta la vita ci hanno insegnato che quello che facevi era "per" qualcosa. Per il tuo futuro, per il tuo prossimo, per la carriera, per il paradiso, per fare del bene, per farti i tuoi interessi, per rimanere nella storia, per i tuoi pronipoti. E tu hai corso e hai corso, hai scattato foto e ne hai accumulate un’infinità. Per il momento non c’è più un dopo e soprattutto non sai chi sarai in quel dopo: di certo non più quel viaggio che è la tua identità e che alla fin fine si identifica con la tua storia. Non con il capitale, materiale o spirituale che sia, accumulato e fatto fruttare, ma semplicemente con quella storia. Rossella O’Hara si guarda indietro e scruta tutte le follie fatte fino ad allora, tutti i valori, le norme, le volontà… Il suo uomo se n’è andato infischiandosene e questo nei suoi presuntuosi presupposti non sarebbe dovuto accadere. Tuttavia è accaduto: è tutto accaduto. Lo sguardo si perde lontano ma non regge tutto il peso della percezione della trama (le 3 ore e 58 minuti del film, pressoché insopportabili per lo spettatore non dovevano sembrare nulla rispetto alle assurdità vissute). Era tutto successo così vorticosamente fino ad allora che non se n’erano neanche resi conto, ma ora con lo sfondo di quel tramonto infuocato arrivava la fatica di tutta quella massa infinita di eventi e lei non ce la fa; distoglie lo sguardo da ogni ricapitolazione e capitolazione e rifiuta di fermarsi: c’è Tara, la sua terra a cui pensare e lei la salva dal ritrovare quel peso.
La nostra identità è una storia, un racconto di milioni di pagine. Se ne apri una a caso potrai riassumerla tutta in poche parole, ma appena la apri da un’altra pagina il riassunto sarà sempre scarno ma di tutt’altro contenuto. Quindi milioni di pagine uguale milioni di riassunti, scarni, simili ma ognuno rivolto a una visione diversa.
Ennio non esiste: è solo la sua storia. Quando Ennio non ci sarà più rimarranno alcuni dei milioni di riassunti della storia ognuno diverso dall’altro sebbene tutti concordi di aver visto lo stesso film. L’anima o lo spirito - su questo dettaglio devo essere alquanto vago - andrà avanti e presto dimenticherà questa storia e con essa Ennio ben prima dei diversi riassunti rimasti sulla terra.
Quindi Ennio capisce che non c’è nessun "per" rivolto ad altro fine che non tessere una trama in forma randomica (una randonnée casuale) l’hai fatto per fare e perché non era ancora ora di morire. Ennio si ferma e guarda la sua trama: bella o brutta che sia è stata fatta con la sua complicità. Non è "da capire", non è stata fatta per una morale o per esportare un apprendimento in termini intellettuali - anche l’intelletto fa parte del trascorso. E allora perché? Perché leggi un libro? Perché guardi un film, ascolti un concerto, riguardi un quadro, specie quando li hai fatti tu? Perché questa sarà l’ultima volta che lo fai. Poi ti avrà stancato e non lo farai più. C’è altro a cui dedicarsi. Però ora che lo contempli in tutta la sua interezza è assoluto. Non c’è giudizio, quel che è fatto è fatto, è lì completa un figlio che appena nato è pronto a lasciarti e tu a lasciare lui. In questo momento la gioia e il dolore si toccano in uno spasimo estremo, ma anche nella pace più distesa e infinita dell’orizzonte stesso. È avvenuto. Me ne porto dietro il sapore. Un sapore di contemplazione e di nulla. Non esiste più alcun "per". Non c’è più bisogno di me. Non c’è più bisogno di nulla.
( Image: https://goo.gl/gTx9Av)

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L’esperienza del corpo

L’esperienza del corpo

“Quando il bambino era bambino, non sapeva di essere un bambino, per lui tutto aveva un’anima e tutte le anime erano un tutt’uno. Si immaginava chiaramente il Paradiso, e adesso riesce appena a sospettarlo, non riusciva a immaginarsi il nulla, e oggi trema alla sua idea.

Quando il bambino era bambino, giocava con entusiasmo, e, adesso, è tutto immerso nella cosa come allora, soltanto quando questa cosa è il suo lavoro. Quando il bambino era bambino, le bacche gli cadevano in mano come solo le bacche sanno cadere, ed è ancora così, le noci fresche gli raspavano la lingua, ed è ancora così” (da Peter Handke, Elogio dell’infanzia)

Quanto sono belli questi passaggi e com’è bello il film di Wenders dove sono riportate, Il Cielo Sopra Berlino.

L’esperienza del corpo, della materialità per delle anime che provengono da una comunanza totale di spiritualità porta a desiderare di sentire se stessa nel corpo come se la sua identità fosse questa nuova ebrezza. Tuttavia, per essa non intende affatto perdere la gioia della comunanza che le appartiene in quanto spirito primigenio e comunità di anime. Però, quando per lo più inconsapevolmente le ritrova vestite di altri corpi e del sentire che è donato da questa immersione fisica, una volta superata la gioia dell’incontro, dell’amicizia, dell’innamoramento, dell’amore, della solidarietà che riscopre nel ritrovarsi in nuove vesti palpabili ed espressive, ecco che ognuno torna al bisogno di continuare a sentire con il corpo, di identificarsi in questa coppia come se l’abbinamento fosse una conquista, una carriera meritata e intoccabile. Disse quel Re o Imperatore che fosse a proposito della propria lustra corona nuova: «Dio me l’ha data e guai a chi me la tocca!». Poi Signora Morte gliela portò via dopo non importa quanti anni. Sciocco il bambino che non vuole scendere dall’auto nuova di papà che ha usato per andare al mare come se il viaggio stesse nel mezzo di trasporto per quanto eccezionale possa essere. Tuttavia, non è quella della morte l’esperienza peggiore che ci regala l’abitare il corpo. Quando gli amici ci lasciano, quando i sensi non ci donano novità, quando desideriamo tornare giovani perché allora i sensi e il corpo erano reattivi e soprattutto curiosi e inclini alla sorpresa per qualunque afflato di vento dimenticando quante paure e angosce si erano vissute da bimbi molto peggiori di quelle del vecchio, beh in quel momento scopri che per stare in questo corpo, sia bello e scattante, sia stabile e contemplativo, hai dovuto rinunciare alla comunanza originaria. Ora vorresti la botte piena e la moglie ubriaca, ma sai che questa possibilità è sempre stata un’illusione e una menzogna: è bellissima la tua Ferrari di fuoco, ma non avresti mai desiderato un corpo di metallo per quanto bello e ora capisci che questo rapporto stretto con il tuo sentire fisico, questa coppia tanto amata del guidatore con il suo bolide è solo finzione fantasiosa e neanche poi così bella perché le linee delle carrozzerie hanno un aspetto diverso dopo che ti sei abituato a quelle nuove. Quindi, attaccarti al tuo sentire, ad un film che una volta che ne conosci la storia ti annoierebbe rivederlo ancora e ancora, capisci che il prezzo di questa coabitazione è la solitudine, una profonda solitudine, quella dello spettatore che rimane l’ultimo a guardare la millesima replica nel rimbombo della sala deserta dopo che se ne sono andati tutti. Prima o poi dovrai uscire e sai che sarà bello ritrovare la gente per strada e tornare ad abbracciare gli amici di sempre, ma ti agganci al sedile e tieni duro anche se hai la nausea e non ne puoi più delle stesse battute e delle stesse inquadrature che non segui più. La solitudine è la pena molto prima della morte e pensi ormai che fuori del cinema e di quel film, di quel noioso Via col vento ci sia uno strappo ancora più solitario e angoscioso.

Ogni bimbo piange quando lo porti via dal gioco, ma la notte il suo riposo angelico è una delizia per chi può goderne e probabilmente anche per lui, nonostante non potrà comprenderlo se non quando si risveglierà nella luce del mattino accanto a tutti gli infiniti suoi cari nell’ovatta dell’anima senza tempo.

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