Mese: Gennaio 2022

L’ipnosi e il tempo

L’ipnosi e il tempo

Reverse psychology parte quarta e ultima

Una delle caratteristiche scarsamente sondate del fenomeno dell’ipnosi è il suo rapporto con la dimensione temporale. Qualcuno potrà trovare assurda questa affermazione perché nulla come l’ipnosi lavora da sempre usando il tempo in lungo e in largo, ma quello che andiamo dicendo è che lo fa dandolo per scontato, senza cioè soffermarsi a riflettere su ciò che essa può insegnarci al suo proposito.

Quello che gran parte di chi lavora soprattutto in ambito clinico-terapeutico con l’ipnosi è solito fare è andare a ritrovare nel tempo trascorso eventi o risorse utili a superare la situazione difficile che il postulante presenta se non addirittura a guidare alla scoperta di un sé sconosciuto o più autentico.

Questo percorso lo si conduce perlopiù attraverso un percorso di regressione temporale fino ad un momento dove, per l’appunto, si può rinvenire l’energia, la lucidità e la verità più profonde che possono correre in aiuto, oppure usando un percorso più tradizionale, il trauma da cui la sofferenza può essersi originata. A volte la regressione può essere spinta più in là alla ricerca di eventi, esperienze e identità che non appartengono più alla persona e alla vita attuali, ma ad una delle cosiddette precedenti incarnazioni. Quest’ultima traccia viene definita impropriamente “ipnosi regressiva”; dico “impropriamente” proprio perché non è meno regressiva di quella che ripercorre la vita attuale ed in entrambi i casi può appartenere altrettanto propriamente più alla dimensione delle rappresentazioni che a quella della “cosa in sé” ovvero della presunta “realtà”. Tutto ciò senza nulla togliere ai benefici che queste esperienze possono comunque produrre, come pure alla dipendenza dall’esperienza stessa e dalla “maladie d’ailleurs”, dal bisogno di un “altrove” che essa comporta.

Abbiamo spesso dell’ipnosi la rappresentazione che la cinematografia e certa letteratura nel corso dei secoli e dei decenni ci hanno consegnato in eredità, ovvero la perdita di controllo e la capacità di esprimere comportamenti inediti e del tutto improbabili quali lo sdraiarsi fra due schienali di sedia o compiere furti se non addirittura assassini. Niente di meno frequente e perfino probabile di questi casi estremi. L’ipnosi ha come prima e più importante finalità permetterci di prendere consapevolezza di quanto dilatata sia quotidianamente quella nostra coscienza e il “sapere” che ne deriva che noi del tutto irragionevolmente reputiamo oggettivo quando non addirittura “vero”. Oltre a questo fenomeno, essa permette di prendere atto di quanto scarsamente uniforme sia la nostra identità e di come essa sia costituita di parti e addirittura di frammenti, andando a coincidere almeno parzialmente con l’idea di impermanenza.

In definitiva, si può dire che molte delle esperienze che potremmo citare all’apparenza straordinarie possono essere vissute in uno stato che potremmo definire ordinario seppure ad un altro piano della nostra mente esse funzionino come se ci trovassimo in uno stato di trance, e questo per delle ragioni che esulano dai fini di questo scritto rispetto al quale è utile solo sapere che quanto andremo a descrivere è qualcosa che possiamo vivere anche senza crederci minimamente.

La pratica del tempo inverso

Esiste un esercizio psicologico tutt’altro che ignoto consistente nel considerare la propria vita seguendo un percorso inverso, che è in fondo il tema riportato nei titoli di questi quattro articoli, ovvero la Reverse Psychology nello specifico significato che vado attribuendole.

Un primo passaggio è comunemente noto almeno alle persone della mia generazione. Genitori, insegnanti e sacerdoti erano soliti chiamarlo “esame di coscienza”. La scelta dei termini era corretta, mentre il significato che sia attribuiva loro lo era molto meno. L’idea moralistica di “coscienza” è quella che abbiamo più frequentemente incontrato e non di rado “odiato”, ovvero coscienza come comportamento consono ai dettami sociali o religiosi: avere la “coscienza a posto”, la “coscienza sporca”, “chiedilo alla tua coscienza”, eccetera. La coscienza non è un contenitore ma un processo. Possiamo immaginarlo come un discorso che non si capitalizza ma piuttosto si perfeziona nel fluire. La coscienza può esistere a prescindere dalla nostra consapevolezza, tuttavia è essere consapevoli della nostra coscienza uno dei momenti più importanti per il “rafforzamento” del sé o, se preferiamo, dell’anima.

L’esame di coscienza veniva insegnato ai bambini in questo modo: nel metterti a letto (magari in ginocchio ai piedi del letto — più che altro per non addormentarti dopo pochi secondi) dovevi ripercorrere a ritroso la tua giornata con la maggiore precisione di cui eri capace, considerando che nel succedersi degli esercizi questa si affinava naturalmente, fino ad arrivare al momento del risveglio.

Molti di noi hanno smesso molto precocemente questo esercizio, salvo riprenderlo da adulti e oltre avendolo incontrato in qualche libro, come quelli di Rudolf Steiner dedicati all’iniziazione. E lo hanno interrotto a mano a mano che si prendeva distanza dai catechismi per aderire ad un vissuto laico “concreto”. Eppure, effettivamente questo esercizio ha un potere eccezionale nel rinsaldare la mente e l’identità. Come se non bastasse, esso insegna al nostro inconscio come la unilateralità del percorrere del tempo sia vera e non-vera allo stesso tempo; e quindi di come si possa e con quanta proficuità usare il tempo in direzioni difformi dalla convenzione sociale.

L’errore più frequente che si compie nel riprendere in mano questo esercizio consiste nella rigidità del perfezionismo. Solo uno stupido può pensare che abbia senso ancor prima del fatto che sia possibile riprodurre ogni istante della nostra giornata a ritroso. Se fossimo perfetti — nessuno di noi lo sarebbe, neppure i guru! — avremmo sprecato un giorno, perché rivivere una giornata durerebbe una giornata con un ulteriore effetto specchio per cui il giorno dopo sarebbe dedicato a rivedere due giorni prima e così via fino a vivere sempre lo stesso giorno come in certi film. Ma anche se così fosse, in realtà ritrovare un momento dura moltissime volte di più di quanto non sia durato il momento a causa della durata stessa dello sforzo di recupero e di quello della riproduzione stessa. Quindi, nel farlo…

siamo sempre molto, ma moltissimo, gentili con noi stessi!

Dolcemente, ritorniamo indietro nella nostra giornata avendo tuttavia la cura di non attaccarci mai a nulla di quanto rivissuto. Nel ripassare la giornata tendiamo a sentirci in colpa per quel fatto, arrabbiati per quell’altro o amorevoli per quell’altro ancora. Al contrario, dovremmo osservarlo con spirito di atarassia, come se seduti sulla riva vedessimo scorrere il torrente calmo fra gli alberi, mentre trasporta su di sé alcune foglie, degli insetti, dei rami… creando qua e là dei mulinelli o insaccandosi in delle crune degli argini. Non hanno importanza gli eventi, non più di tanto, almeno, ma ne ha la “tara” la costante che si riesce a percepire al netto di tutti i fatti e di tutti i giudizi possibili. Quella “tara” è il tuo “sé” o la tua “anima” con la quale giorno dopo giorno impari ad entrare in contatto scoprendo che non è qualcosa di cui si possa parlare o giudicare con i codici formali del linguaggio o della misura, ma una dimensione ontologica che va al di là del tempo stesso e della persona che si trova a viverlo. Impari cioè a sentire meno il bisogno di affermare e difendere te stesso come persona scoprendo che non hai bisogno di essa per esistere e soprattutto per essere.

Esercitare il Benjamin Button che è in noi

Un secondo esercizio noto a molti psicologi e counselor consiste nel chiedere al postulante (continuo ad utilizzare con consapevolezza provocatoria questo termine che richiama religioni e pratiche superstiziose proprio in contrasto con altre definizioni di matrice medicale per me più fastidiose) di procedere nell’immaginazione lungo la propria esistenza fino ad arrivare all’età più estrema di cui è capace.

Lo si fa spesso guidandolo passo passo, in modo da vincere la sofferenza dell’invecchiamento come pure la normale incertezza riguardo all’ovvia incapacità di prevedere il futuro. Non ha infatti nessuna importanza la precisione di quello che si vede. In realtà se ci fosse bisogno di questo ci si troverebbe ad agire ancora nell’ambito della persona (sull’uso che sto facendo di questo termine si faccia pure una ricerca nell’intero mio sito, a partire dal primo di questa serie di articoli per soffermarsi in particolare su “La separazione dal sé”) mentre quello su cui vogliamo lavorare è piuttosto la presa di contatto con l’anima, il sé e uno sguardo il più possibile imparziale su questa vita e sulla nostra identità attuale.

Immaginiamo o facciamo immaginare di trovarci in una posizione panoramica, affacciati ad un terrazzo, sopra una torre o un grattacielo, ma anche a sfogliare le pagine di un album fotografico o quelle di un libro autobiografico. Non importa che quello che si vede sia quello che è veramente accaduto e ci si può perfino immaginare dei romanzieri che usano la fantasia invece dei fatti. Scriviamo la storia di quello che è accaduto fino a risalire al momento attuale e poi all’indietro fino alle esperienze già vissute in passato. Poi riavvolgiamo la storia nel senso tradizionale e soffermiamoci sulle differenze fra come l’avremmo raccontata prima, come l’abbiamo raccontata a ritroso e come la stiamo raccontando ora. Le differenze il più delle volte sono minime, ma quelle “inezie” hanno un grande peso anche se a tutta prima possiamo non esserne consapevoli. Dopo essere arrivati ad “oggi” nella direzione normale, spingiamoci ancora una volta avanti nel tempo e scorgiamo i dettagli che si fanno avanti nel momento in cui abbiamo imparato a non essere necessariamente fedeli ai “fatti”. Quello che sta accadendo, per quanto possa spazientirci, è davvero interessante!

Portiamoci avanti ancora una volta fino all’estremo e cerchiamo di percepire ancora una volta il panorama generale. A questo punto puoi fare due cose: ritornare al qui ed ora e scoprire come questo sia cambiato; oppure percepire la dimensione della cosiddetta “tara”, ossia della costante al di fuori dell’impermanenza.

Se ci pensiamo bene, quello che abbiamo esercitato è un percorso lungo la pista del nostro nastro di Mobius, dell’eterno ritorno del medesimo di cui abbiamo parlato nell’articolo precedente come alternativa alla retta dell’Universo. Siamo però così usciti dalla teoria per entrare nell’esperienza. E l’esperienza è sempre una “storia”!

C’era una volta un tale che chiese al suo calcolatore: “Calcoli che sarai mai capace di pensare come un essere umano?”. Dopo vari gemiti e cigolii dal calcolatore uscì un foglietto che diceva: “La tua domanda mi fa venire in mente una storia…”

G. Bateson, M. C. Bateson, Dove gli angeli esitano. Verso un’epistemologia del sacro, Adelphi, 1989

Di ipnosi regressive inverse

Chiamo l’esperienza con cui voglio concludere questi articoli con l’espressione apparentemente contorta di “regressione inversa” per distinguerla dal termine spesso utilizzato di “ipnosi progressiva”.

Molti vedono l’ipnosi regressiva come una pratica da sensitivi o veggenti e ancor più possono aspettarsi da quella progressiva. Le cose non stanno così, non tanto perché quelle siano irreali diversamente dal quotidiano, ma perché entrambe, futuro, passato, ma anche attuale sono solo dimensioni diverse di un sogno, o di una maya.

«Anche noi siamo fatti della materia di cui sono fatti i sogni; e la nostra breve vita è circondata da un sonno.»

W. Shakespeare, La Tempesta Prospero: atto IV, scena I

Quando eravamo giovani alle prime esperienze dell’ipnosi, con l’amico e collega Marco facevamo talora pratica e sperimentazioni con degli amici. Una volta, Elisa, un’amica che al tempo studiava medicina abitando a Torino, lontano dalla sua casa nel Friuli, che aveva certamente una sensibilità fuori dal comune, ci chiese di prendere parte alle nostre sperimentazioni partecipando come soggetto di ricerca.

In un primo passaggio saggiammo gli effetti della tradizionale ipnosi di tipo regressivo indirizzata alle vite precedenti. I risultati furono molto interessanti perché la sua percezione era netta, ovvero non condizionata né dall’identità attuale né da quella dell’episodio dell’altra vita. Era come se osservasse qualcosa che accadeva dal di fuori, senza coinvolgimenti ma con molta coerenza alla situazione.

Dopo avere ripetuto questa ricerca più volte decidemmo di sfidare il tempo per scoprire che cosa sarebbe accaduto se fossimo andati alla ricerca degli episodi della vita futura.

Entrammo in un treno della notte senza viaggiatori che correva attraverso gli anni senza posa fino al mattino. Poi la facemmo scendere alla fermata di Elisa numerosi anni dopo. Le chiedemmo di cercare dove fosse la sua persona attraversando i luoghi dov’era scesa con il treno.

Finalmente trovò questa Elisa del futuro.

Le chiedemmo come si vedesse.

Rispose che era in una baita in mezzo ad un bosco.

Era sposata con dei figli.

Era serena.

Stava stendendo i panni fuori della casa e si guardava attorno nella natura, lontano da ogni altro centro abitato.

È opportuno a questo punto dire che la nostra amica in quegli anni immaginava di ritornare alla sua terra; manteneva i suoi studi lavorando in una struttura di sostegno per giovani con handicap e pensava che sarebbe diventata un medico e che quindi avrebbe svolto questa professione verosimilmente in un centro urbano. Per queste ragioni trovammo bizzarro, financo divertente questo esperimento e la chiudemmo lì con qualche risata.

Diversi anni dopo passai a trovare nuovamente questa ragazza che viveva in coppia con il suo uomo e con la sua figlia essendosi trasferita però lontano dalla città, in un paese di montagna. Fu un incontro conviviale e non ripensammo mai all’esperienza fatta in passato.

Più in là nel tempo non ricordo più come ebbi ulteriori sue notizie, ma venni a sapere che il marito aveva una baita spersa in mezzo ai boschi sempre da quelle parti e che la stavano riattando per andarci a vivere.

Dovette passare dell’ulteriore tempo perché, una volta che ci eravamo ritrovati con Marco a parlare delle nostre esperienze, rievocassimo quell’esperimento di lavoro sul tempo fatto con Elisa.

Solo in quel momento unii i puntini e colsi come quello scherzo avrebbe avuto un futuro per quanto per molti sia considerato casuale.

Tuttavia, per parafrasare un’aforisma frusto:

“Caso” è il nome che i superstiziosi danno a Dio!

Quando rividi casualmente Elisa più di trent’anni dopo lei non ricordava assolutamente quella circostanza e io certo non insistetti perché lo facesse.

Gli eventi della vita è giusto che siano consegnati all’oblio, purché noi non si cessi mai di ricordarci di noi.

Temette che suo figlio meditasse su questo strano privilegio e scoprisse in qualche modo la sua condizione di mero simulacro. Non essere un uomo, essere la proiezione del sogno di un altr’uomo: che umiliazione incomparabile, che vertigine! A ogni padre interessano i figli che ha procreato (che ha permesso) in una mera confusione o felicità; è naturale che il mago temesse per l’avvenire di quel figlio, pensato viscere per viscere e lineamento per lineamento, in mille e una notte segrete.

Il termine del suo rimuginare fu brusco, ma lo precedettero alcuni segni. Primo (dopo una lunga siccità) una remota nube sopra un colle, leggera come un uccello; poi, verso Sud, un cielo rosa come la gengiva del leopardo; poi le fumate, che arrugginirono il metallo delle notti; infine la fuga impazzita delle bestie. Poiché si ripeté ciò che era già accaduto nei secoli. Le rovine del santuario del dio del fuoco furono distrutte dal fuoco. In un’alba senza uccelli il mago vide avventarsi contro le mura l’incendio concentrico. Pensò, un istante, di rifugiarsi nell’acqua; ma comprese che la morte veniva a coronare la sua vecchiezza e ad assolverlo dalle sue fatiche. Andò incontro ai gironi di fuoco: che non morsero la sua carne, che lo accarezzarono e inondarono senza calore e senza combustione. Con sollievo, con umiliazione, con terrore, comprese che era anche lui una parvenza, che un altro stava sognandolo.

J. L. Borges, “Le rovine circolari” da Finzioni
Siamo un po’ tutti Benjamin Button?

Siamo un po’ tutti Benjamin Button?

Reverse psychology parte terza

«Questo racconto fu ispirato da un’osservazione di Mark Twain: cioè, che era un peccato che la parte migliore della nostra vita venisse all’inizio e la peggiore alla fine. Io ho tentato di dimostrare la sua tesi, facendo un esperimento con un uomo inserito in un ambiente perfettamente normale. Parecchie settimane dopo che ebbi terminato questo racconto, scoprii un intreccio quasi identico negli appunti di Samuel Butler» (Francis S. Fitzgerald, Racconti dell’Età del Jazz, Milano, Mondadori, 2013)

Non si sa né come né perché, ma Benjamin nasce con l’aspetto di un uomo anziano – si stabilisce che la sua età corrisponde a quella di un settantenne. (…) Passano circa vent’anni, Benjamin ora è ringiovanito e ha l’aspetto di un cinquantenne, ma, grazie al radersi i capelli e a sistemi di tintura qualora non li tagliasse […così] fa la conoscenza di Hildegarde Moncrief, la figlia di un rispettabile generale. Tra i due nasce una relazione sentimentale che sfocerà nel matrimonio qualche tempo dopo (…) Il rapporto con Hildegarde, però, va deteriorandosi col trascorrere degli anni, perché se il giovane Ben è sempre più ammaliato dalla ricerca dell’estasi e del divertimento, lei passa sempre più tempo in casa e non sopporta il comportamento del marito (…) Le vicende riprendono nel 1910: si viene a sapere che a Hildegarde e Ben è nato un figlio, Roscoe. Intanto, il protagonista ha ormai vent’anni e dimostra la qualità che lo ha sempre caratterizzato, il sapersi distinguere dalla massa. Passano altri anni, e Benjamin acquista la vitalità di un sedicenne, ma questo lo penalizza in molte situazioni dove non riesce più a reggere il confronto con uomini adulti. Roscoe non lo riconosce come padre; non accetta il fatto di essere chiamato da Benjamin per nome, soprattutto in pubblico, tant’è che gli chiede di chiamarlo “zio”. Trascorrono altri anni e Benjamin, oramai poco più che infante, ha perso la memoria della stagioni trascorse della sua vita: gioventù, maturità e vecchiaia; intanto Roscoe ha avuto anch’egli un figlio e Ben si ritrova nonno di un nipote ormai suo coetaneo, col quale si sente a proprio agio e si intrattiene a giocare ogni volta che gli è possibile. Infine, viene narrato di come, ormai diventato neonato, Ben viene curato da una badante che gli insegna di nuovo a parlare; per il protagonista inizia una nuova vita, l’ultima forse… (fonte:

Wikipedia )

Il tempo e l’anima

Naturalmente le sorgenti etimologiche delle parole che seguono sono le più diverse, ma è di ispirazione l’idea che secondo diverse tradizioni esoteriche la parola “Universo” sottenda una direzione univoca in quanto lo scopo della volontà “divina” sarebbe uni-lineare. Proprio come la figura geometrica della retta “è illimitata in entrambe le direzioni e contiene infiniti punti cioè è infinita” anche dell’Universo si può dire che la sua origine è indefinita e che nessun essere vivente o no potrà mai vederne il termine. Ciononostante, per quanto irraggiungibili siano i suoi estremi, la “retta” dell’Universo si può dire che segua una direzione: un “destino” o un

creode .

L’idea di “Infinito” si suole rappresentare con il simbolo del numero otto, ma per così dire “sdraiato”. Mentre l’Universo, come abbiamo appena detto, sottende ad un destino, ad una direzione deterministica, l’idea di una volontà è irrilevante nell’idea di “Infinito”. Meglio ancora dell’otto rovesciato a rappresentare l’infinito è il simbolo del nastro di Möbius. Invece di essere espresso con un tratto, come nel numero ordinario, in questa figura l’otto rovesciato è delineato da un nastro curvato. Questa torsione esprime la caratteristica di non potere definire un lato interno e uno esterno: ruotando, il lato che in un primo momento si posiziona all’interno, nel lato opposto si trova all’esterno e viceversa.

Queste due figure ci riportano a due distinti modi di intendere il percorso degli eventi: da un lato un divenire progressivo e privo di “marcia indietro”; dall’altro un eterno ritorno dove la duplicità che caratterizza il nostro esistere (giorno e notte, maschile e femminile, positivo e negativo, e via dicendo) si trasforma costantemente l’una nell’altra, perché accanto alla dimensione dei due lati ne esiste una terza, quella della torsione, del movimento. Perché l’infinito esista deve muoversi esattamente come l’universo sulla sua retta. Tuttavia, nel primo esempio il moto è ricorsivo, è una ripetizione, nel secondo è successivo, ma non per questo meno inconcludente.

Entrambe le figure sembrano non lasciare spazio al libero arbitrio dell’essere vivente eppure non è così. Come una partitura di musica classica, se il direttore d’orchestra o lo strumentista non intendono stravolgere quello che si trova sul pentagramma, rimane il fatto che – almeno ad un orecchio addestrato – una grande differenza proviene dalla loro interpretazione. Molto diversa è la stessa sinfonia quando la si senta eseguita da Herbert von Karajan o da Zubin Mehta, nonostante nessuno dei due l’abbia modificata e nonostante nessuno dei due sia meno valido dell’altro.

Com’è noto Friedrich Nietzsche a Sils Maria ricevette quella che ebbe modo di ritenere essere l’illuminazione più importante della sua esistenza, ovvero che le nostre vite siano soggette all’eterno ritorno del medesimo. Le stesse esperienze, gli stessi scopi tornano a ripetersi nelle nostre vite e di vita in vita, ma questo ritorno non è fine a se stesso, essendo piuttosto un principio evolutivo. In questo modo, diversamente da come siamo portati a pensare, nulla finisce mai davvero, nulla si distrugge del tutto, niente soggiace definitivamente all’entropia, alla dispersione della capacità di tenere unito e ordinato il tutto o l’identità. Un’identità si consuma, certo, ma lo fa per permettere che il gioco ricominci, che il nastro di Möbius si ribalti nel ritornare sui propri passi. Il destino dell’uomo è nel perfezionarsi di un divenire fisso, destinato a compiersi al proprio interno, non nel progredire su una retta infinita, per quanto sia parte anche di essa; ma se sulla prima agisce come l’artista o l’artigiano che interpreta la sua partitura, nell’ultima non può che accettare una logica che è estranea, sia alla sua finitudine, sia alla comprensione dello spirituale che lo partecipa.

L’essere umano cerca di esprimersi ed evolve recitando la sua parte nell’Infinito, mentre invece si dona e si abbandona nella trama ignota dell’Universo. Questa è la sua “tragedia”.

(segue)

Il tempo è una conve/inzione

Il tempo è una conve/inzione

Reverse psychology parte seconda

Fonte: https://materiaincognita.com.br/antigos-relogios-com-as-horas-contadas-o-calculo-do-tempo-pelo-calor/

Che quella cosa che chiamiamo “tempo” sia una convenzione dovrebbe essere chiaro ai più, non foss’altro che ci sono una notevole varietà di modi per misurarlo e pesarne il valore. In realtà sono decisamente ottimista perché per molte persone non è così: ti farebbero tante domande riguardo a questi fantomatici modi di misurarli, mentre penserebbero che solo un pazzo considererebbe che possano esserci pesi e valori diversi a tale proposito.

«Tutte masturbazioni da intellettuali! L’uomo pratico non fa di questi discorsi».

Su questo non c’è dubbio. Tutti noi vogliamo avere più tempo e che il nostro tempo duri il più a lungo e intensamente possibile. Ad esempio, nel pieno di un orgasmo felice, oh quanto vorresti che fosse intenso e lungo quel tempo. Oppure, quando devi finire un lavoro e non hai abbastanza tempo, come ti sarebbe utile averne di più (e già a questo proposito ti accorgi come si possa avere tanto tempo e usarlo con scarsa intensità o poco e riuscire al meglio perché ti ci concentri di più o sfruttando tutte le tue risorse)!

Tuttavia, uomo pratico, prova ad immaginare di soffrire di mal di mare (se non patisci le onde, pensa al mal di testa, al mal di denti) e di trovarti in mezzo all’oceano senza un porto a disposizione per giorni interi e con burrasche e onde lunghe continuate mentre non riesci a smettere di dar di stomaco, a fare cessare la nausea, le vertigini e il senso di claustrofobia. Un secondo di quel tempo pesa come una giornata fastidiosa qualsiasi. Allora sì che il tempo diventa “relativo”!

Però molte persone ritengono che quello non sia un problema di tempo, ma di maledizioni, di sfortuna, di malattia, di nave e così via.

Il fatto è che tutti noi viviamo il tempo ma nessuno è consapevole che ci sia il tempo mentre lo sta vivendo: il tempo è ovvio, qualcosa che c’è e basta e di cui non c’è bisogno di pensare, non è mica un lavoro! È come l’acqua: c’è sempre stata e sempre ci sarà. Una volta c’erano boschi e fontane proprio là dove oggi ci sono le pendici del Sahara e per gli abitanti di gran parte delle popolazioni del pianeta, la buona acqua vale molto più dello Chateau Mouton Rothschild del ‘45.

Già fino a qui si comprende bene come il confine convenzionale del significato del tempo ci può rendere più confusi riguardo alle nostre certezze, conducendoci per mano a questa seconda parte del nostro discorso, ovvero che il tempo è un’illusione, o meglio…

una convinzione delle più profonde su cui si basa la vita dell’uomo!

Secondo voi, il vostro animale di compagnia o un animale qualunque sa che cos’è “il tempo”? Conosce il suo tempo? Sa che il tempo è l’unità di misura della sua età? Sa di avere un’età?

Se non sa nulla di tutto ciò, pensate che sarebbe utile per lui saperlo? Utile vorrebbe dire che lo rende più intelligente o che lo fa più felice? Essere consapevole di qualche cosa di convenzionale e non indispensabile come il tempo o l’età lo renderebbe più felice?

Se la risposta fosse un “No”, allora mi domanderei: «Ma perché mai l’essere umano dev’essersene fatto convinto? Perché dovrebbe credere a qualcosa che lo rende infelice?»

Tempo e spazio sono due variabili su cui si basano tutti i nostri sistemi formali come il linguaggio o il calcolo. Come si può pensare ad un’umanità al netto del linguaggio e del calcolo? Al netto del tempo e dello spazio?

Eppure, mentre lo spazio è una dimensione più oggettiva (l’aspetto relativo è dovuto perché anche sullo spazio sono davvero tantissime le cose che un fisico teorico ci potrebbe insegnare non essere fondate), riguardo al tempo le dimostrazioni sono del tutto infondate.

Per l’essere umano il tempo è la misura del segmento compreso fra la sua nascita e la sua morte. Se non avessimo consapevolezza della nostra nascita e della nostra morte non ci sarebbe necessità di ipotizzare la dimensione temporale.

A questo punto potremmo affermare che…

il tempo è una dimensione della consapevolezza umana.

In questo caso, perché non potremmo pensare che ciò che sappiamo sul tempo e sul suo percorso ci lascia ancora molto spazio per dei cambiamenti.

(segue)

Prepariamoci al destino

Prepariamoci al destino

Inizi delle manovre per una possibile guerra finale

Non saremo ottimisti.

Non saremo pessimisti.

Cercheremo nella nostra anima le risposte al destino.

Sappiamo di essere diventati otto miliardi su questo pianeta e siamo consapevoli di quanto questo sia insostenibile.

Sappiamo che di queste otto migliaia di migliaia di migliaia di me o di te il venti per cento ha risorse equivalenti a quelle del restante ottanta e che quell’ottanta presto o tardi vorrà che uno della loro famiglia diventi uno dei venti cibandosi nel tragitto di tutto ciò che può, commestibile e no.

Sappiamo che ci siamo arrivati insieme. Seppure esprimendo tutto il dissenso o opponendoci, ci siamo arrivati insieme, in complicità, qualsiasi cosa questo significhi.

Ora che le cose stanno prendendo una vorticosa accelerazione non dobbiamo pregare di salvarci, né per noi né per la nostra progenie. Non dobbiamo dire: «L’avevo detto» e neppure «Che Dio ci salvi». Non dobbiamo sperare o maledire.

Quello che possiamo fare è rivolgerci in noi stessi, se vogliamo, pentirci, ma comunque ringraziare. Essere grati e devoti qualsiasi evento capiti. E infine, pregare, sì: pregare per la preghiera, grati del dono della preghiera e di quello della fede fino all’ultimo istante.

Poco importa a quale Dio si intenda rivolgersi: tutte le religioni sono state un fallimento, ma mai le fedi pure. Anche un ateo può volgersi alla luce, all’attrazione universale, all’amore… purché senza la presunzione di conoscerlo.

Nessuno di noi conosce veramente alcunché salvo la propria presunzione, ma ognuno di noi può onorare la verità, senza attaccamento alcuno.

E che verità sia, negli eoni degli eoni, anima mia! Angelo mio!

Vocabolario dell’anima

Vocabolario dell’anima

Psicologia come studio e tecniche di adattamento al mondo

Nonostante il vocabolo tragga la sua origine etimologica dalla radice mitica greca “Psyche” che cela una remota idea di “anima”, la sensibilità e la weltanschauung dell’umanità attuale con il termine intende altro, ovvero lo studio della dimensione dell’essere vivente per la sua singolarità (diversamente, ad esempio, dalla sociologia), umano, animale e altro nei suoi aspetti materiali, cognitivi, relazionali, sociali, emozionali.

Per tornare a quanto precedentemente stabilito, nello schema cui faccio riferimento la psicologia si occupa della “Persona”, ovvero di quella meravigliosa meteora costituita dalle nozze fra il veicolo materiale (potrei aggiungere eterico e animico per colori i quali trovano significato in queste parole) e la luce dello spirito vitalizzante di cui l’anima è portatrice.

La psicologia però non si può occupare dell’anima in sé. Esula dalle sue competenze e il più delle volte in maniera riduttiva non manca di negarne la dignità e il significato al di là di una mera superstizione.

Quello che mi preme evidenziare, al di là delle convinzioni di ognuno e senza minimamente sminuire gli importanti contributi del quantomai sfrangiato e difforme panorama degli studi e delle pratiche psicologiche degli ultimi quasi due secoli di psicologia è che tutto quello che serve per condurre una vita in sintonia con le necessità dell’esperienza — e quindi della missione dell’anima — si costituisce e termina con l’esistenza stessa. Va però detto che il senso dell’esistenza non si conclude nell’esistere o, quanto meno, può non ridursi ad esso.

Dalla psicologia alla fede

Il fatto che noi si pensi che la nostra “mente” coincida con l’intelligenza o che i nostri sentimenti si concludano sul piano delle relazioni secondo le regole morali e sociali del momento è un’idea gregaria e impoverente.

Dobbiamo inoltre guardarci dal pensare che l’anima sia comunque salva in quanto appartenente ad una zona franca rispetto alla vita materiale: esiste per essa qualche cosa che potremmo chiamare “apprendimento” anche se si tratta di una descrizione meramente allegorica (per quanto migliore del Dio barbuto che esce dal triangolo dorato che ci veniva mostrato nelle scuole elementari o nella catechesi, svolge una funzione simile per il livello necessariamente infantile delle nostre presuntuose conoscenze sensiorialmente-fondate terrene). La nostra anima può impoverirsi fino a perdere molte delle sue potenzialità ultraterrene ben al di là di questa esistenza. A questo si associa forse una certa idea di inferno presente in molte religioni.

Un’altro concetto allegorico che potremmo applicare alla vita dell’anima è che essa è soggetta ad un’evoluzione di tipo opposto a quello egoistico. Le anime si appartengono reciprocamente e appartengono a loro volta a sistemi più ampi per cui si potrebbe parlare di un certo “metabolismo” delle anime, di vere e proprie “catene alimentari” amorevoli e di crescita reciproca.

Se avesse senso parlare di tempo a questo proposito, però, dovremmo avere chiaro che i tempi in cui tutto ciò avviene sono infiniti, oltre il confine delle dimenticanze.

L’anima è la manifestazione ultrasensibile che ospita la coscienza o consapevolezza del principio spirituale che è in ognuno di noi. Essa non può essere esperita dai meccanismi cognitivi, relazionali, affettivi, normativi, sociali… comuni. L’unico modo per conoscere l’anima consiste nell’avere fede in essa e/o nel principio spirituale. Essa consente lo sviluppo di un nucleo individuale (detto anche “io” o, come personalmente preferisco, “sé”). L’anima partecipa alla nostra esistenza comunicando con altre “sfere” attraverso il “pensiero”, inteso non come un “ragionare”, ma piuttosto come l’allucinazione presente in tutti noi in maniera per lo più inconsapevole, “come se” qualcun altro stesse parlando ad un nostro ascolto insensibile che subito dopo traduciamo malamente in ragionamento e linguaggio sensibile necessariamente inquinato da paure, desideri, bisogni più o meno egoistici. Infine, va detto che non tutte queste comunicazioni traggono origine dalle stesse fonti e che la difficoltà più scoraggiante può essere data proprio dal riuscire ad operare questa distinzione. Questo può essere ottenuto prima di tutto dalla coltivazione della propria fede, da un lato e da quella di un’autenticità coerente nei propri comportamenti quotidiani.

Può sembrare folle e fantasioso parlare di anima, di sé, di fede e altro ancora in un mondo che ha appena superato la soglia degli otto miliardi di esseri umani affamati pronti a tutto per uscire dal ghetto dell’80% della legge di Pareto, tuttavia senza questa consapevolezza null’altro ha valore.

Potremmo definire l’anima quell’istanza privati della quale gli esseri umani sono poco più che una delle più ciniche ed infestanti belve della natura concepite per realizzare il proprio progetto di entropia.