L’ipnosi e il tempo

Reverse psychology parte quarta e ultima
Una delle caratteristiche scarsamente sondate del fenomeno dell’ipnosi è il suo rapporto con la dimensione temporale. Qualcuno potrà trovare assurda questa affermazione perché nulla come l’ipnosi lavora da sempre usando il tempo in lungo e in largo, ma quello che andiamo dicendo è che lo fa dandolo per scontato, senza cioè soffermarsi a riflettere su ciò che essa può insegnarci al suo proposito.
Quello che gran parte di chi lavora soprattutto in ambito clinico-terapeutico con l’ipnosi è solito fare è andare a ritrovare nel tempo trascorso eventi o risorse utili a superare la situazione difficile che il postulante presenta se non addirittura a guidare alla scoperta di un sé sconosciuto o più autentico.
Questo percorso lo si conduce perlopiù attraverso un percorso di regressione temporale fino ad un momento dove, per l’appunto, si può rinvenire l’energia, la lucidità e la verità più profonde che possono correre in aiuto, oppure usando un percorso più tradizionale, il trauma da cui la sofferenza può essersi originata. A volte la regressione può essere spinta più in là alla ricerca di eventi, esperienze e identità che non appartengono più alla persona e alla vita attuali, ma ad una delle cosiddette precedenti incarnazioni. Quest’ultima traccia viene definita impropriamente “ipnosi regressiva”; dico “impropriamente” proprio perché non è meno regressiva di quella che ripercorre la vita attuale ed in entrambi i casi può appartenere altrettanto propriamente più alla dimensione delle rappresentazioni che a quella della “cosa in sé” ovvero della presunta “realtà”. Tutto ciò senza nulla togliere ai benefici che queste esperienze possono comunque produrre, come pure alla dipendenza dall’esperienza stessa e dalla “maladie d’ailleurs”, dal bisogno di un “altrove” che essa comporta.
Abbiamo spesso dell’ipnosi la rappresentazione che la cinematografia e certa letteratura nel corso dei secoli e dei decenni ci hanno consegnato in eredità, ovvero la perdita di controllo e la capacità di esprimere comportamenti inediti e del tutto improbabili quali lo sdraiarsi fra due schienali di sedia o compiere furti se non addirittura assassini. Niente di meno frequente e perfino probabile di questi casi estremi. L’ipnosi ha come prima e più importante finalità permetterci di prendere consapevolezza di quanto dilatata sia quotidianamente quella nostra coscienza e il “sapere” che ne deriva che noi del tutto irragionevolmente reputiamo oggettivo quando non addirittura “vero”. Oltre a questo fenomeno, essa permette di prendere atto di quanto scarsamente uniforme sia la nostra identità e di come essa sia costituita di parti e addirittura di frammenti, andando a coincidere almeno parzialmente con l’idea di impermanenza.
In definitiva, si può dire che molte delle esperienze che potremmo citare all’apparenza straordinarie possono essere vissute in uno stato che potremmo definire ordinario seppure ad un altro piano della nostra mente esse funzionino come se ci trovassimo in uno stato di trance, e questo per delle ragioni che esulano dai fini di questo scritto rispetto al quale è utile solo sapere che quanto andremo a descrivere è qualcosa che possiamo vivere anche senza crederci minimamente.
La pratica del tempo inverso
Esiste un esercizio psicologico tutt’altro che ignoto consistente nel considerare la propria vita seguendo un percorso inverso, che è in fondo il tema riportato nei titoli di questi quattro articoli, ovvero la Reverse Psychology nello specifico significato che vado attribuendole.
Un primo passaggio è comunemente noto almeno alle persone della mia generazione. Genitori, insegnanti e sacerdoti erano soliti chiamarlo “esame di coscienza”. La scelta dei termini era corretta, mentre il significato che sia attribuiva loro lo era molto meno. L’idea moralistica di “coscienza” è quella che abbiamo più frequentemente incontrato e non di rado “odiato”, ovvero coscienza come comportamento consono ai dettami sociali o religiosi: avere la “coscienza a posto”, la “coscienza sporca”, “chiedilo alla tua coscienza”, eccetera. La coscienza non è un contenitore ma un processo. Possiamo immaginarlo come un discorso che non si capitalizza ma piuttosto si perfeziona nel fluire. La coscienza può esistere a prescindere dalla nostra consapevolezza, tuttavia è essere consapevoli della nostra coscienza uno dei momenti più importanti per il “rafforzamento” del sé o, se preferiamo, dell’anima.
L’esame di coscienza veniva insegnato ai bambini in questo modo: nel metterti a letto (magari in ginocchio ai piedi del letto — più che altro per non addormentarti dopo pochi secondi) dovevi ripercorrere a ritroso la tua giornata con la maggiore precisione di cui eri capace, considerando che nel succedersi degli esercizi questa si affinava naturalmente, fino ad arrivare al momento del risveglio.
Molti di noi hanno smesso molto precocemente questo esercizio, salvo riprenderlo da adulti e oltre avendolo incontrato in qualche libro, come quelli di Rudolf Steiner dedicati all’iniziazione. E lo hanno interrotto a mano a mano che si prendeva distanza dai catechismi per aderire ad un vissuto laico “concreto”. Eppure, effettivamente questo esercizio ha un potere eccezionale nel rinsaldare la mente e l’identità. Come se non bastasse, esso insegna al nostro inconscio come la unilateralità del percorrere del tempo sia vera e non-vera allo stesso tempo; e quindi di come si possa e con quanta proficuità usare il tempo in direzioni difformi dalla convenzione sociale.
L’errore più frequente che si compie nel riprendere in mano questo esercizio consiste nella rigidità del perfezionismo. Solo uno stupido può pensare che abbia senso ancor prima del fatto che sia possibile riprodurre ogni istante della nostra giornata a ritroso. Se fossimo perfetti — nessuno di noi lo sarebbe, neppure i guru! — avremmo sprecato un giorno, perché rivivere una giornata durerebbe una giornata con un ulteriore effetto specchio per cui il giorno dopo sarebbe dedicato a rivedere due giorni prima e così via fino a vivere sempre lo stesso giorno come in certi film. Ma anche se così fosse, in realtà ritrovare un momento dura moltissime volte di più di quanto non sia durato il momento a causa della durata stessa dello sforzo di recupero e di quello della riproduzione stessa. Quindi, nel farlo…
siamo sempre molto, ma moltissimo, gentili con noi stessi!
Dolcemente, ritorniamo indietro nella nostra giornata avendo tuttavia la cura di non attaccarci mai a nulla di quanto rivissuto. Nel ripassare la giornata tendiamo a sentirci in colpa per quel fatto, arrabbiati per quell’altro o amorevoli per quell’altro ancora. Al contrario, dovremmo osservarlo con spirito di atarassia, come se seduti sulla riva vedessimo scorrere il torrente calmo fra gli alberi, mentre trasporta su di sé alcune foglie, degli insetti, dei rami… creando qua e là dei mulinelli o insaccandosi in delle crune degli argini. Non hanno importanza gli eventi, non più di tanto, almeno, ma ne ha la “tara” la costante che si riesce a percepire al netto di tutti i fatti e di tutti i giudizi possibili. Quella “tara” è il tuo “sé” o la tua “anima” con la quale giorno dopo giorno impari ad entrare in contatto scoprendo che non è qualcosa di cui si possa parlare o giudicare con i codici formali del linguaggio o della misura, ma una dimensione ontologica che va al di là del tempo stesso e della persona che si trova a viverlo. Impari cioè a sentire meno il bisogno di affermare e difendere te stesso come persona scoprendo che non hai bisogno di essa per esistere e soprattutto per essere.
Esercitare il Benjamin Button che è in noi
Un secondo esercizio noto a molti psicologi e counselor consiste nel chiedere al postulante (continuo ad utilizzare con consapevolezza provocatoria questo termine che richiama religioni e pratiche superstiziose proprio in contrasto con altre definizioni di matrice medicale per me più fastidiose) di procedere nell’immaginazione lungo la propria esistenza fino ad arrivare all’età più estrema di cui è capace.
Lo si fa spesso guidandolo passo passo, in modo da vincere la sofferenza dell’invecchiamento come pure la normale incertezza riguardo all’ovvia incapacità di prevedere il futuro. Non ha infatti nessuna importanza la precisione di quello che si vede. In realtà se ci fosse bisogno di questo ci si troverebbe ad agire ancora nell’ambito della persona (sull’uso che sto facendo di questo termine si faccia pure una ricerca nell’intero mio sito, a partire dal primo di questa serie di articoli per soffermarsi in particolare su “La separazione dal sé”) mentre quello su cui vogliamo lavorare è piuttosto la presa di contatto con l’anima, il sé e uno sguardo il più possibile imparziale su questa vita e sulla nostra identità attuale.
Immaginiamo o facciamo immaginare di trovarci in una posizione panoramica, affacciati ad un terrazzo, sopra una torre o un grattacielo, ma anche a sfogliare le pagine di un album fotografico o quelle di un libro autobiografico. Non importa che quello che si vede sia quello che è veramente accaduto e ci si può perfino immaginare dei romanzieri che usano la fantasia invece dei fatti. Scriviamo la storia di quello che è accaduto fino a risalire al momento attuale e poi all’indietro fino alle esperienze già vissute in passato. Poi riavvolgiamo la storia nel senso tradizionale e soffermiamoci sulle differenze fra come l’avremmo raccontata prima, come l’abbiamo raccontata a ritroso e come la stiamo raccontando ora. Le differenze il più delle volte sono minime, ma quelle “inezie” hanno un grande peso anche se a tutta prima possiamo non esserne consapevoli. Dopo essere arrivati ad “oggi” nella direzione normale, spingiamoci ancora una volta avanti nel tempo e scorgiamo i dettagli che si fanno avanti nel momento in cui abbiamo imparato a non essere necessariamente fedeli ai “fatti”. Quello che sta accadendo, per quanto possa spazientirci, è davvero interessante!
Portiamoci avanti ancora una volta fino all’estremo e cerchiamo di percepire ancora una volta il panorama generale. A questo punto puoi fare due cose: ritornare al qui ed ora e scoprire come questo sia cambiato; oppure percepire la dimensione della cosiddetta “tara”, ossia della costante al di fuori dell’impermanenza.
Se ci pensiamo bene, quello che abbiamo esercitato è un percorso lungo la pista del nostro nastro di Mobius, dell’eterno ritorno del medesimo di cui abbiamo parlato nell’articolo precedente come alternativa alla retta dell’Universo. Siamo però così usciti dalla teoria per entrare nell’esperienza. E l’esperienza è sempre una “storia”!
C’era una volta un tale che chiese al suo calcolatore: “Calcoli che sarai mai capace di pensare come un essere umano?”. Dopo vari gemiti e cigolii dal calcolatore uscì un foglietto che diceva: “La tua domanda mi fa venire in mente una storia…”
G. Bateson, M. C. Bateson, Dove gli angeli esitano. Verso un’epistemologia del sacro, Adelphi, 1989
Di ipnosi regressive inverse
Chiamo l’esperienza con cui voglio concludere questi articoli con l’espressione apparentemente contorta di “regressione inversa” per distinguerla dal termine spesso utilizzato di “ipnosi progressiva”.
Molti vedono l’ipnosi regressiva come una pratica da sensitivi o veggenti e ancor più possono aspettarsi da quella progressiva. Le cose non stanno così, non tanto perché quelle siano irreali diversamente dal quotidiano, ma perché entrambe, futuro, passato, ma anche attuale sono solo dimensioni diverse di un sogno, o di una maya.
«Anche noi siamo fatti della materia di cui sono fatti i sogni; e la nostra breve vita è circondata da un sonno.»
W. Shakespeare, La Tempesta Prospero: atto IV, scena I
Quando eravamo giovani alle prime esperienze dell’ipnosi, con l’amico e collega Marco facevamo talora pratica e sperimentazioni con degli amici. Una volta, Elisa, un’amica che al tempo studiava medicina abitando a Torino, lontano dalla sua casa nel Friuli, che aveva certamente una sensibilità fuori dal comune, ci chiese di prendere parte alle nostre sperimentazioni partecipando come soggetto di ricerca.
In un primo passaggio saggiammo gli effetti della tradizionale ipnosi di tipo regressivo indirizzata alle vite precedenti. I risultati furono molto interessanti perché la sua percezione era netta, ovvero non condizionata né dall’identità attuale né da quella dell’episodio dell’altra vita. Era come se osservasse qualcosa che accadeva dal di fuori, senza coinvolgimenti ma con molta coerenza alla situazione.
Dopo avere ripetuto questa ricerca più volte decidemmo di sfidare il tempo per scoprire che cosa sarebbe accaduto se fossimo andati alla ricerca degli episodi della vita futura.
Entrammo in un treno della notte senza viaggiatori che correva attraverso gli anni senza posa fino al mattino. Poi la facemmo scendere alla fermata di Elisa numerosi anni dopo. Le chiedemmo di cercare dove fosse la sua persona attraversando i luoghi dov’era scesa con il treno.
Finalmente trovò questa Elisa del futuro.
Le chiedemmo come si vedesse.
Rispose che era in una baita in mezzo ad un bosco.
Era sposata con dei figli.
Era serena.
Stava stendendo i panni fuori della casa e si guardava attorno nella natura, lontano da ogni altro centro abitato.
È opportuno a questo punto dire che la nostra amica in quegli anni immaginava di ritornare alla sua terra; manteneva i suoi studi lavorando in una struttura di sostegno per giovani con handicap e pensava che sarebbe diventata un medico e che quindi avrebbe svolto questa professione verosimilmente in un centro urbano. Per queste ragioni trovammo bizzarro, financo divertente questo esperimento e la chiudemmo lì con qualche risata.
Diversi anni dopo passai a trovare nuovamente questa ragazza che viveva in coppia con il suo uomo e con la sua figlia essendosi trasferita però lontano dalla città, in un paese di montagna. Fu un incontro conviviale e non ripensammo mai all’esperienza fatta in passato.
Più in là nel tempo non ricordo più come ebbi ulteriori sue notizie, ma venni a sapere che il marito aveva una baita spersa in mezzo ai boschi sempre da quelle parti e che la stavano riattando per andarci a vivere.
Dovette passare dell’ulteriore tempo perché, una volta che ci eravamo ritrovati con Marco a parlare delle nostre esperienze, rievocassimo quell’esperimento di lavoro sul tempo fatto con Elisa.
Solo in quel momento unii i puntini e colsi come quello scherzo avrebbe avuto un futuro per quanto per molti sia considerato casuale.
Tuttavia, per parafrasare un’aforisma frusto:
“Caso” è il nome che i superstiziosi danno a Dio!
Quando rividi casualmente Elisa più di trent’anni dopo lei non ricordava assolutamente quella circostanza e io certo non insistetti perché lo facesse.
Gli eventi della vita è giusto che siano consegnati all’oblio, purché noi non si cessi mai di ricordarci di noi.
Temette che suo figlio meditasse su questo strano privilegio e scoprisse in qualche modo la sua condizione di mero simulacro. Non essere un uomo, essere la proiezione del sogno di un altr’uomo: che umiliazione incomparabile, che vertigine! A ogni padre interessano i figli che ha procreato (che ha permesso) in una mera confusione o felicità; è naturale che il mago temesse per l’avvenire di quel figlio, pensato viscere per viscere e lineamento per lineamento, in mille e una notte segrete.
Il termine del suo rimuginare fu brusco, ma lo precedettero alcuni segni. Primo (dopo una lunga siccità) una remota nube sopra un colle, leggera come un uccello; poi, verso Sud, un cielo rosa come la gengiva del leopardo; poi le fumate, che arrugginirono il metallo delle notti; infine la fuga impazzita delle bestie. Poiché si ripeté ciò che era già accaduto nei secoli. Le rovine del santuario del dio del fuoco furono distrutte dal fuoco. In un’alba senza uccelli il mago vide avventarsi contro le mura l’incendio concentrico. Pensò, un istante, di rifugiarsi nell’acqua; ma comprese che la morte veniva a coronare la sua vecchiezza e ad assolverlo dalle sue fatiche. Andò incontro ai gironi di fuoco: che non morsero la sua carne, che lo accarezzarono e inondarono senza calore e senza combustione. Con sollievo, con umiliazione, con terrore, comprese che era anche lui una parvenza, che un altro stava sognandolo.
J. L. Borges, “Le rovine circolari” da Finzioni



