Autore: Ennio Martignago

La metafora del bugiardino

La metafora del bugiardino

Per chi non lo sapesse, l’appellativo “bugiardino” fa riferimento poco più che esclusivamente al “foglio informativo sul farmaco” contenuto nella confezione e lo chiamavano così sottendendo che fossero maggiori le informazioni non riportate, le promesse non mantenute, le bugie bianche e quelle che si sarebbero scoperte solo sulla lunga distanza, rispetto a quello che doveva essere detto.

Tanti anni fa buona parte dei medicinali quello che aveva da dire era riportato all’esterno della confezione stessa, anche se spesso l’approfondimento era riservato al foglietto contenuto all’interno, in ogni caso alquanto succinto. La cosa piaceva poco a chissà quali medici e legislatori che decisero di ridurre al minimo — e anche molto meno — le informazioni esterne.

Dopo di che ci si raccomandò affinché il testo del bugiardino riportasse tutto quanto e anche di più a proposito di quel farmaco fino ad arrivare alla lunghezza mostruosa che conosciamo. Non solo! Le informazioni che più spesso ricerchiamo sono ben mimetizzate nelle zone più impreviste delle due facciate del foglio e non di rado consegnate per i titoli agli impiegati più creativi e bisognosi di originalità.

Visto che già solo a svoltolarla quest’anaconda cartacea ti da il suo bel daffare e poi a girarla e rigirarla per trovare il verso giusto e infine a capire dove si trovi il dosaggio che è in genere la parte più frequentata e recondita del geroglifico accade si faccia prima a consultare quei due o tre siti più celebri per l’avere un bell’indice puntato che ti fa andare subito a bomba.

Ecco perché, per quale e quanta sia la voglia di analogico e di carta in noi romantici reduci dei profumi d’inchiostro, il digitale la spunta quasi sempre. Non perché “digitale è meglio”, ma piuttosto perché gli analogici ci hanno sfibrato i cabbasìsi; loro e lo spreco di cellulosa che sacrificano in onore della loro prosopopea.

Al di là di tutto ci sta bene che vengano approfonditi temi spesso trascurati come controindicazioni, conoscenza del principio attivo, test clinici, casistiche e così via. Tuttavia, non possiamo considerare l’argomentazione come più importante della struttura e dell’ordine: non quando si parla di istruzioni o manuali.

Questa storiella le cui origini, ahimè, sono rapidamente confluite nel cassonetto della carta da macero, fa il paio con molte pratiche. Pensiamo alla sicurezza sul lavoro, dove la mano sinistra fa marketing psicologico, mentre la destra nello spalmare inutili procedure che nella maggior parte dei casi vengono dimenticate dai diretti interessati, minaccia i loro capi dicendo: «Non importa se non lo imparano o se non serve a niente a loro: l’importante è che se dovesse succedere qualcosa noi si possa dire che l’avevamo detto e gliel’avevamo fatto firmare, fingendo di non sapere che quell’inutile corso in eLearning l’avevano superato nel modo in cui si impara a superare tutto quel che ha a che fare con il computer». Lo stesso vale per la sicurezza dei dati e per quei ridicoli ed ossessionanti disclaimer sui cookies che ci fanno far clic ancor prima che arrivino ma che nessuno, salvo forse un bibliotecario che passava le giornate a studiare meticolosamente l’elenco telefonico urbano e della provincia, nessuno dicevo ha mai letto neanche una volta.

Sono pochissimi i romanzi lunghi che abbia letto in vita mia e i miei autori preferiti sono dediti ai racconti, da Poe a Stevenson, da Calvino a Borges. E proprio quest’ultimo spiega al meglio quello che intendo esemplificare con l’allegoria del bugiardino. In appendice della “Storia Universale dell’Infamia“, quasi una nota a piè di pagina narra di un impero i cui cartografi avevano conquistato un potere talmente debordante che, indifferenti all’infamia che questo comportava, arrivarono a disegnare mappe delle dimensioni del territorio stesso se non più grandi di esso. Un tale impero non poteva che essere decadente da troppo tempo e quindi fu un gioco da ragazzi per i barbari annientarlo. Essi distrussero tutto a partire dalle carte geografiche i cui brandelli svolazzano tristemente ancora nel deserto a monito del fatto che solo un’infamia come quella che accanto all’arroganza annienta la cultura e la saggezza che le sta attorno avrà la convinzione necessaria per impedire che il mondo venga oscurato dalle mappe dei burocrati.

Guardati attorno, apri il giornale o accendi la TV e domandati a quanti temi questa metafora si applicherebbe. Infine, apri la finestra e annusa l’aria:

Senti odore di barbari?

Thinking Maps

Thinking Maps

Disse: «Io questa cosa non la capisco»

Aveva bisogno di istruzioni come quelle di un manuale, ma siccome era troppo complicato, meglio come un GPS.

Gli risposero «Pensa».

Anche per quello però gli mancava un Google Maps. 

La semplicità per alcuni non è agile

La semplicità per alcuni non è agile

Ci sono esperti di #agile che non capiscono perché si parli di “semplicità”.

Altri dicono “Impossibile”!!!

…e prendono a spiegarlo con diagrammi e post it…

complicatissimi.

Simplicity—the art of maximizing the amount of work not done—is essential

Semplicità – Uno dei punti chiave delle metodologie leggere, direttamente mutuato dalla programmazione Object-Oriented, è la semplicità; semplicità nel codice, semplicità nella documentazione, semplicità nella progettazione, semplicità nella modellazione; i risultati così ottenuti sono una migliore leggibilità dell’intero progetto ed una conseguente facilitazione nelle fasi di correzione e modifica”

Essere un canale

Essere un canale

Riporto un bel passaggio di un documentario su Paul Simon trasmesso da Rai5 e disponibile su #RaiPlay.

Intervistato sul successo e sull’efficacia del brano “Bridge Over Troubled Water”, Simon osserva qualcosa che gran parte dei visionari anche se minuscoli e del tutto anonimi conoscono, perché il fine del fenomeno non è il successo ma il divenire delle contaminazioni spirituali, espressive, di maturazione e così via. Tu puoi essere un buono strumento in quello che fai, anche eccellente, tuttavia questo tuo pezzo di mestiere è adattato, spesso complicato o faticoso, a volte frustrante, altre fuorviante.

Quando si crea quello che Maturana e Varela chiamavano un accoppiamento strutturale fra “monadi” [mi si perdoni il glissare ritirando la mano dopo aver lanciato il sasso] allora tutto fila in maniera naturale, come se qualcuno si impossessasse delle tue potenzialità e non avessi bisogno di pensare dove vuoi arrivare perché è tutto talmente spontaneo, istintivo, naturale.

Qui Simon lascia capire che le prime volte che capita non lo riconosci, ma che poi spesso proprio questa consapevolezza diventa sempre più il fulcro stesso di un dialogo interno artistico, espressivo, personale. Questo lo troviamo in imprenditori come Steve Jobs, ma anche in sportivi, agricoltori, viaggiatori, o nell’amico divergente. Poco importa chi sia: la differenza sta nel fatto che sia o meno riuscito a intercettare, riconoscere e farsi amico questo “fenomeno”.

Non basta lasciare passare qualsiasi fesseria che può girare per la testa. Occorre un patto rigoroso e onesto fra “canale” e “flusso” in base al quale quello che ne deriva può anche essere apparentemente sbagliato e il più delle volte causalisticamente ininfluente. Importante è partorire senza aspettarsi niente e crescere sotto auspici di saggio onore e libertà disciplinata le creature che ci vengono affidate, ricordando alcune osservazioni presenti nel cosiddetto “Effetto farfalla” delle teorie del caos e non solo, come questa di Alan Turing:

«Lo spostamento di un singolo elettrone per un miliardesimo di centimetro, a un momento dato, potrebbe significare la differenza tra due avvenimenti molto diversi, come l’uccisione di un uomo un anno dopo, a causa di una valanga, o la sua salvezza.»

(Alan Turing, Macchine calcolatrici e intelligenza, 1950)

Voglia di fare blog e podcast negli angoli di parchi e piazze

Voglia di fare blog e podcast negli angoli di parchi e piazze

Domandandomi se la coazione a scrivere blog o a pubblicare discorsi on line noti come podcast fosse una patologia personale o particolarmente contemporanea mi sono tornate alla mente immagini e filmati di oratori più o meno scalmanati per i parchi londinesi. Sono andato ad approfondire per combattere l’insonnia e ho messo insieme qualche curiosità. Guardate un po’ se quelli come il sottoscritto non hanno una lunga folle tradizione, ma soprattutto ridimensioniamo la modernità del metodo o le lamentele moraliste, da un lato, e retributive o di influencing, dall’altro.

The great socialist orator Tony Turner addressing a huge crowd, 1940
https://soundsfromthepark.on-the-record.org.uk

In Hyde Park, nel cuore di Londra dove si trovava il patibolo di Tyburn fino al 1783 c’è ancora quella che può essere considerata un’istituzione delle democrazie e in particolare di quella del Regno Unito, il cosiddetto Speakers ‘Corner. 80 anni dopo l’ultima impiccagione avvenuta i cittadini manifestarono per il diritto ad incontrarsi liberamente nel parco come in una una riunione vietata della Lega della riforma, che chiedeva il voto per gli uomini. Trovando il parco chiuso, i manifestanti hanno strappato centinaia di metri di ringhiere per accedervi, e sono seguiti tre giorni di disordini. Stessa storia l’anno successivo, quando di fronte ad una folla di 150.000 persone né la polizia né le truppe osarono intervenire. Negli anni ’30 gli oratori “soapbox” si potevano trovare nei mercati, agli angoli delle strade e nei parchi di tutto il paese. Dei 100 luoghi di lingua stimati stabiliti a Londra tra il 1855 e il 1939, Speakers ‘Corner è l’ultimo a sopravvivere, forse perché la sua posizione ad Hyde Park è così centrale ed è sempre stata un punto focale per la protesta.

Speakers ‘Corner ospita “incontri” di vario genere. C’è sempre stato un misto di dibattiti religiosi, politici o comici tra cui scegliere anche se gli argomenti in discussione riflettono in una certa misura le mutevoli preoccupazioni della giornata. Le piattaforme degli anni ’40, ad esempio, includevano la Connelly Association e United Irishmen, il Partito Comunista, il Partito Socialista della Gran Bretagna, nazionalisti indiani, oratori africani e anticoloniali.

Gli speakers ‘Corner vengono spesso tenuto in piedi per dimostrare la libertà di parola, poiché chiunque può presentarsi senza preavviso e parlare di quasi tutti gli argomenti, anche se sempre a rischio di essere disturbato dai clienti abituali. L’angolo era frequentato da personaggi celebri come Karl Marx , Vladimir Lenin o George Orwell. Tuttavia, contrariamente alla credenza popolare, non c’è immunità dalla legge, né soggetti proscritti, ma in pratica la polizia interviene solo quando riceve una denuncia, come nel caso di alcuni interventi per denunce di volgarità.

Di questi angoli, per quanto meno celebri o poco più che turistici ne esistono parecchi anche fuori Inghilterra e perfino in Italia, come a Lajatico, Pisa, dove si può incontrare “L’angolo del parlatore” nella piazza principale di Vittorio Veneto, aperto al pubblico la domenica (dalle 9:00 alle 11:00 e dalle 16:00 alle 18:00). Il primo relatore è stato il sindaco Alessio Barbarfieri, che ha sottolineato l’importanza degli atti di parola e di ascolto per una buona ed efficace governance locale.

Appendice

Lo Speakers ‘Corner Trust ha creato una rete nazionale di progetti locali di Speakers’ Corner in luoghi come Nottingham, Lichfield, Brighton e Reading – molti dei quali avevano tradizioni di oratorio all’aperto in passato. Visita questo sito web per maggiori dettagli e per scoprire il loro lavoro educativo e internazionale.

La paura dei fantasmi consuma

La paura dei fantasmi consuma

I fantasmi esistono. Affermare che averne paura è dannoso è un modo per avvalorare la loro esistenza, non il contrario.

Esistono e soprattutto ne esistono di un’infinità di tipi, tanto che non vale neppure la pena intraprendere il tema. Possiamo però circoscriverlo.

  • Un primo tipo di fantasmi è costituito dall’infinità fisico-matematica di realtà che esorbitano dal nostro microscopico spettro, non solo percettivo, ma ancor più rappresentativo.
  • Un secondo tipo di fantasmi sono quelli che hanno una qualche parentela con la nostra esistenza ed è alla fin fine di questo che stiamo parlando.

Quando perdiamo qualcuno la nostra stessa vita cambia. Anche di una persona apparentemente marginale nella nostra storia, la sua scomparsa ci apre improvvisamente la voragine, non più teorica, ma vissuta della nostra stessa finitudine. In quel caso il fantasma è quello alla base di tutti gli altri più comuni, ovverosia l’ombra che proietta la presenza nella vita nostra e di chi ci circonda della morte stessa come parametro del vivere.

Questo fantasma è una creatura emozionale, ovvero un’emozione che si consolida, che assume una “soggettività” e, a meno che non si sia dei sociopatici o comunque dei tipi “molto” divergenti, difficilmente ci immagineremo una persona di cui nutriamo la mancanza con un istinto gioioso o ridicolo. Soffriamo intensamente e quindi creiamo una creatura intensamente sofferente. Di fatto, da ben prima dell’Ade a ben oltre Lovecraft o Poe abbiamo talmente inserito nelle rappresentazioni della vita questo tipo di idea di fantasma che risulta quasi impossibile allontanarcene, così come sapere di calcare il suolo di un corpo sferico come il nostro pianeta non ci farà mai percepire di stare camminando su altro che su un piano.

Quella “terrapiattista” però è una rappresentazione che non fa danni a meno di non farne un teorema dell’esistenza, mentre l’altra ne ha fatti e non smetterà mai di farne. Anche qui approfondire sarebbe una perdita di tempo perché ogni dimostrazione sarebbe una battaglia persa in partenza a fronte del valore del vissuto.

Poi esistono forme più “evolute” di fantasmi la più nobile delle quali è il “monumento” della storia di una persona. Ognuno di noi è e sarà stato un soggetto in costante trasformazione e quindi un modo diverso per dire “più di una persona” e tutt’altro che una “coerenza” esistenziale costante. Dietro di quel nome e della sua storia esistono delle “istanze”, delle “consapevolezze” (chiamiamole come meglio si crede) che hanno plasmato quella che può essere percepita come un’opera (in senso alchemico o artistico, se si preferisce). Questa opera è essa stessa un fantasma: sia il suo necessariamente controverso costrutto biografico – quello che ha fatto scrivere i libri di storia e campare di contraddittori i biografi – sia qualcosa che continua ad esistere per un certo periodo, esattamente come un’impronta sulla sabbia continui ad essere una forma per quanto non ci sia più il camminatore che ne evoca la realtà stessa. Un simbolo non è un oggetto muto, ma un soggetto attivo per quanto non eterno. Una configurazione, come ad esempio un tunnel d’aria che crea turbinati, agisce seppure in mancanza di un attore al di fuori di quelli di tipo molteplice che possono attraversarlo. Chiudere le estremità del tunnel cambia la sua conformazione e quindi gli effetti che genera; ne genererà di meno o di meno significativi seppure potenzialmente potrà essere visto come un corridoio di uragani pronto ad essere attivato.

Di noi rimane per un certo tempo in una certa dimensione la forma del nostro vissuto come soggetto attivo, per quanto privo di “io”. Questo è quello che più si avvicina all’idea che potremmo avere del fantasma personale. Noi però lo vediamo come un’ombra senza accettare che quel fantasma lugubre è il nostro stato d’animo e che quello – come molti altri prodotti spuri dell’attaccamento – finisce per influenzare la forma più “pura” e generare effetti “psichici” più complicati di quelli già ben noti.

Qualcuno potrà chiedersi delle case infestate o di presenze attive che influenzano l’esistenza dei viventi, ma qui stiamo toccando un terreno molto più articolato. Ci basti dire che, anche laddove forme di questo genere, non tanto “esistano” perché questo è un fatto comunque, ma piuttosto abbiano una qualche ragione per farsi percepire a dare loro corpo sarà la nostra stessa energia emozionale e le rappresentazioni che agiscono come l’aria nel corridoio dell’esempio precedente, nonostante questo sia un corridoio mutevole e non immobile.

Alla fin fine ci si può chiedere perché si debba aver paura dei fantasmi se non perché si teme la morte, ma la mia convinzione quanto mai solida è che quello che diverremo (e siamo molteplicemente divenuti) non ha nulla a che vedere con i fantasmi sopra descritti anche se potrà venirne influenzato, soprattutto dal cordoglio (buio, paura o orrore che sia) di coloro a cui mancheremo, nello stesso modo in cui quel fantasma che abbiamo definito la forma del vissuto sarà un elemento(retaggi memetici ovvero “DNA della coscienza”) che guiderà futuri aggregati consapevoli che potremmo anche definire “reincarnazioni”, anche se non avrebbe senso perché quel reincarnato non riusciremo mai ad immaginarcelo diversamente da questa forma del vissuto traslata in un ipotetico altro tempo o luogo (che sarebbe la più paradossale delle teorie spirituali anche se il limite di quelle sembra essere potenzialmente infinito) proprio come se dovessimo immaginare di camminare su un territorio curvo invece che piano solo perché abbiamo studiato l’astronomia riusciremmo soltanto a cadere per terra. E quello sicuramente non fa piacere e non è un fantasma.

Molteplici rinascite

Molteplici rinascite

Molteplici morti in una vita apparente non solo possono avvenire ma si susseguono seppure su layer differenti.

Proprio come non siamo consapevoli di soggettività compresenti nella “nostra” stessa esistenza perché ci percepiamo come il nostro aggregato al livello di complessità superiore per ragioni di semplificazione (sarebbe troppo difficile compiere consapevolmente azioni e sequenze come camminare o digerire e ce la rappresentiamo per questo cognitivamente inferiore), nello stesso modo non percepiamo le loro transizioni che potremmo chiamare anche “morti”.

Il più delle volte siamo noi stessi ad interrompere sezioni di aggregati (banalmente, tagliare capelli o unghie, ad esempio) e aggregati stessi di complessità differente.

Interrompere una relazione, una professione equivale a mandare a morire un proprio plotone per conquistare una battaglia: sotto un piano è il modo giusto, sotto un altro è il contrario. Di certo è sempre e solo una scelte sopra la quale esiste sempre un layer superiore che però non percepiamo perché rispetto ad esso, se non siamo proprio unghie, siamo al massimo digestione: complicata, ma anche molto parziale.

Allora perché parlare di noi, di io…?

È giusto! Io o noi è vero e nello stesso tempo non lo è: sono solo descrizioni del fenomeno dal punto di vista di aggregazioni differenti. Però, nello stesso tempo, qualcosa che chiamiamo “io”, ma che è completamente differente da quello che per strada percepiamo in quanto tale, esiste davvero e non è un aggregato, ma discuterne sarebbe impossibile. Diciamo che è consapevolezza, awareness, allo stato puro, non-cognitivo.

Quello che occorre comprendere è che ad un certo livello dell’esperienza compiamo delle mosse, facciamo delle scelte e che queste spostano equilibri che avrebbero potuto essere altrimenti. Detto in termini filosofici, non siamo natura naturans, ma sempre anche libero arbitrio.

Possiamo morire come soggetto senza morire come persona

L’origine di questo capitolo vuole essere però più diretta. Vorrei fare un’affermazione semplice. Che si creda o meno nella cosiddetta rinascita, la morte è una transizione di aggregati costante e imbricata necessaria a qualcosa che impropriamente chiamiamo “evoluzione”, ma basterebbe definire “trasformazione”. La morte di un’identità corporea è qualcosa di semplice ma anche molto diseconomico. Appare umoristico, ma qui ha un vero e proprio significato l’affermazione che se la si potesse evitare almeno un po’ di più sarebbe meglio per tutti. Il problema è che per la maggior parte di noi la muda è letteralmente intollerabile e accade come di fronte all’eccesso di dolore che sopraggiunge spontanea la morte.

Tuttavia, tutti noi possiamo essere morti più volte nella stessa esistenza per rendere più complesso (ma anche più facile) l’aggregato di identità.

Pensiamo a quando abbiamo sfiorato la morte durante un’incidenza o una malattia. Non è tanto l’essere sopravvissuti a renderlo significativo, quello è automatico, ma possiamo considerarlo rinascita in vita solo quando dopo la complessità o la qualità della nostra consapevolezza profonda (non-cognitiva, nonostante la cognizione non possa non venirne trasformata) cambia significativamente.

Ma non è finita qui. Perché questo tipo di trasformazione sia davvero completa occorre che ne si sia davvero “il più possibile consapevoli”.

Morire nel corpo è, il più delle volte, paradossalmente molto più semplice e tollerabile. La sola consapevolezza di non essere “io” è il più delle volte soverchiante. Io comincio a sentirmi inizialmente in prestito ad altri io che si sono impossessati del mio veicolo corporeo e di identità. Quando questo non si tollera né si gestisce emerge una psicosi essenziale, ovvero non-reattiva rispetto a condizioni sociali o fisiologiche. Solo il superamento della nostra idea di “io” ci consente di reggere il salto di layer senza “perderci”, ma quando si accetta questo rischio si possono compiere piani trasformativi molto più intensi e rapidi sfruttando la stessa vita e quindi, non solo con “meno spreco” ma con meno dissipazione e quindi con maggiore efficacia, potenza o risultato.

Molti nel leggere queste parole si identificano come un “io” in carriera ed ecco perché “parlare” di queste cose può fare più danni che altro. Ci troviamo tuttavia, seppure su un determinato layer e non su tutti, in una fase di transizione spirituale dell’umanità in cui tali discorsi vanno affrontati perché l’essere “impossessati”, che pure esiste da sempre, sarà molto più problematico e sentito e gestirlo sarà tutt’altro che semplice se non riusciamo a liberarci il più possibile della consistenza dell’io grossolano, per cominciare a concepirci come delle associazioni spirituali già all’interno della stessa persona. Cosa che ci permetterà di riconoscerci nelle stesse appartenenze anche con altri – senza bisogno di strutture e con l’uso delle parole puramente pretestuale.

Il possesso e il concetto formale stesso di “proprietà“ (l’essere castano è una mia proprietà, ad esempio) sono un piano evolutivo in rapido declino. Rimanere attaccati ad esso corrisponde un po’ come continuare a fare da digestione: compito difficile e importante, ma subordinato ad altri layer più complessi.

È bene? È male? Possiamo piuttosto sostenere che sarebbe egoistico e in quanto tale da superare porsi da una tale prospettiva dello scenario!

La sinfonia del pozzo

La sinfonia del pozzo

Siamo abituati a pensare che prima esista la città con i suoi servizi e poi la natura di cui si serve.

Le cose stanno diversamente per i Nomadi. Per loro è importante la mappa dove si trova qualcosa di assolutamente non emergente, per nulla altisonante e che sarebbe ragione di morte per lo straniero che si avventurasse nel deserto senza sapere dove si trovano.

Sto parlando del pozzo.

Il fondatore della città inizia proprio da lì: dove si trova l’acqua che non scorre, soggetta come sarebbe delle variabilità climatiche, ma quella che magari ti tocca centellinare, ma sarà sempre lì e sarà anche la livella che indica entro quali argini potrà spingersi la popolazione del posto. Ad attingere al pozzo hanno egual diritto uomini, piante ed animali e la maledizione non può che colpire chi inquina o distrugge il pozzo.

Nella storia siamo stati ossessionati dal fare: opere, conquiste, guerre, ricchezze… Lui guarda questa agitazione dal potere del basso, da quello della fermezza, della continuità.

A che serve continuare a fare se non si attinge alla completezza universale di quel movimento incessante che consiste nello “stare”?

Dello stare abbiamo fatto tanta mistica e tante religioni, ma se l’abbiamo fatto è solo per dissimulare l’incapacità a stare mascherandola da disciplina dello stare. C’è solo un modo per fare lo stare ed è…

Stare!

Il disegno è fare, il colore stare. La musica è fare, il suono stare. Di fatto separarli è già di per sé venir tratti in errore, tuttavia è una diplopia necessaria alla conformazione dei nostri organi di percezione.

Quando tutte le anime risuoneranno all’unisono quello che si genererà è una sinfonia che sarà al contempo movimento e ambience, intreccio di storie e sfondo eterno.

Solo nella sacralità del pozzo potremo comprendere come la vita, la più fragile, la più debole, è l’unica a risplendere della sinfonia dell’Universo che si cela nei pozzi dell’anima del pianeta.

Collage disordinato

Collage disordinato

Poco alla volta sto aggiornando lo scritto più bizzarro della mia storia.

Il più bizzarro ma non di meno il più sentito.

Dalla casella “Libri” posta in alto la pagina si aprirà su diverse immagini e dei raggruppamenti uno dei quali ha l’immagine riportata qui sopra e il titolo…

Lo spirito dell’esperienza

Non solo è soggetta ad aggiunte per nulla seqenziali, ma anche a cambiamenti di affermazioni e contenuti mai definitivi.

Questo per dire che se dovesse interessarti, di tanto in tanto dai un’occhiata anche all’indietro perché, come nel caso di oggi, le aggiunte possono non essere alla fine ma nel penultimo header o titolo.

Ciao e grazie di esistere!

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Sono Tempi Virali

Sono Tempi Virali

Pubblicato nel Magazine Interferenze e nei Quaderni delle Interferenze.

Vedi anche Parallelismi e antinomie tra Meme e Virus

Date: 29 gennaio 2015 Author: Ennio Martignago

Il ciclo senza fine dell’idea e dell’azione,
L’invenzione infinita, l’esperimento infinito,
Portano conoscenza del moto, non dell’immobilità;
Conoscenza del linguaggio, ma non del silenzio;
Conoscenza delle parole, e ignoranza del Verbo.
Tutta la nostra conoscenza ci porta più vicini alla nostra ignoranza,
Tutta la nostra ignoranza ci porta più vicino alla morte.
Ma più vicino alla morte non più vicini a Dio.
Dov’è la Vita che abbiamo perduto vivendo?
Dov’è la saggezza che abbiamo perduto sapendo?
Dov’è la sapienza che abbiamo perduto nell’informazione?
I cicli del Cielo in venti secoli
Ci portano più lontani da Dio e più vicini alla Polvere.

Thomas Stearns Eliot

Dalla Mente al Gene

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Negli anni caldi della tarda rivolta studentesca degli esponenti dell’Autonomia picchiarono un docente dell’Università di Padova e alla riunione che ne seguì una sua collega emozionata suscitò l’ilarità dei convenuti con un’uscita che non fu delle più brillanti per un’insegnante di Psicologia, sottolineando che non a caso lo avevano picchiato alla testa, perché “com’è risaputo, la testa è la sede del pensiero”. Al di là dell’affermazione abbastanza grossolana nonostante la situazione concitata e pertanto sbrigativa, non è assurdo ipotizzare che nell’immaginario comune un po’ tutti collocherebbero il pensiero all’interno del cranio, nel cervello. Non si deve pensare che questa sia una rappresentazione condivisa da ognuno di noi.

Mio figlio mi spiegò un tempo, quando aveva forse tre o quattro anni, come funzionava il pensiero più o meno in questi termini: «Quando mi fai una domanda personale non posso risponderti subito, perché il pensiero dalle orecchie – e quindi dalla testa – deve andare giù in profondità fino al cuore, dove si elabora la risposta che poi risalirà alla testa per essere espressa» (ovviamente la sua formulazione era più poetica e più bella). Non si tratta di una produzione semplicistica occasionale propria di un bambino ingenuo: buona parte delle culture originarie collocavano l’anima proprio a livello del cuore, dove peraltro una delle teorie psicologiche più antiche e raffinate, quella del buddismo situava la Mente Chiara, la Bodhicitta.

Più in là nel tempo, Rudolph Steiner fece un’interessante distinzione fra il sistema nervoso, apparentato a quello osseo che individuava le funzioni “sensoriali” e anche “rigide” proprie dell’intelligenza, e quello ritmico destinato ad esercitare le doti più psichiche della mente (dall’etimo animico) connesse all’attività di espansione e contrazione tipica della circolazione aerobico-sanguigna, e quindi prima di tutto fra cuore e apparato respiratorio, strettamente connessi fra loro.

Oggi, proprio mentre i nipoti della frenologia vanno per la maggiore con gli studi delle neuroscienze, a complicare le cose arrivano le invenzioni (se preferite “scoperte”) della genetica. In realtà si suol dire che “quello che non strozza ingrassa” e il nostro sapere può tollerare la co-presenza di discipline molteplici, anche quando danno spiegazioni diverse degli stessi fenomeni. Un ideogramma del I Ching ci insegna infatti che non è opportuno cercare di fare andare d’accordo idee contrapposte: l’arricchimento non deriva dalla riduzione, ma dalla varietà e dalla differenza. Ben vengano quindi lo spiritualismo accanto alla psicologia e questa accanto alle neuroscienze accanto a loro volta all’ingegneria genetica.

Quello che tutto ciò mette in discussione è l’idea di Io cara all’Idealismo, mentre rivoluziona il concetto di Identità che passa dalla natura di “scoperta” dell’epistemologia del disvelamento di un mondo prigioniero delle colonne d’Ercole (Hic sunt Leones) a quella di “costrutto” dell’euristica costruttivista.

Il piccolo pervasivo: «Chi ci abita ci determina?»

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Gregory Bateson, in uno straordinario articolo riportato in Verso un’Epistemologia della Mente, descrisse la “Mente” come la rete delle infinite “differenze” che vanno dall’inimmaginabilmente piccolo all’inconcepibilmente grande: una sorta di infinita intersezione di sviluppi frattali di Mandelbrot.

La microscopica cellula o il batterio, la meno che microscopica proteina, il gene… sono delle Identità che ci abitano. Un tempo ci insegnavano che i batteri erano delle “bestioline”, tutto sommato degli estranei, che ci facevano ammalare.

«Sulla pelle e all’interno del nostro organismo vivono infatti 100 trilioni di batteri: il decuplo rispetto alle cellule che compongono ciò che tradizionalmente chiamavamo “uomo” e che ora viene spesso considerato da medici e scienziati come un “superorganismo”. Da “individuo” si dovrebbe passare a “ecosistema” frutto di tanti elementi integrati. Anziché essere un “io”, l’uomo andrebbe piuttosto trattato come un “noi”. Ai nostri 23mila geni, analizzati nel 2000 dal progetto “Genoma umano”, vanno ora aggiunti quei 3 milioni di geni di virus e batteri che consentono il funzionamento del nostro sistema digestivo, di quello immunitario, del metabolismo e perfino – secondo studi recenti ancora tutti da confermare – regolano lo sviluppo del cervello nei bambini. (Quei batteri-inquilini che ci migliorano la vita – Repubblica.it

Come se non bastasse ognuno di quei microscopici esseri ha una qualità che fu cara alla tradizione umanistica dei Giordano Bruno, Pico della Mirandola… e che rimase la più qualificante dell’intelligenza umana almeno prima della nascita degli elaboratori e della rivoluzione culturale del ’68: la Memoria.

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«Un gruppo di ricercatori della Chinese University di Hong Kong ha scoperto che un solo grammo di Escherichia coli, il batterio più usato nell’ingegneria genetica, è in grado di immagazzinare tante informazioni quante possono essere memorizzate in un disco rigido gigante da 900 terabyte. Il biostorage potrebbe portare una vera rivoluzione nel modo in cui vengono immagazzinati testi, immagini, musica e anche video. “Tutti i tipi di computer sono vulnerabili ai guasti o al furto di dati, mentre i batteri sono immuni da attacchi informatici”, ha fatto notare il professor Chan Ting Fung, che ha guidato il team di ricerca. Il team ha inventato un sistema per comprimere i dati e registrarli in cellule diverse, mappandoli in modo da poterli facilmente recuperare in seguito, come dalla memoria di un computer» (“I batteri saranno gli hard disk del futuro?” – cfr. anche “Conservare dati all’interno di batteri”).

Che cosa sono delle memorie che possono saturare l’interno del nostro corpo? Un uomo può diventare una Biblioteca di Babele (Jorge Luis Borges) ambulante? Ma la domanda che più turba è: «Che cos’abbiamo di tanto ingente da ricordare? Per quali contenuti la Natura o Dio avrebbero previsto un simile potenziale di contenitori?»

La Grande Ferita Narcisistica

Il fatto che non “conosciamo” il “cervello” dei micro organismi e delle forme proteiformi come i virus non significa che non abbiano una loro “intelligenza”. Anche la nostra, secondo taluni scienziati, come i “macchinisti” dell’intelligenza artificiale Daniel Dennett e Marvin Minsky eredi dell’antica teoria della tabula rasa, sarebbe una mente necessitata, programmata, automatica. Il solo fatto di non avere tessuto nervoso non è sufficiente per non ipotizzare almeno un’intelligenza formale anche per i geni.

Quello che ne esce è un individuo, un uomo o una donna costituiti da un’intelligenza collettiva (Pierre Lévy) comparabile a centinaia di migliaia di Facebook ognuno. Questi ospiti, uniti ad ognuno dei nostri componenti fanno un effetto divellente neppure lontanamente comparabile con la “scoperta dell’Inconscio” operata da Freud nei confronti del pensiero idealista dell’epoca.

L’individuo è definitivamente “estraneo a se stesso” e l’Inconscio o l’Es, invece di essere parte di una topologia della psiche come veniva concepito dalla psicanalisi, è veramente “non conscio” in quanto non abitato nell’identità umana, in un qualche “cervello” come pure in un’intelligenza o in una logica.

A questo punto, intervenire per trasformare una tale moltitudine è ben più complesso che cercare di raccogliere il mare con il proverbiale cucchiaio.

L’integrità della soggettività è sotto assedio. L’assedio di un mondo costituito dall’infinitamente piccolo trasformatosi nel nostro immaginario ipertrofico in nemici come mai prima d’ora sembra essersi prodotto proprio dalla grandezza e dalla forza che la nostra identità di specie sembra aver prodotto, ci fa sentire fragili come giganti dai piedi d’argilla e rischiamo di venire distrutti dalle nostre stesse paure. Mai come ora si sono sentite tante voci sparse di suicidio della specie a favore della continuità dell’ecosistema, come se il narcisismo, l’amore per dell’Io, non ci sostenga più. Ci percepiamo come dinosauri che, in attesa della prossima glaciazione, siano tentati di scegliere la soluzione del lemming per evitare di venire divorati dai micro-lillipuziani padroni del futuro.

Da virus a risorsa e ritorno

La paura del piccolo si incarna alla perfezione nell’idea di “virus”. Nel nostro immaginario il virus è talmente piccolo da non essere neppure considerato una “bestiola” come i microbi e si fa le beffe delle nostre armi più potenti come gli antibiotici. Congelati nei ghiacciai dei Poli, pronti a risorgere come vampiri alle prime ombre della notte sotto l’effetto dello scioglimento dei ghiacci di cui siamo colpevoli per tramite dell’effetto serra, dalla Grande Peste Nera alla Spagnola, loro sono pronti a sferrare l’attacco finale.

Quello che spaventa dei virus è la loro capacità di mimetizzarsi, di poter essere scambiati per alimenti o per componenti del nostro stesso corpo. Per questo, più degli anti-virali, a poterli combattere sono proprio i nostri virus-buoni, ovvero l’esercito del nostro sistema immunitario.

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Ecco però insorgere due nuove metafore della nostra sconfitta: i retrovirus e le malattie auto-immuni. Fondamentalmente si tratta di due facce della stessa medaglia. La prima rappresenta il virus “buono”, che arriva da noi sotto forma di risorsa mascherando il fine di usare le nostre cellule per produrre virus dispettosi che a loro volta sapranno dissimularsi ovunque. La menzogna in un mondo in cui lealtà e fiducia hanno lasciato il posto ad un pragmatismo cinico vale anche per queste malattie che stabiliscono una collaborazione con il proprio fornitore di ospitalità affamato di contante fresco stipulando con lui un debito simile a quello che i paesi europei hanno verso il fondo internazionale. A questo punto la persona si indebolisce proprio come ogni cultura il cui mantenimento non provenga direttamente dal proprio operato ma dalla dipendenza da un meccanismo truccato, con il risultato di sviluppare immunodeficienze e tumori, risultati entrambi di questa promiscuità culturale ed economica.

Soggetti a questo costante assedio di virus e retrovirus che usano i sistemi più scorretti e vili per aggredirci ecco che è il nostro esercito stesso, il nostro sistema immunitario ad impazzire come una schiera di Rambo pronti a giocare a tutti contro tutti. Convinti che dietro ogni “borghese” del nostro corpo si nasconda un traditore sotto mentite spoglie o un collaborazionista, da maccartisti i nostri difensori diventano squadre della morte. Così scopriamo che quasi tutte le malattie a cui non riusciamo a trovare una causa virale o al peggio batterica diventano causate dai giocatori della difesa: se non perdiamo perché ci fanno goal è perché ci facciamo auto-goal.

In definitiva, la nostra generazione è così povera della capacità di rappresentare le paure del suo tempo da non andare oltre questa battaglia meccanica in cui finisce come Gulliver imprigionata costretta all’impotenza e pronta a venire uccisa dai Lillipuziani avversari e di casa.

Meme come Metafora

Il nostro mondo è arrivato a dipendere talmente dalla tecnologia che ha sviluppato da arrivare a temerla. Se questo timore negli anni passati si personificava nei robot, oggi sono anche lì i virus a farla da padroni e sembra che abbiano imparato dalla cosiddetta natura, perché anche lì questi sono diventati meno cattivi, ma più pervasivi e soprattutto più collaborativi con le forze promiscue, quelle che ci riempiono la pancia riducendo la nostra autonomia e la reattività. I virus del duemila non distruggono più i computer e raramente sono prodotti dai guerriglieri hacker per combattere la schiavitù tecnologica. Coabitano nei siti che visitiamo per fare affari, per guadagnare soldi, per sfruttare le comodità, per lavorare meno, per toglierci i piaceri del sesso facile, e del divertimento artistico gratuito. Ormai il virus informatico è malwaremalintenzionato, ovvero Il Servo infido del film di Losey. Lo temiamo, ma non abbastanza da impedirci di ricercare i nostri vizi. Ecco che quindi ci affidiamo ai sistemi di sicurezza, dagli anti-virus agli esperti di safety aziendali o esterni, con il risultato che l’aggressività della cura riduce la qualità della nostra vita peggio della malattia: macchine lente, perdita di libertà di movimento, costi continui, rallentamenti operativi…

Eppure quando guardiamo i nostri figli o i nostri nonni ci viene difficile pensarli abitati da tutti questi ospiti sgraditi e soprattutto privi di quell’identità che trascende le parti che la compongono. Per Paracelso, diversamente che dai nostri medici meccanicisti, l’uomo privato dell’energia vitale da intendere come forza organizzatrice o élan vital, non è più uomo, non essendo più abitato dallo spirito divino. Ogni parte di noi, ogni cellula ha un suo direttore d’orchestra che fa girare le cose nel modo giusto perché tutte le parti che agiscono in essa suonino la stessa musica all’unisono; poi ci sono i direttori d’orchestra del tessuto che fanno suonare quelli delle cellule all’unisono e poi quelli degli organi e così via. Sopra tutti questi c’è l’individualità della persona, la sua vita, il suo spirito o come lo si vorrà chiamare. Forse, anzi, sicuramente non è che un livello qualsiasi di una sinfonia o di un OM senza fine, ma in quella luce degli occhi ognuno si proietta e si identifica. E per questo possiamo ritenere che la società e la cultura a cui apparteniamo forniscano delle garanzie di fronte a questa parcellizzazione suicida a cui ci ha condannato la creatività della comunità scientifica umana.

Ebbene no, non soddisfatti di questo assedio alla nostra libertà, hanno trasferito l’idea del gene anche al dominio del pensiero sociale, della comunicazione e della convivialità traslando il modello materiale del gene in uno astratto come il meme. Il Meme rappresenta il corrispettivo di quello che in fisica si definisce anti-materia, come possibilità alternativa alla realtà a noi nota ma che nonostante tutto può essere rappresentata e ricercata per la semplice ragione che la fisica, prima delle altre scienze, ha trasformato la metafisica dall’essere la sua negazione a diventare una delle sue condizioni di esistenza, una proprietà, pagando per questo il caro prezzo di un compromesso con la propria identità perdendo la sicurezza tutta euclidea della solidità che faceva da sinonimo al sostantivo della “fisicità”.

Anche la biologia con l’introduzione di concetti come quello di “meme” sta rischiando grosso: il meme da mattoncino fisico in grado di spiegare lo spirito rischia di trasformarsi nel corrispettivo spirituale del gene in grado di spiegare la vita. Questo anche a dispetto delle religioni che invece hanno da sempre esaltato l’uomo come essere eletto, ma soprattutto come sistema premiante-punitivo dell’Io.

Infatti, lungi dal giustificare l’Io, il meme lo sminuisce divenendo il testimone dei fenomeni della vita, ovvero quello che chiamiamo “coscienza”, non certo facendo riferimento ai suoi connotati moraleggianti da confessionale, quanto al riferimento ai suoi “stati”. La termodinamica e poi la relatività ci hanno insegnato che “nulla si crea e nulla si distrugge”. Tuttavia, nel nostro modello scientifico di allora c’erano solo due stati: la materia e l’energia. Una poteva trasformarsi nell’altra a differenza zero, entropia permettendo. Ma c’erano altre dimensioni che, nonostante “il materialismo a tutti i costi” abbia sempre cercato di comprenderle in quelle due variabili, non potevano assolutamente starci a meno di negare la nostra capacità di percezione e di significazione e con essa la scienza stessa. Se i sistemi tendono ad uno sviluppo entropico è perché non obbediscono più ad una variabile organizzativa. Questa può venire intesa come un’energia simile alla forza gravitazionale, ma questo è uno strumento che non risponde dei criteri per cui viene esercitato. La questione diventa ancora più spinosa se parliamo di consapevolezza o coscienza, appunto: una formulazione più corretta di quanto vide a suo tempo Descartes non sapendo trovare un termine migliore del “cogito”. Possono avere infatti ragione i detrattori di quel principio di fede metodologico nel dire che il pensiero può essere considerato un prodotto della fisiologia, anche se al di fuori della mente il pensiero ha una sua legittimità esterna al soggetto che l’ha pensato e lo stesso può valere per la storia del pensiero e per la storia stessa. Ma la “coscienza”, di che materia sarebbe fatta a coscienza? Possiamo pensarla come un prodotto, ma una volta prodotta, di che materia sarebbe fatta? L’unica alternativa rimasta è quella di negarla considerandola un’astrazione di fenomeni fonetici, visivi e così via, ma in questo modo si ridurrebbe l’intera storia ad epifenomeni sensoriali facendo perdere di qualunque significato la realtà e la verità sulla cui esistenza si basano le fondamenta stesse dell’attività scientifica.

Ecco che l’immissione del meme può consentirci una scienza della fisica e della biologia della coscienza, ma anche un principio riduttivo o relativizzante della termodinamica fisica e biologica.

Apprendimento e Consapevolezza vs. Meme e Ipnosi

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Un certo intendimento della tecnica dell’Ipnosi sta facendo breccia nei nostri tempi laddove Freud la combatté a favore di un principio escatologico-terapeutico: soffrire per liberarsi dal peccato originale. La lettura che il suo contemporaneo Janet fece della psiche e dell’ipnosi sembra doversi risvegliare dalle ceneri del tempo per essere recuperato dal cognitivismo di terza generazione e dalla post-cibernetica dell’ipnosi costruttivista.

Tutte queste tendenze sembrano avere in comune, da un lato la rappresentazione del soggetto come una composizione di soggetti, o “parti” (che ebbe origine con la Psicoterapia della Gestalt e la Psicologia dei Costrutti), dall’altro la presa di distanza dal dominio del contenuto come piano assolutamente addirittura ultra-soggettivo: ovvero, neppure il cliente è in grado di conoscere il manuale dei significati della sua vita e quindi sarebbe assurdo che l’etnologo della mente arrivasse con specchietti e collanine a dire che lo possiede lui, quando probabilmente ognuna delle sue parti, ogni micro-direttore d’orchestra ha la sua.

Per questo l’operatore ipnotico o l’ipnoterapeuta dialoga con l’inconscio che altro non è che la derivata delle ragioni delle intelligenze che compongono il vivente, le ragioni delle sue “parti”.

Questo percorso rischia di diventare un facile specchietto per le allodole, in quanto nega che la coscienza possa essere soggetta a trasformazioni. Queste trasformazioni possono riferirsi a due processi:

– quello dell’Assimilazione o Consapevolezza, ovvero la sistematizzazione della presa di coscienza acquisita, ovvero l’organizzazione dei motivi dissonanti dell’intero che chiamiamo soggetto o persona

– quello dell’Apprendimento e specialmente del Deuteroapprendimento, ovverosia la capacità di imparare ad imparare, di trasformare il processo acquisito dall’esperienza vissuta – anche mutuata dall’aiuto – in produzione di esperienza funzionale alla riorganizzazione del significato comune delle parti.

In definitiva, l’ipnosi che si veda estranea all’assunzione della responsabilità di prendere coscienza e di apprendere il cambiamento non è meno negativa della psicoterapia che punti a colonizzare l’altro plagiandolo al pari del buon selvaggio di antropologica memoria.

Nuovo a tutti i costi

È così che il desiderio dei clienti degli ipnoterapeuti di poter cambiare senza far fatica e soprattutto senza assumersi la responsabilità del processo arriva a degli estremi del lassismo coniugato con l’ipertrofia narcisistica dell’Io nel rinvenire le tracce di eternità nell’ipnosi regressiva e addirittura in quella progressiva, alla ricerca di passate e future reincarnazioni.

Non intendo criticare questo approccio avendo io per primo condotto ricerche in questo senso almeno trent’anni fa con risultati interessanti e talora stupefacenti. Il punto non è che possano emergere fenomeni riconducibili ad altre esistenze, il che ritengo possa avvenire in molti casi, ma che ci sia una continuità di identità fra le due persone: quella attuale e quella posta in un altro momento. Addirittura l’idea di tempo secondo alcuni fra cui il sottoscritto sarebbe una dimensione che ha senso solo all’interno della vita vissuta e non certo in possibili dimensioni intermedie o in una continuità sequenziale.

Quello che conta è comprendere che quello che può ragionevolmente trasferirsi da una vita ad un’altra non è un Io, ma casomai una Coscienza.

Potremmo definirle le basi memetiche della coscienza, processi di trasferimento che hanno luogo anche nella transe, ma non solo, in qualsiasi rapporto intensamente coinvolgente tra persone o fra parti (che da un certo punto di vista è dire la stessa cosa).

Esiste una funzione fondamentale per chi presta aiuto in questo periodo che attiene ad una scala di valori fondamentale per il pugno di precetti su indicati, una funzione educativa che contrasti la perdita di consapevolezza, di governo degli stati di coscienza.

Oggi sembra che non ci sia più nulla che abbia ragione di superare il consumo immediato. Ognuno tende a comprare il nuovo a tutti i costi a prescindere da quello per cui potrebbe essergli utile. Un passo di Thomas Stearns Eliot recita “Dov’è la Vita che abbiamo perduto vivendo? / Dov’è la saggezza che abbiamo perduto sapendo? / Dov’è la sapienza che abbiamo perduto nell’informazione?”. Chi crede nel meme della saggezza non deve metterlo al servizio dell’arroganza degli accademici, della presunzione delle comunità scientifiche asservite ai risultati economici o di potere; ma la conoscenza è ancora un bene quando la sua alternativa è l’informazione, vista come la continua ricerca di una novità dall’esterno che sia portatrice della situazione desiderata senza dover coinvolgerci la propria esistenza. La fame di “Nuovo ha caratterizzato il XX secolo per quante innovazioni vi hanno avuto luogo, tante quante la storia non ha visto per millenni. Ma questi anni di successo hanno reso “il Nuovo” una droga e ci hanno fatto dimenticare i sacrifici che tutto questo è costato nei secoli.

La memetica di Michele

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Esistono delle dimensioni di cui dobbiamo farci carico se non vogliamo che le malattie abbiano la meglio su di noi e sui nostri figli.

Il padre dell’antroposofia, Rudolph Steiner, in una conferenza dei primi anni del ’900 spiegò che lo spirito dei tempi sarebbe passato nelle mani degli Stati Uniti che avrebbero raggiunto vette impensate dello sviluppo tecnologico nella metà del secolo portando incredibile benessere. Tuttavia, spiegò, questi traguardi avrebbero messo a repentaglio l’appartenenza alla cultura umana e la prima conseguenza di questo fenomeno sarebbe stata la diffusione di uno stato di malattia cronico e delle epidemie.

Nel suo pensiero l’uomo occupa il centro del simbolo della Croce (in maniera analoga all’Uomo Vitruviano o alle Mappe Taoiste): la sua funzione è quella di bilanciare dinamicamente l’equilibrio fra due forze contrastanti negative proprio per il loro estremismo ognuna delle quali ignora l’altra esasperando le proprie istanze. Le dittature e le febbri rivoluzionarie mirano all’affermazione di ideali ambiziosi, unilaterali, superbi, ciechi… in definitiva che spingono l’Io ad affermarsi molto al di sopra della propria condizione naturale: egli chiamava questa forza “luciferica”.

Al contrario, questi tempi sarebbero caratterizzati dal prevalere della forza Mefistofelica o Arimanica, che tende a spingere ogni cosa verso il piano materiale, negando ogni principio spirituale: panem et circenses! Grandi allevamenti umani e stabulari per fare diventare sempre più grassi i padroni della Fattoria degli Animali orwelliana e sempre più rassegnati in balia degli automatismi gli animali della stessa.

A brandire la spada che difende la centralità e l’equilibrio caratteristici della natura umana sarebbe la forza arcangelica di Michele, un mitologema – o un meme dominante – al quale dovremmo dirigere le nostre coscienze per far sì che le metafore dei tempi a venire si trasformino in missioni di vita equilibrata e non di suicidio dell’anima della specie.

Conclusioni

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In quest’epoca di transizione che alcuni chiamano il passaggio all’Era dell’Acquario ci troviamo ad un punto di svolta del cammino della nostra conoscenza e della cultura occidentale. Smettere di pensare che siamo importanti in onore di quel patto che il suo Signore strinse con Abramo, di rendere la sua progenie più numerosa delle stelle che vedeva in cielo ci potrà contemporaneamente guarire dalla paura del piccolo, grande come quei puntini luminosi che per Hegel non facevano altro che butterare il cielo.

Non erano poi così numerose le stelle che Abramo vedeva in cielo, ma se una galassia può stare in un ciondolo di gatto come recitava ironicamente la più che profonda scena di Men in Black, il numero possibile delle stelle del cielo non può essere verosimilmente ospitato in nessuna mente, neppure digitale. D’altronde, se ogni stella si replica all’infinito nei suoi frattali nello stesso modo di un suo riflesso della terra, tutti i geni di tutti gli esseri viventi sono identità e ogni meme della società e della persona è una coscienza: uno spicchio di infinito o addirittura il suo generatore; che importa!

Questi pensieri portano a quello che Roger Caillois chiama gioco della vertigine, ma questo non deve spaventarci, perché ci consente di decentrarci liberandoci dalle nostre responsabilità nel momento in cui scopriremo quanto superstiziosa e sbagliata sia l’idea di possesso e attaccamento all’Io. Potremmo spostare finalmente il nostro atteggiamento scientifico dalla ricerca di una verità che non potrebbe essere altro che ricorsiva a quella narrazione che comincia con la straordinaria risposta che il grande elaboratore immaginato da Gregory Bateson per risolvere i più insondabili quesiti diede allo scienziato:

«Ti racconterò una storia…».

Ma non dobbiamo pensare di poterci rilassare e dormire sonni tranquilli: sulla corda tesa tra l’animale e il superamento della condizione umana immaginata da Nietzsche, siamo nel punto dove il filo si fa più sottile e noi, invece di dimagrire negli ultimi secoli siamo troppo ingrassati per non dubitare che quella corda possa reggerci: davanti c’è un domani che potrebbe essere – temporaneamente almeno – un paradiso, ma sotto c’è l’inferno del fallimento della specie.

Che cosa accadrà? Dove andrà a finire tutto il nostro sapere sensorialmente basato?

Come l’invenzione del modello atomico poteva portarci alla distruzione o alla crescita, queste finestre aperte sul codice della vita possono definitivamente seppellirci nella fossa di uno stolido meccanicismo materialista oppure offrirci una nuova variabile, la dimensione della coscienza collettiva e del potere che può esercitare nel mettersi in relazione con quelle spaziali e temporali, fino a rendere relative anche le nostre più indiscutibili certezze: la nascita, la morte, l’identità.

Ennio Martignago

Realtà, Ipnosi, Serendipity e dintorni

Realtà, Ipnosi, Serendipity e dintorni

Serendipity: cos'è, quanto è utile, dove si trova e perché serve
Una raccolta di filmati sul tema

Tratto da:

Serendipity 1303: il Design delle Realtà

Ennio Martignago March 04, 2019

«Quando si scrive una poesia è frequente la serendipità: miri a conquistare le Indie e raggiungi l’America.» Andrea Zanzotto

«La serendipità è cercare un ago in un pagliaio e trovarci la figlia del contadino.» – Julius Comroe Jr., 1976

serendipità s. f. [dall’ingl. serendipity, coniato (1754) dallo scrittore ingl. Horace Walpole che lo trasse dal titolo della fiaba The three princes of Serendip: era questo l’antico nome dell’isola di Ceylon, l’odierno Srī Lanka], letter. – La capacità o fortuna di fare per caso inattese e felici scoperte, spec. in campo scientifico, mentre si sta cercando altro.

Il superamento della psicologia come scienza dell’uomo coincide a quello del modello di uomo stesso – preconizzato fra gli altri da Nietzsche – in quanto prodotto di una definizione della realtà che per la scienza moderna ha coinciso con un principio di oggettività oggettuale coincidente con l’idea di verità. La trasformazione delle coordinate della realtà convenzionale, non solo produce cambiamenti nei comportamenti e nella fisiologia stessa, ma modifica la centralità del soggetto basata sulla superstizione di un’interiorità mentale. Questi sono i risvolti del neo-sciamanismo occidentale post-moderno o, come preferisco chiamarlo, “urbano:…

https://youtube.com/watch?v=TuUVWuLsXDc
Serendipity 1302 • 6 giu 2013
https://youtube.com/watch?v=vrbBhwfKyrQ
Serendipity 1301: «Che cosa diciamo quando parliamo di “Serendipità”?» • 5 mag 2013
Ipnosi – La dimensione collettiva negli stati di coscienza – Parte 1 • 12 ago 2011
Ipnosi – La dimensione collettiva negli stati di coscienza – Parte 2 • 12 ago 2011
Ipnosi – La dimensione collettiva negli stati di coscienza – Parte 3 • 12 ago 2011
Scuola di ipnosi e Couseling: Inconscio, Realtà e Presa diretta con l’esperienza – parte 1 • 10 set 2012
Scuola di ipnosi e Couseling Inconscio, Realtà e Presa diretta con l’esperienza Parte 2
• 10 set 2012

“Il Peregrinaggio di tre giovani figliuoli del re di Serendippo (Serendippo è forma italiana di Sarandib, denominazione persiana dell’attuale Sri Lanka) è opera di un misterioso armeno residente a Venezia, e là pubblicato nel 1557(…). La vicenda si incentra per l’appunto, oltre che sulla casualità delle scoperte, sulla sbalorditiva capacità abduttiva (quella cioè che procede a ritroso dagli effetti alle cause) di cui i tre giovani protagonisti del libro fanno mostra. Il testo (di cui esiste una recente edizione, pubblicata nel 2000) è perciò tra i primi esempî del detective novel, il che spiega il suo enorme successo (con propaggini fino nel Novecento inoltrato) nel mondo anglofono, dove si contano i maggiori autori ed esperti del genere. I Three Princes [romanzo del 1754 di Horace Walpole] non sono in effetti che la rimaneggiata traduzione inglese del Peregrinaggio. Traduzione che non è la prima, dato che una versione tedesca è già del 1583 (né rimane isolata); seguono traduzioni in francese, in inglese, ancora in tedesco, in danese, in olandese; tutto ciò senza contare le numerose riattualizzazioni, a cominciare dallo Zadig di Voltaire. Insomma, non solo il Peregrinaggio è uno dei libri italiani più conosciuti fuori dai nostri confini, ma esso va certo annoverato tra i progenitori del moderno romanzo poliziesco.”

Edicola

Edicola

Ho inserito la pagina “Edicola” dove inserirò le pubblicazioni in giornali o riviste cartacee. Lo farò piano piano. Adesso che ci penso… quella volta su Scienza e Conoscenza. Uh… poi gli atti delle <comunità di pratica…

Organizzazione (e organizzare)

Organizzazione (e organizzare)

Piccolo vocabolario della trasformazione #03— Le parole che ci cambiano

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Un passaggio del pensiero di Karl Weick

Organizzazione è il sostantivo derivato dal verbo Organizzare che a sua volta deriva da organo. Il suo senso originario è quindi essenzialmente biologico e esprime l’azione di dare una struttura ordinata a qualcosa, mettendo i vari elementi che la compongono in connessione tra loro, così che possano operare insieme per un fine determinato. (prosegue su Medium.com)

ottobre 13, 2019 02:33

ottobre 13, 2019 02:33

## L’esperienza della vita terrestre
Un giorno avemmo il desiderio assoluto che questa persona storica che sta sacrificando la sua esistenza per l’evoluzione dei suoi ospiti possa finire un giorno gloriosamente fagocitata in un proprio orgasmo universale.

Ma sappiamo bene che ci consumeremo gradualmente, perdendo un pezzo alla volta per trascinarci il più a lungo possibile per fare sopravvivere un simulacro di identità. 

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