Mese: Ottobre 2021

Mentorship osmotica

Mentorship osmotica

La Digital Transformation ha insegnato a tutti il cosiddetto Reverse Mentoring, ovvero il fatto che sia un giovane ad insegnare ad un passatista vetero-dipendente. La cosa potrebbe essere simpatica non fosse che dà per implicito il nesso fra età e competenze. Probabilmente un giovane è più à la page di quello che è in età pensionabile e quindi sa meglio quali sono i tool social più usati e le keywords più diffuse e sicuramente ha il pollice più roteante ed aduso alla tastiera dello smartphone, ma non è detto che sia più preparato sulle basi di chi quegli strumenti ha visto nascere ed evolvere anche dal punto di vista economico, sociale e gestionale. Il mondo è bello perché è vario e scorciatoie e stereotipi non aiutano affatto: da un lato combattiamo la diversity e facciamo proclami per l’inclusione dall’altro riduciamo questi programmi a stereotipi sociobiologici per aggregazioni di massa. Chi scrive nei test aziendali è risultato ai massimi livelli delle scale digital nonostante gli manchino 3 o 4 anni alla pensione e abbia delle basi umanistiche piuttosto che tecniche e men che meno informatiche.

Come ho avuto modo di suggerire qualche articolo fa, la mentorship andrebbe riconsiderata in chiave maieutica anche per recuperare storia ed evoluzione delle attività e delle competenze. Questo significa che, oltre ad attribuire un significato diverso al termine che altrimenti si sovrappone al compito del tutor nel praticantato (poco importa se di basso o di alto livello dal momento che il lavoro di questi tempi sta cambiando profondamente i propri connotati), sarebbe utile estendere il concetto di Reverse Mentoring al rapporto con i dipendenti di più lunga navigazione. Reverse non tanto per il fatto di essere i destinatari del mentoring ma per il fatto di procedere attraverso le domande alla formazione e all’addestramento del giovane, o meglio, al processo di knowledge sharing per vasi comunicanti o per osmosi e osmosi inversa.

Non mi dilungherò su questa idea anche perché ho davvero poca fiducia nel fatto che chi si occupa di queste cose faccia qualcosa di diverso dall’eseguire gli standard di moda imposti dalle società di consulenza tramite i board. Preferisco piuttosto accennare ad un atteggiamento utile laddove si valuti di usare un interscambio di esperienze con il personale di età avanzata

Purtroppo tanti colleghi più o meno coetanei hanno un pregiudizio non minore di quello di tanti giovani ambiziosi, ovvero quello che il mondo non è più quello di una volta e che loro sì che sapevano come si lavorava, magari anche con rimembranze di mentori mitici dei tempi che furono. Non tutti i senior aziendali sono arruolabili in questo ruolo di mentore. Occorre che siano in grado di ridimensionare la propria esperienza senza difendere con una certa superiorità vintage il contropiede a cui i tempi nuovi, belli o brutti che siano, assoggettano chi si sente tradito nelle promesse truffaldine della vita.

Come non sono molti i senior in grado di partecipare all’attività di mentorship osmotica, nello stesso modo non tutti gli junior hanno le caratteristiche necessarie per riconoscere una relazione maieutica. Molto meglio assistere allo “spettacolo” una mentorship ben condotta fra colleghi sensibili e preparati che generare programmi a tappeto con la sola conseguenza di perdere tempo e denaro banalizzando al contempo il metodo. Meglio ancora sarebbe organizzare delle comunità di pratica strutturate in maniera sistemica.

Siamo stanchi di formazione in elearning standardizzata che dovrebbe condurci a lavorare tutti nello stesso modo con le stesse cose. Questo modo di imparare, non solo è una perdita di tempo, ma finisce per far svanire il solo valore delle imprese dove risiede il proprio vantaggio competitivo: le conoscenze che appartengono alla cultura aziendale, alla storia delle persone e alla propria originalità. Se lavori per Spotify non lavori in Apple Music e non è l’economia dello streaming a rendere l’una più originale o competitiva dell’altra, è l’ecosistema e la cultura che le persone condividono perché appartengono alla stessa e originale società.

Quali community of practice occorre pensare e progettare per un progetto di mentorship che generi conoscenze competitive? Un laboratorio di ricerca azione dove il contributo del senior esattamente come quello dello junior non debba andare assorbito in modo meccanicistico lineare: stimolo risposta, top down, causa effetto… Occorre che le esperienze pregresse vengano digerite dai giovani talenti al fine di produrre stimoli e idee nuove e inedite rispetto a quanto imparato nel percorso scolastico. Questo perché le esperienze passate non hanno nulla da dire se applicate in modo coatto ad una realtà differente come quella di oggi, esattamente come la credenza nel valore assoluto del mondo attuale ci rende solo uno uguale all’altro, dei cloni omologati facilmente sostituibili e privi della capacità di competere generando prodotti, qualità e stili differenzianti.

Nello stesso modo, l’esperienza dello junior può catalizzare il portato storico del senior in grado di tradurre i codici delle età per inventare ancora, ricrearsi e ricreare, rigenerarsi e rigenerare, non assorbendo banalmente i nuovi modus operandi, ma usandoli come grimaldelli o piedi di porco per rendere ancora riutilizzabile e perfino innovativa l’esperienza acquisita in passato che non troverebbe altrimenti spazio nelle mode attuali.

L’età non deve più essere considerata un elemento gerarchico e neppure una distinzione meritocratica: il merito sta nel saperla gestire come una risorsa, qualunque essa sia. Qui non solo le aree del personale e organizzazione devono fare un esame di coscienza e pesare davvero meglio le proprie priorità

Scrivere

Scrivere

Scrivere è una maledizione, una dipendenza, qualcosa che ti risucchia il tempo e le energie e anche quando cammini ti monopolizza i pensieri, ma può essere anche una missione che ha valore al di là dei suoi esiti.

Il piccolo scrivano fiorentino del libro Cuore

Non sono “Io”, ma neppure l’uomo a dover essere salvato dagli eventi del Re del Mondo, ma la missione affidata all’archetipo umano

L’eternità che passa dalla carta al silicio

Conobbi Vera Chiesa in un periodo della vita in cui avevo seri problemi di salute. Lei usava la planchette come strumento per mantenere la trance più che per leggere le parole che potevano uscire. La utilizzava per parlare con la sua guida ed era quest’ultima a rivolgersi a me. Fra le tante cose che uscivano e che finivano in una cassetta che a suo tempo consumai anche se ora non so più ritrovarla, una mi è ritornata in mente ora, a più di trent’anni da quegli incontri. Ad un certo punto la guida mi disse che fra i miei compiti ci sarebbe stato quello di scrivere.

Feci allora alcune ipotesi: scrivere in riviste, libri… di psicologia, di management, di filosofia…? Mi venne risposto che era tutto e niente di tutto ciò e che il futuro mi avrebbe fatto comprendere quello che sarebbe stato. Allora non usavo ancora i computer che per lo più giravano soprattutto in MS DOS (salvo i più fortunati che potevano permettersi un già allora costosissimo Mac) e per vedere Internet ci sarebbero voluti ancora sette anni mentre per cominciare a poterla usare per pubblicare e vedere le prime piattaforme di blog diffuse ne occorsero circa dieci. Come avrebbe potuto raccontarmi come avrei dedicato il mio tempo di piccolo scrivano fiorentino nella rete?

Per tanti anni mi aspettavo dei riscontri concreti da quello che facevo. Che cosa stupida e inutile! Se vuoi scrivere per guadagnare non devi pensare a quello che vuoi dire – come io stesso facevo – ma a quello che vuole leggere la maggioranza – che è quasi sempre qualcosa che non avrei mai voluto dire o scrivere.

Negli anni avrei sempre desiderato scrivere dei libri anche per la bellezza simile ad un piccolo parto dell’esperienza dell’uscita del tuo libro. Ciò accadde prima con un lavoro a tre mani che quando nel 96 venne scritto con Vittorio Pasteris e Salvatore Romagnolo, sotto l’egida editoriale di Massimo Esposti cui si dovette la pubblicazione per i tipi dell’Apogeo di Ivo Quartiroli, ai più apparve incomprensibile e uscì di catalogo proprio quando qualcuno avrebbe cominciato a trarne utilità; ad esso seguirono diversi ebook e self publishing fra i quali mi è particolarmente caro quello scritto con l’amico Antonello Musso, Interferenze, figlio di una precedente attività editoriale su web e come rivista.

Ciononostante è quello che in questi venticinque anni ho lanciato nella rete come un messaggio in bottiglia affidato ai flutti dell’oceano il grosso del mio lavoro; qualcosa che se stampato probabilmente avrebbe potuto impegnare il corrispettivo in volumi di un’enciclopedia e che solo oggi ho cercato di raccogliere almeno in parte in questo sito.

Come poteva la guida di Vera descrivere al giovane psicologo di allora quello che sarebbe stato? La possibilità di affidare ad uno strumento tecnologico perfino un percorso esoterico, cosa che allora poteva apparire dissacratoria? Il passare da un tema all’altro con la massima indifferenza fino a fregarsene di argomenti, temi, competenze, lettore e, in ultima analisi, lo scrittore stesso?

Se devo impegnarmi ad affidare a dei volumi tutto ciò non avrei più tempo per scrivere e per me questo tempo che sottraggo già al mio vivere è troppo più importante per regalarlo al compiacimento editoriale. Inoltre, di questi tempi i libri non durano: dopo qualche anno tutti se ne liberano a partire dagli editori stessi. Così capita che risulti introvabile un lavoro che aveva precorso i tempi e che sarebbe stato utile solo negli anni in cui si sarebbe reso irreperibile. Oggi capita che vengano riscoperti dei testi scritti più di vent’anni fa solo perché sono ancora in rete: se li avessi messi su carta oggi sarebbero diventati sacchetti per la spesa riciclati numerose volte – non che per questo non sarebbero perfino più utili 🙂 .

Autore come testimone

Albert Camus

Fui posto tra la miseria ed il sole, ad uguale distanza. La miseria m’impedì di credere che tutto è bene sotto il sole e nella storia; il sole mi insegnò che la storia non è tutto (…) La nostra sola giustificazione, se ne abbiamo una, è di parlare in nome di tutti coloro che non possono farlo.

Albert Camus

Con il passare degli anni mi sono reso conto che il mio scrivere è diventato sempre più simile a quello che allora faceva Vera: un altro modo di essere medium. Nella noosfera che immagino costituita di entità spirituali simili al mondo delle idee platonico viaggiano pensieri i più disparati. Alcuni sono troppo elevati, altri troppo infimi; alcuni attengono ad un periodo temporale, altri ad un altro e l’arte sta ad intercettare quelli che si incastrano a quello che stiamo attraversando magari traducendone alcuni del futuro o adattandone alcuni del passato; alcuni sono politici, altri intimi, alcuni artistici, altri concettuali e così via. Essere antenna e decoder di questi campi morfici è una vera missione impegnativa che richiede di essere il più possibile scevri dall’egoismo e di essere soprattutto soltanto dei testimoni. Quello che scrivi non opera soltanto in una direzione rivolta alla terra e al presente a partire da un altrove, dal tra, ma anche in senso opposto, quello dell’essere testimone del presente e sensore di percezioni che, elaborate nel modo migliore, vanno ad alimentare la dimensione dei Pensieri.

Oh, quanto sono consapevole che la maggior parte della persone che legge parole come le ultime che ho scritto pensa di trovarsi di fronte ad una persona fuori di testa o ad un epigono della new age più grossolana, eppure quello che sto testimoniando è il livello più puro e onesto delle riflessioni condotte in tutti questi anni e mi viene da dire che proprio l’oscurità animica che circonda questi tempi consente uno spostamento delle riflessioni che in tempi remoti in cui l’io individuale era più libero e posto al centro dell’esistenza delle persone non sarebbe stato possibile, non tanto fare, quanto percepire. È nel regno del male imperante prima di tutto nelle masse che emergono come dal letame più puzzolente i fiori più belli che peraltro vanno lasciati lì, nel letame, perché nel vaso in casa sfiorirebbero subito proprio come i pensieri prigionieri delle mura dell’ego e dell’appartenenza, ma soprattutto perché altrimenti ne sarebbe sbocciato uno e uno soltanto invece di avere la possibilità di riprodursi fino a trasformare la letamaia in un bellissimo giardino.

La stessa situazione che si viene a creare quando si ha il compito di testimoniare della propria epoca come avveniva con gli annali da quelli celebri nell’antichità come nei casi di Tacito o di Quinto Ennio fino a quelli più recenti anche se con altri nomi, come gli Actuelles di Albert Camus o i Cahier da Paul Valery a Simone Weil, Cioran e così via, la posso osservare nel trasformarsi della mia scrittura nel corso degli anni.

Ho cominciato a prendere l’abitudine di tenere incostanti diari dall’età delle elementari e sto proseguendo più che mai in questa mia improbabile terza età. Sono consapevole che spesso quanto vado a scrivere (o registrare come nel caso del periodo dei podcast) oggi viene reputato “pensieri di un vecchio” eppure li considero una testimonianza di una determinata età in un periodo temporale che non avrebbe senso essere se la si dovesse usare come fonte di soddisfazione per i tempi a venire, perché a venire c’è solo la fine della parabola personale. Essere compreso dai tuoi contemporanei non è mai un obiettivo, ma sicuramente è da scriteriati pretenderlo dopo una certa età. Tuttavia, quella successiva ai cinquanta e soprattutto ai sessant’anni è una delle più ricche fra le età soltanto a saperla vivere in sé senza guardare né avanti né indietro. Puoi avere la fortuna di scrutare a fondo fra panorami misteriosi che rimangono tali solo perché è proprio da anziano che capisci come non ci sia niente da capire, come ricercare un significato unico – come molti coetanei si arrogano la capacità di fare dall’alto della loro vetustità – è sbagliato. Ogni scenario è ragione di interpretazione e variazione e interpretare non è sapere ma inventare. Creare. Un lavoro da artisti e non da scienziati. Quando fai un osservazione e i giovani (ma anche i coetanei) non l’hanno neppure sentita o dicono di averla sentita ma in seguito diranno che non l’avevi mai detta, sei stupido se ti offendi o se anche solo pretendi un merito per questo. Un’osservazione, una constatazione, un pensiero anche quando non viene apparentemente colto da nessuno è un pensiero che viene raccolto dalla noosfera e ha senso che venga fatto.

Per queste ragioni continuo a scrivere anche se quando sarò trapassato questo sito non verrà più rinnovato da nessuno e queste parole svaniranno nel nulla del mondo Ciononostante, dal momento che vengono recitate nella mente e poi condensate nella parola scritta con amore e autenticità prenderanno il largo come messaggi nella bottiglia affidati ad un oceano troppo grande per essere pensato perfino dagli arcangeli e questa dimensione è una ragione così bella e ricca che di colpo questa esistenza futile si trasforma in un firmamento solo perché qualcuno ha potuto diventare consapevole della sola sua esistenza.

Considerazioni sull’erogazione dell’apprendimento e sul mentorship

Considerazioni sull’erogazione dell’apprendimento e sul mentorship

Fonte WalkeMe

L’immagine qui sopra racconta con una simpatica curva qualcosa che i formatori di un tempo conoscevano bene anche se poi lo praticavano poco o nulla perché affatto o scarsamente retribuito.

La curva racconta come sia facile osservare un certo apprendimento alquanto rapido durante un’attività formativa (chiaramente qui andrebbero distinte anche le forme di apprendimento – corso di pedagogia attiva, didattica passiva, lettura di manuali, e-learning ecc…), ma anche quanto ancor più rapida risulti la perdita di tale apprendimento nel giro di poche ore/giorni qualora non venga (come praticamente sempre avviene) fatto seguire da un lungo periodo di re-train (e questo può essere on the job, di social training di community of practice, di learning by teaching ecc…).

Naturalmente il processo si ripete, non soltanto ad ogni nuovo bisogno, ma anche ad ogni cambiamento organizzativo, andando a profilare una dinamica di longlife education (anche qui dovremmo prendere in considerazione i sistemi in cui questo avviene, considerando l’attività scolare, la partecipazione ad associazioni o gruppi di studio, passaggi di posizioni o trasferimenti di società ecc…).

Naturalmente non si può pensare ad accendere contratti di formazione longlife ad agenzie esterne, ma si possono studiare tutti gli strumenti potenzialmente disponibili in azienda sposando quelli diacronici, come libri o cataloghi di corsi preconfezionati su piattaforma, con quelli sincronici o di rapporto diretto. Da quest’ultimo punto di vista c’è in quasi tutte le aziende una scarsa propensione ad utilizzare il personale con esperienza di lungo corso che spesso lavora discosto dai processi in voga ma che potrebbe notevolmente contribuire a fornire un sostegno metodologico a chi sta apprendendo.

Questo approccio viene da qualche decennio definito mentorship essendo collegato in una linea che evolverebbe dal counseling per arrivare lì dopo essere passata per il coaching. Non deve stupire se, a fronte di un florilegio di corsi disponibili su piattaforme on line, la domanda di partecipazione rimane particolarmente scarsa. Dobbiamo innanzitutto ricordare la storia zen di quel professore che molestava di domande disciplinari il maestro zen della scuola del tè e quando quest’ultimo continuava a versare nella tazza fino a farla traboccare, stizzito, non potè non farlo notare; al che il maestro rispose: «Come questa tazza, tu sei ricolmo delle tue opinioni e congetture. Come posso spiegarti lo Zen, se prima non vuoti la tua tazza?».

Nessuna preparazione ha ragione di esistere se prima non nasce un bisogno e il più delle volte le persone imparano quando insegnano a qualcun altro. Chi possiede una conoscenza o una competenza non può insegnarla a chi non ne senta il bisogno, soprattutto quando questo possibile bisogno si attesta alla superficie di termini e modus operandi dell’ultima moda sotto un profilo nominale ma spesso molto più vecchi di quelli appena abbandonati ad essere in grado di tradurli con una conoscenza storica profonda e ragionata.

Questa può essere posseduta da colleghi con pratica di studio aperta all’esterno dello stretto ambito del compito gestionale e comunque che abbiano praticato abbastanza a lungo un mestiere aziendale. Spesso queste figure si trovano a dare meno proprio a causa dello scarto linguistico e di coinvolgimento evolutivo. Spesso hanno un difetto nell’approccio all’apprendista, quello di dire loro “come si fa”. Paradossalmente, quando andiamo a cercare in rete il significato di mentorship si trova proprio questa spiegazione: “Una persona di lunga esperienza che insegna a quella con meno esperienza il come si fa”.

https://youtu.be/76eYsm7EcME
“Il padre insegnò loro che c’erano solo due modi per fare ogni cosa «Il mio modo e il modo giusto. E sono entrambi lo stesso modo»”

È normale che l’esperienza non finisca bene essendoci comunque uno scarto fra linguaggi, pratiche e punti di riferimento, ma anche perché il primo finirà per vedere nell’altro un bamboccione e l’altro nel primo un rimbambito.Molto più del coaching, proprio il mentoring dovrebbe essere una pratica di tipo maieutico. Questo significa che la persona con maggiore esperienza, il mentore, dovrebbe interrogare l’allievo e questo dovrebbe insegnare perché, come si diceva prima, si impara insegnando, soprattutto quando quello che apprende ne capisce spesso di più di quello che insegna.

Certo, questa modalità non può essere applicata dal giorno alla notte: occorre intanto una selezione e una formazione del mentore e poi una successiva riselezione. Ma soprattutto occorre una robusta struttura di sostegno di ampia portata dell’intera operazione.Il problema è che gli amministratori e i manager delle aziende sono refrattari a porsi di questi problemi e preferiscono versare oboli faraonici ad aziende di consulenza che li riempiono di corsi come se piovesse; corsi che non verranno mai seguiti perché la gente in azienda deve lavorare e non può considerare il fare dei corsi come l’oggetto del lavoro, specie se il risultato è – e non può essere diversamente – quello della curva su indicata. Allora si prova a dire che li devono fare nel tempo libero in vista di una carriera che spesso non è neppure più desiderata o desiderabile, diversamente dal tempo da dedicare alla famiglia, alla salute, ad un po’ di divertimento e di relax, tutte cose senza le quali non ha senso lavorare, guadagnare, fare carriera.

Disclaimer: Questi contenuti sono consigliati solo le imprese e i manager adulti (in grado cioè di intendere le cose nella loro giusta dimensione e non per opportunismo replicante)

Il cuore del sole è nero

Il cuore del sole è nero

Immagine di una machia solare a forma di cuore

Immaginiamo l’inferno come l’Ade degli antichi, un luogo freddo e profondo da cui non è più possibile uscire e dove magari le anime dannate bruciano per l’eternità.

Anche l’angoscia, la malinconia o la depressione sono connotate dalla metafora della discesa (“Mi sento giù. Non so se riuscirò mai a risalire…).

Il racconto forse il più angosciante e soprannaturale di Edgar Allan Poe è probabilmente “La discesa nel Maelström” che ritroveremo in Verne, Melville e perfino Pessoa assieme a tanti altri.

Da mia nonna c’erano delle canaline irrigue di cemento che correvano accanto a orti e campi con degli sportelli verticali che permettevano di bagnare abbondantemente la terra. Quando il loro percorso doveva lasciare spazio ad una strada, un edificio o una qualsiasi delle opere civili, quest’acqua a cui noi bambini si abbandonavano barchette di carta o legnetti cui poi si correva dietro per vederli sparire e riapparire piombava in un grande e profondo cilindro di cemento dal quale i genitori ci guardavano dall’avvicinarsi pena il rischio di morire annegati.

Quest’acqua però non finiva in fondo alla terra, ma semplicemente faceva un tratto sotterraneo per poi riemergere come un blob tondeggiante di gorghi in un cilindro (ancor più pericoloso per i bimbi con la minaccia di venire risucchiati dai vortici) poco più in là.

Era come se l’acqua della canalina dovesse fermarsi sprofondata in fondo alla terra una volta che cadeva nel primo pozzo. Non avevamo ancora studiato i vasi comunicanti, ma si poteva ragionevolmente risultare convinti che quella che più in là sarebbe uscita non era più la stessa acqua moritura, ma bensì una fonte nuova. Nei nostri piccoli esperimenti di bambini, tuttavia, quel legno che avevamo lasciato alla corrente lo vedevamo riemergere più in là a prova del fatto che era davvero la stessa acqua e che niente e nessuno sarebbe finito disperso nelle profondità.

Il legno sarebbe rimasto prigioniero delle correnti che lo spingevano contro i bordi di cemento, ma quando piano piano si sarebbe indirizzato verso il nuovo tratto di canale questo sarebbe ripartito con un’energia rinnovata.

In modo analogo il cosiddetto male è un tonfo nell’abisso che ci lascia muti e parallizzati da paura e sofferenza. In quel piombare proveremo paura, dolore. sofferenze e disperazione. Tuttavia, il tratto che avevamo percorso per giungere fino a lì e che ci aveva stancato e fiaccato nell’era delle forze della contrapposizione (il cosiddetto “male”) poteva sembrare la fine. Per un attimo nessuno ci vedrà più, ma dopo un po’ eccoci riemergere cresciuti, rinnovati in un bagno di forza nuova e dietro una spinta che non sarebbe stata assolutamente possibile se fossimo vissuti solo nel consenso e nel conformismo del buonismo.

Niente come il cosiddetto “male” ci può vedere crescere, niente come l’ombra ci reintegra, niente ci permette di riemergere rinnovai e pieni di energia. Ma se sei una barchetta di carta è probabile che le cose non finiscano i questo modo. Ciononostante non sapremo mai se siamo fatti di legno di carta o di pietra fino a che non ricadremo nel nostro Maelström.

Solo il metabolismo del male ci rende dei giganti nuovi, grandi come il Capinato Acab che cavalca Moby Dick sicuri, forti e spavaldi verso il limitare dei sette mari.

Le tecniche del risveglio

Le tecniche del risveglio

Gran parte delle psicoterapie possono essere intese come delle “colonizzazioni” dell’altro. È impossibile relazionarsi ad un altro essendo estranei ad un’ideologia. Occorre almeno esprimerla, farla comprendere; e comunque non passarla per verità o per scienza dal momento che per di più anche quest’ultima — e in definitiva la medicina soprattutto — non ne è estranea (come si può cogliere dai reciproci dissensi espressi fra scienziati e medici in questo periodo confuso da arene e circhi televisivi e in generale mediatici).

Da quando mi sono laureato ho sempre avuto un profondo pudore all’idea di lavorare usando delle terapie che si basavano su spiegazioni della salute e della psiche necessariamente parziali.

Ad un certo punto ho compreso che le tecniche potevano parzialmente superare questo problema, ma esisteva anche una teoria della tecnica che riconduceva in maniera ancora più strisciante alla difficoltà iniziale. Ad esempio, la Programmazione Neuro Linguistica prendeva le distanze dalle psicoterapie proprio perché si fondava su delle tecniche: non solo per il cambiamento, ma per la diagnosi stessa (uso dello sguardo e mappa mentale, tanto per cominciare).

Ognuno di noi è portatore di quello che Waddington chiamava crœdo e che potremmo definire banalmente mandato dell’esistenza. Come può un’altra persona comprendere tutto ciò, per di più da dietro gli occhiali del proprio crœdo? Così ho cominciato a selezionare delle tecniche il più possibile “inerti” fra quelle che mi sembrava funzionassero meglio. Le selezionavo dalla Terapia della Gestalt, dalla Sistemica, dall’Ipnosi ericksoniana, dalla PNL, soprattutto, ma anche da pratiche esoteriche e spirituali perché è una visione riduttiva quella che aggrega gli approcci spirituali e transpersonali alle dottrine religiose.

A lungo andare e anche grazie alla collaborazione degli allievi dei corsi a cui ho partecipato sono arrivato a selezionare due pratiche presenti in molte discipline e che coincidevano con il modello di rispetto dell’altro sopra descritto:

  • Il Paradosso (la via della dissociazione dall’appartenenza)
  • La Metafora (la via delle storie personali)

Ognuna di queste vie meriterebbe un volume o quantomeno un articolo nutrito a parte. Sicuramente praticare queste strade può condurre ad ottimi risultati che però non risultano ancora soddisfacenti. Il nodo più complesso da sviluppare è quello di fare superare al portatore di domanda la prospettiva miracolistica della psicoterapia come pillola o farmaco; quella cosa che quando la prendi ti fa passare tutti i mali. In poche parole la relazione con l’altro deve condurre ad un percorso di apprendimento personale profondo e sotto la responsabilità di ognuno.

Certo, qui inizia la mia ideologia, le mie convinzioni. Sono però convinzioni ad un metalivello, potremmo dire metodologiche che quindi non lavorano sul piano del successo o di qualche redenzione sociale. Ed è però il livello generalmente più evitato, perché la maggior parte delle persone di quest’epoca fa per ricevere qui e ora e non per crescere usando la vita per rafforzare il proprio spirito o la propria interiorità. Per questa ragione penso che il codice “psicoterapeutico” vada superato, nonostante per fare determinati lavori sia il solo a venire riconosciuto dal mondo (e quindi rimane in molti casi necessario), anche se non saprei ancora come chiamare questa parte di attività che ho svolto per più di quattro decenni oggi prossima a venire rubricata fra le pseudoscienze, quelle che pensano per il mal di testa ci siano cure migliori a quella proposta dal dottor Joseph-Ignace Guillotin.

Guardare con gioia alla morte

Guardare con gioia alla morte

Il settimo sigillo

Lo si è detto in diversi modi ma senza successo: è la consapevolezza della morte ad attribuire significato alla vita. Tuttavia, viviamo in un periodo dove le persone sembrano disposte a tutto pur di garantirsi una salute priva di finalità: corpi che vivono per il corpo.

Occorre fare una distinzione scarsamente riconosciuta di questi tempi fra termini molto diversi: da un lato “vita” e “salute”; dall’altro “morte” e “morire”. Entrambe le distinzioni tirano in ballo sofferenza, malattia, paura e in generale emozioni, attaccamento, razionalità, identità, io…

George Ivanovich Gurdjieff, stato un maestro che operava a cavallo dell’inizio del secolo scorso, osservava che dei suoi insegnamenti quello meno compreso era il più importante, ovvero quel “ricordati di te” che in fondo può essere espresso nei termini di

“Tieni sempre a mente che il tuo vero io non è quello con cui hai a che fare quotidianamente, quello con cui il mondo ha a che fare, ma bensì quello che sta tutto intorno ad esso e che quando ti concentri su esso ti fa rendere conto che è la struttura del linguaggio che dà contenuto alla tua persona, mentre il tuo autentico essere vive nella coscienza priva di parole”

La paura dell’al di là appartiene al corpo. La somma di corpo, coscienza, linguaggio, scopo fa quella cosa che chiamiamo “persona”, un’entità a cui sfuggono le trasformazioni continue e che si percepisce erroneamente – al netto del cosiddetto invecchiamento – sempre uguale a se stessa quando è invece soggetta ad essere abitata e spesso posseduta da molteplici ospiti. Tutt’attorno ad essa vi è quella cosa che viene facile chiamare anima, altrove volontà consapevole, io, sé, coscienza… tutte parole e in quanto tali insoddisfacenti, mentre “ricordati di te” è forse più esplicito in quanto aiuta a comprendere che esisti nella scelta e nell’azione.

Fai (e non solo cose del mondo spesso poco rilevanti) invece di chiacchierare!

C’è chi cerca di realizzare la vita eterna sul pianeta senza rendersi conto di quanto sia fragile la persona. Rischiamo la morte non solo a causa delle malattie, ma per incidenti, guerra, odio, follia, emozioni… e se dovessimo vivere in eterno questa vecchia macchina tirata a lucido non potrebbe essere usata con tutti i carburanti e in tutte le nuove strade con tutte le norme della circolazione che interverrebbero; ma soprattutto alla fine vivrebbe con il solo fine di vivere: un’esistenza pervasa di una noia disperata per la paura di smettere di esistere seppure nient’altro che noia fine a se stessa.

La malattia, la sofferenza, la paura… afferiscono tutte all’attaccamento alla vita e alla superstizione dell’identità in quanto persona del mondo. Tuttavia, attribuiamo tutte queste cose ad un al di là che non conosciamo e per gestire il quale abbiamo inventato le religioni. Queste ultime, in ultimo, regolamentano la vita e non potranno mai descrivere la morte che non si esprime in parole o in scenari narrativi come gironi di dannati o rarefazioni di luce. Non possiamo pensare fuori dalle metafore perché è una condizione stessa dell’immaginarsi in questa dimensione. Quello che non è giusto è radicalizzare queste metafore e considerarle spiegazioni se non addirittura approssimazioni graduali alla verità.

Le verità di questa dimensione non sono quelle di entità che fluttuano fra dimensioni e che in fondo sono estranee alla persona che vive nel mondo. Per me, ad esempio, vita e morte sono entrambe superstizioni di permanenza di un divenire di diversi attori che fluttuano fra multiversi. Aiutare il prossimo con le cure, l’educazione e altre attività non deve avere tanto il fine di sopravvivere a se stessi, quanto quelli, oltre al consegnare ai posteri un mondo che non sia peggiore di quello che ci è stato lasciato, di sopportare meglio la condizione dell’esistenza riducendo e attenuando sofferenza e dolore, da un lato, e di utilizzare al meglio per la propria evoluzione spirituale le esperienze che ci sono state offerte in questo episodio che è ogni vita personale.

Ciononostante, ognuno di noi è obbligato volente o nolente a fare una scelta: se identificarsi nella superstizione di una permanenza in quanto quell’aggregato che ho appena definito come “persona”, oppure se percepirsi come il guidatore che è ospite di quell’aggregato e che alla fine potrebbe guidarlo al meglio — riducendo anche il vero inferno delle sofferenze in terra inevitabili perfino per “il figlio di Dio” — se solo sostituisse l’attaccamento con la volontà astratta rispetto all’esistere. Dire che tutto ciò è “incomprensibile” invece che “da comprendere” significa però aver già scelto.

Educazione del male

Educazione del male

L’umanità ha dovuto fare i conti con il dramma del mondo ed è passata attraverso quello dell’errore.

Errore e orrore sono parenti lessicali non a caso.

Il male inteso come orrore è una creatura del dramma della caduta umana nel mondo dell’esperienza.

A sostenere il processo evolutivo/involutivo umano sono le creature che l’hanno preceduto attraverso la loro evoluzione esperienziale in un altra dimensione che l’hanno accompagnato con una cura maieutica.

Ora sarà il tempo di creature divine antagoniste che potranno produrre l’involuzione negli esseri umani.

Il compito degli umani in grado di evolvere non sarà quello di contrastare gli esseri evoluti in arrivo sulla terra, ma quello di guidarli e accompagnarli attraverso la conoscenza dei propri errori.

L’amore e non il combattimento farà diventare gli antagonisti portatori di evoluzione.