Mese: Maggio 2019

«Saprei IL “Nonsapere”»

«Saprei IL “Nonsapere”»

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Oggi gli amici mi ricordano quel detto socratico a me tanto caro, quel

So di non sapere

Che è anche la sola idea che i più ricordano di lui, la stessa che i più equivocano etichettandola e quindi liquidandola riduttivamente come “scetticismo”.
Dopo millenni il poco che mi sento di modificare di quella frase lo esprimerei così

So il Nonsapere

Ovvero, sono consapevole che esiste il Nonsapere e il Nonsapere è un’entità, un universo o meglio un multiverso, delle dimensioni che sono compresenti e agiscono al di là della nostra capacità di percezione prima ancora che di comprensione. Spazi e soggetti che agiscono nel nostro presente atemporale o extra-temporale e plurispaziale.
E questa consapevolezza, questo sapere mi dà speranza, mi conforta della miseria delle nostre presunzioni. So che agisce nel nostro momento al di fuori, non solo del nostro misero sapere, del povero linguaggio su cui affonda le fragili fondamenta il nostro raziocinio, ma prima ancora delle limitatissime informazioni che traggono origine dalle ridicole capacità percettive della condizione umana.
Non è scetticismo: è sapere che nel Nonsapere esistono entità, soggetti o come si vuole chiamare queste “cose” che ci donano pensieri e un sentire che ci accompagna e non ci fa mai sentire soli in mezzo a pericoli anch’essi a noi ignoti. Questa consapevolezza incomunicabile non mi dà ansia: piuttosto mi dona speranza, mi conforta delle nostre misere presunzioni. Confido nel Nonsapere e ad esso dono il mio esistere.

Ho fede nel Nonsapere. Spero in lui.

Learning & Changing via @Paràdoxos

Learning & Changing via @Paràdoxos

Creare caricature, amplificare con la consapevolezza che gli estremi non esistono: questa via di “apprendimento per mostri” che troviamo nella materia medica omeopatica somiglia all’insegnamento per paradossi del Bilanciamento Dinamico. Uno Zen ruomoroso e pittoresco del tutto anti-ieratico per vecchi Europei disincantati.

Governare gli opposti — Lezione di Bilanciamento Dinamico n.02

Governare gli opposti — Lezione di Bilanciamento Dinamico n.02

«Sembra facile fare un buon caffè…»

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Il desiderio di cambiare è comune fra gli esseri umani e spesso non viene neppure precisato, dandolo ingiustamente per implicito, che per “cambiamento” si intende in meglio.
Che questo non sia affatto scontato non è così banale, infatti è molto discutibile che cosa si intenda per “meglio”.
La Programmazione Neurolinguistica (PNL o NLP che dir si voglia), e non solo lei, usa una vecchia tecnica per chiedere al cliente di definire con maggiore precisione possibile l’obiettivo auspicato. Non basta dire “voglio cambiare”, ma occorre sapere rispondere con argomenti concreti, ovvero adducibili ad almeno uno dei cinque sensi, alla domanda: «Da che cosa ti accorgerai quando avrai conseguito il tuo obiettivo?».

Inizialmente è molto probabile che il cliente risponda: “Perché starò meglio” oppure “Perché non avrò più quel problema”, tuttavia questo non sarà che l’inizio di un percorso non proprio brevissimo per proseguire con le domande fino ad arrivare magari a domandare: “Di che colore sarà, che tonalità avrà, che temperatura ti farà provare…”. Si arriverà a domande di questo tipo solo dopo averne attraversate diverse altre più intuitive e generali.

Questo percorso, però, non basta. Occorre proseguire con un’altra indagine di natura ecologica riguardante le retroazioni, gli effetti indotti, ovvero la dimensione ecosistemica o ecologica del cambiamento. Si chiederà inizialmente chi beneficerà della trasformazione individuata, ovvero dei concreti fenomeni descritti precedentemente, ma subito dopo anche chi avrà conseguenze peggiorative per questa e quindi chi ha ragione di osteggiarla e come avverrà l’una e l’altra situazione.

A questo punto, se condotta con metodo stringente, sarà probabile che l’obiettivo si trasformerà in qualcosa che non è necessariamente “meglio” e neppure “peggio”, ma semplicemente un “come” con tutte le problematiche gestionali che ogni “come” comporta.

Omeopatici o allopatici?
Abbiamo già visto che il nostro auriga (in questo caso l’alter ego rappresentato dal counselor) dovrà governare istanze di tipo diverso: una tendenza ad un “sicuro” immobilismo (quindi cambiare senza che niente cambi davvero), da un lato, e un’inquietudine desiderosa e insoddisfatta, dall’altro.

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Facilmente la domanda portata sarà banalmente quella di togliere quello che dà fastidio e/o aggiungere quello che pensiamo ci manchi.

Possiamo a questo punto distinguere fra problemi di tipo 1 costituiti da situazioni che richiedono una semplice tattica in grado di superare in qualsiasi modo l’ostacolo. Questo tipo di problemi non vengono portati comunemente in consulenza in quanto in genere trovano soluzioni comuni molto più rapide e facili. Quando arrivano a noi perché verosimilmente celano un problema di tipo 2, ovvero quel qualcosa che verrebbe fuori da un’indagine come quella espressa nel paragrafo precedente.

Se nei problemi di tipo 1 può bastare una sana cura diretta, lineare o allopatica, il cachet che fa passare il dolore, nei problemi di tipo 2 occorre mettere in moto il processo celato sotto il sintomo. E non si tratta di fare i cacciatori delle cause nascoste per comunicarle al cliente come nelle tecniche ermeneutiche tradizionali, ma di fare in modo che emerga dal cliente stesso con le sue parole e le sue sensazioni; con il suo schema di valori e con tutte le convinzioni ed impliciti.

Il più delle volte questa situazione viene alla luce allorquando emergano le contraddizioni su cui poggia lo stallo.

Un gioco a scacchi
Quasi tutte le situazioni croniche, siano esse di natura corporea che mentale, hanno alla radice una situazione di stallo.

Nel gioco degli scacchi, lo stallo è il termine con cui si indica la situazione in cui un giocatore non ha a disposizione mosse legali effettuabili pur non trovandosi sotto scacco. Lo stallo determina la fine immediata della partita con il risultato di patta e spesso il giocatore in netto svantaggio di materiale o di posizione, può cercare di trovare una situazione di stallo per evitare la sconfitta.

Non posso stare con lui/lei ne senza di lui/lei e quindi mi blocco in un non-spazio, non-tempo o non-identità: una non-storia, un time out dove processi ed energie si autofagocitano e/o fermentano, vanno a male. Più a lungo ci si trattiene in questo stallo e più lunga e pesante sarà la possibilità di cambiare.

A lungo andare lo stallo può costituirsi in identità e quindi la propria biografia si trasformerà, per usare un esempio molto comune, in quella del beautiful looser. Che renderà anti-economico o addirittura distruttivo un reale cambiamento, lasciando aperta solo la possibilità di un perfezionamento della nuova immagine seppure di natura secondaria (Il processo secondario, secondo Freud, aveva la funzione di controllare, dirigere, limitare, rinviare e deviare i processi di pensiero secondo le esigenze dell’impatto con la realtà. Il pensiero cerca di raggiungere l’oggetto che dà soddisfazione attraverso una via più lunga, mascherando sia coerenza che nessi spesso contorti tra pensieri rappresentazioni finendo per scendere a patti con il principio di piacere, ovvero generando perversioni emotive e/o cognitive).

Vai alla lezione precedente

Nel prossimo episodio faremo alcuni esempi abbastanza coloriti e scandalosamente inaccettabili di interventi clinici o di counseling attraverso il metodo DBM© (Dynamic Balancing Method) e se fino a qui potevi pensare che fosse un vaniloquio vedrai che invece è un vero delirio furioso.

Il continuo sforzo per mantenere l’equilibrio

Il continuo sforzo per mantenere l’equilibrio

Il continuo sforzo per mantenere l’equilibrio

Le basi del bilanciamento dinamico

L’arcano maggiore dei tarocchi chiamato “Il Carro”, la carta VII, è la rappresentazione del governo degli opposti
Nella terapia come nell’educazione, nel management come nella famiglia, nello sviluppo personale come nel commercio, nel coaching come nello sport, nella spiritualità come nella politica… dovunque è questione di equilibrio. Tuttavia, conseguirlo e mantenerlo è molto meno semplice di quanto ci venga da dire.

Un antico slogan politico recitava: “Avanti al Centro contro gli Opposti Estremismi”. Erano gli anni ’70 e qualcuno stava sfruttando l’idea che tanto l’estrema sinistra che l’estrema destra si somigliassero e che per evitare i danni provenienti da questa finta dialettica la scelta migliore consistesse nel voto alla Democrazia Cristiana e i suoi alleati. Come tutti gli slogan avevano bisogno che ci fosse del vero per trasmettere il proprio consiglio per gli acquisti. I primi scritti che abbiamo in proposito risalgono, da un lato ai maestri taoisti (dal Tao Te Ching all’I Ching), dall’altro ai frammenti presocratici, sostanzialmente Eraclito con la sua legge dei contrari. Da allora molto si è scritto a proposito dell’Uno, molto sul Due… anche sul Tre c’è molto, ma in verità non così tanto. Mi spiego meglio. Quando si parla dell’Uno facciamo riferimento alla causa primaria da cui tutto deriva. Pare che quest’idea traesse origine dall’Antico Egitto e venne poi esportata da un popolo che decise di lasciarlo per tornare alle proprie terre delle origini: quando vennero lasciate seguivano un politeismo sua specie che poi venne integrato in un monoteismo che fece scuola nel mondo. La filosofia seguì questa strada contrapponendo (e in questo già il Due segna un punto in più) la scuola dell’Idealismo unitario a quello della dialettica binaria. Accanto a loro ci furono molti pensatori che si affrancarono da queste lobbies teoretiche ma non molti ebbero grande successo. Probabilmente il più estremo fu Friedrich Nietzsche che decise di sciogliere le briglie del proprio ronzino per lasciarlo libero di scalpitare senza regole ad affermare le radici politeiste e “tragiche” del pensiero libero. Era attaccato a questo autore uno dei maestri di quanto vado scrivendo, Rudolf Steiner, noto per una corrente dell’occultismo che ha fortemente condizionato molte professioni pratiche, dalla pedagogia alla medicina, dall’arte all’alimentazione, dall’economia all’architettura… Prima ancora che a Nietzsche (e Stirner con esso) e al suo esaltato mentore, il signor Goethe, Steiner deve le basi di gran parte del suo metodo ad una metafora dell’antico Platone, quella della biga alata presente nel suo Fedro. Anche se si attribuisce questo mito all’uso riguardante la reminiscenza dell’anima, le sue implicazioni superano di gran lunga questo fine. Egli scrive:
«Si raffiguri l’anima come la potenza d’insieme di una pariglia alata e di un auriga. Ora tutti i corsieri degli dèi e i loro aurighi sono buoni e di buona razza, ma quelli degli altri esseri sono un po’ sì e un po’ no. Innanzitutto, per noi uomini, l’auriga conduce la pariglia; poi dei due corsieri uno è nobile e buono, e di buona razza, mentre l’altro è tutto il contrario ed è di razza opposta. Di qui consegue che, nel nostro caso, il compito di tal guida è davvero difficile e penoso.» (Platone, Fedro, 246)
Da qui si comprende la fatica che spetta all’Auriga e quindi il fatto che stare al centro governando i contrari eraclitei è tutt’altro che una luculliana passeggiata come dovette apparire ai democristiani dello slogan. Steiner fece di più: trasformò quella che chiamò “triarticolazione” (dove occorre stressare, non solo l’idea del 3, ma soprattutto il fulcro dell’articolazione — l’idea di dynamis che affianca la logica del bilanciamento nella nostra teoria — lo snodo, l’attività costante, il governo dell’attrito e così via) in una chiave di volta di tutti gli ambiti che andava studiando, da quello spirituale a quello sociale o terapeutico. In un suo lavoro riguardante “il doppio” ci fa scorgere come la nostra soggettività umana si trovi al centro di due forti energie personificate. Dimentichiamo per un attimo la caratterizzazione diabolica che ne dà di Luciferina e Arimanica per riportarci all’idea platonica. Da un lato a muoverci sono i venti brucianti delle passioni veicolate dal desiderio di affermazione dell’egoità, dall’altro il gelido raziocinio del calcolo che si condensa nell’affermazione del materialismo strumentale. Queste due entità energetiche oltre che ontologiche sono affermazioni cieche di volontà che perseguono ognuna là propria strada indifferenti alle ragioni dell’altra proprio come i due purosangue platonici. In mezzo il sé (lo chiamo così in sintonia con Jung per evitare l’ambiguità del termine “Io” prediletto da Steiner per evitare di fraintenderlo con l’egoità tipica dei “destrieri diabolici”) è come una esile membrana, priva di densità ma non per questo meno determinante, anzi… Per quanto importante, essa — ovvero, noi umani — non potrebbe esistere se non potesse beneficiare delle due forze contrapposte che le permettono di risalire la ripida china che porta al ritorno alle sorgenti spirituali, a chiudere il viaggio dell’anima presente nel Canto della Perla che si trova negli Atti di Tommaso Vangelo apocrifo gnostico. Questa logica la ritroviamo ovunque e di sicuro anche nella nostra persona corporea, mentale o olistica che là si voglia vedere: una forza ci spinge ad agire, a incorporare, a volere… l’altra a consolidarci, calcolare, stabilizzarci… Le similitudini non ci devono però spingere a trovare delle concomitanze strette fra un ambito (quello delle forze) è l’altro (quello della persona umana): dobbiamo sapere fermarci alla dinamica illustrata, provando ad usarla in più contesti per evitare a creazione di altri inutili sistemi filosofici tuttologici. Abbandonando per il momento Steiner arriviamo più vicino ai giorni nostri per ritrovare qualcosa di analogo in molti autori, specialmente di ambito psicologico come soprattutto Piaget, lo psicologo svizzero più noto per le sue teorie dello sviluppo intellettuale in età evolutiva. Nei suoi studi epistemologici, di gran lunga a mio parere più importanti, egli afferma che lo sviluppo umano è la storia delle nostre capacità di adattamento individuale e che questo processo complessivo, la vita stessa, in fondo, flessibile e plastica in gioventù, più rigida con l’avanzare dell’età, noi alterniamo due fasi:
  • quella dell’assimilazione, ovvero l’incorporazione di un evento o di un oggetto in uno schema comportamentale o cognitivo già acquisito come utilizzare un oggetto per effettuare un’attività che fa già parte del proprio repertorio motorio in base a elementi che gli sono già noti, e…
  • quella dell’accomodamento consiste nella modifica della struttura cognitiva o dello schema comportamentale per accogliere nuovi oggetti o eventi che fino a quel momento erano ignoti.
I due processi si alternano alla costante ricerca di un equilibrio fluttuante (omeostasi) ovvero di una forma di controllo del mondo esterno. Una logica presente in cibernetica è in sistemica. Giunti a questo punto comprendo che molti che si aspettavano istruzioni pratiche o perlomeno applicate al quotidiano si sentano a bocca asciutta, insoddisfatti e magari stanchi di tanta teoria. Amici miei, dovrete pazientare ancora un po’. Sono ormai quasi trent’anni da che ho cominciato a concepire questo modello che vuole soprattutto essere un metodo e quindi offrire diverse applicazioni concrete. Ciononostante non ho mai trovato la pazienza e l’impegno per formularla completamente per iscritto. Nel frattempo ho proseguito in questo lavoro in evoluzioni coerenti che non potevano aspettare. Oggi, però, voglio riprendere in mano questo lavoro, sia perché sono troppi quelli che non hanno capito quello che intendo, spesso banalizzandolo con l’idea della “via di mezzo” che, non solo ha ben poco a che vedere con il modello, ma soprattutto conduce a errori peggiori della malattia; sia perché, dalle domande e dalle richieste che mi pervengono mi pare che i tempi siano oggi più maturi per riprendere in mano questa tappa strategica del mio percorso. Quindi, portate pazienza e rimanete sintonizzati su questa lunghezza d’onda: prometto prossimi esempi pratici auspicando che chi ne ha di propri si senta libero di estendere questo lavoro sentendosi libero di farlo proprio. Il prossimo articolo della serie dedicata al Bilanciamento Dinamico (aka DBM) sarà dedicato alle strategie della complementarietà, ovvero come introdurre il cambiamento, sia esso in direzione di una modifica come di una stabilizzazione. Anche in questo caso vedremo che le cose possono essere molto meno ovvie di quanto si sia portati a pensare e soprattutto osserveremo quanto peso abbiano sottigliezze e sfumature. A presto. Altre fonti:
https://enniomartignago.it
https://www.enniomartignago.com
https://www.facebook.com/BilanciamentoDinamico/
https://nuovaipnosi.wordpress.com/
http://www.vie.carmelanardella.com/condizione/omeostasi #dbm #bilanciamentodinamico #counseling #coaching #terapia #psicoterapia #antroposofia #crescitapersonale
Appunti di Bilanciamento Dinamico

Appunti di Bilanciamento Dinamico

La crescita personale (counseling/coaching) e di gruppo (quindi anche organizzazioni…) si realizza attraverso processi di stabilizzazione (pacificazione, gratitudine, perdono…) mediazione e provocazione (rottura di schemi, paradossi, affrancamento dall’Io…)

Nostalgia

Nostalgia

Qual è la droga che dà più dipendenza di tutte?

Cocaina? Eroina? Psicofarmaci?

Per quanto queste ti imprigionino nessuna di esse è la peggiore.

La droga più potente l’abbiamo dentro di noi.

La nostalgia non ci abbandona mai.

Per quanto sappiamo che tutto in questa vita è solo illusione, non possiamo evitare di provare nostalgia.

Abbiamo nostalgia della gioventù anche se è stata un coacervo di fantasie senza senso e di dolori che ora minimizziamo solo perché sono stati superati – anche se spesso solo in parte.

Proviamo nostalgia dei nostri cari, di un amore senza consistenza, di quel lavoro che ci ha lasciato poco, e così via.

Nell’al di là le anime faranno una fatica infinita ad evitare nostalgia dell’esperienza del mondo e, per quanto sappiano che si tratta solo del regno di Maya, della malia, dell’illusione come il sogno di una fumeria d’oppio, non potranno evitare il desiderio di tornarci, come le falene attratte dalla luce della lampadina che pure le brucerà.

Siamo come quella moglie di Lot che, pur sapendo che verrà trasformata in una statua di sale, non resiste al desiderio di guardarsi indietro avvinta dal rimpianto di Sodoma e Gomorra che stanno bruciando distrutte dall’ira di Dio.

Guardati dalla nostalgia; impara a vincerla oggi mentre sei nella realtà perché domani potrai non riuscirci più.

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Alexa docet

Alexa docet

Il primo evidente traguardo raggiunto da Amazon grazie ad Alexa si scopre essere quello di aver riportato le persone (i miracoli non li fa neppure Echo) ad usare il vocativo.
P.S.: In alcune borgate fanno raccolta firme per aggiungere l’appellativo “Ohu”, dagli apericena si suggerisce “Tipo”, mentre per i panchinari sarebbe meglio “Yo” o “Minchia”.

Riconoscersi nella pazzia

Riconoscersi nella pazzia

Oggi ascoltavo un docente universitario che nelle vesti di consulente esponeva in un’azienda i pur interessanti risultati di una ricerca sociologica. Le conclusioni, corredate da molti calcoli anche complessi, portavano a delle valutazioni abbastanza note agli osservatori più attenti e meno stereotipati e comunque comuni in questo genere di aziende.

Spiegava come fosse colpito dal fatto che in un’impresa così apparentemente omologata esistessero miriadi di clan e logiche locali che costituiscono i criteri operanti, quelli autentici, quelli di clan, lobby, “cosche” in barba alle universalissime ricette imposte dalle big three consulting firms: scaling agile, disruption, digital transformation, deep learning, data analysis eccetera, eccetera.
Considerava come fosse inefficiente contrastare un modello gerarchico con quello agile quando poi li fai convivere entrambi nonostante gli imbarazzanti impedimenti che portano a dare il peggio di ognuna delle due.

Io riflettevo su quanto fosse assurdo che l’uomo abbia creato delle tecnologie e dei modelli per replicare e riprodurre la razionalità nei propri modelli sociali, da quelli politici, a quelli economici, dall’istruzione alla sanità. No, non le procedure, né le macchine, né i calcoli possono riprodurre gli aspetti caratteristici dell’umanità. Dimostrano piuttosto un insano desiderio degli essere umani di rappresentarsi come le tecniche e le scienze: razionali, logici, calcolati…

Ora che quest’affermazione si è consolidata e ha contaminato le persone e gli ambienti possiamo finalmente affermarlo: l’irrazionalità, l’impulsività, la mancanza di logica e di buon senso, tutti completamente impermeabili alla formalizzazione, sono i veri principi guida dell’umanità e più l’uomo cerca di affermare il contrario più porterà alle estreme conseguenze questa vera specie specificità e da sempre la massima estremizzazione della razionalità non modellizzata perché basata sul totale arbitrio dell’Assurdo imponderabile perché fondato sulle buffée – va ricordato – ha sempre costituito la fondamenta dell’evoluzione umana: la guerra – la più immediata, distruttiva e spietata.

Tanto vale sostituire il pensiero positivista dalle Organizzazioni e riprendere in mano l’analisi istituzionale e la vivisezione, i sogni, gli incubi, l’Es e il microbiogramma delle comunità economiche e trasformative umane.

Ora che abbiamo con l’aiuto delle macchine portato al massimo estremo la riproduzione programmata della logica che fa funzionare al meglio ogni cosa salvo non sapere a che scopo sarà utile, non ci rimarrà che riconoscerci in quello che resta: la follia!

La Digital Transformation è lotta per la sopravvivenza

La Digital Transformation è lotta per la sopravvivenza

Il mondo digitale nelle imprese e per le nuove generazioni dietro il mito dell’innovazione senza fine nasconde un ritorno alle origini della condizione umana.

Da un lato il digitale che nelle grandi imprese il più delle volte non è altro che sostituzione dei processi creativi con routine che dovrebbero sostituire le persone rendendo schiave quelle che rimangono alle logiche formali delle procedure informatiche.

Dall’altro le startup e le astuzie lasciate a singoli o a piccoli gruppi che sono costrette a inventare nuovi modi per sopravvivere o vincere esattamente come facevano o selvaggi che lottavano giorno per giorno per cacciare prede e scoprire territori inesplorati o sconfiggerne gli abitanti attuali.

Per questo un giovane oggi dovrebbe comprendere che conoscere il digitale è importante, ma soprattutto non è il fine, ma solo un mezzo per meglio conquistare il proprio spazio sottraendolo ai presidi del potere combattendo con i concorrenti meno avventurosi e meno divergenti.

Nulla rimane dove si trova: tutto cambia come una figura in mutamento mimetico contro uno sfondo ripetitivo e pieno di luoghi comuni.