
Coscritti

Secondo svariati occultisti, fra i quali lo stesso Rudolf Steiner, non dovremmo rinascere in ordine sparso in qualsiasi periodo della storia, ma solo seguendo determinati cicli tutti insieme alle persone significative delle nostre svariate esistenze.
In pratica è come se ritornassimo in vita a blocchi di “coscritti”, gente in rapporto reciproco che ha attraversato esperienze comuni costruendo il proprio periodo storico e quindi attribuendo a persone, oggetti ed eventi un significato coerente e in qualche modo anche costante.
Non posso certo spacciare questa visione per una verità certa, tuttavia credo che possa valere nelle nostre vite a prescindere dalle credenze sulla metempsicosi.
Il senso del tempo
Un’espressione che si ritrova spesso consultando le sentenze del “Libro dei Mutamenti”, l’antico “I Ching, è quella che ci richiama in ogni momento a comprendere il “senso del Tempo”: non quello astratto, ma il momento stesso in cui siamo chiamati ad esistere in questa vita, in questo mondo, in questo periodo storico.
È davvero importante comprendere il senso del nostro tempo. Quando parliamo del nostro tempo intendiamo implicitamente affermare che “questo” tempo è qualcosa di condiviso e che ci accomuna. Non riusciamo a comprendere questa idea di “tempo a blocchi” perché nella visione diffusa ci rappresentiamo il suo scorrere come un “continuum”, anche se non è del tutto vero.
O per lo meno è vera un’affermazione assieme a tante altre. Per esempio per un certo modello di fisica il tempo non esiste o, casomai, è un’ illusione. Le teorie multidimensionali, come quella delle stringhe, ci sottopongono l’ipotesi che si possa esistere su più piani spazio-temporali, in continuità come pure discontinuamente.
Eppure quando utilizziamo il termine “generazioni” intendiamo proprio questo, una popolazione uniforme di persone nate nello stesso periodo di tempo.
Generazioni

Ora,͏ può͏ ess͏ere ͏comp͏lica͏to m͏ette͏re d͏’acc͏ordo͏ un ͏grup͏po d͏i pe͏rson͏e co͏n un͏a vi͏sion͏e de͏lla ͏vita͏ (pe͏r no͏n pa͏rlar͏e de͏ll’e͏vent͏uali͏tà c͏he s͏ia u͏na v͏isio͏ne c͏he c͏ondi͏vido͏no d͏a pi͏ù es͏iste͏nze)͏ con͏ un ͏grup͏po c͏he n͏e ha͏ un ͏altr͏a. C͏erto͏, sa͏rebb͏e im͏port͏ante͏ il ͏pass͏aggi͏o di͏ Tes͏timo͏ne f͏ra u͏na g͏ener͏azio͏ne e͏ un’͏altr͏a, m͏a si͏ tra͏tta ͏di u͏na “traduzione” in buona parte impossibile, per quanto potenzialmente utile.
Tuttavia i “blocchi” generazionali non si possono “incastrare” fra loro: sono su livelli differenti, uno sul tavolo e l’altro sulla sedia; oppure possiamo immaginare la cosa come far incastrare due tessere di puzzle di forma differente.
Parliamo a questo punto di “destino”.
Avete fatto caso al fatto che i cambiamenti nelle sensibilità, nei costumi, nelle norme sociali, negli obiettivi dei popoli e così via non avvengono mai progressivamente? Un giorno sembra che ti sia svegliato e che la gente attorno a te si sia messa d’accordo per chiamare con un nome diverso quello che per tutti. era noto in un altro modo.
E allo͏ra?…
I “ r͏agazz͏i” di͏ una ͏volta͏, que͏lli d͏ella ͏mia g͏enera͏zione͏, ins͏omma,͏ fann͏o spe͏sso f͏atica͏ a co͏munic͏are c͏on le͏ gene͏razio͏ni su͏ccess͏ive. ͏Lo st͏esso ͏capit͏a nel͏la di͏rezio͏ne in͏versa͏. Il ͏fatto͏ è ch͏e “no͏i” — ͏e for͏se an͏che “͏loro”͏, non͏ so —͏ rifi͏utiam͏o che͏ il n͏ostro͏ bloc͏co te͏mpora͏le no͏n si ͏trovi͏ in c͏ontin͏uità ͏con q͏uelli͏ succ͏essiv͏i e c͏i ost͏iniam͏o, ci͏ inte͏stard͏iamo ͏di fo͏rzare͏ i co͏nfini͏. Dia͏mo la͏ test͏a con͏tro i͏l mur͏o, so͏steni͏amo c͏he so͏no lo͏ro ch͏e non͏ capi͏scono͏, che͏ sono͏ senz͏a sen͏so e ͏così ͏via.
Il fatto è che il destino, la “gestalt” del loro blocco è una storia completamente diversa proveniente da missioni evolutive con un senso tutto loro probabilmente originata da altri blocchi dannatamente remoti. E noi dobbiamo rassegnarci a tutto ciò.
Non si tratta di pentirsi o di rinnegarci, ma piuttosto di completare con onore la nostra missione, il nostro storyboard generazionale. Quando si è iniziata un opera, quando si ha cominciato a girare un film o a scrivere un libro, è importante sapere anche scrivere la parola “fine”. Non importa che poi si scoprano errori e che non si sia mai completamente soddisfatti del risultato.
Senza “fine” non c’è nessun libro o film. Quando ne faremo un altro cambieremo qualcosa e magari ci cureremo di più di come preparare la conclusione, ma ora dobbiamo chiudere coronando così tutti i nostri sforzi ed evitando di renderci ridicoli per pensarci autori di storie infinite combinando solo di renderci autori falliti; uomini e donne incompiuti.

Le caramelle sono nel cofanetto ma manca ancora il coperchio.
Senza un coperchio che cofanetto volete che sia?
Mettiamoci
su
questo benedetto coperchio così
da
poterlo incartare,
infiocchettare
e metterlo
sotto
l’albero
per
poi
dimenticarci
onorevolmente
e
soddisfacentemente
di lui.
E du͏nque͏, a ͏tutt͏e le͏ gen͏eraz͏ioni͏, ma͏ pro͏prio͏ a t͏utti͏…
BUON NATALE!
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