Mese: Novembre 2020

Essere un canale

Essere un canale

Riporto un bel passaggio di un documentario su Paul Simon trasmesso da Rai5 e disponibile su #RaiPlay.

Intervistato sul successo e sull’efficacia del brano “Bridge Over Troubled Water”, Simon osserva qualcosa che gran parte dei visionari anche se minuscoli e del tutto anonimi conoscono, perché il fine del fenomeno non è il successo ma il divenire delle contaminazioni spirituali, espressive, di maturazione e così via. Tu puoi essere un buono strumento in quello che fai, anche eccellente, tuttavia questo tuo pezzo di mestiere è adattato, spesso complicato o faticoso, a volte frustrante, altre fuorviante.

Quando si crea quello che Maturana e Varela chiamavano un accoppiamento strutturale fra “monadi” [mi si perdoni il glissare ritirando la mano dopo aver lanciato il sasso] allora tutto fila in maniera naturale, come se qualcuno si impossessasse delle tue potenzialità e non avessi bisogno di pensare dove vuoi arrivare perché è tutto talmente spontaneo, istintivo, naturale.

Qui Simon lascia capire che le prime volte che capita non lo riconosci, ma che poi spesso proprio questa consapevolezza diventa sempre più il fulcro stesso di un dialogo interno artistico, espressivo, personale. Questo lo troviamo in imprenditori come Steve Jobs, ma anche in sportivi, agricoltori, viaggiatori, o nell’amico divergente. Poco importa chi sia: la differenza sta nel fatto che sia o meno riuscito a intercettare, riconoscere e farsi amico questo “fenomeno”.

Non basta lasciare passare qualsiasi fesseria che può girare per la testa. Occorre un patto rigoroso e onesto fra “canale” e “flusso” in base al quale quello che ne deriva può anche essere apparentemente sbagliato e il più delle volte causalisticamente ininfluente. Importante è partorire senza aspettarsi niente e crescere sotto auspici di saggio onore e libertà disciplinata le creature che ci vengono affidate, ricordando alcune osservazioni presenti nel cosiddetto “Effetto farfalla” delle teorie del caos e non solo, come questa di Alan Turing:

«Lo spostamento di un singolo elettrone per un miliardesimo di centimetro, a un momento dato, potrebbe significare la differenza tra due avvenimenti molto diversi, come l’uccisione di un uomo un anno dopo, a causa di una valanga, o la sua salvezza.»

(Alan Turing, Macchine calcolatrici e intelligenza, 1950)

Voglia di fare blog e podcast negli angoli di parchi e piazze

Voglia di fare blog e podcast negli angoli di parchi e piazze

Domandandomi se la coazione a scrivere blog o a pubblicare discorsi on line noti come podcast fosse una patologia personale o particolarmente contemporanea mi sono tornate alla mente immagini e filmati di oratori più o meno scalmanati per i parchi londinesi. Sono andato ad approfondire per combattere l’insonnia e ho messo insieme qualche curiosità. Guardate un po’ se quelli come il sottoscritto non hanno una lunga folle tradizione, ma soprattutto ridimensioniamo la modernità del metodo o le lamentele moraliste, da un lato, e retributive o di influencing, dall’altro.

The great socialist orator Tony Turner addressing a huge crowd, 1940
https://soundsfromthepark.on-the-record.org.uk

In Hyde Park, nel cuore di Londra dove si trovava il patibolo di Tyburn fino al 1783 c’è ancora quella che può essere considerata un’istituzione delle democrazie e in particolare di quella del Regno Unito, il cosiddetto Speakers ‘Corner. 80 anni dopo l’ultima impiccagione avvenuta i cittadini manifestarono per il diritto ad incontrarsi liberamente nel parco come in una una riunione vietata della Lega della riforma, che chiedeva il voto per gli uomini. Trovando il parco chiuso, i manifestanti hanno strappato centinaia di metri di ringhiere per accedervi, e sono seguiti tre giorni di disordini. Stessa storia l’anno successivo, quando di fronte ad una folla di 150.000 persone né la polizia né le truppe osarono intervenire. Negli anni ’30 gli oratori “soapbox” si potevano trovare nei mercati, agli angoli delle strade e nei parchi di tutto il paese. Dei 100 luoghi di lingua stimati stabiliti a Londra tra il 1855 e il 1939, Speakers ‘Corner è l’ultimo a sopravvivere, forse perché la sua posizione ad Hyde Park è così centrale ed è sempre stata un punto focale per la protesta.

Speakers ‘Corner ospita “incontri” di vario genere. C’è sempre stato un misto di dibattiti religiosi, politici o comici tra cui scegliere anche se gli argomenti in discussione riflettono in una certa misura le mutevoli preoccupazioni della giornata. Le piattaforme degli anni ’40, ad esempio, includevano la Connelly Association e United Irishmen, il Partito Comunista, il Partito Socialista della Gran Bretagna, nazionalisti indiani, oratori africani e anticoloniali.

Gli speakers ‘Corner vengono spesso tenuto in piedi per dimostrare la libertà di parola, poiché chiunque può presentarsi senza preavviso e parlare di quasi tutti gli argomenti, anche se sempre a rischio di essere disturbato dai clienti abituali. L’angolo era frequentato da personaggi celebri come Karl Marx , Vladimir Lenin o George Orwell. Tuttavia, contrariamente alla credenza popolare, non c’è immunità dalla legge, né soggetti proscritti, ma in pratica la polizia interviene solo quando riceve una denuncia, come nel caso di alcuni interventi per denunce di volgarità.

Di questi angoli, per quanto meno celebri o poco più che turistici ne esistono parecchi anche fuori Inghilterra e perfino in Italia, come a Lajatico, Pisa, dove si può incontrare “L’angolo del parlatore” nella piazza principale di Vittorio Veneto, aperto al pubblico la domenica (dalle 9:00 alle 11:00 e dalle 16:00 alle 18:00). Il primo relatore è stato il sindaco Alessio Barbarfieri, che ha sottolineato l’importanza degli atti di parola e di ascolto per una buona ed efficace governance locale.

Appendice

Lo Speakers ‘Corner Trust ha creato una rete nazionale di progetti locali di Speakers’ Corner in luoghi come Nottingham, Lichfield, Brighton e Reading – molti dei quali avevano tradizioni di oratorio all’aperto in passato. Visita questo sito web per maggiori dettagli e per scoprire il loro lavoro educativo e internazionale.

La paura dei fantasmi consuma

La paura dei fantasmi consuma

I fantasmi esistono. Affermare che averne paura è dannoso è un modo per avvalorare la loro esistenza, non il contrario.

Esistono e soprattutto ne esistono di un’infinità di tipi, tanto che non vale neppure la pena intraprendere il tema. Possiamo però circoscriverlo.

  • Un primo tipo di fantasmi è costituito dall’infinità fisico-matematica di realtà che esorbitano dal nostro microscopico spettro, non solo percettivo, ma ancor più rappresentativo.
  • Un secondo tipo di fantasmi sono quelli che hanno una qualche parentela con la nostra esistenza ed è alla fin fine di questo che stiamo parlando.

Quando perdiamo qualcuno la nostra stessa vita cambia. Anche di una persona apparentemente marginale nella nostra storia, la sua scomparsa ci apre improvvisamente la voragine, non più teorica, ma vissuta della nostra stessa finitudine. In quel caso il fantasma è quello alla base di tutti gli altri più comuni, ovverosia l’ombra che proietta la presenza nella vita nostra e di chi ci circonda della morte stessa come parametro del vivere.

Questo fantasma è una creatura emozionale, ovvero un’emozione che si consolida, che assume una “soggettività” e, a meno che non si sia dei sociopatici o comunque dei tipi “molto” divergenti, difficilmente ci immagineremo una persona di cui nutriamo la mancanza con un istinto gioioso o ridicolo. Soffriamo intensamente e quindi creiamo una creatura intensamente sofferente. Di fatto, da ben prima dell’Ade a ben oltre Lovecraft o Poe abbiamo talmente inserito nelle rappresentazioni della vita questo tipo di idea di fantasma che risulta quasi impossibile allontanarcene, così come sapere di calcare il suolo di un corpo sferico come il nostro pianeta non ci farà mai percepire di stare camminando su altro che su un piano.

Quella “terrapiattista” però è una rappresentazione che non fa danni a meno di non farne un teorema dell’esistenza, mentre l’altra ne ha fatti e non smetterà mai di farne. Anche qui approfondire sarebbe una perdita di tempo perché ogni dimostrazione sarebbe una battaglia persa in partenza a fronte del valore del vissuto.

Poi esistono forme più “evolute” di fantasmi la più nobile delle quali è il “monumento” della storia di una persona. Ognuno di noi è e sarà stato un soggetto in costante trasformazione e quindi un modo diverso per dire “più di una persona” e tutt’altro che una “coerenza” esistenziale costante. Dietro di quel nome e della sua storia esistono delle “istanze”, delle “consapevolezze” (chiamiamole come meglio si crede) che hanno plasmato quella che può essere percepita come un’opera (in senso alchemico o artistico, se si preferisce). Questa opera è essa stessa un fantasma: sia il suo necessariamente controverso costrutto biografico – quello che ha fatto scrivere i libri di storia e campare di contraddittori i biografi – sia qualcosa che continua ad esistere per un certo periodo, esattamente come un’impronta sulla sabbia continui ad essere una forma per quanto non ci sia più il camminatore che ne evoca la realtà stessa. Un simbolo non è un oggetto muto, ma un soggetto attivo per quanto non eterno. Una configurazione, come ad esempio un tunnel d’aria che crea turbinati, agisce seppure in mancanza di un attore al di fuori di quelli di tipo molteplice che possono attraversarlo. Chiudere le estremità del tunnel cambia la sua conformazione e quindi gli effetti che genera; ne genererà di meno o di meno significativi seppure potenzialmente potrà essere visto come un corridoio di uragani pronto ad essere attivato.

Di noi rimane per un certo tempo in una certa dimensione la forma del nostro vissuto come soggetto attivo, per quanto privo di “io”. Questo è quello che più si avvicina all’idea che potremmo avere del fantasma personale. Noi però lo vediamo come un’ombra senza accettare che quel fantasma lugubre è il nostro stato d’animo e che quello – come molti altri prodotti spuri dell’attaccamento – finisce per influenzare la forma più “pura” e generare effetti “psichici” più complicati di quelli già ben noti.

Qualcuno potrà chiedersi delle case infestate o di presenze attive che influenzano l’esistenza dei viventi, ma qui stiamo toccando un terreno molto più articolato. Ci basti dire che, anche laddove forme di questo genere, non tanto “esistano” perché questo è un fatto comunque, ma piuttosto abbiano una qualche ragione per farsi percepire a dare loro corpo sarà la nostra stessa energia emozionale e le rappresentazioni che agiscono come l’aria nel corridoio dell’esempio precedente, nonostante questo sia un corridoio mutevole e non immobile.

Alla fin fine ci si può chiedere perché si debba aver paura dei fantasmi se non perché si teme la morte, ma la mia convinzione quanto mai solida è che quello che diverremo (e siamo molteplicemente divenuti) non ha nulla a che vedere con i fantasmi sopra descritti anche se potrà venirne influenzato, soprattutto dal cordoglio (buio, paura o orrore che sia) di coloro a cui mancheremo, nello stesso modo in cui quel fantasma che abbiamo definito la forma del vissuto sarà un elemento(retaggi memetici ovvero “DNA della coscienza”) che guiderà futuri aggregati consapevoli che potremmo anche definire “reincarnazioni”, anche se non avrebbe senso perché quel reincarnato non riusciremo mai ad immaginarcelo diversamente da questa forma del vissuto traslata in un ipotetico altro tempo o luogo (che sarebbe la più paradossale delle teorie spirituali anche se il limite di quelle sembra essere potenzialmente infinito) proprio come se dovessimo immaginare di camminare su un territorio curvo invece che piano solo perché abbiamo studiato l’astronomia riusciremmo soltanto a cadere per terra. E quello sicuramente non fa piacere e non è un fantasma.

Molteplici rinascite

Molteplici rinascite

Molteplici morti in una vita apparente non solo possono avvenire ma si susseguono seppure su layer differenti.

Proprio come non siamo consapevoli di soggettività compresenti nella “nostra” stessa esistenza perché ci percepiamo come il nostro aggregato al livello di complessità superiore per ragioni di semplificazione (sarebbe troppo difficile compiere consapevolmente azioni e sequenze come camminare o digerire e ce la rappresentiamo per questo cognitivamente inferiore), nello stesso modo non percepiamo le loro transizioni che potremmo chiamare anche “morti”.

Il più delle volte siamo noi stessi ad interrompere sezioni di aggregati (banalmente, tagliare capelli o unghie, ad esempio) e aggregati stessi di complessità differente.

Interrompere una relazione, una professione equivale a mandare a morire un proprio plotone per conquistare una battaglia: sotto un piano è il modo giusto, sotto un altro è il contrario. Di certo è sempre e solo una scelte sopra la quale esiste sempre un layer superiore che però non percepiamo perché rispetto ad esso, se non siamo proprio unghie, siamo al massimo digestione: complicata, ma anche molto parziale.

Allora perché parlare di noi, di io…?

È giusto! Io o noi è vero e nello stesso tempo non lo è: sono solo descrizioni del fenomeno dal punto di vista di aggregazioni differenti. Però, nello stesso tempo, qualcosa che chiamiamo “io”, ma che è completamente differente da quello che per strada percepiamo in quanto tale, esiste davvero e non è un aggregato, ma discuterne sarebbe impossibile. Diciamo che è consapevolezza, awareness, allo stato puro, non-cognitivo.

Quello che occorre comprendere è che ad un certo livello dell’esperienza compiamo delle mosse, facciamo delle scelte e che queste spostano equilibri che avrebbero potuto essere altrimenti. Detto in termini filosofici, non siamo natura naturans, ma sempre anche libero arbitrio.

Possiamo morire come soggetto senza morire come persona

L’origine di questo capitolo vuole essere però più diretta. Vorrei fare un’affermazione semplice. Che si creda o meno nella cosiddetta rinascita, la morte è una transizione di aggregati costante e imbricata necessaria a qualcosa che impropriamente chiamiamo “evoluzione”, ma basterebbe definire “trasformazione”. La morte di un’identità corporea è qualcosa di semplice ma anche molto diseconomico. Appare umoristico, ma qui ha un vero e proprio significato l’affermazione che se la si potesse evitare almeno un po’ di più sarebbe meglio per tutti. Il problema è che per la maggior parte di noi la muda è letteralmente intollerabile e accade come di fronte all’eccesso di dolore che sopraggiunge spontanea la morte.

Tuttavia, tutti noi possiamo essere morti più volte nella stessa esistenza per rendere più complesso (ma anche più facile) l’aggregato di identità.

Pensiamo a quando abbiamo sfiorato la morte durante un’incidenza o una malattia. Non è tanto l’essere sopravvissuti a renderlo significativo, quello è automatico, ma possiamo considerarlo rinascita in vita solo quando dopo la complessità o la qualità della nostra consapevolezza profonda (non-cognitiva, nonostante la cognizione non possa non venirne trasformata) cambia significativamente.

Ma non è finita qui. Perché questo tipo di trasformazione sia davvero completa occorre che ne si sia davvero “il più possibile consapevoli”.

Morire nel corpo è, il più delle volte, paradossalmente molto più semplice e tollerabile. La sola consapevolezza di non essere “io” è il più delle volte soverchiante. Io comincio a sentirmi inizialmente in prestito ad altri io che si sono impossessati del mio veicolo corporeo e di identità. Quando questo non si tollera né si gestisce emerge una psicosi essenziale, ovvero non-reattiva rispetto a condizioni sociali o fisiologiche. Solo il superamento della nostra idea di “io” ci consente di reggere il salto di layer senza “perderci”, ma quando si accetta questo rischio si possono compiere piani trasformativi molto più intensi e rapidi sfruttando la stessa vita e quindi, non solo con “meno spreco” ma con meno dissipazione e quindi con maggiore efficacia, potenza o risultato.

Molti nel leggere queste parole si identificano come un “io” in carriera ed ecco perché “parlare” di queste cose può fare più danni che altro. Ci troviamo tuttavia, seppure su un determinato layer e non su tutti, in una fase di transizione spirituale dell’umanità in cui tali discorsi vanno affrontati perché l’essere “impossessati”, che pure esiste da sempre, sarà molto più problematico e sentito e gestirlo sarà tutt’altro che semplice se non riusciamo a liberarci il più possibile della consistenza dell’io grossolano, per cominciare a concepirci come delle associazioni spirituali già all’interno della stessa persona. Cosa che ci permetterà di riconoscerci nelle stesse appartenenze anche con altri – senza bisogno di strutture e con l’uso delle parole puramente pretestuale.

Il possesso e il concetto formale stesso di “proprietà“ (l’essere castano è una mia proprietà, ad esempio) sono un piano evolutivo in rapido declino. Rimanere attaccati ad esso corrisponde un po’ come continuare a fare da digestione: compito difficile e importante, ma subordinato ad altri layer più complessi.

È bene? È male? Possiamo piuttosto sostenere che sarebbe egoistico e in quanto tale da superare porsi da una tale prospettiva dello scenario!

La sinfonia del pozzo

La sinfonia del pozzo

Siamo abituati a pensare che prima esista la città con i suoi servizi e poi la natura di cui si serve.

Le cose stanno diversamente per i Nomadi. Per loro è importante la mappa dove si trova qualcosa di assolutamente non emergente, per nulla altisonante e che sarebbe ragione di morte per lo straniero che si avventurasse nel deserto senza sapere dove si trovano.

Sto parlando del pozzo.

Il fondatore della città inizia proprio da lì: dove si trova l’acqua che non scorre, soggetta come sarebbe delle variabilità climatiche, ma quella che magari ti tocca centellinare, ma sarà sempre lì e sarà anche la livella che indica entro quali argini potrà spingersi la popolazione del posto. Ad attingere al pozzo hanno egual diritto uomini, piante ed animali e la maledizione non può che colpire chi inquina o distrugge il pozzo.

Nella storia siamo stati ossessionati dal fare: opere, conquiste, guerre, ricchezze… Lui guarda questa agitazione dal potere del basso, da quello della fermezza, della continuità.

A che serve continuare a fare se non si attinge alla completezza universale di quel movimento incessante che consiste nello “stare”?

Dello stare abbiamo fatto tanta mistica e tante religioni, ma se l’abbiamo fatto è solo per dissimulare l’incapacità a stare mascherandola da disciplina dello stare. C’è solo un modo per fare lo stare ed è…

Stare!

Il disegno è fare, il colore stare. La musica è fare, il suono stare. Di fatto separarli è già di per sé venir tratti in errore, tuttavia è una diplopia necessaria alla conformazione dei nostri organi di percezione.

Quando tutte le anime risuoneranno all’unisono quello che si genererà è una sinfonia che sarà al contempo movimento e ambience, intreccio di storie e sfondo eterno.

Solo nella sacralità del pozzo potremo comprendere come la vita, la più fragile, la più debole, è l’unica a risplendere della sinfonia dell’Universo che si cela nei pozzi dell’anima del pianeta.