Quanto fa zero moltiplicato uno?
La tragedia della condizione umana tra persona e io

La divisione di un numero per zero apre una situazione paradossale e la matematica vede i paradossi come il fumo negli occhi, come il concorrente che si stima per le sue doti e per le stesse ragioni si finisce per cercare di squalificarlo agli occhi di tutti.
Pare che una delle ragioni per cui la divisione per zero è inaccettabile sia che d’altra parte un qualsiasi numero moltiplicato per zero non possa dar altro che lo stesso zero. In realtà, è proprio in queste eccezioni che la folgorante logica matematica si avvicina alla metafisica. A Dio stesso, se si vuole. Dividere per zero corrisponde figuratamente ad innescare un riflesso di specchi all’infinito esattamente come la mente umana che voglia spiegare l’infinito con un linguaggio formale come la stessa matematica, al mistico Pitagora piacendo, comunque è.
Non voglio però occuparmi di un mestiere che non ho mai praticato e premetto che questa figura dello zero e dell’uno la sto usando in maniera esclusivamente evocativa. Vediamo perché…
Ogni uomo è unico

Quando pensiamo a noi stessi ci percepiamo unici, come se a questo mondo ci fossimo solo noi, però quando poi riflettiamo sulla nostra finitudine ci identifichiamo con il mondo esterno, proprio come noi si continuasse a vivere in esso.
La condizione umana è una tragedia immersa nel paradosso. Chi vuole la può considerare felice, per altri è orribile, ma questi aspetti umorali non inficiano il fatto che la logica non offre risposta a questo paradosso, a questo Nastro di Mœbius.
Quest’ultimo è un paradosso topologico — e quindi anche qui matematico — che mostra come sia impossibile in essa parlare di un lato interno e di uno esterno, in quanto anche in considerazione della sua torsione l’uno si trasforma nell’altro. L’immagine di Escher la esemplifica alla perfezione.

L’identità umana è allo stesso tempo interna ed esterna.
Detto in altri termini, in talune torsioni o configurazioni il mondo è per come ognuno di noi lo crea rappresentandolo, mentre in altre torsioni ognuno di noi è tale per come il mondo lo definisce. Poi esiste la terza configurazione e questa è quella del soggetto che lo percorre.
È questo terzo soggetto, però, l’estraneo con cui ci identifichiamo ma che è anche colui che meno conosciamo. È facile identificarci con la modalità interiore quanto lo è praticare l’identificazione esteriore e nessuna delle due è sbagliata, al punto che si parla di caratteri introversi e di caratteri estroversi: alcuni psicologi privilegiano uno dei due modi di essere, altri quello alternativo, ma nei fatti nessuno dei due ha argomenti sufficienti a suo favore, innanzitutto perché nessuno di noi si identificherebbe del tutto con uno dei due escludendo l’altro. Noi tendiamo piuttosto ad identificarci nel passeggero, in colui che attraversa, percorrendoli, i due stati.
Quando però ci dovessero chiedere: «OK! Ma allora mi descrivi chi è quel “passeggero”? Sei tu quando pensi o sei tu quando ti muovi nel mondo?» risponderei che non è né l’uno né l’altro, ma piuttosto è “quello”, quel me che è altro da me che mi fa dà speranza nel mentre che mi condanna ad essere oggetto.
Vediamo di capirci meglio. Intanto vi presento i protagonisti di questo dramma che sono “me stesso” in quanto:
- Persona, non solo fisica, ma anche intellettuale, emotiva, affettiva, sentimentale… inserita in un mondo, in delle specifiche dimensioni legata a numerose relazioni e, soprattutto, che si identifica in una immotivata costanza di identità (parola con cui si intende soprattutto, l’essere Identico a se stesso dalla nascita alla morte.
- Il Testimone. Chiamo in questo modo quello che altrove viene definito Io (ad es. Rudolf Steiner), Sé (ad es. Carl G. Jung), Coscienza (ad es. Tart, Faggin, ecc…), Mente (ad es. Gregory Bateson), Anima… Ognuna di queste accezioni si differenzia più o meno parecchio dalle altre, avendo comunque in comune un tratto che la qualifica, ovvero che quest’ultima è la vera essenza più o meno transeunte dell’essere umano.
Da Zero a Uno e ritorno
Il materialismo temporale sosterrebbe che ognuno di noi è frutto di un susseguirsi di eventi fisico-chimici che determina la sua formazione e la sua decomposizione. Nel fornire questa definizione gli scientisti si pongono in una posizione terza, come se facessero un’estrusione dalla propria fisicità e parlassero in nome di un’entità che si libera dalle leggi che essa stessa determina: il sapere, la scienza. In parole povere, Dio — anche se è il loro Dio e non quello di una chiesa — un’entità metafisica che non può essere facilmente ridotta a meccanismi molecolari a meno di non saperli ricreare. Per questo i sacerdoti di questo credo hanno creato dei dispositivi che dovrebbero essere in grado di generare e riprodurre sapere attraverso mezzi che utilizzano risorse energetiche, da un lato, e librerie di informazioni riduttive e riduzionistiche che partono quindi da un impoverimento funzionale del sapere umano con la finalità di ridurlo ad un linguaggio formale (quantomeno non-analogico, per non parlare d’altro).
Perdonatemi per questa incursione polemica nel territorio dell’epistemologia, ma è per sgombrare il campo da talune critiche a quanto va a seguire.
Per farla breve, per il “materialista” il mondo (e per mondo etimologicamente non si intende soltanto il pianeta terra che in quanto tale potrebbe scomparire domani, ma piuttosto l’esistente storico e meta-storico in qualsivoglia dimensione fisica) è l’unica realtà dotata di continuità. Immaginiamo il mondo come un bosco. Nel bosco nascono e muoiono tanti tipi di vegetali fra cui i funghi. Nel nostro bosco ideale i funghi non spuntano solo in autunno ma durante tutto l’anno. Per di più in questo ipotetico bosco i funghi hanno preso il sopravvento su gran parte degli altri vegetali. Spore e miceti continuano a produrre e far riprodurre funghi. Questa è la prospettiva dal punto di vista meccanicistico-materialista all’interno della quale una certa varietà di funghi sono i soggetti umani.
Questo quadretto può sembrare alquanto simpatico, perfino bucolico se lo guardiamo dal punto di vista della “Romantica donna inglese”, il personaggio di Montesano che si entusiasma delle peculiarità di paesaggi geografici e umani, ma dal punto di vista del fungo le cose cambiano.
Il fungo ha interesse ad essere fungo e del romanticismo estetico non sa che farsene.
Visto che anche allo scienziato capita di spostarsi dalla postazione della terza persona del verbo, quella di Dio, alla banale o “squallida” prima persona, anche lui deve contemplare le ragioni dell’interesse personale. Anche lo scienziato materialista deve fare i conti con l’etica e qui spunta un ulteriore paradosso. Se tutto è così casuale e autogenerativo perché dovremmo occuparci del giusto o dello sbagliato? Probabilmente perché senza questa logica non esisterebbe neppure la scienza. Insomma, si fa in fretta ad essere generosi con il portafoglio degli altri, ma le cose cambiano quando tocca di mettere le mani nel proprio.
Questa cosa è stata ben chiara ad Arthur Schopenhauer, un filosofo che contestava la terza persona divina del suo collega più celebre, tale Friedrich Hegel, che aveva prodotto un colossal teorico altisonante come la Fenomenologia dello spirito. Dal suo punto di vista, il pensiero sul vivente finirebbe per arrivare ad una conclusione necessaria radicale che per uscire da questa truffa dell’esistere nel mondo del bisogno l’unica soluzione sensata sarebbe quella di lasciarsi estinguere nella sprezzante inedia, nella messa in pratica di un rifiuto metodico dell’interesse personale, sociale ecc…
In una logica scientifica questo ragionamento è profondamente dotato di senso e l’evoluzione sociale come pure l’innovazione tecnologica ed economica ne sono la dimostrazione. L’aumento del profitto nelle mani di pochi comporta la perdita di potere d’acquisto proprio di coloro che dovrebbero garantire il profitto portando la logica capitalista ad un risultato a somma zero. Lo sviluppo delle tecnologie alla lunga sta diventando fine a se stesso e a demotivare gli esseri umani dal cercare in se stessi il motivo di interesse e di crescita, lo si vede dal progressivo disinteresse per la speculazione, il pensiero, la spiritualità, l’arte, l’insegnamento, la civiltà… e tutto questo porterà ad estinguere proprio coloro che nel bene o nel male tengono in piedi lo sviluppo tecnologico. E potremmo proseguire con gli esempi, ma arriveremmo alla fine ad un assioma di fondo difficilmente dimostrabile:
La volontà di vivere è un dovere e non può essere messa in discussione come pure il fatto che il suicidio è il delitto peggiore di tutti, sotto il profilo teorico prima ancora che da quello soggettivo
Purtroppo, questa legge è del tutto arbitraria e priva di fondamento alcuno, almeno dal punto di vista scientifico.
Diversamente dalla logica spiritualista, le religioni dei popoli hanno da sempre istituito penalità infernali terribili a chi rinuncia alla vita suicidandosi, ma noi ci chiediamo se ragionevolmente in questo non ci sia una logica utilitaristica:
Il suicidio mette in cortocircuito i fondamenti del sapere e della struttura socioeconomica
Tutto ciò è molto curioso proprio perché la spiegazione che la scienza dà del soggetto dal punto di vista interno lo priva di qualsiasi significato e valore se estrapolato dalla posizione esterna, dall’interesse del mondo e da quello della storia umana. Ma, in quanto individuo non è affatto logico che mi preoccupi della storia del mondo. Potrei rincorrere la carota di godermi la vita a più non posso e perfino sperare di vivere in eterno, ma presto o tardi finirei: intanto perché qualcun altro che vuole vivere in eterno sicuramente mi ucciderebbe, ma poi anche perché le risorse di questo mondo non sono infinite e carestie, terremoti, glaciazioni, proprio come hanno dettato la fine dei dinosauri estinguerebbero anche i futuri Matusalemme.
Ecco dunque come la scienza e i saperi materialistici descrivono il destino del singolo individuo dalla prospettiva interna, quella della Persona: come funghetto la mia consapevolezza, la mia mente, la mia coscienza di me stesso parte dal nulla, dallo Zero esistenziale. Da questo zero si genera l’uno, l’io, la mia persona. Questa campa come se dovesse vivere in eterno, invece presto o tardi decade, si ammala, pensa “mi passerà”, poi qualcuno gli dice che non sarà così, allora si dirà “non è possibile, questo non può stare capitando proprio a me, questo capita agli altri, al mondo, ma non a me…” e invece gli capiterà, morirà e a questo punto il suo essere Uno ritorna allo Zero originario.
La matematica ci insegna che moltiplicare l’uno per zero non salva l’uno, ma semplicemente lo riporta a zero e da questa legge trae la conseguenza che uno diviso per zero sia un calcolo impossibile perché ricorsivo, continuerebbe a riportare ad uno zero infinito, sarebbe illogico.
Allora per quale ragione l’individuo in quanto uno dovrebbe mai dare un valore qualsiasi alla propria esistenza? Perché dovrebbe assoggettarsi al ripetersi di gioie e dolori come un robot, come un patetico meccanismo ripetitivo assoggettato alle passioni piacevoli od orribili quando con un piccolo sforzo, uno per tutti potrebbe staccare la spina e ritornare allo zero che in ogni caso cancellerebbe quelle illusioni di valore, piacere, disperazione del tutto inutili, insignificanti, patetiche proprio come la credenza in se stessi?
In definitiva, la cultura materialistica non può offrire a nessuno una ragione che possa contrastare il suicidio o addirittura il genocidio della specie. E perfino le religioni non possono in quanto è dimostrato che sono solo la longa manus del potere temporale e dell’ammaestramento delle masse sulla base dell’indimostrabile — non dell’impossibile, bada bene, ma solo di una delle potenzialmente infinite possibilità.
La prospettiva spirituale
Non si pensi che io pensi che il suicidio o addirittura il genocidio sia la soluzione auspicabile, ma solo l’ovvia e coerente conseguenza del pensiero individuale del materialista che non debba sentirsi obbligato a rispettare la legge dell’autoconservazione per obbedire alla sua religione scientista.
Io non la penso affatto così. Io credo che quella del passaggio nella dimensione umana sia una delle esperienze evolutive o perlomeno di transizione di altri piani di coscienza (o, se si preferisce, di esistenza).
E che quindi il suicidio possa essere una delle possibili trame, spesso erronee, di questa transizione.
A dirlo così sembra facile. Moltitudini di tradizioni spirituali e spiritualistiche approfondiscono questo approccio, questo modo di vedere e guidano la persona a riconoscersi nella propria anima allontanandosi dalla prigionia della propria storia individuale, della dipendenza dall’egoismo e dalla materia.
Prima di tutto la meditazione aiuta sia a riconoscere questa dimensione intima e a percepire l’appartenenza a qualcosa di più ampio. Laddove ci si riesca non è affatto garantito che si capisca davvero che cosa sia avvenuto, dove ci si trovi e da che cosa dipenda questo senso di appartenenza e di non-solitudine.
Ma perché non riesco davvero ad identificarmi in tutto e per tutto in questa dimensione dell’essere?
Non lo posso fare perché nel mondo non sono anima: sono persona.
In quanto persona sono consapevole di essere quell’uno sul piano della coscienza generato da uno zero e destinato a sfumare in uno zero. E questo sembra essere incontrovertibile.
Il mio essere “persona” è come un quadro, una sinfonia, un’opera d’arte, uno spettacolo pirotecnico più o meno efficace, più o meno suggestivo, ma pronto a spegnersi nella notte e a sfumare dalla memoria degli spettatori oltre che della mia di “soggetto pirotecnico”. La composizione di questo quadro è fatta di tanti materiali e di tanti momenti che connessi fra loro danno l’idea di una continuità. C’è il mio corpo, ci sono le percezioni, c’è l’intelligenza, c’è la creatività, c’è la cultura, c’è la famiglia, le relazioni e così via. La persona è come una ricetta olistica in cui gli ingredienti sono talmente ben combinati fra di loro da non avere più ragione di esistere se non nella loro combinazione che supera di gran lunga la somma delle parti che la compongono.
Esiste un DNA non materiale che governa tutto ciò e lo chiamo il Testimone e abbiamo visto prima che ha tanti nomi. È lui ad essere consapevole del destino che sono portato a sviluppare e che mi aiuta a personalizzare quello che altrimenti sarebbe puro determinismo, il karma, la ruota del Samsara. In questo sono individuo, sono Persona.
Questa persona ha una faccia riflessa e un volto interno, una madre, un padre, dei figli, un nome, uno status sociale, insomma è tante cose e io amo — spesso anche odio — quella cosa che sono e che sono diventato e comunque bene o male tengo a lui. Tengo a me stesso, perché per me la persona è me stesso. È lei che mi fa sentire il caldo del sole, il canto dei grilli della notte e il finire delle cicale sui pini in estate, il vento sulla pelle, il profumo della macchia mediterranea, il sapore di un bacio, l’orrore delle disperazione, la paura della solitudine e della pazzia. Insomma la mia storia. Sono attaccato alla mia storia ma so anche che presto o tardi finirà assieme a tutto quello che ritengo importante perché legato alla fine della partecipazione alla mia parte nel mondo.
Mi cerco nel futuro e nel passato, magari attraverso l’ipnosi regressiva e mi racconto che sto andando a scoprire chi ero e a guidare chi sarò però mento a me stesso il più delle volte, perché anche se mi dico di comprendere la differenza fra la parte trasmigrante e la mia identità attuale, di fatto …
…non riesco a pensare a me stesso al di fuori dell’immagine della mie persona all’interno del mio corpo, della mia intelligenza, del mio sentire, della mia storia… in una parola, della mia Persona.
In questo sta tutta la condizione tragica dell’esistenza umana: per quanto mi affidi a Dio, ad un metodo spirituale o addirittura allo stesso sapere materialistico, non posso abbandonare la mia sostanza personale, il mio essere “Ennio”.
Con il passare del tempo sono riuscito ad imparare a rapportarmi con il mio essere testimone dell’esistenza della mia persona, ma appena cesso di stare dentro questa percezione, eccomi nuovamente a fare i conti con il dolore, con la paura, con le rabbie, con i desideri. A fare i conti con la mia vita e la mia identità. Alla fine comincio ad arrabbiarmi con quel testimone, quell’anima che dovrebbe essere il mio vero me ma che in definitiva è un ospite ricco che è venuto a trovarmi nella mia umile catapecchia per offrirmi comprensione e sollievo ma che fra pochi giorni se ne andrà e ritornerà nella sua bambagia spirituale lasciandomi a nuotare nel fango delle passioni, quel fango ben descritto dai veleni di Buddha.
Con il passare del tempo sono riuscito a comprendere quello che molti maestri zen ci hanno insegnato, ovvero che bisogna imparare a portarci dietro quella consapevolezza del proprio essere-testimone nelle strade del mondo piene di peccati, di desideri, di dolore e di sofferenza, perché a stare ieratici nel proprio rifugio all’ombra di qualche santità legittimante è quasi un delitto, un’oltraggio alla povertà se poi non si esce dal proprio sancta sanctorum per avvicinarsi alla gente e all’incontrovertibile peccato originale, al paradosso che non si può rifiutarci di sopravvivere ma che questo obbligo passa necessariamente per l’uccisione di altri esseri e molti altri peccati che non sono meno gravi del rifiuto di sopravvivere.
La tragedia della condizione umana è radicata proprio nel paradosso. Quello di essere nel contempo veicolo ed ospite.
Come veicolo io sono quella persona lì. Sono “Ennio” nella sua storia, nella sua espressione e nella tragicità del proprio destino, ma anche nell’amore verso quello stesso destino disperato. Sono “Ennio” che non vuole morire ma che morirà, proprio come sono “Ennio” che non voleva vivere ma che è vissuto.
Invece come ospite sono il testimone, sono l’anima che non so che cosa sia ma che percepisco appartenermi e che percepisco appartenerle. Sono testimone e ne sono consapevole, perché quando vado in trance sdraiato sull’erba a guardare il cielo e a non percepire pensiero e null’altro che l’evoluzione delle discrete macchie ottiche come una spirale che ascende verso il sereno e non sento più il peso del corpo ma vengo assorbito completamente in quel tutto vuoto di istanze, quando non esisto più come persona perché non sento e non penso pur essendo consapevole del fatto che il corpo respira e che il cuore batte, in quel momento so di esistere anche senza la mia persona. In quei momenti comprendo che cosa sia il mio essere testimone della mia esistenza e riesco anche a portarmi dietro quella sensazione e perfino a ritrovarla se mi impegno.
Però, pur comprendendo di essere testimone e che quel testimone sono io, il mio io più vero, quello privo di attaccamenti, di proprietà, di dipendenze, pur comprendendo la grande pienezza che questa libertà, libertà dalla morte stessa e, chissà mai, anche dalla stessa rinascita, rientrando nei miei panni infreddoliti o sudati provo orgoglio e indignazione verso quel testimone, verso la sua nobiltà, verso la sua mancanza di bisogni che sfrutta il mio essere veicolo per conseguire i propri fini che non conosco e non conoscerò mai essendo drammaticamente impantanato in questa mia esistenza che pure, come ogni scarrafone è bello a mamma sua, neppure rinnego.
Ringrazio il testimone che mi salva e odio il testimone che mi sfrutta. Amo la mia persona e il suo sacrificio che mi consente di svilupparmi e odio la mia persona che mi risucchia nei suoi attaccamenti.
Sono quello che muore, sono quello che sopravvive. So il non sapere, quindi so e non so.
Alla fine di tutti i saperi nessuno di questi ci potrà mai sottrarre dalla tragicità dell’esistenza umana, del suo essere sia zero che uno, senza verità e senza errore.
Quello che mi resta è la volontà. Volontà di avere fede. Una fede nella volontà dell’Io che congiunge anima e persona nella speranza.










