Mese: Novembre 2021

Quanto fa zero moltiplicato uno?

Quanto fa zero moltiplicato uno?

La tragedia della condizione umana tra persona e io

La divisione di un numero per zero apre una situazione paradossale e la matematica vede i paradossi come il fumo negli occhi, come il concorrente che si stima per le sue doti e per le stesse ragioni si finisce per cercare di squalificarlo agli occhi di tutti.

Pare che una delle ragioni per cui la divisione per zero è inaccettabile sia che d’altra parte un qualsiasi numero moltiplicato per zero non possa dar altro che lo stesso zero. In realtà, è proprio in queste eccezioni che la folgorante logica matematica si avvicina alla metafisica. A Dio stesso, se si vuole. Dividere per zero corrisponde figuratamente ad innescare un riflesso di specchi all’infinito esattamente come la mente umana che voglia spiegare l’infinito con un linguaggio formale come la stessa matematica, al mistico Pitagora piacendo, comunque è.

Non voglio però occuparmi di un mestiere che non ho mai praticato e premetto che questa figura dello zero e dell’uno la sto usando in maniera esclusivamente evocativa. Vediamo perché…

Ogni uomo è unico

Una copertina del libro di Max Stirner con un’opera di Arnold Bocklin

Quando pensiamo a noi stessi ci percepiamo unici, come se a questo mondo ci fossimo solo noi, però quando poi riflettiamo sulla nostra finitudine ci identifichiamo con il mondo esterno, proprio come noi si continuasse a vivere in esso.

La condizione umana è una tragedia immersa nel paradosso. Chi vuole la può considerare felice, per altri è orribile, ma questi aspetti umorali non inficiano il fatto che la logica non offre risposta a questo paradosso, a questo Nastro di Mœbius.

Quest’ultimo è un paradosso topologico — e quindi anche qui matematico — che mostra come sia impossibile in essa parlare di un lato interno e di uno esterno, in quanto anche in considerazione della sua torsione l’uno si trasforma nell’altro. L’immagine di Escher la esemplifica alla perfezione.

L’identità umana è allo stesso tempo interna ed esterna.

Detto in altri termini, in talune torsioni o configurazioni il mondo è per come ognuno di noi lo crea rappresentandolo, mentre in altre torsioni ognuno di noi è tale per come il mondo lo definisce. Poi esiste la terza configurazione e questa è quella del soggetto che lo percorre.

È questo terzo soggetto, però, l’estraneo con cui ci identifichiamo ma che è anche colui che meno conosciamo. È facile identificarci con la modalità interiore quanto lo è praticare l’identificazione esteriore e nessuna delle due è sbagliata, al punto che si parla di caratteri introversi e di caratteri estroversi: alcuni psicologi privilegiano uno dei due modi di essere, altri quello alternativo, ma nei fatti nessuno dei due ha argomenti sufficienti a suo favore, innanzitutto perché nessuno di noi si identificherebbe del tutto con uno dei due escludendo l’altro. Noi tendiamo piuttosto ad identificarci nel passeggero, in colui che attraversa, percorrendoli, i due stati.

Quando però ci dovessero chiedere: «OK! Ma allora mi descrivi chi è quel “passeggero”? Sei tu quando pensi o sei tu quando ti muovi nel mondo?» risponderei che non è né l’uno né l’altro, ma piuttosto è “quello”, quel me che è altro da me che mi fa dà speranza nel mentre che mi condanna ad essere oggetto.

Vediamo di capirci meglio. Intanto vi presento i protagonisti di questo dramma che sono “me stesso” in quanto:

  • Persona, non solo fisica, ma anche intellettuale, emotiva, affettiva, sentimentale… inserita in un mondo, in delle specifiche dimensioni legata a numerose relazioni e, soprattutto, che si identifica in una immotivata costanza di identità (parola con cui si intende soprattutto, l’essere Identico a se stesso dalla nascita alla morte.
  • Il Testimone. Chiamo in questo modo quello che altrove viene definito Io (ad es. Rudolf Steiner), Sé (ad es. Carl G. Jung), Coscienza (ad es. Tart, Faggin, ecc…), Mente (ad es. Gregory Bateson), Anima… Ognuna di queste accezioni si differenzia più o meno parecchio dalle altre, avendo comunque in comune un tratto che la qualifica, ovvero che quest’ultima è la vera essenza più o meno transeunte dell’essere umano.

Da Zero a Uno e ritorno

Il materialismo temporale sosterrebbe che ognuno di noi è frutto di un susseguirsi di eventi fisico-chimici che determina la sua formazione e la sua decomposizione. Nel fornire questa definizione gli scientisti si pongono in una posizione terza, come se facessero un’estrusione dalla propria fisicità e parlassero in nome di un’entità che si libera dalle leggi che essa stessa determina: il sapere, la scienza. In parole povere, Dio — anche se è il loro Dio e non quello di una chiesa — un’entità metafisica che non può essere facilmente ridotta a meccanismi molecolari a meno di non saperli ricreare. Per questo i sacerdoti di questo credo hanno creato dei dispositivi che dovrebbero essere in grado di generare e riprodurre sapere attraverso mezzi che utilizzano risorse energetiche, da un lato, e librerie di informazioni riduttive e riduzionistiche che partono quindi da un impoverimento funzionale del sapere umano con la finalità di ridurlo ad un linguaggio formale (quantomeno non-analogico, per non parlare d’altro).

Perdonatemi per questa incursione polemica nel territorio dell’epistemologia, ma è per sgombrare il campo da talune critiche a quanto va a seguire.

Per farla breve, per il “materialista” il mondo (e per mondo etimologicamente non si intende soltanto il pianeta terra che in quanto tale potrebbe scomparire domani, ma piuttosto l’esistente storico e meta-storico in qualsivoglia dimensione fisica) è l’unica realtà dotata di continuità. Immaginiamo il mondo come un bosco. Nel bosco nascono e muoiono tanti tipi di vegetali fra cui i funghi. Nel nostro bosco ideale i funghi non spuntano solo in autunno ma durante tutto l’anno. Per di più in questo ipotetico bosco i funghi hanno preso il sopravvento su gran parte degli altri vegetali. Spore e miceti continuano a produrre e far riprodurre funghi. Questa è la prospettiva dal punto di vista meccanicistico-materialista all’interno della quale una certa varietà di funghi sono i soggetti umani.

Questo quadretto può sembrare alquanto simpatico, perfino bucolico se lo guardiamo dal punto di vista della “Romantica donna inglese”, il personaggio di Montesano che si entusiasma delle peculiarità di paesaggi geografici e umani, ma dal punto di vista del fungo le cose cambiano.

Il fungo ha interesse ad essere fungo e del romanticismo estetico non sa che farsene.

Visto che anche allo scienziato capita di spostarsi dalla postazione della terza persona del verbo, quella di Dio, alla banale o “squallida” prima persona, anche lui deve contemplare le ragioni dell’interesse personale. Anche lo scienziato materialista deve fare i conti con l’etica e qui spunta un ulteriore paradosso. Se tutto è così casuale e autogenerativo perché dovremmo occuparci del giusto o dello sbagliato? Probabilmente perché senza questa logica non esisterebbe neppure la scienza. Insomma, si fa in fretta ad essere generosi con il portafoglio degli altri, ma le cose cambiano quando tocca di mettere le mani nel proprio.

Questa cosa è stata ben chiara ad Arthur Schopenhauer, un filosofo che contestava la terza persona divina del suo collega più celebre, tale Friedrich Hegel, che aveva prodotto un colossal teorico altisonante come la Fenomenologia dello spirito. Dal suo punto di vista, il pensiero sul vivente finirebbe per arrivare ad una conclusione necessaria radicale che per uscire da questa truffa dell’esistere nel mondo del bisogno l’unica soluzione sensata sarebbe quella di lasciarsi estinguere nella sprezzante inedia, nella messa in pratica di un rifiuto metodico dell’interesse personale, sociale ecc…

In una logica scientifica questo ragionamento è profondamente dotato di senso e l’evoluzione sociale come pure l’innovazione tecnologica ed economica ne sono la dimostrazione. L’aumento del profitto nelle mani di pochi comporta la perdita di potere d’acquisto proprio di coloro che dovrebbero garantire il profitto portando la logica capitalista ad un risultato a somma zero. Lo sviluppo delle tecnologie alla lunga sta diventando fine a se stesso e a demotivare gli esseri umani dal cercare in se stessi il motivo di interesse e di crescita, lo si vede dal progressivo disinteresse per la speculazione, il pensiero, la spiritualità, l’arte, l’insegnamento, la civiltà… e tutto questo porterà ad estinguere proprio coloro che nel bene o nel male tengono in piedi lo sviluppo tecnologico. E potremmo proseguire con gli esempi, ma arriveremmo alla fine ad un assioma di fondo difficilmente dimostrabile:

La volontà di vivere è un dovere e non può essere messa in discussione come pure il fatto che il suicidio è il delitto peggiore di tutti, sotto il profilo teorico prima ancora che da quello soggettivo

Purtroppo, questa legge è del tutto arbitraria e priva di fondamento alcuno, almeno dal punto di vista scientifico.

Diversamente dalla logica spiritualista, le religioni dei popoli hanno da sempre istituito penalità infernali terribili a chi rinuncia alla vita suicidandosi, ma noi ci chiediamo se ragionevolmente in questo non ci sia una logica utilitaristica:

Il suicidio mette in cortocircuito i fondamenti del sapere e della struttura socioeconomica

Tutto ciò è molto curioso proprio perché la spiegazione che la scienza dà del soggetto dal punto di vista interno lo priva di qualsiasi significato e valore se estrapolato dalla posizione esterna, dall’interesse del mondo e da quello della storia umana. Ma, in quanto individuo non è affatto logico che mi preoccupi della storia del mondo. Potrei rincorrere la carota di godermi la vita a più non posso e perfino sperare di vivere in eterno, ma presto o tardi finirei: intanto perché qualcun altro che vuole vivere in eterno sicuramente mi ucciderebbe, ma poi anche perché le risorse di questo mondo non sono infinite e carestie, terremoti, glaciazioni, proprio come hanno dettato la fine dei dinosauri estinguerebbero anche i futuri Matusalemme.

Ecco dunque come la scienza e i saperi materialistici descrivono il destino del singolo individuo dalla prospettiva interna, quella della Persona: come funghetto la mia consapevolezza, la mia mente, la mia coscienza di me stesso parte dal nulla, dallo Zero esistenziale. Da questo zero si genera l’uno, l’io, la mia persona. Questa campa come se dovesse vivere in eterno, invece presto o tardi decade, si ammala, pensa “mi passerà”, poi qualcuno gli dice che non sarà così, allora si dirà “non è possibile, questo non può stare capitando proprio a me, questo capita agli altri, al mondo, ma non a me…” e invece gli capiterà, morirà e a questo punto il suo essere Uno ritorna allo Zero originario.

La matematica ci insegna che moltiplicare l’uno per zero non salva l’uno, ma semplicemente lo riporta a zero e da questa legge trae la conseguenza che uno diviso per zero sia un calcolo impossibile perché ricorsivo, continuerebbe a riportare ad uno zero infinito, sarebbe illogico.

Allora per quale ragione l’individuo in quanto uno dovrebbe mai dare un valore qualsiasi alla propria esistenza? Perché dovrebbe assoggettarsi al ripetersi di gioie e dolori come un robot, come un patetico meccanismo ripetitivo assoggettato alle passioni piacevoli od orribili quando con un piccolo sforzo, uno per tutti potrebbe staccare la spina e ritornare allo zero che in ogni caso cancellerebbe quelle illusioni di valore, piacere, disperazione del tutto inutili, insignificanti, patetiche proprio come la credenza in se stessi?

In definitiva, la cultura materialistica non può offrire a nessuno una ragione che possa contrastare il suicidio o addirittura il genocidio della specie. E perfino le religioni non possono in quanto è dimostrato che sono solo la longa manus del potere temporale e dell’ammaestramento delle masse sulla base dell’indimostrabile — non dell’impossibile, bada bene, ma solo di una delle potenzialmente infinite possibilità.

La prospettiva spirituale

Non si pensi che io pensi che il suicidio o addirittura il genocidio sia la soluzione auspicabile, ma solo l’ovvia e coerente conseguenza del pensiero individuale del materialista che non debba sentirsi obbligato a rispettare la legge dell’autoconservazione per obbedire alla sua religione scientista.

Io non la penso affatto così. Io credo che quella del passaggio nella dimensione umana sia una delle esperienze evolutive o perlomeno di transizione di altri piani di coscienza (o, se si preferisce, di esistenza).

E che quindi il suicidio possa essere una delle possibili trame, spesso erronee, di questa transizione.

A dirlo così sembra facile. Moltitudini di tradizioni spirituali e spiritualistiche approfondiscono questo approccio, questo modo di vedere e guidano la persona a riconoscersi nella propria anima allontanandosi dalla prigionia della propria storia individuale, della dipendenza dall’egoismo e dalla materia.

Prima di tutto la meditazione aiuta sia a riconoscere questa dimensione intima e a percepire l’appartenenza a qualcosa di più ampio. Laddove ci si riesca non è affatto garantito che si capisca davvero che cosa sia avvenuto, dove ci si trovi e da che cosa dipenda questo senso di appartenenza e di non-solitudine.

Ma perché non riesco davvero ad identificarmi in tutto e per tutto in questa dimensione dell’essere?

Non lo posso fare perché nel mondo non sono anima: sono persona.

In quanto persona sono consapevole di essere quell’uno sul piano della coscienza generato da uno zero e destinato a sfumare in uno zero. E questo sembra essere incontrovertibile.

Il mio essere “persona” è come un quadro, una sinfonia, un’opera d’arte, uno spettacolo pirotecnico più o meno efficace, più o meno suggestivo, ma pronto a spegnersi nella notte e a sfumare dalla memoria degli spettatori oltre che della mia di “soggetto pirotecnico”. La composizione di questo quadro è fatta di tanti materiali e di tanti momenti che connessi fra loro danno l’idea di una continuità. C’è il mio corpo, ci sono le percezioni, c’è l’intelligenza, c’è la creatività, c’è la cultura, c’è la famiglia, le relazioni e così via. La persona è come una ricetta olistica in cui gli ingredienti sono talmente ben combinati fra di loro da non avere più ragione di esistere se non nella loro combinazione che supera di gran lunga la somma delle parti che la compongono.

Esiste un DNA non materiale che governa tutto ciò e lo chiamo il Testimone e abbiamo visto prima che ha tanti nomi. È lui ad essere consapevole del destino che sono portato a sviluppare e che mi aiuta a personalizzare quello che altrimenti sarebbe puro determinismo, il karma, la ruota del Samsara. In questo sono individuo, sono Persona.

Questa persona ha una faccia riflessa e un volto interno, una madre, un padre, dei figli, un nome, uno status sociale, insomma è tante cose e io amo — spesso anche odio — quella cosa che sono e che sono diventato e comunque bene o male tengo a lui. Tengo a me stesso, perché per me la persona è me stesso. È lei che mi fa sentire il caldo del sole, il canto dei grilli della notte e il finire delle cicale sui pini in estate, il vento sulla pelle, il profumo della macchia mediterranea, il sapore di un bacio, l’orrore delle disperazione, la paura della solitudine e della pazzia. Insomma la mia storia. Sono attaccato alla mia storia ma so anche che presto o tardi finirà assieme a tutto quello che ritengo importante perché legato alla fine della partecipazione alla mia parte nel mondo.

Mi cerco nel futuro e nel passato, magari attraverso l’ipnosi regressiva e mi racconto che sto andando a scoprire chi ero e a guidare chi sarò però mento a me stesso il più delle volte, perché anche se mi dico di comprendere la differenza fra la parte trasmigrante e la mia identità attuale, di fatto …

…non riesco a pensare a me stesso al di fuori dell’immagine della mie persona all’interno del mio corpo, della mia intelligenza, del mio sentire, della mia storia… in una parola, della mia Persona.

In questo sta tutta la condizione tragica dell’esistenza umana: per quanto mi affidi a Dio, ad un metodo spirituale o addirittura allo stesso sapere materialistico, non posso abbandonare la mia sostanza personale, il mio essere “Ennio”.

Con il passare del tempo sono riuscito ad imparare a rapportarmi con il mio essere testimone dell’esistenza della mia persona, ma appena cesso di stare dentro questa percezione, eccomi nuovamente a fare i conti con il dolore, con la paura, con le rabbie, con i desideri. A fare i conti con la mia vita e la mia identità. Alla fine comincio ad arrabbiarmi con quel testimone, quell’anima che dovrebbe essere il mio vero me ma che in definitiva è un ospite ricco che è venuto a trovarmi nella mia umile catapecchia per offrirmi comprensione e sollievo ma che fra pochi giorni se ne andrà e ritornerà nella sua bambagia spirituale lasciandomi a nuotare nel fango delle passioni, quel fango ben descritto dai veleni di Buddha.

Con il passare del tempo sono riuscito a comprendere quello che molti maestri zen ci hanno insegnato, ovvero che bisogna imparare a portarci dietro quella consapevolezza del proprio essere-testimone nelle strade del mondo piene di peccati, di desideri, di dolore e di sofferenza, perché a stare ieratici nel proprio rifugio all’ombra di qualche santità legittimante è quasi un delitto, un’oltraggio alla povertà se poi non si esce dal proprio sancta sanctorum per avvicinarsi alla gente e all’incontrovertibile peccato originale, al paradosso che non si può rifiutarci di sopravvivere ma che questo obbligo passa necessariamente per l’uccisione di altri esseri e molti altri peccati che non sono meno gravi del rifiuto di sopravvivere.

La tragedia della condizione umana è radicata proprio nel paradosso. Quello di essere nel contempo veicolo ed ospite.

Come veicolo io sono quella persona lì. Sono “Ennio” nella sua storia, nella sua espressione e nella tragicità del proprio destino, ma anche nell’amore verso quello stesso destino disperato. Sono “Ennio” che non vuole morire ma che morirà, proprio come sono “Ennio” che non voleva vivere ma che è vissuto.

Invece come ospite sono il testimone, sono l’anima che non so che cosa sia ma che percepisco appartenermi e che percepisco appartenerle. Sono testimone e ne sono consapevole, perché quando vado in trance sdraiato sull’erba a guardare il cielo e a non percepire pensiero e null’altro che l’evoluzione delle discrete macchie ottiche come una spirale che ascende verso il sereno e non sento più il peso del corpo ma vengo assorbito completamente in quel tutto vuoto di istanze, quando non esisto più come persona perché non sento e non penso pur essendo consapevole del fatto che il corpo respira e che il cuore batte, in quel momento so di esistere anche senza la mia persona. In quei momenti comprendo che cosa sia il mio essere testimone della mia esistenza e riesco anche a portarmi dietro quella sensazione e perfino a ritrovarla se mi impegno.

Però, pur comprendendo di essere testimone e che quel testimone sono io, il mio io più vero, quello privo di attaccamenti, di proprietà, di dipendenze, pur comprendendo la grande pienezza che questa libertà, libertà dalla morte stessa e, chissà mai, anche dalla stessa rinascita, rientrando nei miei panni infreddoliti o sudati provo orgoglio e indignazione verso quel testimone, verso la sua nobiltà, verso la sua mancanza di bisogni che sfrutta il mio essere veicolo per conseguire i propri fini che non conosco e non conoscerò mai essendo drammaticamente impantanato in questa mia esistenza che pure, come ogni scarrafone è bello a mamma sua, neppure rinnego.

Ringrazio il testimone che mi salva e odio il testimone che mi sfrutta. Amo la mia persona e il suo sacrificio che mi consente di svilupparmi e odio la mia persona che mi risucchia nei suoi attaccamenti.

Sono quello che muore, sono quello che sopravvive. So il non sapere, quindi so e non so.

Alla fine di tutti i saperi nessuno di questi ci potrà mai sottrarre dalla tragicità dell’esistenza umana, del suo essere sia zero che uno, senza verità e senza errore.

Quello che mi resta è la volontà. Volontà di avere fede. Una fede nella volontà dell’Io che congiunge anima e persona nella speranza.

Telegram Puzzle

Telegram Puzzle

Ho creato un canale con relativo gruppo di discussione per tutti coloro che vogliono apprendere trucchi e risorse di Telegram. Non è un vero corso o un canale organico, ma piuttosto un incontro casuale di scoperte e suggerimenti reciproci: quando scopro qualcosa o mi viene in mente di far comprendere qualcos’altro lo posto senza impegno o rispondo senza impegno alle questioni riportate nel gruppo. L’indirizzo del canale è questo https://t.me/spuntigram , quello del gruppo, questo https://t.me/+_UA5ggdxBjBhMWFk

Lingue e buoi…

Lingue e buoi…

Quante lingue dicono di conoscere su LinkedIn e dintorni?

Vengo da anni in cui la conoscenza di una lingua straniera era più una curiosità che un bisogno, tant’è che nelle scuole medie, dove per la prima volta si incontrava la materia, c’erano un certo numero di cattedre per lingua: un tot per il francese, un tot per l’inglese, un tot per il tedesco e, a volte, un tot per lo spagnolo.

Quando ci si iscriveva si poteva indicare una preferenza e già allora, complici probabilmente le canzoni e la coca-cola, si tendeva a privilegiare l’inglese; poi però era l’amministrazione scolastica a completare le classi. Lo stesso accadeva nell’insegnamento superiore.

Il punto non è che la conoscenza della lingua straniera non sia importante, ma che ad esserlo è piuttosto il significato che assume la conoscenza linguistica tout court.

Sicuramente, diversamente da oggi, allora conoscere l’italiano era di gran lunga più importante che conoscere la lingua straniera. Il punto fondamentale dello studio non attiene tanto all’appartenenza linguistica, quanto alle possibilità espressive che l’uso del linguaggio consente.

Quali capacità hai di sapere esprimere compiutamente i tuoi pensieri?
E, di converso, quali opportunità ti dai di poter arricchire e trasformare il pensare grazie al discorso interno o esterno?

Una distinzione parecchio dibattuta degli anni ’60 di Noam Chomsky era quella fra competenza e prestazione linguistica. In sostanza, egli evidenziava come l’uso della lingua in quanto comportamento comunicativo si muoveva su un registro diverso dalla conoscenza della stessa in quanto patrimonio culturale personale e sociale.

In seguito, ci fu chi come Hymes arrivò ad affermare che una persona era dotata di competenza comunicativa quando era capace di scegliere “quando parlare, quando tacere, e riguardo a che cosa parlare, a chi, quando, dove, in che modo”. In altri termini, la competenza aveva il governo sulla performance al punto che quest’ultima era uno degli aspetti della competenza stessa.

Potrebbero apparire questioni di lana caprina, ma se volessimo soffermarci proprio su quest’ultima espressione potremmo dire che la distinzione potrebbe essere data fra chi…

  • conosce il significato e l’origine dell’espressione “questione di lana caprina” in modo tale da farne un uso preciso e adeguato
  • chi l’ha sentita usare ma non la padroneggia abbastanza da farne a sua volta uso
  • chi, pur avendola sentita usare, l’ha ignorata aggregandola a quello che pensa di aver compreso del discorso in cui era inserita, perdendone tuttavia la ricchezza di sfumature, sempre ammesso di aver compreso correttamente
  • chi non la conosce e crede di non averla mai sentita usare e si ferma lì e infine…
  • chi non la conosce e pensa che la conoscenza di espressioni più sottili e arricchenti del parlato sia diseconomico in quanto fa perdere di incisività pratica

Ecco quindi che abbiamo una escalation a partire dal primato della competenza fino a quello delle prestazioni che potremmo esprimere in senso cibernetico (Ashby) in una progressiva riduzione delle varietà dalla competenza verso la prestazione, e viceversa nell’altro senso. La riduzione della varietà corrisponde quindi ad una riduzione delle possibilità di interrogativi e quindi di pensiero. Se io elimino la parola “spirito” o “anima”, ad esempio, dicendo che mancando di materialità costituiscono delle dispersività nel discorso che riducono il conseguimento dell’obiettivo non sarò più legittimato a pensare in termini di spiritualità e quindi questo dominio scomparirà presto o tardi dal mio patrimonio culturale. Pensate poi se dovessi, come una certa logica vorrebbe, ridurre via via gli obiettivi riconosciuti per accentuare sempre più la performance… In questo caso diverremmo presto delle macchine soddisfatte in quanto prive di dubbi e di domande, venendo ad assolvere a turno ad uno dei tre stati: acceso, spento o in pausa (idle).

La velocità di lettura è un esempio di quanto la performance possa esigere i propri diritti a scapito delle competenze: il periodo appena concluso non è certo dei più leggeri che si possano leggere, tuttavia non sono pochi i discorsi che non possono essere fatti in modo leggero. Se privilegio la velocità in quanto, ad esempio, “Si scrivono talmente tante cose che non ho tempo per soffermarmi troppo su ognuna di esse. E poi, se passo così tanto tempo a leggere non ne ho abbastanza per fare quello che devo, ovvero cose molto più importanti”, non leggerò mai nulla che non sia veloce e finirò per considerare fondamentali espressioni come “Ho fame”, “Ho sonno”, “Mamma”, “Papà”, ossia regredirei a strutture di pensiero involutive e basilari.

Si cresce in funzione di quanto si arricchisce di varietà il proprio pensiero e il riconoscimento dell’ambiente e dell’esperienza fino a ricondurlo a dei simboli in grado di essere memorizzati e trasportati senza perdere la possibilità di espandere nuovamente la varietà. Al contrario, si involve nel momento in cui si sminuisce la varietà riducendola a componenti minimali.

Proviamo ad esemplificare per il lettore veloce, da ejaculatio praecox mentale.

Ci hanno insegnato a scuola che i colori dell’iride sono sette e che pertanto queste sono le tonalità fondamentali dello spettro cromatico, nell’ordine: rosso, arancione, giallo, verde, blu, indaco, viola. Poi ci hanno detto che dei colori fondamentali, rosso, verde e blu, mischiati fra loro ne producono altri e perfino i proiettori e prima di loro i tubi catodici fino alle stampanti, se la cavano con i tre colori considerati di base o, nell’ultimo caso, i quattro più usati: il nero, il giallo, il ciano e il magenta (molti di noi fanno fatica perfino a ricordare a che tonalità corrispondano gli ultimi due, tanto poco sono utilizzati nel linguaggio).

Potremmo a questo punto domandarci “Perché non limitarci nel descrivere il mondo a questi tre colori primari, magari in percentuale reciproca?”

Ecco le rappresentazioni di colori che il sistema operativo di Apple utilizza per orientare la scelta dell’utente. Con quale vi sentite più a vostro agio. È probabile che i più “pratici” sceglieranno quello a undici toni semplificati, mentre i più “creativi” quello delle matite a descrizione analogica (con nomi come “miele”, “lime”, “liquirizia” o “melanzana”…). Già questa differenza è espressione della predilezione per il pensiero riduttivo o quello arricchente. Ma il punto vero è che sono davvero pochi — e spesso per ragioni squisitamente professionali — quelli che adotteranno una descrizione a percentuali.

Per noi il bianco è un colore e uno solo, ma per gli inuit la neve ha una notevole quantità di tonalità che sono altrettanti colori. Considerando, oltretutto, che per buona parte del tempo proprio i nostri bianchi costituiscono la maggior parte del loro spettro esperienziale risulterà evidente e normale che per loro i bianchi siano un po’ come per noi i nostri rosa, beje, cobalto eccetera. Esistono poi diversi sistemi di colori utilizzati da colorifici e decoratori oppure grafici e pittori che arrivano alle migliaia di tonalità come i 1144 pantoni standard o gli oltre 2000 GOE.

Insomma, comprendiamo la nostra esperienza ed elaboriamo la complessità del nostro pensiero sulla base del patrimonio linguistico di cui siamo capaci.

Non solo l’informatica ci sta costringendo da decenni ad utilizzare un numero di espressioni ridotto e spesso innaturale (privo di correlati con l’esperienza analogica) per andare incontro alla quantità ridotta di espressioni programmabili e quindi soggette ad elaborazione, ma anche l’utilizzo di una lingua che non è quella di cui dovremmo essere maggiormente competenti sta passando in secondo piano il valore della competenza linguistica a favore delle prestazioni, ossia del comportamento linguistico.

Se ci fate caso, durante le call conference in inglese i parlanti fanno parecchio uso di tic linguistici, sonorità vocali ed espressioni stereotipate. Se nell’italiano, ad esempio, si sentono persone (con un certo fastidio spesso noi stessi) che inframezzano i discorsi con “dunque, insomma, in un certo qual modo, uhmmm, direi…”, nei discorsi nelle lingue straniere questi arrivano in molti casi a prevalere sul significato espresso. Lo stesso dicasi poi per l’abuso di astrazioni che non attengono a comportamenti, oggetti o azioni concrete, ma ad ambiti, citazioni, riferimenti considerati impliciti fra l’uditorio sempre senza verifiche pratiche che arrivano ai sempre più frequenti estremi di discorsi fatti solo di cosiddette buzzword e intercalari linguistici fini a se stessi. Se poi dovessimo domandarci di quella che Jakobson chiamava “funzione poetica”, ovvero la ricchezza della parola in rapporto alla praticità si potrebbe dire che

i parlanti umani diventano via via più poveri in funzione di quanto i computer imparano da se stessi, ma anche che la capacità espressiva media si impoverisce in rapporto al numero di lingue adoperate dalla comunità di riferimento

Il mondo si impoverisce in funzione della omologazione dei linguaggi, per questo quando si considera il numero di lingue possedute da una persona, sia essa un candidato o un interlocutore qualsiasi, salvo una non così diffusa capacità personale simile alle doti di “orecchio assoluto” di certi musicisti, bisogna domandarsi se, al di là delle capacità mnemoniche e di calcolo che spesso accompagnano queste propensioni, la loro ricchezza, sensibilità e profondità è equiparabile alle doti di apprendimento performante delle lingue.

Si dice di Georges Dumézil che il suo istinto metalinguistico che lo portava a ritrovare tutti i tratti comuni alle diverse lingue da lui fatti spesso risalire al carattere indo-europeo fosse tale che perfino in ospedale negli ultimi giorni si divertisse a leggere la grammatica albanese come per uno di noi potrebbe essere leggere Topolino.

Per quelli che non sono come lui, invece, soprattutto per i più giovani attirati dalle parole di moda, beh potrebbe essere un modo per guardare al mondo con occhi nuovi riscoprire le parole della nostra lingua e perfino dei dialetti, non tanto nel loro contributo logico, quanto per il valore esperienziale e arricchente dell’esperienza del mondo, ché a ridurlo ai minimi termini c’è sempre tempo. Leggere bei libri con termini a volte perfino arcaici può sempre far bene, ma per i più sbrigativi andare sul sito di Una parola al giorno e abbonarsi alla sua newsletter imponendosi di non perdere nessuna delle parole che vengono suggerite inizierà con l’essere uno studio per finire con il diventare una delizia.

Non aspettare di diventare vecchio per scoprire quello che avresti potuto osservare di questo mondo che cercano di convincerci ad ogni pié sospinto di vedere come monodimensionale quando invece è già qui in tutte le sue dimensioni parallele.

Tra materia e caso

Tra materia e caso

Quello che non vorremmo dal futuro delle nostre progenie è insito nei beni che vorremmo garantire loro: benessere e comodità. Nella forma attuale esistono da poco tempo grazie ad un lungo periodo di pace per i paesi occidentali che ha reso possibile lo sviluppo di una cultura dell’egoismo materiale e del disimpegno nel confort dell’automazione diffusa la cui logica conseguenza è la meccanizzazione delle esistenze.

Le radici del pensiero unico

Oggi molti di coloro che criticano l’utilizzo dei vaccino per sradicare la componente umana delle persone sembrano non rendersi conto di quanto materialistico sia questo stesso pensiero. Non può certo bastare un vaccino per “estirpare” l’anima e pensarla in questo modo rende quelli che vengono tacciati di complottismo ancora più “disumani” di quelli che vanno combattendo. E si badi bene che non ho certamente alcuna stima di questi ultimi, ma semplicemente voglio sottolineare quanto collusiva possa essere la posizione di chi vede solo possibilità dialettiche (A o Non-A, bene o male, bianco o nero; tertium non datur).

La “de-spiritualizzazione” dell’essere umano come istanza sociale è sempre esistita e spesso proprio nel nucleo delle maggiori religioni storiche prima ancora che nella politica e nell’economia.

Ero ancora studente, quarant’anni fa, quando si era già iniziato a fare scomparire lo studio delle radici storiche da molte discipline di studio, prima — e forse più grave — di tutte proprio la medicina. Un medico quarantenne oggi perlopiù arriva a pensare che Ippocrate possa essere uno stregone, un filosofo o un giudice che ha inventato una nuova forma di giuramento ma, se anche dovesse dovesse sapere che può essere considerato uno dei padri della medicina, è ben difficile che ne conosca le ragioni ed è ancor più difficile che, magari arrivando a conoscere il significato del termine “taumaturgo” sappia quali possano essere le sue origini.

E che non si tratti di una questione meramente nozionistica dovrebbe essere lapalissiano a tutti ma invece non è così neppure a molti luminari. La ragione è probabilmente perché dimenticare ci fa sentire liberi dai tanti debiti che abbiamo contratto nei confronti dei milioni di esseri viventi che ci hanno preceduto le cui esistenze si perdono nei millenni dei millenni — e non è un modo di dire.

Naufraghi della storia

Uno dei libri più importanti dei miei studi universitari si intitolava La realtà come costruzione sociale e non essendo né recente, né di moda credo che siano davvero pochi oggi a conoscerlo. A scriverlo furono due sociologi di origini austriache emigrati negli Stati Uniti: Thomas Luckmann e Peter Ludwig Berger, dove il primo era anche filosofo mentre il secondo addirittura teologo. Il lavoro che si ascrive al filone della “Sociologia della Conoscenza” è tutto quanto interessante. Lo è in particolare l’idea costruttivista che quella “realtà” che tutti diamo per scontato essere un dato di fatto, possa essere considerata figlia di una cultura relazionale umana, un mindset trans-generazionale.

Oltre all’idea in sé, ad affascinarmi furono però soprattutto i primi passaggi in cui gli autori ci chiedevano di immaginare che alle nostre origini ci fossero stati dei naufraghi provenienti da territori e culture sconosciute. Approdati in un’isola deserta dopo qualche giorno avrebbero scoperto la necessità di sopravvivere e che per conseguire questo fine avrebbero dovuto spartirsi i compiti definendo delle routine di comportamento basilari. Ben presto azioni semplici si sarebbero raggruppate e poste in relazione l’una con le altre in quelli che oggi chiameremmo dei framework, ossia degli “stampi” combinabili fra loro in modo tale da poter essere esportati, modificati, clonati, insegnati, tramandati.

Tutto questo processo lo si può chiamare Organizzazione ed il nostro Francesco Alberoni avrebbe definito “movimento” questa prima fase della trasformazione sociale. Ad essa si deve anche, sulla scorta di George Alexander Kelly, la capacità previsionale delle persone che vivono in quel gruppo.

A mano a mano che i framework aumentano e soprattutto con il trascorrere delle generazioni, le ragioni che dovettero spingere i padri fondatori ad organizzarsi in determinate maniere finiscono per essere dimenticate: «Si fa così perché si è sempre fatto così e perché non avrebbe senso comportarsi diversamente. Si dà un nome a quegli aggregati di schemi e a quel punto non si interviene più attuando dei comportamenti organizzati, ma imprimendo il potere del nome e della legge che lo accompagna e che va trasmessa alle generazioni seguenti come nome e come regola superiore.

Questo livello indiscusso e indiscutibile si chiama Istituzione e viene considerato di gran lunga superiore all’organizzazione — con la quale nutre comunque un rapporto dialettico competitivo — e quindi ai singoli soggetti e a tutte le persone al cui interno vivono.

Tutta questa faccenda che riguarda in parte l’imbastirsi di quel tessuto che definiamo realtà e che in ultima analisi non riguarda la cosa in sé (che in quanto tale non è autoesplicativa) ma la sua rappresentazione, ovvero il come guardiamo la cosa e come intendiamo le sue relazioni con le altre cose e le azioni e quindi gli altri e, in ultima noi stessi, serve per arrivare a dire che, se già la parzialmente fisiologica perdita di consapevolezza delle nostre origini ci indebolisce, credere che quello con cui abbiamo a che fare in termini di istituzione (religioni, giustizia, politica, accademia…) detenga elementi di verità per il semplice fatto di non poter essere messo in discussione risulterà essere assolutamente distruttivo per la civiltà e per la nostra cultura umana attuale. Inoltre, l’attuale globalizzazione delle politiche e dell’economia rende ulteriormente impraticabile il dibattito e quindi anche l’organizzazione, quella che si diedero i nostri “naufraghi” primigeni e che non dovremmo mai smettere di rinnovare, i comportamenti personali e sociali e, in definitiva le azioni. E chi non può agire diventa per questo im-potente (cosa che si sta verificando anche a livello genetico) e quindi evolutivamente recessivo.

Dall’immagazzinamento all’intelligenza artificiale

Sappiamo che alle origini l’essere umano era fondamentalmente nomade: si tratteneva in un luogo il tanto che bastava per consumare o trattare gli alimenti per poi cercare nuovi territori di approvvigionamento.

Poi imparò ad allevare il bestiame e a lavorare la terra e questo fece sì che potesse stabilirsi nelle regioni in cui poteva vivere meglio, sia per condizioni ambientali favorevoli, sia per un rischio più ridotto di aggressioni umane, animali o fisiologiche. Questo gli permise di accumulare le riserve alimentari e le risorse di parentela. Perse in questo modo la sensibilità al presente, al qui e ora, e cominciò a pianificare il suo futuro forte di un passato che legittimava la sua esistenza in termini di identità: “Lei non sa chi sono Io!”

Anche il linguaggio si consolidò attorno a questa presunzione di appartenenza e il sapere, correttamente definito da Aldo Gargani come “una paura che si è data un metodo”, aveva a che fare, sì con la presunzione di identità, ma anche con l’anticipazione di rischi e vantaggi.

L’insegnamento, la scrittura, la stampa e quindi l’informazione e la conoscenza testuale, i libri, i media radiofonici, televisivi, informatici e così via nascono da questa condizione; ma anche la salute, la legge e altri aspetti fondamentali della nostra esistenza hanno luogo una volta abbandonata la condizione precaria di cacciatore nomade. E se tutto questo ha migliorato le condizioni di vita permettendo lo sviluppo di valori e saperi, dall’altro ha reso più ambizioso e “letteralmente presuntuoso” il proprio status materiale.

Oltre allo sviluppo di valori di materialismo, proprio il ripetersi di azioni e comportamenti tipico di una società basata sulle istituzioni, quei cliché indiscussi e indiscutibili di cui abbiamo parlato, ha spostato il lavoro sul piano procedurale spingendoci ad automatizzare i comportamenti utili, dalla produzione, all’amministrazione, dalla didattica all’informazione, dalla salute agli eserciti e così via.

Materialismo e soprattutto automazione stanno da sempre, e in questi tempi di machine learning e deep learning — ovvero di delega alle macchine dell’istruzione che impartiscono a se stesse — ancor di più, escludendo dai nostri fini l’esplorazione e la ricerca: in una parola, lo stupore. Per stupirsi il bambino deve totalizzare l’osservazione e la percezione; è indispensabile una certa ingenuità come valore, guardare ai fenomeni per come appaiono e non per la spiegazione preventiva che viene data al loro proposito.

Per fare un esempio, spesso si dà colpa ai computer di cose come la perdita del lavoro o della conoscenza, ma è sbagliato. Intanto perché si dimentica che il computer non fa altro che rendere più veloci e complesse delle attività procedurali che già esistevano precedentemente (guardare l’inizio del film Brazil per capire di che cosa sto parlando). Poi perché non si comprende che nella scienza dei computer esistono due approcci: da un lato c’è quello dell’automazione ben perseguito da tecnici elettronici come Von Neumann che hanno le loro origini culturali in Francis Bacon e nei primi macchinari digitali come quelli tessili; dall’altro c’è quello cibernetico che parte da pensatori come Wiener e  Vannevar Bush e Ted Nelson ma soprattutto da Douglas Engelbart. Quest’ultimo fu padre dell’idea di un’informatica come “augmentation” delle capacità umane direttamente antitetica alla loro contrazione a procedure ripetitive e quindi all’asservimento al potere procedurale dell’automazione(1).

La globalizzazione ha esasperato questi aspetti istituzionali della cultura umana considerando fondamentali i valori materiali e lo sviluppo dell’automazione. Tuttavia, se la cultura del cacciatore ad un certo punto ha finito per indurre a cacciare se stessi una volta esauriti gli animali, sviluppando l’arte del conflitto e della guerra, la ripetitività, la riproducibilità riduttiva e riduzionistica dell’allevatore sta sempre più generando allevamenti umani e perfino stabulari sociali.

Nella notte dei tempi la trasmissione degli insegnamenti avveniva probabilmente per emulazione dei comportamenti, per vicinanza, prossimità, osservazione, imitazione; poi i saggi o i maestri presero ad usare la parola per veicolare gli insegnamenti, la parola e la vicinanza, sempre l’osservazione. Gli esempi da imitare e i sapienti da ascoltare e seguire avevano però il difetto di essere a scadenza e quasi mai i loro allievi potevano dirsi fedeli eredi di quei saperi: a mano a mano che le generazioni si susseguivano l’insegnamento si annacquava e si avrebbe desiderato che fosse conservato e tramandato “come se” si avesse davanti l’autore originario. Fu la volta degli scribi che trasmisero qualcosa di quanto potevano (e per quanto venivano pagati). Anche i loro scritti faticarono parecchio per arrivare fino a noi ed è noto il caso dell’incendio dell’antica Biblioteca di Alessandria d’Egitto che vide scomparire la memoria di secoli di conoscenze. Alcuni monaci amanuensi nel medioevo cercarono di recuperare alcuni tesori che altrimenti sarebbero stati destinati all’oblio. Anche loro fecero quello che potevano, considerato tra l’altro che il loro lavoro non poteva essere applicato agli autori considerati pagani. Papiri e carte scritte a mano erano beni molto preziosi, ma non avrebbero potuto arrivare a tutti. Questo fu possibile con l’invenzione della stampa a caratteri mobili che diede forma al libro come lo conosciamo oggi. Insetti, batteri, guerre, tuttavia, non risparmiarono nemmeno questi. Il alcuni casi furono i microfilm a salvare molti libri e poi l’acquisizione tramite scanner. Tutto ciò comportava molto lavoro e si sa che la cultura paga poco. Quello che avvenne con il libro fu il moltiplicarsi del materiale e degli autori; molti di quelli celebri non li possiamo assolutamente considerare fondamentali e spesso si è trattato di lavori sprecati. Con il self publishing, i blog, i podcast, gli audiolibri i contenuti hanno preso a superare grandemente la capacità di seguire da parte dei lettori e i testi hanno spesso perso di valore proprio in considerazione di un’inflazione scarsamente curata, sostenuta, spiegata, selezionata, curata. Nelle case le biblioteche spesso imponenti che facevano l’orgoglio dei loro possessori oggi vengono mandate al macero e, mentre resistono un’infinità di inutili romanzi di intrattenimento più o meno di massa, altrettanto non si può dire dei saggi, dei testi teorici, di molte opere di spiritualità e di testimonianze di valore storico. Questi libri non interessano più a nessuno e difficilmente superano i pochi anni nei magazzini di editori e distributori; men che meno nelle case.

«Che cosa vuoi tenere tutta questa carta ingombrante quando ormai tutto è digitale», dicono i giovani e molti dei meno giovani che poi però chiedono di leggere qualcosa che non troveranno più e che presto scomparirà assieme alla memoria di chi l’aveva letto. L’inflazione dei libri porterà molti a convergere sui titoli graditi alla massa e si comincerà a dire: «Che cosa vai cercando in giro quando tutto è scritto in questi libri qui?». Quando la carta sarà quasi tutta sparita un giorno potranno andare in crash i server sparsi in tutto il mondo e con essi scomparirà gran parte dei lavori, soprattutto quelli che hanno avuto meno successo e si penserà «Poco male, ci sono quelli che bastano e poi c’è la televisione che ci dice tutto: quello che accade e quello che dovremmo sapere di quanto è accaduto». Come animali da allevamento avremo perso la capacità di scegliere la libertà di volere, presi solo da un’ebete convincimento di confort e salute. Non c’è bisogno di andare troppo lontano, vero? I casi sono spesso già davanti ai nostri occhi, ma molti non se ne accorgono perché è subentrato il meccanismo di fiducia nell’istituzione. Come abbiamo visto prima:

Le forme istituzionali sono il consolidamento di abitudini non più soggette a messa in discussione all’interno delle personali zone di comfort

Proprio come i naufraghi, tutta la nostra capacità innovativa ci avrà condotto ad una grande omologazione basata sulla fede, sulla fiducia in una chiesa o in un’università, in un cardinale o in un professore, complessivamente in uno status quo.

Un, due e tre

Se tutto fosse così uniformato le cose forse sarebbero troppo semplici e presto ci si troverebbe a tappare buchi imprevisti. Quello che salva la manovra di uniformazione è proprio la dialettica, la polarizzazione delle opinioni che tiene impegnata la massa nell’illusione di un’alternativa che spesso nasconde degli impliciti determinanti.

Facciamo l’esempio della grande discussione in atto attualmente a proposito dei vaccini nel cui merito non intendo assolutamente entrare. Il mondo è diviso fra quanti sono per la vaccinazione, per convinzione o semplicemente per quieto vivere e quelli che a questa si oppongono (e qui non entro nel merito del Green Pass che è altra cosa, ma spesso artatamente omologata al cosiddetto “vax” e “no-vax”). Viene fomentata una tifoseria analoga a quella delle squadre di calcio fino a portarla ad un vero e proprio odio reciproco: si ucciderebbero o ballerebbero sulle tombe degli altri e tutto ciò in nome — pensa un po’ — della salute. Quando i miei colleghi psicologi e psicoterapeuti il più delle volte facevano eco alle testate di moda che avevano inaugurato la contrapposizione vaccinale facendo la guerra alle medicine alternative, in particolar modo alle cure omeopatiche, non si rendevano conto che presto lo stesso discredito sarebbe sarebbe stato diretto anche alle psicoterapie, colpevoli di fare spendere inutilmente troppi soldi ai clienti procrastinando all’infinito il disagio, quando con qualche pastiglia passa tutto e tutto torna normale. Siamo felici grazie alla materia. Siamo in salute con gli elementi inanimati. Presto — non ascoltare i negazionisti che tendono a sminuire l’argomentazione accusandola di un complottismo che dalla percora Dolly a oggi ci ha visti ricrederci frequentemente — presto, dicevo, avremo delle cure genetiche che modificheranno emozioni e comportamenti per renderci tutti normalmente omologati e salutarmente felici. Avremo il nostro posto nel “Nido del cuculo” e ci combatteremo fra fazioni e tifoserie per conservarlo, proprio come nella bicicletta si è costretti a pedalare se non si vuole cadere.

In questa guerra non ci si rende conto di quanto la salute diventi in entrambe le posizioni, invece che una condizione per vivere, un mezzo per evolvere, il fine stesso della battaglia.

Tutta la storia del pensiero è perseguitata da una falsa alternativa che contrappone unicismo e dualismo, un Dio che contiene tutto oppure un Bene che contrasta il Male e viceversa.

La medaglia ha solo testa oppure croce. È lapalissiano, no? Nessuno nota il taglio fra i due lati, la materia di cui è fatta, il dito che la lancia per aria. I prestigiatori su questa inclinazione al pensiero stereotipato contano per distrarre dai loro trucchi che si basano su questo.

Non si può respirare continuando ad inspirare all’infinito per ingordigia d’aria: prima o poi ci si deve fermare a costo di soffocare. Così, non si può espirare in eterno per espellere tutte le tossine e i malanni che abbiamo in corpo perché così si soffocherebbe, tossine comprese.

La risposta non può essere insita in un monoteistico “Uno”, ma nemmeno in un manicheistico “Due”: come inspirazione ed espirazione, l’uno non può esistere senza l’altro ma non possono agire insieme. Occorre il terzo che è tutt’altro che “non dato”. Occorre il “Tre” è rappresentato dal ritmo che guida l’alternarsi delle correnti fisiologiche, il roteare della testa. È il tre non chiude il sistema ma piuttosto lo apre alla molteplicità. Nella guerra tra sostantivo ed attributo vince il verbo, vince l’azione. L’azione crea mondi, crea realtà organizza, media il dibattito, ci permette di cantare e soprattutto di ballare e in tutto ciò il corpo è un mezzo importante per permettere alle anime di incontrarsi e di roteare negli spazi fisici e soprattutto in quelli dell’immaginario.

La vita è molto più ricca delle nostre capacità di attenzione e dei soliti canali. Occorre spegnere tutto quello che si può, fare silenzio e osservare, osservarsi, in salute o in malattia, seguire la trama della propria esperienza nel mondo. Occorre spegnere lo smartphone, fermare l’auto e osservare il colore screziato delle foglie autunnali, le caduche verde tenuo foglie bilobate del gingko e le cremisi acceso dell’acero giapponese; respirare l’aria dal ponte; guardare gli uccelli appollaiati sui tronchi arenati sul fiume. La poesia scorre nei nostri cuori e dobbiamo farla nostra e contaminarla. Contagiare il valore dell’esperienza come dono che porteremo con noi in questa cosa che non sappiamo bene che cos’è, ma che se il tuo cuore non è definitivamente spento dalle amarezze e dai condizionamenti negativi, al solo pronunciare il suo nome si riscalderà di speranza e si aprirà all’infinito.

Prova a dirla ora, sussurrala, e se riesci amala, amati:

«Anima»


Note

(1) La carriera di Engelbart è stata ispirata nel dicembre 1950, quando era fidanzato e si rese conto di non avere obiettivi di carriera diversi da “un lavoro stabile, sposarsi e vivere felici e contenti”. Per diversi mesi ha ragionato che:

  • avrebbe concentrato la sua carriera nel rendere il mondo un posto migliore
  • qualsiasi sforzo serio per rendere il mondo migliore richiederebbe un qualche tipo di sforzo organizzato che sfruttasse l’intelletto umano collettivo di tutte le persone per contribuire a soluzioni efficaci.
  • se potessi migliorare drasticamente il modo in cui lo facciamo, aumenteresti ogni sforzo del pianeta per risolvere problemi importanti: prima è, meglio è
  • i computer potrebbero essere il veicolo per migliorare drasticamente questa capacità.
    da Tia O’Brien (9 febbraio 1999). “L’eredità duratura di Douglas Engelbart”Notizie di San Jose Mercurydall’originale il 7 luglio 2013. Estratto il 4 luglio 2013.

Le Annotazioni da cui sono partito per scrivere (alcune cose ci sono altre no)

Negare la storia; rimuovere il libro e poi il digitale perché automatico; la nascita dell’istituzione e la perdita della consapevolezza; la storia da manipolata a rimossa; l’assoluto presente non è la presenza; materialismo e Automazione. Relatività assoluta ridotta a conflitto. Rifondazione deistituzionalizzata dal singolo (evento, soggetto…) spirituale, bilanciato, Transpersonale. Il sacro civile. Il timore del virus materialistico è materialistico; caccia all’omeopatia, psicoterapia vs. farmaco-droga; religione; da libertà di idee a nemici; inquisizione