Mese: Ottobre 2024

Che cos’è l’anima umana?

Che cos’è l’anima umana?

Nell’esperienza del mondo ci sono ben note due dimensioni

  • Quella della Materia — come le ossa o la carne, ad esempio
  • Quella dell’Energia — come la forza, il fuoco e così via

Nessuno ne metterebbe in dubbio la realtà.

Tuttavia, non mancano scienziati divergenti che considerano queste dimensioni altrettante creazioni della coscienza: siamo quello che immaginiamo di essere. Anche la virtualizzazione della realtà con gli apparecchi elettronici depone per questa possibilità.

Se invece volessimo continuare a considerare materia ed energia delle dimensioni in sé dobbiamo porci la domanda di dove sia il luogo che genera o conserva la coscienza.

Quest’ultima ben difficilmente può venire considerata alla stregua di un lavandino o di un uovo sodo come oggetti puramente materiali.

D’altro canto, non possiamo neppure rappresentarcela come una fiammata, un raggio di luce o uno spiffero d’aria, l’espressione, cioè di un fenomeno energetico.

L’intelligenza può essere una combinazione di questi aspetti e quindi non a caso tanti studiosi dell’intelligenza come fonte di un calcolo potenzialmente autonomo, in quanto è possibile sia che lo si consideri giusto, sia che lo si voglia sbagliato.

Tuttavia, la coscienza è consapevolezza di sé, non dell’ “io per qualcosa” ma dello “stante”, ovvero dell’essere a prescindere dalle sue proprietà, dalle sue asserzioni o azioni. Sei tu che, sdraiato su un prato, scruti il cielo e ti perdi in esso privo di ogni benché minimo pensiero. La meditazione Mahayana o quella Zen mirano all sviluppo della consapevolezza del proprio essere coscienza.

Di questa tripartizione o terza dimensione abbiamo già scritto in passato (e perfino quasi trent’anni fa). Essa tuttavia non risponde ad una domanda. Come è possibile che da tre dimensioni nette come materia, energia e coscienza nascano oggetti o esseri viventi uno diverso dall’altro.

Anche in questo caso abbiamo fatto ricorso ad una terza categoria indipendente da ognuna delle altre tre: la Forma.

Proprio come le formine con cui giocano i bambini sulla sabbia della spiaggia, la forma dona aspetto a questo oggetti o esseri.

Noi esseri umani non ci contentiamo di una tale spiegazione per il semplice fatto che siamo consapevoli di essere degli individui.

Per la maggior parte dei nostri contemporanei questo nostro essere individui si limita all’aspetto fisico, al comportamento, le azioni e all’intelletto.

La storia antica e quella più recente anche ci hanno sempre parlato di un’entità che i greci chiamavano ψυχή o psyché. Oggi quell’entità siamo soliti chiamarla Anima.

L’antico filosofo Platone la descriveva come segue:

«Ebbene ψυχὴ dirige ogni cosa, tutte le realtà celesti, terrestri, marine, grazie ai suoi propri movimenti, i quali hanno un nome: volere, analizzare, avere cura, prender decisioni, giudicare bene e male, provar dolore e gioia, coraggio e paura, odio e amore, e tutti gli altri moti che possono essere assimilati a questi e che costituiscono i movimenti primari, guide di quelli secondari – i moti dei corpi – e determinanti in ogni cosa la crescita e la diminuzione, la separazione, e l’unione con quel che ne segue, ossia il caldo e il freddo, il pesante e il leggero, il bianco e il nero, l’aspro e il dolce»


Dal mio punto di vista la psiche è un delimitarsi dello spazio di coscienza che porta con sé l’esperienza terrena e da essa viene condizionata. Non avendo dimensione materiale né energetica ma, seguendo Platone, potendo produrne o immaginarne, la nostra anima rappresenta quanto di più simile possiamo immaginare di noi stessi: un perimetro che circoscrive il nostro campo di coscienza.

Questo segmento di dimensione della coscienza rappresenta una particolare espressione della memoria “transvitale” che non ha bisogno di ricordare tutti i minuscoli frammenti delle vite come le poesie imparate a scuola, ma una “derivata storica” delle nostre esperienze.

Questa è l’anima che passa di vita in vita. Questo è quello che chiamiamo “Io” e che ci rappresentiamo tale al di la del nostro apparire personale qui ed ora.

Anche l’anima è però soggetta ad una sorta di processo di condensazione alchemico, la purificazione delle sue parti più spesse fino a divenire “quintessenza”. Il divieni ciò che sei che Friedrich Nietzsche esprimeva nella teoria dell’eterno ritorno.

Chi guida dunque questa transizione?

Non solo gli occultisti, ma anche i ricercatori dei ricordi della vita tra le vite sotto ipnosi, primo fra tutti Michael Newton, ci parlano di guide costituite da più o meno elevate gerarchie spirituali. Questo però non basta a spiegare il fenomeno.

Perché delle guide dovrebbero accompagnare uno sviluppo dell’anima quando esso sarebbe fine a se stesso?

Il vero responsabile del percorso dell’anima è il nostro elemento spirituale che qualcuno chiama io e qualcun altro . Il sé è quell’elemento che certi buddisti definiscono la parte luminosa infinitamente più piccola del più piccolo seme di senape eppure dalle potenzialità infinite.

L’induismo lo definiva con il concetto di “ätman, parola che sottende al vero o eterno sé oppure l’essenza autoesistente o la coscienza-testimone impersonale all’interno di ogni individuo che persiste in tutto corpi multipli e vite. Il termine è spesso tradotto come anima che però è un espressione ancora legata ai fenomeni e quindi alla storia dell’individuo. Di conseguenza è meglio tradurlo con “Sé”, facendo riferimento esclusivamente alla pura coscienza-testimone, oltre l’identificazione con i fenomeni. Nel Buddismo, il termine anatta o anatman è considerato “non-sé” – laddove nessun sé o essenza immutabile e permanente può essere trovato in nessun fenomeno.Sebbene spesso interpretata come una dottrina che nega l’esistenza di un sé, anatman è descritto più accuratamente come una strategia per raggiungere il non attaccamento riconoscendo tutto come impermanente, rimanendo in silenzio sull’esistenza ultima di un’essenza immutabile.

Per questo la meditazione sul vuoto (che non è “niente” ma casomai “tutto) rappresenta un apprendimento evolutivo spirituale ancora superiore all’accettazione della morte e dell’esistenza dell’anima, in quanto anche come anime noi saremmo soggetti all’illusione di un ego, di una personalizzazione e quindi di un attaccamento.

Al contrario, il sé è la parte spirituale — e quindi “divina” — che è preesistente ad ognuno di noi e che ci guida di vita in vita a ritrovare se stesso come risultato del divenire dell’anima alla fine di un percorso tendente all’infinito.


Però che fatica!

dirà qualcuno (io per primo)

Va infatti detto che, se molti di noi già faticano ad accettare che sussista un’anima al di là della nostra vita corporea in quanto persona definita nel fisico, comportamento ed intelletto, l’idea che anche l’anima sia un’entità transitoria può lasciare sconcertati, soprattutto nel momento in cui lo pensiamo da dentro la persona che sta vivendo ora e non come un puro concetto astratto.

Pertanto possiamo per ora accontentarci di fornire una risposta alla domanda posta nel titolo.

Ecco che alla fine possiamo dire che…

L’anima umana è la personalizzazione di un’area della coscienza dove vengono elaborate le memorie sotto l’egida di un’espressione soggettiva dello spirito cosmico o divino che chiamiamo sé al fine di un ricongiungimento finale perfezionato nell’alveo delle proprie premesse.

Tutto chiaro, no? 😉

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