Anomia giovanile
Le ragioni di una crisi galoppante

Mia nonna nacque nel 1899 e i suoi coetanei maschi furono arruolati alla fine della prima guerra mondiale per combattere gli ultimi frangenti di quella mattanza dopo che non era rimasta più carne da cannone a sufficienza. Chi avesse disertato non avrebbe fatto una fine migliore. Quello che non potè la guerra (37 milioni, contando più di 16 milioni di morti e più di 20 milioni di feriti e mutilati, sia militari che civili) lo completò l’influenza spagnola che infierì proprio in quegli stessi anni (50 milioni di persone su 500 milioni di infettati in tutto un mondo che vantava allora una popolazione di circa 2 miliardi, causando più vittime della terribile peste nera scoppiata però in un secolo, il XIV, nettamente meno antropizzato).
Poco dopo quegli orrori le classi al potere, in particolare quella borghesia che aveva sconfitto gli aristocratici un secolo e mezzo prima, calpestando i vinti diedero origine alla situazione di rivolta dei popoli sconfitti che sfociarono negli orrori di un ulteriore conflitto planetario. Questo ritorno di fiamma procurò un grande moto delle coscienze con una forte difesa della pace. Non che non si fecero più quelle guerre che procuravano ricchezze disgustose ai fabbricanti di armi, semplicemente le si esportò dove avrebbero fatto un po’ meno rumore.
I giovani del dopoguerra spesso non apprezzavano questa pace senza valori e fu la volta, soprattutto negli Stati Uniti di una cultura dell’insoddisfazione che andava dalla gioventù bruciata dei Salinger, Dean, Brando, Clift… alla beat generation o agli hippies, alle rivolte dei campus come Berkley fino al ’68 europeo.
Di fatto la ribellione era una forma di espressione che accomunava parte di quelle generazioni e che permetteva loro di identificarsi in un modello in rivolta come pure altrimenti in uno conformistico.
La costituzione italiana nata con il secondo dopoguerra risentiva di quei vissuti ed esprimeva valori forti nel suo primo articolo stesso alle parole “fondata” sul lavoro. Chi come me nacque poco oltre quel dopoguerra desiderava fortemente di avere un progetto di fondazione civile. Mirava a cambiare dei destini ineluttabili, a rivoluzionare un modello autoritario guerrafondaio, cercare di dare spazio ai valori del benessere e della costruzione sociale…
Oggi, la civiltà del digitale ha vanificato gran parte delle missioni di quegli anni mentre i giovani però sono rimasti giovani, con il loro bisogno di affermare il significato dell’esperienza terrena in cui la generazione precedente ha fatto piombare le loro anime.
Così capita che per loro la realizzazione professionale è diventata spesso una presa in giro, il benessere una mancia per la disoccupazione o una lotteria fantoccio, il tutto in un contesto fondato sulla moda mercificante dove la scala di qualità della vita si è divaricata talmente tanto che le lame della forbice non sono soltanto spalancate, ma non di rado fanno più volte il giro del perno, nonostante anche i più ricchi abbiano ben poco da far loro credere in un successo diverso dall’ingordigia.
Se la famiglia, in un mondo sovrappopolato dove i generi sono un’opzione e il contratto di coppia una fantasia, ha cessato di essere credibile e ha smesso di esserci spazio per la procreazione; se il lavoro sta conducendo allo “sdraiarsi” dei cinesi, alla disoccupazione degli europei, alla grande rassegnazione degli statunitensi e del mondo capitalista in genere; se l’innovazione sta decerebrando eserciti di zombie che mentre camminano o guidano guardano il mondo dal display di un telefono…
Se le nostre generazioni non hanno più progetti da suggerire o ideali da perseguire, dev’essere chiaro che quello che rimane non è di poco valore.
Dev’essere chiaro che la libertà è qualcosa che conta più del lavoro o della famiglia; che l’autenticità, l’onore e la dignità contano più della ricchezza; e che la salute dell’anima e dello spirito (da guardarsi bene dal confonderla con la religione!!!), anche se non si tocca e non si mangia e tutti diranno che è solo superstizione, conta più di quella di un corpo che per quanto a lungo viva prima o poi morirà per mezzo delle malattie, dei traumi o delle uccisioni dopo aver trascorso una parabola di tempo inutile con la stessa soddisfazione che un peto ha della durata della propria pernacchia o del diluirsi nell’aria del proprio odore; e poi nulla più, neppure prima e quindi, per logica conseguenza, neppure durante.
Cari giovani, figli nostri, dimenticate tutto il resto, fate il possibile per condurre un’esistenza onorevole e compassionevole, ma alla fine non dimenticate che tutto quello che conta risplende nel nucleo della libertà, dell’autenticità e della spiritualità. Solo quello che non potete toccare potrà riempire di senso le uniche ragioni su cui si fonda il paradosso dell’esperire, l’utopia del pensare.