Autore: Ennio Martignago

Prepariamoci al destino

Prepariamoci al destino

Inizi delle manovre per una possibile guerra finale

Non saremo ottimisti.

Non saremo pessimisti.

Cercheremo nella nostra anima le risposte al destino.

Sappiamo di essere diventati otto miliardi su questo pianeta e siamo consapevoli di quanto questo sia insostenibile.

Sappiamo che di queste otto migliaia di migliaia di migliaia di me o di te il venti per cento ha risorse equivalenti a quelle del restante ottanta e che quell’ottanta presto o tardi vorrà che uno della loro famiglia diventi uno dei venti cibandosi nel tragitto di tutto ciò che può, commestibile e no.

Sappiamo che ci siamo arrivati insieme. Seppure esprimendo tutto il dissenso o opponendoci, ci siamo arrivati insieme, in complicità, qualsiasi cosa questo significhi.

Ora che le cose stanno prendendo una vorticosa accelerazione non dobbiamo pregare di salvarci, né per noi né per la nostra progenie. Non dobbiamo dire: «L’avevo detto» e neppure «Che Dio ci salvi». Non dobbiamo sperare o maledire.

Quello che possiamo fare è rivolgerci in noi stessi, se vogliamo, pentirci, ma comunque ringraziare. Essere grati e devoti qualsiasi evento capiti. E infine, pregare, sì: pregare per la preghiera, grati del dono della preghiera e di quello della fede fino all’ultimo istante.

Poco importa a quale Dio si intenda rivolgersi: tutte le religioni sono state un fallimento, ma mai le fedi pure. Anche un ateo può volgersi alla luce, all’attrazione universale, all’amore… purché senza la presunzione di conoscerlo.

Nessuno di noi conosce veramente alcunché salvo la propria presunzione, ma ognuno di noi può onorare la verità, senza attaccamento alcuno.

E che verità sia, negli eoni degli eoni, anima mia! Angelo mio!

Vocabolario dell’anima

Vocabolario dell’anima

Psicologia come studio e tecniche di adattamento al mondo

Nonostante il vocabolo tragga la sua origine etimologica dalla radice mitica greca “Psyche” che cela una remota idea di “anima”, la sensibilità e la weltanschauung dell’umanità attuale con il termine intende altro, ovvero lo studio della dimensione dell’essere vivente per la sua singolarità (diversamente, ad esempio, dalla sociologia), umano, animale e altro nei suoi aspetti materiali, cognitivi, relazionali, sociali, emozionali.

Per tornare a quanto precedentemente stabilito, nello schema cui faccio riferimento la psicologia si occupa della “Persona”, ovvero di quella meravigliosa meteora costituita dalle nozze fra il veicolo materiale (potrei aggiungere eterico e animico per colori i quali trovano significato in queste parole) e la luce dello spirito vitalizzante di cui l’anima è portatrice.

La psicologia però non si può occupare dell’anima in sé. Esula dalle sue competenze e il più delle volte in maniera riduttiva non manca di negarne la dignità e il significato al di là di una mera superstizione.

Quello che mi preme evidenziare, al di là delle convinzioni di ognuno e senza minimamente sminuire gli importanti contributi del quantomai sfrangiato e difforme panorama degli studi e delle pratiche psicologiche degli ultimi quasi due secoli di psicologia è che tutto quello che serve per condurre una vita in sintonia con le necessità dell’esperienza — e quindi della missione dell’anima — si costituisce e termina con l’esistenza stessa. Va però detto che il senso dell’esistenza non si conclude nell’esistere o, quanto meno, può non ridursi ad esso.

Dalla psicologia alla fede

Il fatto che noi si pensi che la nostra “mente” coincida con l’intelligenza o che i nostri sentimenti si concludano sul piano delle relazioni secondo le regole morali e sociali del momento è un’idea gregaria e impoverente.

Dobbiamo inoltre guardarci dal pensare che l’anima sia comunque salva in quanto appartenente ad una zona franca rispetto alla vita materiale: esiste per essa qualche cosa che potremmo chiamare “apprendimento” anche se si tratta di una descrizione meramente allegorica (per quanto migliore del Dio barbuto che esce dal triangolo dorato che ci veniva mostrato nelle scuole elementari o nella catechesi, svolge una funzione simile per il livello necessariamente infantile delle nostre presuntuose conoscenze sensiorialmente-fondate terrene). La nostra anima può impoverirsi fino a perdere molte delle sue potenzialità ultraterrene ben al di là di questa esistenza. A questo si associa forse una certa idea di inferno presente in molte religioni.

Un’altro concetto allegorico che potremmo applicare alla vita dell’anima è che essa è soggetta ad un’evoluzione di tipo opposto a quello egoistico. Le anime si appartengono reciprocamente e appartengono a loro volta a sistemi più ampi per cui si potrebbe parlare di un certo “metabolismo” delle anime, di vere e proprie “catene alimentari” amorevoli e di crescita reciproca.

Se avesse senso parlare di tempo a questo proposito, però, dovremmo avere chiaro che i tempi in cui tutto ciò avviene sono infiniti, oltre il confine delle dimenticanze.

L’anima è la manifestazione ultrasensibile che ospita la coscienza o consapevolezza del principio spirituale che è in ognuno di noi. Essa non può essere esperita dai meccanismi cognitivi, relazionali, affettivi, normativi, sociali… comuni. L’unico modo per conoscere l’anima consiste nell’avere fede in essa e/o nel principio spirituale. Essa consente lo sviluppo di un nucleo individuale (detto anche “io” o, come personalmente preferisco, “sé”). L’anima partecipa alla nostra esistenza comunicando con altre “sfere” attraverso il “pensiero”, inteso non come un “ragionare”, ma piuttosto come l’allucinazione presente in tutti noi in maniera per lo più inconsapevole, “come se” qualcun altro stesse parlando ad un nostro ascolto insensibile che subito dopo traduciamo malamente in ragionamento e linguaggio sensibile necessariamente inquinato da paure, desideri, bisogni più o meno egoistici. Infine, va detto che non tutte queste comunicazioni traggono origine dalle stesse fonti e che la difficoltà più scoraggiante può essere data proprio dal riuscire ad operare questa distinzione. Questo può essere ottenuto prima di tutto dalla coltivazione della propria fede, da un lato e da quella di un’autenticità coerente nei propri comportamenti quotidiani.

Può sembrare folle e fantasioso parlare di anima, di sé, di fede e altro ancora in un mondo che ha appena superato la soglia degli otto miliardi di esseri umani affamati pronti a tutto per uscire dal ghetto dell’80% della legge di Pareto, tuttavia senza questa consapevolezza null’altro ha valore.

Potremmo definire l’anima quell’istanza privati della quale gli esseri umani sono poco più che una delle più ciniche ed infestanti belve della natura concepite per realizzare il proprio progetto di entropia.

La separazione dal sé

La separazione dal sé

di Ennio Martignago

Jung e il labirinto come metafora del percorso di individuazione

Secondo Carl Gustav Jung esistono due parti nell’essere umano che cercano un incontro, quelle che egli chiama animus e anima. Troppo spesso “tradotte” e quindi “tradite” dallo stesso autore quando vestiva gli abiti dello psichiatra e divulgatore psicologico, hanno le loro radici nella tradizione alchemica, ma anche qui ogni approfondimento diventa complicato. Con queste citazioni voglio solo richiamare un antica necessità di ricongiunzione, sia metafisica che interiore, di cui l’essere umano da sempre sente il bisogno, il più delle volte incompreso, di capire, di integrare. In fondo quello che accade nella coppia tradizionale è lo specchio di quanto avviene in ognuno di noi: un continuo distaccarsi e ricercarsi mal sincronizzato. Non a caso quanta più sincronia c’è nell’animo dei singoli partner, tanto più probabile sarà l’armonia fra loro (e spesso anche il minore bisogno di appartenenza reciproca).

Molte guide spirituali esprimono l’indicazione che occorra prendere le distanze dal nostro ego per riconoscere la nostra “vera” identità costituita da altro rispetto a quello che siamo soliti credere. I nomi scelti per quell’“altro” sono molteplici. La tradizione orientale parla di Atman, di Mente Chiara, talora di Coscienza e in altri casi di Io senza sostanza e così via. Diversamente, nella tradizione occidentale l’espressione più ricorrente è quella di Anima, poi di Spirito; successivamente è ricorrente la definizione di Io e quella di che, complici le traduzioni linguistiche, vengono intesi con significati invertiti. Nondimeno, in tempi più o meno recenti hanno preso corpo definizioni apparentemente più vicine alla mentalità scientifica attuale come quelle di Mente o di Coscienza, ma perfino di Inconscio, tutte quante però poco determinate e meno ancora concordanti. Infine, va fatto rilevare che, nonostante la contestazione alla dicotomia fatta risalire erroneamente a Descartes di corpo e mente apparentemente superata con l’introduzione del pensiero “olistico”, ancora oggi i più — olistici compresi — continuano ad evocare il corpo, da un lato, e la psiche, dall’altro.

Gran parte di queste considerazioni nascono dalla prospettiva escatologica, ovverosia dall’interrogativo creato dall’irruzione della consapevolezza della finitudine umana e dal pensiero della morte. La distrazione, quando non si voglia parlare di una vera e propria rimozione, del “discorso” (in senso foucaultiano) sulla morte ha eroso anche il rapporto fra vivente e “vero sé” al punto da generare delle vere e proprie antinomie ancora più profonde di quelle “pseudo-cartesiane”. Le persone vivono una vera e propria frattura schizoide fra un corpo sempre più sociale o socialmente integrato e un sé metafisico, che ha luogo in una realtà protetta, ritirata dalla condizione quotidiana che ci permette di essere peccatori per strada o sul lavoro, ma perdonati a priori, se non addirittura santi, nel proprio ashram privato garantito da tante concettualizzazioni o pratiche meditative usate come “ginnastica dello spirito a part-time”.

Il fatto rimane che quando siamo posti di fronte alla cruda realtà dell’esperienza della perdita, del lutto di chi ci è caro o della nostra stessa morte, le prospettive tendono a cambiare perché, come ebbe a dire perfino Steve Jobs a Stanford, “nessuno vuole morire” salvo forse alcuni — ma solo alcuni — suicidi. Chi ha fede vede nella morte un passaggio ad un altro piano, una liberazione dalle condizioni temporali, nonostante abbia ragione nel ritenere che neppure costoro sono esenti dal dolore, dalla paura o dalla nostalgia della propria persona, quando perfino il Cristo sulla croce ebbe a esprimere la sofferenza per l’abbandono del Padre. In momenti come questi è importante avere più chiara possibile — e questo perché ci si è preparati lungamente all’idea — la differenza fra la propria persona e la propria… “chiamiamola mente-anima” che ho presentato già in passato: l’annullamento dell’una a favore dell’altra genera una ferita nella propria integrità e nella consapevolezza dell’esperienza vitale potenzialmente disastrosa.

La “Galassia Persona”

Quando andiamo in giro per strada o parliamo con familiari e amici rappresentiamo noi stessi come una persona, un “pezzo unico” costituito da corpo e mente (da qui in avanti userò indifferentemente questa parola o la parola anima o coscienza intendendo con essa la stessa cosa ben distinta sia dal termine “intelligenza” che tanto più da quello di “cervello”). Questa idea è straordinariamente riduttiva e impropria così come pensare che la il pianeta sia un entità unica i cui abitanti non abbiano una vita o un’identità propria o che non incidano in quella della Terra. Se paragonato al pianeta con i suoi abitanti animali, le sue foreste, le costruzioni umane e così via, si potrebbe dire che il nostro corpo sia un’intera galassia, anche se su dimensioni diverse. Quando pensiamo ad esso ci rappresentiamo degli aggregati fra loro funzionali come gli occhi, l’intestino, gli arti, i reni e così via. Di fatto esistono delle reti funzionali o dei processi, come quello metabolico, quello neuro-sensoriale o quello respiratorio che sono tanti altri modi per rappresentarci il corpo umano. Poi potremmo scendere alle identità cellulari dal cui punto di vista l’organo come potrebbe essere il fegato o il cervello non è altro che una vera e propria astrazione, esattamente come se pensando a noi stessi dovessimo intenderci una componente della Via Lattea e non quello che passa il bancomat al supermercato. Infine, ultimo ma non ultimo, la macroscopica popolazione del microbiota umano (non solo quello intestinale!), “ovvero l’insieme di tutti i microbi che abitano dentro e sulla superficie del nostro corpo, il cui numero è pari a 10 volte quello delle nostre cellule, che sono circa 10 mila miliardi”(!!!). Per avere un’idea di uno degli infiniti scenari di guerra che hanno luogo nel nostro corpo fra i soldati che — a torto o a ragione — definiamo appartenerci e gli altri che — a torto o a ragione — stabiliamo esserci estranei basta guardare questo film girato al microscopio dell’agguato di un macrofago nei confronti di un batterio:

Ognuna di queste creature è nello stesso tempo un nostro ospite e un estraneo a noi stessi, proprio come decidiamo di considerare un animale di compagnia, il nostro gatto o il nostro pitone.

Detto altrimenti, quando dico “Io” intendo l’insieme di questa galassia che mi costituisce e che si afferma in me avendo l’interesse di tenermi vivo o di divorarmi, essendo comunque in me e me stesso.

Se camminando per strada immaginassi di portare a spasso questo carrozzone universale potresti impazzire, visto che il modo migliore per cadere è quello di pensare ai movimenti che costituiscono una semplicissima camminata invece di lasciare tutto agli automatismi fisiologici. Pur tuttavia, così stanno le cose dal punto di vista biologico e quindi anche delle relazioni fra soggetti.

Quando il soggetto della nostra persona muore è un intera galassia che scompare assieme ad esso, come in una scena di Star Wars. Muoiono tutti, organi, cellule, batteri… dal punto di vista soggettivo e tutti assieme, diversamente dalle infinite morti soggettive che avvengono in ogni istante della nostra esistenza quotidiana che segnano inevitabilmente un pezzo della nostra morte di cui non abbiamo la benché minima possibilità di essere consapevoli, anche se, mutata mutandis, niente muore ma semplicemente si trasforma da un punto di vista della materia al di là delle identità che tramite essa si ricreano continuamente (proprio come all’inizio del Bolero contenuto nel bellissimo film animato di Bruno Bozzetto Allegro non troppo).

Un Lutto inevitabile

Al netto di tutto il dolore e di tutte le sofferenze che comporta, la morte è un momento di trasformazione di un sistema biologico collaborativo che non si intende affatto “Io” più di quanto un’azienda possa essere un’entità al netto delle risorse che la costituiscono: avete mai sentito parlare, che so, Google? No, evidentemente: sentirete un suo rappresentante che esprime il punto di vista di una parte dell’aggregato che la compone, anche perché perfino il suo amministratore delegato dovrà esprimere solo la più approssimativa decisione fra quelle consentite dalle lotte di interessi e di potere che hanno luogo al suo interno e all’esterno di essa.

Proprio come una banca, anche la nostra Persona può vivere più o meno a lungo, ma prima o poi morirà. E questo sarà un momento di inevitabile lutto.

Non dobbiamo raccontarci bugie dicendo che non bisogna pensare: «Non si muore mai davvero in quanto non siamo noi quello che muore perché siamo “altro”: siamo la nostra anima, la nostra mente, la nostra coscienza, il nostro contributo sociale, la nostra eredità storica, quello che lasciamo ai nostri figli, il nostro lascito al pianeta…» Tutte palle!

La nostra vita è e alla fine sarà stata “una storia”, un’opera compiuta, i nostri amori, i rancori, quello a cui abbiamo creduto e quello che ci ha deluso o quello che abbiamo dimenticato. E tutta questa storia è contenuta nei nostri ricordi e sulla nostra pelle; nelle nostre imprese non più che nelle nostre malattie. Ennio Martignago sarà stato tutto ciò e non la sua anima o la sua mente o la sua coscienza. Ci sono quelli che provano l’ipnosi regressiva per scoprire chi erano nella vita precedente, ma questo non è possibile perché quella ipotetica signora Rossi della vita passata non ha niente a che vedere con l’Ennio di oggi. Solo la mente che avrà abitato in noi ma che la maggior parte di noi, fortemente improntata nell’identificazione con la propria Persona, non ha esperito a pieno nella propria vita potrà dire di essere stata ospitata dall’aggregato “Signora Rossi” e da quello “Ennio Martignago”. Quando presto morirà Ennio, essa piangerà Ennio come la fine di un viaggio importante, di un bel film o un bel concerto che sai che non si ripeterà, anche se nella vita ne potrai ascoltare altri di diversi musicisti, più belli o più brutti e perfino dello stesso cantante che però non eseguirà mai più la stessa performance.

Il piacere si accompagna alla malinconia nel compimento di un’opera o di una vita

Amici in competizione

Fra l’Anima e la Persona esiste una concorrenza collaborativa lunga una vita. Solo attraverso la Persona l’Anima può integrare esperienze per la crescita propria e del sistema che la ingloba così come senza di essa la Persona in pratica non è consapevole di sé e al massimo potrebbe esistere soltanto come un aggregato, perfino intelligente, ma completamente incosciente, in preda a pulsioni affiliative o distruttive che si alternano come momenti privi del senso di continuità e quindi del sentimento dell’identità: egoisti senza io.

Nel momento in cui il corpo fisico (glisso su eventuali ulteriori corporeità — eterica, astrale…) va per la sua strada esso diventa immemore e disaggregato e quindi privo di sentimenti ed emozioni. Nel momento in cui l’anima abbandona l’esistenza corporea essa affonda nel proprio percorso difficilmente esprimibile in termini linguistici ma che usando delle metafore potremmo definire di affinamento del proprio divenire se stessa, la propria unicità (l’eterno ritorno del medesimo di Nietzsche esprime bene il concetto attraverso l’imperativo “Divieni ciò che sei!”), ma non gode più di quel connubio fra (o Io) e Esperienza che solo il periodo vissuto come Persona consente.

Possiamo immaginarci come Persona se facciamo il paragone con la famiglia: con questa parola come con quella di “coppia” descriviamo qualcosa che, nonostante non abbia una propria fisicità, viene percepita da tutti come una vera e propria realtà. Due singoli, ognuno con la propria storia e le proprie differenze decidono di condividere parte delle esperienze socio-fisiche e intellettual-sentimentali insieme e chiamano questa parte di loro “coppia”; questa ha una vita e un sentire distinto da quello individuale nonostante ognuno dei due si identifichi sia come singolo, sia come coppia con logiche diverse ma entrambe appartenenti. Se vengono al mondo figli, la definizione di “famiglia” diventa a questo punto indiscutibile e le persone diventano pertanto sia singoli, sia coppia, sia famiglia, ognuna parte con logiche diverse ma tutte e tre appartenenti. Quando poi, non necessariamente in questo ordine, i figli abbandonano il nucleo famigliare lasciandolo in eredità alle esperienze della “coppia”, questa riscopre se stessa e soprattutto diventa consapevole delle sue trasformazioni e di quelle dei singoli al suo interno. Questo abbandono comporta contemporaneamente un vissuto di liberazione e uno di malinconia, di abbandono, in fondo, di lutto. Presto o tardi quasi sempre, in un modo o in un altro il distacco di uno dei due determinerà anche la fine della coppia e quindi la separazione. Il vissuto di coppia entrerà a far parte dell’esperienza di ciascun membro ma non più la continuità della condivisione del quotidiano: proseguirà forse all’interno di ognuno dei due, ma con la consapevolezza che quella parte si è conclusa. È possibile che le anime continuino a condividere l’appartenenza reciproca, ma non l’esperienza diretta — al massimo quella trasferita.

La Persona è un mondo anche se è privo di consistenza, proprio come un film al cinematografo è un vissuto ma non una realtà, senza che questo lo squalifichi: ricordiamo con maggiore intensità un film che ci è piaciuto che più del 90% delle ore vissute nella quotidianità.

La Persona è come un bambino che nutrirà rabbia verso i genitori quando si separeranno, nonostante da un altro lato si stenta sollevato dal venire alleggerito dei continui litigi e delle atmosfere plumbee di una convivenza piena di dolore come un malato terminale: non ci saranno più momenti di sofferenza ma neppure quelli di gioia vissuti insieme e non ci sarà più quella possibilità; ce ne saranno certamente altre, ma non più quella.

Quando hai avuto l’auto dei tuoi sogni scoprirai che quando sei al lavoro o in famiglia sarai Ennio che, fra le altre cose, è quello che ha l’auto dei suoi sogni; ma quando guidi l’auto dei tuoi sogni lei non sarà più lei e tu non sarai più tu, ma entrambi siete una coppia: Ennio alla guida dell’auto dei suoi sogni e la strada non apparirà mai e poi mai la stessa, tanto che la stessi percorrendo a piedi o su un autobus, perché ora siete “voi due”: un Io di coppia. Un malaugurato giorno dovrai abbandonarla al suo destino come il vascello infuocato del Re di un funerale vichingo che si guarda allontanarsi trascinato dalle correnti nel mare dell’ignoto. Questa separazione è dolorosa per chi ama la propria auto e ci si immagina che sia così anche per l’auto, nonostante l’intelligenza ci voglia convincere che questo è assurdo. Ci sono persone che hanno avuto tante auto, spesso una più potente dell’altra, ma non hanno mai superato la separazione da quel modello dei 20 anni. Non per l’auto ma per l’insieme Ennio-Auto.

Diversi trapassi

In definitiva, che-che se ne dica, la separazione dell’anima dall’esperienza della persona è un lutto inevitabile. Nessuno potrà esentarsene, ma non tutti lo vivranno nello stesso modo. Quanto più ci si sarà identificati, non tanto con il proprio corpo — cosa che purtroppo non è poi così rara — ma con la propria Persona, tanto più dolorosa sarà la morte e tanto più lenta la separazione e l’evoluzione dell’anima, della coscienza, del Sé.

Alleggerite da questa dipendenza identificativa, la coscienza si sentirà arricchita del sacrificio della Persona compiuta attraverso la sua realizzazione mentre la Persona scoprirà che proprio significato nasce dal contributo ricevuto dall’anima.

Quel lutto inevitabile potrà essere di completamento ed evoluzione a patto che si sia riusciti, prima di tutto a superare ogni forma di attaccamento, e poi a gestire l’armonia migliore possibile fra le proprie parti.

A questo proposito va aggiunto che, ad uno sguardo privo di pregiudizi materialistici, la Persona non è abitata da una sola istanza mentale. Noi siamo soliti appellare queste diversità emozioni, sentimenti, aggregati, eredità psicogenealogiche, parti evolutive, complessi… ma sono tutte definizioni che derivano dal sistema di pensiero di riferimento. Un po’ tutti gli approcci psicologici riconoscono queste “entità” che erano note alle dottrine sapienziali con termini che a scuola ci hanno insegnato essere ingenui mentre sono solo lingue diverse appartenenti a popoli e periodi storici diversi.

Perché non possiamo pensare che, proprio come è normale considerare che lo stato di salute ci faccia sentire diversi, anche il nostro microbioma come la fisiologia cellulare siano quindi parti del nostro apparire e che la nostra “Persona Mentale” possa ospitare più anime o più entità spirituali?

Sopra tutte queste tuttavia, come il peso di una piuma o il famoso battere di ali della farfalla, fa inclinare gli eventi da una parte o da un’altra, o che come il guidatore che, pur mettendo ben poca energia e fisicità nella corsa, rende la guida un “viaggio” e non solo un “muoversi”, esiste un o Io che fa sì che le altre componenti della Persona non prendano il sopravvento nell’opera costituita dalla sua esistenza.

Questa parte supera i confini dell’attuale contributo e sarà oggetto di futuri scritti, almeno fino a che sarà questa persona a poterlo ancora fare.

😄

Le origini delle psicologia inversa — Reverse Psychology parte prima

Le origini delle psicologia inversa — Reverse Psychology parte prima

L’esaurimento della psicologia scientifica e l’incontro con una psicologia inversa dove la spiegazione venga ricercata a partire dalla fine

Comunemente — si fa per dire perché il concetto non è così utilizzato — per Reverse Psychology o Psicologia Inversa si intendono degli utilizzi diversi da quello qui illustrato, tuttavia, a parte gli intenti di manipolazione peraltro presenti anche nelle tecniche tradizionali, in fondo esiste un legame con percorsi spirituali comuni.

In psicoterapia si attribuisce questa denominazione soprattutto alle tecniche della terapia a breve termine di derivazione genericamente sistemica dove l’esempio più ricorrente è quello della prescrizione del sintomo che si fa risalire soprattutto alle metodologie paradossali di Milton Erickson. In poche parole si creano le condizioni per cui il postulante, cliente, paziente… arrivi in maniera improvvisa a ristrutturare il proprio campo cognitivo e quindi il problema tramite una dimostrazione per assurdo dove la spiegazione precedente viene annullata dai riscontri dell’evidenza (e quindi dall’esperienza non-formale). Di fatto, però, proprio metodi di insegnamento simili erano quelli praticati dai maestri buddisti, soprattutto quelli della tradizione zen i cui koan finivano per promuovere un disorientamento nei discepoli che in questo modo finivano per abbandonare e poi riconoscere in quanto tali le convinzioni stereotipate che non ci permettono di sperimentare la chiarezza mentale naturale che ci collega con la nostra natura spirituale più profonda. Quando ci si perde in una città perché non si ha una mappa a disposizione si è costretti ad attivare l’attenzione e tutti i sensi guardando al mondo esterno per quello che è e non per il costrutto che siamo abituati ad usare

Già questa considerazione ci avvicina alla riflessione che qui propongo con l’espressione di “Psicologia Inversa”, un percorso che parta dall’assioma spirituale per risalire ai comportamenti quotidiani in maniera non-dogmatica (potremmo definirla perfino “laica” in quanto non conforme alle religioni formali).

Perché si parla di “assioma spirituale”? Per “assioma” (in geometria postulato) si intende un principio autoevidente ai più che si assume per vero nonostante non sia possibile dimostrarlo e dal quale derivano considerazioni e regole (corollari) che, pur essendo fondate su questi, possono invece rispondere a dei criteri di logica formale, ovvero di dimostrazione o falsificazione. Il tanto vituperato Cartesio con il suo Discorso sul metodo ha fatto comprendere in un modo ancor oggi fondamentale come le nostre sicurezze si reggano su degli indimostrabili alla base dei quali si può posizionare solo la consapevolezza di un sé pensante. In molti si sono erti a volponi nel criticare il filosofo francese affermando che alla fine non aveva dimostrato un bel nulla. Non è così, però: egli è arrivato ad un paradigma ontologico, quello dell’identificazione in un essere pensante.

Da questo punto di vista gran parte delle nostre certezze sono proposizioni superstiziose, sia perché generalmente si fondano su luoghi comuni e sentito dire, ma comunque più in generale perché fatte al netto della consapevolezza che partono da un assioma, ovvero da qualcosa che, pur trovando consenso nella pressoché totalità delle persone, da un punto di vista della certezza si basano su un assioma, come la certezza stessa di essere vivi. Se non considerassimo questo presupposto nessun cambiamento dei paradigmi scientifici, come la visione controintuitiva della terra che abbiamo da Keplero in poi, sarebbe possibile. Eppure dal punto di vista del soggetto abbiamo dovuto aspettare i primi anni del ‘900 per avere a che fare con quel ribaltamento di prospettiva che spacca in molti modi l’unità dell’Io.

Se Freud ha fondatamente considerato la “scoperta” dell’inconscio una rivoluzione copernicana, resta il fatto che da allora consideriamo l’inconscio come un “ingrediente”, non foss’altro che siamo soliti dire che esso è posto “nella profondità”, dentro di noi. Ora dovremmo fare un passo avanti da quella volta: è necessario che ci posizioniamo ad un metalivello — come dire “fuori”, “attorno”, “al di sopra” della nostra persona fisica per come la percepiamo. Per fare questo dobbiamo fare lo sforzo di superare la rappresentazione di sé (qualcuno lo chiama “io” trascendente) come vivente, come natura… come persona.

Per fare questo dobbiamo pensare ad una psicologia differente da quella scientifica a cui siamo abituati; dobbiamo avere la forza di vedere l’esistenza dal percorso inverso. Invece di pensare al succedersi degli eventi dalla nascita alla fine del corpo, dobbiamo affermare la possibilità che si possa costruire un significato del soggetto risalendo dalla fine per ricongiungersi all’esperienza finale della nascita.

Prossimamente: da Wilhelm Wundt a Raymond Moody e oltre.

La preoccupazione per la salute

La preoccupazione per la salute

Che cosa si cela dietro tanta preoccupazione per la salute e attenzione per l’alimentazione?

Una famiglia della campagna veneta negli anni ’50

Il medico, questo sconosciuto

Ricordo che quando ero giovane molti adulti e più che adulti ti guardavano straniti se andavi dal dottore o se prendevi delle medicine. Erano in tanti quelli che nella loro vita non avevano mai visto un medico e ancora oggi i miei genitori facevano fatica ad accettare di dover prendere dei farmaci, ancorché pochi, con regolarità. Allora una visita medica era un evento molto più straordinario di un ricovero ospedaliero oggi. Ai nostri giorni una cosa simile sembra impossibile, o quantomeno molto fortunata, come quelli che arrivano a sessant’anni senza aver mai visto un dentista né aver avuto una carie.

Eppure, mai come oggi la discussione per strada cade fatalmente sui temi della salute e su quelli dell’alimentazione. Un tempo si parlava di calcio o di film; oggi quando esci con gli amici ti ritrovi a parlare di diete, cibi, visite mediche, integratori alimentari e così via.

Non ti sembra che le esperienze si siano un po’ ridotte in questo modo?

Un abusato detto di Ludwig Feuerbach secondo il quale “l’uomo è ciò che mangia” potrebbe essere modificato oggi in “ogni uomo si distingue per il tipo di ossessione per ciò che mangia”.

Potremmo anche rispolverare il buon vecchio Freud per domandarci se l’umanità occidentale non sia regredita alla fase orale. In questo caso potremmo dire che lentamente diventiamo sempre più dipendenti dai nostri bisogni primari; come dire che invece di andare incontro al mondo con il nostro agire creativo, estroverso, ottimistico, fattivo, creatore di diversità espressive e comunicative, invece di vivere così ci attacchiamo alla mammella della società e reclamiamo il nostro diritto a ricevere dall’esterno pieni di attenzione solo verso le nostre necessità biologiche.

Prendere l’umanità all’amo

Non voglio neppure nominare l’argomento che ci coinvolge tutti dagli ultimi due anni a questa parte, nonostante sia quasi indispensabile, e non voglio farlo perché sento di correre il rischio di ricadere nella trappola mentre cerco di trovare un modo per uscirne.

Certo è che questa ossessione per il sì o per il no ci impedisce di pensare ad altro a prescindere da qualsiasi delle parti ci si riconosca. E solo questo è il principale successo di una riduzione a schiavitù della comunità umana.

Che cos’è l’ossessione se non una costrizione del pensiero entro un circolo vizioso ricorsivo e asfittico? E che cosa c’è di peggio in questa prigionia del fatto di stare a immergercisi da soli senza che nessuno si sforzi di farlo?

La tristezza degli esseri umani di oggi non è tanto legata ad un’accettazione o a una ribellione, ad un’iperbole di progresso senza sostanza o a una profezia distopica senza speranza, quanto ad una riduzione dell’orizzonte esperienziale.

Ai tempi dei miei genitori e dei loro genitori certo non esisteva la televisione, erano proprio pochi quelli che leggevano e meno ancora quelli che potevano andare a teatro. Tuttavia, le sere d’inverno si trovavano nella stalla perché era l’ambiente più riscaldato in quanto il foraggio attenuava la rigidità delle mura e soprattutto il calore dovuto alla presenza degli animali oltre che delle persone faceva stare bene. In quelle sere o in quelle estive sotto i pergolati che attenuavano la calura le famiglie si raccontavano di quello che era successo, dei ricordi, delle osservazioni, di quanto gli occhi, le orecchie, il tatto o l’olfatto avevano offerto alla loro esperienza senza tante complicazioni. Si parlava dei propri vecchi, dei figli, dei nipoti e, sì, si beveva qualche bicchiere di vino o si tagliava l’anguria, ma non si andava certo al ristorante per fare tutto ciò.

Oggi, ci si scandalizza se si deve pagare qualche euro per ascoltare la tanta musica disponibile o i tanti libri che circolano. Si rifiuta di riconoscere un compenso per questi sforzi perché si vuole tutto gratis in cambio di tanta pubblicità e della diffusione dei propri dati privati al mondo intero lamentandosi di non avere soldi da spendere, ma poi se non si va al ristorante almeno una volta la settimana ci si sente defraudati. La ristorazione esterna è la principale ragione — dopo certamente l’accesso agli uffici e ai mezzi pubblici — per cui si sceglie di lasciarsi marchiare in nome della salute pubblica.

A che serve la salute se la vita si impoverisce riducendosi al cibo e alle medicine — accanto sempre alla grande assenza o sonno del lavoro e dei dispositivi elettronici?

A che serve vivere se lo si fa quasi esclusivamente concentrandosi al pensiero di quanto vivere di più?

Quanto fa zero moltiplicato uno?

Quanto fa zero moltiplicato uno?

La tragedia della condizione umana tra persona e io

La divisione di un numero per zero apre una situazione paradossale e la matematica vede i paradossi come il fumo negli occhi, come il concorrente che si stima per le sue doti e per le stesse ragioni si finisce per cercare di squalificarlo agli occhi di tutti.

Pare che una delle ragioni per cui la divisione per zero è inaccettabile sia che d’altra parte un qualsiasi numero moltiplicato per zero non possa dar altro che lo stesso zero. In realtà, è proprio in queste eccezioni che la folgorante logica matematica si avvicina alla metafisica. A Dio stesso, se si vuole. Dividere per zero corrisponde figuratamente ad innescare un riflesso di specchi all’infinito esattamente come la mente umana che voglia spiegare l’infinito con un linguaggio formale come la stessa matematica, al mistico Pitagora piacendo, comunque è.

Non voglio però occuparmi di un mestiere che non ho mai praticato e premetto che questa figura dello zero e dell’uno la sto usando in maniera esclusivamente evocativa. Vediamo perché…

Ogni uomo è unico

Una copertina del libro di Max Stirner con un’opera di Arnold Bocklin

Quando pensiamo a noi stessi ci percepiamo unici, come se a questo mondo ci fossimo solo noi, però quando poi riflettiamo sulla nostra finitudine ci identifichiamo con il mondo esterno, proprio come noi si continuasse a vivere in esso.

La condizione umana è una tragedia immersa nel paradosso. Chi vuole la può considerare felice, per altri è orribile, ma questi aspetti umorali non inficiano il fatto che la logica non offre risposta a questo paradosso, a questo Nastro di Mœbius.

Quest’ultimo è un paradosso topologico — e quindi anche qui matematico — che mostra come sia impossibile in essa parlare di un lato interno e di uno esterno, in quanto anche in considerazione della sua torsione l’uno si trasforma nell’altro. L’immagine di Escher la esemplifica alla perfezione.

L’identità umana è allo stesso tempo interna ed esterna.

Detto in altri termini, in talune torsioni o configurazioni il mondo è per come ognuno di noi lo crea rappresentandolo, mentre in altre torsioni ognuno di noi è tale per come il mondo lo definisce. Poi esiste la terza configurazione e questa è quella del soggetto che lo percorre.

È questo terzo soggetto, però, l’estraneo con cui ci identifichiamo ma che è anche colui che meno conosciamo. È facile identificarci con la modalità interiore quanto lo è praticare l’identificazione esteriore e nessuna delle due è sbagliata, al punto che si parla di caratteri introversi e di caratteri estroversi: alcuni psicologi privilegiano uno dei due modi di essere, altri quello alternativo, ma nei fatti nessuno dei due ha argomenti sufficienti a suo favore, innanzitutto perché nessuno di noi si identificherebbe del tutto con uno dei due escludendo l’altro. Noi tendiamo piuttosto ad identificarci nel passeggero, in colui che attraversa, percorrendoli, i due stati.

Quando però ci dovessero chiedere: «OK! Ma allora mi descrivi chi è quel “passeggero”? Sei tu quando pensi o sei tu quando ti muovi nel mondo?» risponderei che non è né l’uno né l’altro, ma piuttosto è “quello”, quel me che è altro da me che mi fa dà speranza nel mentre che mi condanna ad essere oggetto.

Vediamo di capirci meglio. Intanto vi presento i protagonisti di questo dramma che sono “me stesso” in quanto:

  • Persona, non solo fisica, ma anche intellettuale, emotiva, affettiva, sentimentale… inserita in un mondo, in delle specifiche dimensioni legata a numerose relazioni e, soprattutto, che si identifica in una immotivata costanza di identità (parola con cui si intende soprattutto, l’essere Identico a se stesso dalla nascita alla morte.
  • Il Testimone. Chiamo in questo modo quello che altrove viene definito Io (ad es. Rudolf Steiner), Sé (ad es. Carl G. Jung), Coscienza (ad es. Tart, Faggin, ecc…), Mente (ad es. Gregory Bateson), Anima… Ognuna di queste accezioni si differenzia più o meno parecchio dalle altre, avendo comunque in comune un tratto che la qualifica, ovvero che quest’ultima è la vera essenza più o meno transeunte dell’essere umano.

Da Zero a Uno e ritorno

Il materialismo temporale sosterrebbe che ognuno di noi è frutto di un susseguirsi di eventi fisico-chimici che determina la sua formazione e la sua decomposizione. Nel fornire questa definizione gli scientisti si pongono in una posizione terza, come se facessero un’estrusione dalla propria fisicità e parlassero in nome di un’entità che si libera dalle leggi che essa stessa determina: il sapere, la scienza. In parole povere, Dio — anche se è il loro Dio e non quello di una chiesa — un’entità metafisica che non può essere facilmente ridotta a meccanismi molecolari a meno di non saperli ricreare. Per questo i sacerdoti di questo credo hanno creato dei dispositivi che dovrebbero essere in grado di generare e riprodurre sapere attraverso mezzi che utilizzano risorse energetiche, da un lato, e librerie di informazioni riduttive e riduzionistiche che partono quindi da un impoverimento funzionale del sapere umano con la finalità di ridurlo ad un linguaggio formale (quantomeno non-analogico, per non parlare d’altro).

Perdonatemi per questa incursione polemica nel territorio dell’epistemologia, ma è per sgombrare il campo da talune critiche a quanto va a seguire.

Per farla breve, per il “materialista” il mondo (e per mondo etimologicamente non si intende soltanto il pianeta terra che in quanto tale potrebbe scomparire domani, ma piuttosto l’esistente storico e meta-storico in qualsivoglia dimensione fisica) è l’unica realtà dotata di continuità. Immaginiamo il mondo come un bosco. Nel bosco nascono e muoiono tanti tipi di vegetali fra cui i funghi. Nel nostro bosco ideale i funghi non spuntano solo in autunno ma durante tutto l’anno. Per di più in questo ipotetico bosco i funghi hanno preso il sopravvento su gran parte degli altri vegetali. Spore e miceti continuano a produrre e far riprodurre funghi. Questa è la prospettiva dal punto di vista meccanicistico-materialista all’interno della quale una certa varietà di funghi sono i soggetti umani.

Questo quadretto può sembrare alquanto simpatico, perfino bucolico se lo guardiamo dal punto di vista della “Romantica donna inglese”, il personaggio di Montesano che si entusiasma delle peculiarità di paesaggi geografici e umani, ma dal punto di vista del fungo le cose cambiano.

Il fungo ha interesse ad essere fungo e del romanticismo estetico non sa che farsene.

Visto che anche allo scienziato capita di spostarsi dalla postazione della terza persona del verbo, quella di Dio, alla banale o “squallida” prima persona, anche lui deve contemplare le ragioni dell’interesse personale. Anche lo scienziato materialista deve fare i conti con l’etica e qui spunta un ulteriore paradosso. Se tutto è così casuale e autogenerativo perché dovremmo occuparci del giusto o dello sbagliato? Probabilmente perché senza questa logica non esisterebbe neppure la scienza. Insomma, si fa in fretta ad essere generosi con il portafoglio degli altri, ma le cose cambiano quando tocca di mettere le mani nel proprio.

Questa cosa è stata ben chiara ad Arthur Schopenhauer, un filosofo che contestava la terza persona divina del suo collega più celebre, tale Friedrich Hegel, che aveva prodotto un colossal teorico altisonante come la Fenomenologia dello spirito. Dal suo punto di vista, il pensiero sul vivente finirebbe per arrivare ad una conclusione necessaria radicale che per uscire da questa truffa dell’esistere nel mondo del bisogno l’unica soluzione sensata sarebbe quella di lasciarsi estinguere nella sprezzante inedia, nella messa in pratica di un rifiuto metodico dell’interesse personale, sociale ecc…

In una logica scientifica questo ragionamento è profondamente dotato di senso e l’evoluzione sociale come pure l’innovazione tecnologica ed economica ne sono la dimostrazione. L’aumento del profitto nelle mani di pochi comporta la perdita di potere d’acquisto proprio di coloro che dovrebbero garantire il profitto portando la logica capitalista ad un risultato a somma zero. Lo sviluppo delle tecnologie alla lunga sta diventando fine a se stesso e a demotivare gli esseri umani dal cercare in se stessi il motivo di interesse e di crescita, lo si vede dal progressivo disinteresse per la speculazione, il pensiero, la spiritualità, l’arte, l’insegnamento, la civiltà… e tutto questo porterà ad estinguere proprio coloro che nel bene o nel male tengono in piedi lo sviluppo tecnologico. E potremmo proseguire con gli esempi, ma arriveremmo alla fine ad un assioma di fondo difficilmente dimostrabile:

La volontà di vivere è un dovere e non può essere messa in discussione come pure il fatto che il suicidio è il delitto peggiore di tutti, sotto il profilo teorico prima ancora che da quello soggettivo

Purtroppo, questa legge è del tutto arbitraria e priva di fondamento alcuno, almeno dal punto di vista scientifico.

Diversamente dalla logica spiritualista, le religioni dei popoli hanno da sempre istituito penalità infernali terribili a chi rinuncia alla vita suicidandosi, ma noi ci chiediamo se ragionevolmente in questo non ci sia una logica utilitaristica:

Il suicidio mette in cortocircuito i fondamenti del sapere e della struttura socioeconomica

Tutto ciò è molto curioso proprio perché la spiegazione che la scienza dà del soggetto dal punto di vista interno lo priva di qualsiasi significato e valore se estrapolato dalla posizione esterna, dall’interesse del mondo e da quello della storia umana. Ma, in quanto individuo non è affatto logico che mi preoccupi della storia del mondo. Potrei rincorrere la carota di godermi la vita a più non posso e perfino sperare di vivere in eterno, ma presto o tardi finirei: intanto perché qualcun altro che vuole vivere in eterno sicuramente mi ucciderebbe, ma poi anche perché le risorse di questo mondo non sono infinite e carestie, terremoti, glaciazioni, proprio come hanno dettato la fine dei dinosauri estinguerebbero anche i futuri Matusalemme.

Ecco dunque come la scienza e i saperi materialistici descrivono il destino del singolo individuo dalla prospettiva interna, quella della Persona: come funghetto la mia consapevolezza, la mia mente, la mia coscienza di me stesso parte dal nulla, dallo Zero esistenziale. Da questo zero si genera l’uno, l’io, la mia persona. Questa campa come se dovesse vivere in eterno, invece presto o tardi decade, si ammala, pensa “mi passerà”, poi qualcuno gli dice che non sarà così, allora si dirà “non è possibile, questo non può stare capitando proprio a me, questo capita agli altri, al mondo, ma non a me…” e invece gli capiterà, morirà e a questo punto il suo essere Uno ritorna allo Zero originario.

La matematica ci insegna che moltiplicare l’uno per zero non salva l’uno, ma semplicemente lo riporta a zero e da questa legge trae la conseguenza che uno diviso per zero sia un calcolo impossibile perché ricorsivo, continuerebbe a riportare ad uno zero infinito, sarebbe illogico.

Allora per quale ragione l’individuo in quanto uno dovrebbe mai dare un valore qualsiasi alla propria esistenza? Perché dovrebbe assoggettarsi al ripetersi di gioie e dolori come un robot, come un patetico meccanismo ripetitivo assoggettato alle passioni piacevoli od orribili quando con un piccolo sforzo, uno per tutti potrebbe staccare la spina e ritornare allo zero che in ogni caso cancellerebbe quelle illusioni di valore, piacere, disperazione del tutto inutili, insignificanti, patetiche proprio come la credenza in se stessi?

In definitiva, la cultura materialistica non può offrire a nessuno una ragione che possa contrastare il suicidio o addirittura il genocidio della specie. E perfino le religioni non possono in quanto è dimostrato che sono solo la longa manus del potere temporale e dell’ammaestramento delle masse sulla base dell’indimostrabile — non dell’impossibile, bada bene, ma solo di una delle potenzialmente infinite possibilità.

La prospettiva spirituale

Non si pensi che io pensi che il suicidio o addirittura il genocidio sia la soluzione auspicabile, ma solo l’ovvia e coerente conseguenza del pensiero individuale del materialista che non debba sentirsi obbligato a rispettare la legge dell’autoconservazione per obbedire alla sua religione scientista.

Io non la penso affatto così. Io credo che quella del passaggio nella dimensione umana sia una delle esperienze evolutive o perlomeno di transizione di altri piani di coscienza (o, se si preferisce, di esistenza).

E che quindi il suicidio possa essere una delle possibili trame, spesso erronee, di questa transizione.

A dirlo così sembra facile. Moltitudini di tradizioni spirituali e spiritualistiche approfondiscono questo approccio, questo modo di vedere e guidano la persona a riconoscersi nella propria anima allontanandosi dalla prigionia della propria storia individuale, della dipendenza dall’egoismo e dalla materia.

Prima di tutto la meditazione aiuta sia a riconoscere questa dimensione intima e a percepire l’appartenenza a qualcosa di più ampio. Laddove ci si riesca non è affatto garantito che si capisca davvero che cosa sia avvenuto, dove ci si trovi e da che cosa dipenda questo senso di appartenenza e di non-solitudine.

Ma perché non riesco davvero ad identificarmi in tutto e per tutto in questa dimensione dell’essere?

Non lo posso fare perché nel mondo non sono anima: sono persona.

In quanto persona sono consapevole di essere quell’uno sul piano della coscienza generato da uno zero e destinato a sfumare in uno zero. E questo sembra essere incontrovertibile.

Il mio essere “persona” è come un quadro, una sinfonia, un’opera d’arte, uno spettacolo pirotecnico più o meno efficace, più o meno suggestivo, ma pronto a spegnersi nella notte e a sfumare dalla memoria degli spettatori oltre che della mia di “soggetto pirotecnico”. La composizione di questo quadro è fatta di tanti materiali e di tanti momenti che connessi fra loro danno l’idea di una continuità. C’è il mio corpo, ci sono le percezioni, c’è l’intelligenza, c’è la creatività, c’è la cultura, c’è la famiglia, le relazioni e così via. La persona è come una ricetta olistica in cui gli ingredienti sono talmente ben combinati fra di loro da non avere più ragione di esistere se non nella loro combinazione che supera di gran lunga la somma delle parti che la compongono.

Esiste un DNA non materiale che governa tutto ciò e lo chiamo il Testimone e abbiamo visto prima che ha tanti nomi. È lui ad essere consapevole del destino che sono portato a sviluppare e che mi aiuta a personalizzare quello che altrimenti sarebbe puro determinismo, il karma, la ruota del Samsara. In questo sono individuo, sono Persona.

Questa persona ha una faccia riflessa e un volto interno, una madre, un padre, dei figli, un nome, uno status sociale, insomma è tante cose e io amo — spesso anche odio — quella cosa che sono e che sono diventato e comunque bene o male tengo a lui. Tengo a me stesso, perché per me la persona è me stesso. È lei che mi fa sentire il caldo del sole, il canto dei grilli della notte e il finire delle cicale sui pini in estate, il vento sulla pelle, il profumo della macchia mediterranea, il sapore di un bacio, l’orrore delle disperazione, la paura della solitudine e della pazzia. Insomma la mia storia. Sono attaccato alla mia storia ma so anche che presto o tardi finirà assieme a tutto quello che ritengo importante perché legato alla fine della partecipazione alla mia parte nel mondo.

Mi cerco nel futuro e nel passato, magari attraverso l’ipnosi regressiva e mi racconto che sto andando a scoprire chi ero e a guidare chi sarò però mento a me stesso il più delle volte, perché anche se mi dico di comprendere la differenza fra la parte trasmigrante e la mia identità attuale, di fatto …

…non riesco a pensare a me stesso al di fuori dell’immagine della mie persona all’interno del mio corpo, della mia intelligenza, del mio sentire, della mia storia… in una parola, della mia Persona.

In questo sta tutta la condizione tragica dell’esistenza umana: per quanto mi affidi a Dio, ad un metodo spirituale o addirittura allo stesso sapere materialistico, non posso abbandonare la mia sostanza personale, il mio essere “Ennio”.

Con il passare del tempo sono riuscito ad imparare a rapportarmi con il mio essere testimone dell’esistenza della mia persona, ma appena cesso di stare dentro questa percezione, eccomi nuovamente a fare i conti con il dolore, con la paura, con le rabbie, con i desideri. A fare i conti con la mia vita e la mia identità. Alla fine comincio ad arrabbiarmi con quel testimone, quell’anima che dovrebbe essere il mio vero me ma che in definitiva è un ospite ricco che è venuto a trovarmi nella mia umile catapecchia per offrirmi comprensione e sollievo ma che fra pochi giorni se ne andrà e ritornerà nella sua bambagia spirituale lasciandomi a nuotare nel fango delle passioni, quel fango ben descritto dai veleni di Buddha.

Con il passare del tempo sono riuscito a comprendere quello che molti maestri zen ci hanno insegnato, ovvero che bisogna imparare a portarci dietro quella consapevolezza del proprio essere-testimone nelle strade del mondo piene di peccati, di desideri, di dolore e di sofferenza, perché a stare ieratici nel proprio rifugio all’ombra di qualche santità legittimante è quasi un delitto, un’oltraggio alla povertà se poi non si esce dal proprio sancta sanctorum per avvicinarsi alla gente e all’incontrovertibile peccato originale, al paradosso che non si può rifiutarci di sopravvivere ma che questo obbligo passa necessariamente per l’uccisione di altri esseri e molti altri peccati che non sono meno gravi del rifiuto di sopravvivere.

La tragedia della condizione umana è radicata proprio nel paradosso. Quello di essere nel contempo veicolo ed ospite.

Come veicolo io sono quella persona lì. Sono “Ennio” nella sua storia, nella sua espressione e nella tragicità del proprio destino, ma anche nell’amore verso quello stesso destino disperato. Sono “Ennio” che non vuole morire ma che morirà, proprio come sono “Ennio” che non voleva vivere ma che è vissuto.

Invece come ospite sono il testimone, sono l’anima che non so che cosa sia ma che percepisco appartenermi e che percepisco appartenerle. Sono testimone e ne sono consapevole, perché quando vado in trance sdraiato sull’erba a guardare il cielo e a non percepire pensiero e null’altro che l’evoluzione delle discrete macchie ottiche come una spirale che ascende verso il sereno e non sento più il peso del corpo ma vengo assorbito completamente in quel tutto vuoto di istanze, quando non esisto più come persona perché non sento e non penso pur essendo consapevole del fatto che il corpo respira e che il cuore batte, in quel momento so di esistere anche senza la mia persona. In quei momenti comprendo che cosa sia il mio essere testimone della mia esistenza e riesco anche a portarmi dietro quella sensazione e perfino a ritrovarla se mi impegno.

Però, pur comprendendo di essere testimone e che quel testimone sono io, il mio io più vero, quello privo di attaccamenti, di proprietà, di dipendenze, pur comprendendo la grande pienezza che questa libertà, libertà dalla morte stessa e, chissà mai, anche dalla stessa rinascita, rientrando nei miei panni infreddoliti o sudati provo orgoglio e indignazione verso quel testimone, verso la sua nobiltà, verso la sua mancanza di bisogni che sfrutta il mio essere veicolo per conseguire i propri fini che non conosco e non conoscerò mai essendo drammaticamente impantanato in questa mia esistenza che pure, come ogni scarrafone è bello a mamma sua, neppure rinnego.

Ringrazio il testimone che mi salva e odio il testimone che mi sfrutta. Amo la mia persona e il suo sacrificio che mi consente di svilupparmi e odio la mia persona che mi risucchia nei suoi attaccamenti.

Sono quello che muore, sono quello che sopravvive. So il non sapere, quindi so e non so.

Alla fine di tutti i saperi nessuno di questi ci potrà mai sottrarre dalla tragicità dell’esistenza umana, del suo essere sia zero che uno, senza verità e senza errore.

Quello che mi resta è la volontà. Volontà di avere fede. Una fede nella volontà dell’Io che congiunge anima e persona nella speranza.

Telegram Puzzle

Telegram Puzzle

Ho creato un canale con relativo gruppo di discussione per tutti coloro che vogliono apprendere trucchi e risorse di Telegram. Non è un vero corso o un canale organico, ma piuttosto un incontro casuale di scoperte e suggerimenti reciproci: quando scopro qualcosa o mi viene in mente di far comprendere qualcos’altro lo posto senza impegno o rispondo senza impegno alle questioni riportate nel gruppo. L’indirizzo del canale è questo https://t.me/spuntigram , quello del gruppo, questo https://t.me/+_UA5ggdxBjBhMWFk

Lingue e buoi…

Lingue e buoi…

Quante lingue dicono di conoscere su LinkedIn e dintorni?

Vengo da anni in cui la conoscenza di una lingua straniera era più una curiosità che un bisogno, tant’è che nelle scuole medie, dove per la prima volta si incontrava la materia, c’erano un certo numero di cattedre per lingua: un tot per il francese, un tot per l’inglese, un tot per il tedesco e, a volte, un tot per lo spagnolo.

Quando ci si iscriveva si poteva indicare una preferenza e già allora, complici probabilmente le canzoni e la coca-cola, si tendeva a privilegiare l’inglese; poi però era l’amministrazione scolastica a completare le classi. Lo stesso accadeva nell’insegnamento superiore.

Il punto non è che la conoscenza della lingua straniera non sia importante, ma che ad esserlo è piuttosto il significato che assume la conoscenza linguistica tout court.

Sicuramente, diversamente da oggi, allora conoscere l’italiano era di gran lunga più importante che conoscere la lingua straniera. Il punto fondamentale dello studio non attiene tanto all’appartenenza linguistica, quanto alle possibilità espressive che l’uso del linguaggio consente.

Quali capacità hai di sapere esprimere compiutamente i tuoi pensieri?
E, di converso, quali opportunità ti dai di poter arricchire e trasformare il pensare grazie al discorso interno o esterno?

Una distinzione parecchio dibattuta degli anni ’60 di Noam Chomsky era quella fra competenza e prestazione linguistica. In sostanza, egli evidenziava come l’uso della lingua in quanto comportamento comunicativo si muoveva su un registro diverso dalla conoscenza della stessa in quanto patrimonio culturale personale e sociale.

In seguito, ci fu chi come Hymes arrivò ad affermare che una persona era dotata di competenza comunicativa quando era capace di scegliere “quando parlare, quando tacere, e riguardo a che cosa parlare, a chi, quando, dove, in che modo”. In altri termini, la competenza aveva il governo sulla performance al punto che quest’ultima era uno degli aspetti della competenza stessa.

Potrebbero apparire questioni di lana caprina, ma se volessimo soffermarci proprio su quest’ultima espressione potremmo dire che la distinzione potrebbe essere data fra chi…

  • conosce il significato e l’origine dell’espressione “questione di lana caprina” in modo tale da farne un uso preciso e adeguato
  • chi l’ha sentita usare ma non la padroneggia abbastanza da farne a sua volta uso
  • chi, pur avendola sentita usare, l’ha ignorata aggregandola a quello che pensa di aver compreso del discorso in cui era inserita, perdendone tuttavia la ricchezza di sfumature, sempre ammesso di aver compreso correttamente
  • chi non la conosce e crede di non averla mai sentita usare e si ferma lì e infine…
  • chi non la conosce e pensa che la conoscenza di espressioni più sottili e arricchenti del parlato sia diseconomico in quanto fa perdere di incisività pratica

Ecco quindi che abbiamo una escalation a partire dal primato della competenza fino a quello delle prestazioni che potremmo esprimere in senso cibernetico (Ashby) in una progressiva riduzione delle varietà dalla competenza verso la prestazione, e viceversa nell’altro senso. La riduzione della varietà corrisponde quindi ad una riduzione delle possibilità di interrogativi e quindi di pensiero. Se io elimino la parola “spirito” o “anima”, ad esempio, dicendo che mancando di materialità costituiscono delle dispersività nel discorso che riducono il conseguimento dell’obiettivo non sarò più legittimato a pensare in termini di spiritualità e quindi questo dominio scomparirà presto o tardi dal mio patrimonio culturale. Pensate poi se dovessi, come una certa logica vorrebbe, ridurre via via gli obiettivi riconosciuti per accentuare sempre più la performance… In questo caso diverremmo presto delle macchine soddisfatte in quanto prive di dubbi e di domande, venendo ad assolvere a turno ad uno dei tre stati: acceso, spento o in pausa (idle).

La velocità di lettura è un esempio di quanto la performance possa esigere i propri diritti a scapito delle competenze: il periodo appena concluso non è certo dei più leggeri che si possano leggere, tuttavia non sono pochi i discorsi che non possono essere fatti in modo leggero. Se privilegio la velocità in quanto, ad esempio, “Si scrivono talmente tante cose che non ho tempo per soffermarmi troppo su ognuna di esse. E poi, se passo così tanto tempo a leggere non ne ho abbastanza per fare quello che devo, ovvero cose molto più importanti”, non leggerò mai nulla che non sia veloce e finirò per considerare fondamentali espressioni come “Ho fame”, “Ho sonno”, “Mamma”, “Papà”, ossia regredirei a strutture di pensiero involutive e basilari.

Si cresce in funzione di quanto si arricchisce di varietà il proprio pensiero e il riconoscimento dell’ambiente e dell’esperienza fino a ricondurlo a dei simboli in grado di essere memorizzati e trasportati senza perdere la possibilità di espandere nuovamente la varietà. Al contrario, si involve nel momento in cui si sminuisce la varietà riducendola a componenti minimali.

Proviamo ad esemplificare per il lettore veloce, da ejaculatio praecox mentale.

Ci hanno insegnato a scuola che i colori dell’iride sono sette e che pertanto queste sono le tonalità fondamentali dello spettro cromatico, nell’ordine: rosso, arancione, giallo, verde, blu, indaco, viola. Poi ci hanno detto che dei colori fondamentali, rosso, verde e blu, mischiati fra loro ne producono altri e perfino i proiettori e prima di loro i tubi catodici fino alle stampanti, se la cavano con i tre colori considerati di base o, nell’ultimo caso, i quattro più usati: il nero, il giallo, il ciano e il magenta (molti di noi fanno fatica perfino a ricordare a che tonalità corrispondano gli ultimi due, tanto poco sono utilizzati nel linguaggio).

Potremmo a questo punto domandarci “Perché non limitarci nel descrivere il mondo a questi tre colori primari, magari in percentuale reciproca?”

Ecco le rappresentazioni di colori che il sistema operativo di Apple utilizza per orientare la scelta dell’utente. Con quale vi sentite più a vostro agio. È probabile che i più “pratici” sceglieranno quello a undici toni semplificati, mentre i più “creativi” quello delle matite a descrizione analogica (con nomi come “miele”, “lime”, “liquirizia” o “melanzana”…). Già questa differenza è espressione della predilezione per il pensiero riduttivo o quello arricchente. Ma il punto vero è che sono davvero pochi — e spesso per ragioni squisitamente professionali — quelli che adotteranno una descrizione a percentuali.

Per noi il bianco è un colore e uno solo, ma per gli inuit la neve ha una notevole quantità di tonalità che sono altrettanti colori. Considerando, oltretutto, che per buona parte del tempo proprio i nostri bianchi costituiscono la maggior parte del loro spettro esperienziale risulterà evidente e normale che per loro i bianchi siano un po’ come per noi i nostri rosa, beje, cobalto eccetera. Esistono poi diversi sistemi di colori utilizzati da colorifici e decoratori oppure grafici e pittori che arrivano alle migliaia di tonalità come i 1144 pantoni standard o gli oltre 2000 GOE.

Insomma, comprendiamo la nostra esperienza ed elaboriamo la complessità del nostro pensiero sulla base del patrimonio linguistico di cui siamo capaci.

Non solo l’informatica ci sta costringendo da decenni ad utilizzare un numero di espressioni ridotto e spesso innaturale (privo di correlati con l’esperienza analogica) per andare incontro alla quantità ridotta di espressioni programmabili e quindi soggette ad elaborazione, ma anche l’utilizzo di una lingua che non è quella di cui dovremmo essere maggiormente competenti sta passando in secondo piano il valore della competenza linguistica a favore delle prestazioni, ossia del comportamento linguistico.

Se ci fate caso, durante le call conference in inglese i parlanti fanno parecchio uso di tic linguistici, sonorità vocali ed espressioni stereotipate. Se nell’italiano, ad esempio, si sentono persone (con un certo fastidio spesso noi stessi) che inframezzano i discorsi con “dunque, insomma, in un certo qual modo, uhmmm, direi…”, nei discorsi nelle lingue straniere questi arrivano in molti casi a prevalere sul significato espresso. Lo stesso dicasi poi per l’abuso di astrazioni che non attengono a comportamenti, oggetti o azioni concrete, ma ad ambiti, citazioni, riferimenti considerati impliciti fra l’uditorio sempre senza verifiche pratiche che arrivano ai sempre più frequenti estremi di discorsi fatti solo di cosiddette buzzword e intercalari linguistici fini a se stessi. Se poi dovessimo domandarci di quella che Jakobson chiamava “funzione poetica”, ovvero la ricchezza della parola in rapporto alla praticità si potrebbe dire che

i parlanti umani diventano via via più poveri in funzione di quanto i computer imparano da se stessi, ma anche che la capacità espressiva media si impoverisce in rapporto al numero di lingue adoperate dalla comunità di riferimento

Il mondo si impoverisce in funzione della omologazione dei linguaggi, per questo quando si considera il numero di lingue possedute da una persona, sia essa un candidato o un interlocutore qualsiasi, salvo una non così diffusa capacità personale simile alle doti di “orecchio assoluto” di certi musicisti, bisogna domandarsi se, al di là delle capacità mnemoniche e di calcolo che spesso accompagnano queste propensioni, la loro ricchezza, sensibilità e profondità è equiparabile alle doti di apprendimento performante delle lingue.

Si dice di Georges Dumézil che il suo istinto metalinguistico che lo portava a ritrovare tutti i tratti comuni alle diverse lingue da lui fatti spesso risalire al carattere indo-europeo fosse tale che perfino in ospedale negli ultimi giorni si divertisse a leggere la grammatica albanese come per uno di noi potrebbe essere leggere Topolino.

Per quelli che non sono come lui, invece, soprattutto per i più giovani attirati dalle parole di moda, beh potrebbe essere un modo per guardare al mondo con occhi nuovi riscoprire le parole della nostra lingua e perfino dei dialetti, non tanto nel loro contributo logico, quanto per il valore esperienziale e arricchente dell’esperienza del mondo, ché a ridurlo ai minimi termini c’è sempre tempo. Leggere bei libri con termini a volte perfino arcaici può sempre far bene, ma per i più sbrigativi andare sul sito di Una parola al giorno e abbonarsi alla sua newsletter imponendosi di non perdere nessuna delle parole che vengono suggerite inizierà con l’essere uno studio per finire con il diventare una delizia.

Non aspettare di diventare vecchio per scoprire quello che avresti potuto osservare di questo mondo che cercano di convincerci ad ogni pié sospinto di vedere come monodimensionale quando invece è già qui in tutte le sue dimensioni parallele.

Tra materia e caso

Tra materia e caso

Quello che non vorremmo dal futuro delle nostre progenie è insito nei beni che vorremmo garantire loro: benessere e comodità. Nella forma attuale esistono da poco tempo grazie ad un lungo periodo di pace per i paesi occidentali che ha reso possibile lo sviluppo di una cultura dell’egoismo materiale e del disimpegno nel confort dell’automazione diffusa la cui logica conseguenza è la meccanizzazione delle esistenze.

Le radici del pensiero unico

Oggi molti di coloro che criticano l’utilizzo dei vaccino per sradicare la componente umana delle persone sembrano non rendersi conto di quanto materialistico sia questo stesso pensiero. Non può certo bastare un vaccino per “estirpare” l’anima e pensarla in questo modo rende quelli che vengono tacciati di complottismo ancora più “disumani” di quelli che vanno combattendo. E si badi bene che non ho certamente alcuna stima di questi ultimi, ma semplicemente voglio sottolineare quanto collusiva possa essere la posizione di chi vede solo possibilità dialettiche (A o Non-A, bene o male, bianco o nero; tertium non datur).

La “de-spiritualizzazione” dell’essere umano come istanza sociale è sempre esistita e spesso proprio nel nucleo delle maggiori religioni storiche prima ancora che nella politica e nell’economia.

Ero ancora studente, quarant’anni fa, quando si era già iniziato a fare scomparire lo studio delle radici storiche da molte discipline di studio, prima — e forse più grave — di tutte proprio la medicina. Un medico quarantenne oggi perlopiù arriva a pensare che Ippocrate possa essere uno stregone, un filosofo o un giudice che ha inventato una nuova forma di giuramento ma, se anche dovesse dovesse sapere che può essere considerato uno dei padri della medicina, è ben difficile che ne conosca le ragioni ed è ancor più difficile che, magari arrivando a conoscere il significato del termine “taumaturgo” sappia quali possano essere le sue origini.

E che non si tratti di una questione meramente nozionistica dovrebbe essere lapalissiano a tutti ma invece non è così neppure a molti luminari. La ragione è probabilmente perché dimenticare ci fa sentire liberi dai tanti debiti che abbiamo contratto nei confronti dei milioni di esseri viventi che ci hanno preceduto le cui esistenze si perdono nei millenni dei millenni — e non è un modo di dire.

Naufraghi della storia

Uno dei libri più importanti dei miei studi universitari si intitolava La realtà come costruzione sociale e non essendo né recente, né di moda credo che siano davvero pochi oggi a conoscerlo. A scriverlo furono due sociologi di origini austriache emigrati negli Stati Uniti: Thomas Luckmann e Peter Ludwig Berger, dove il primo era anche filosofo mentre il secondo addirittura teologo. Il lavoro che si ascrive al filone della “Sociologia della Conoscenza” è tutto quanto interessante. Lo è in particolare l’idea costruttivista che quella “realtà” che tutti diamo per scontato essere un dato di fatto, possa essere considerata figlia di una cultura relazionale umana, un mindset trans-generazionale.

Oltre all’idea in sé, ad affascinarmi furono però soprattutto i primi passaggi in cui gli autori ci chiedevano di immaginare che alle nostre origini ci fossero stati dei naufraghi provenienti da territori e culture sconosciute. Approdati in un’isola deserta dopo qualche giorno avrebbero scoperto la necessità di sopravvivere e che per conseguire questo fine avrebbero dovuto spartirsi i compiti definendo delle routine di comportamento basilari. Ben presto azioni semplici si sarebbero raggruppate e poste in relazione l’una con le altre in quelli che oggi chiameremmo dei framework, ossia degli “stampi” combinabili fra loro in modo tale da poter essere esportati, modificati, clonati, insegnati, tramandati.

Tutto questo processo lo si può chiamare Organizzazione ed il nostro Francesco Alberoni avrebbe definito “movimento” questa prima fase della trasformazione sociale. Ad essa si deve anche, sulla scorta di George Alexander Kelly, la capacità previsionale delle persone che vivono in quel gruppo.

A mano a mano che i framework aumentano e soprattutto con il trascorrere delle generazioni, le ragioni che dovettero spingere i padri fondatori ad organizzarsi in determinate maniere finiscono per essere dimenticate: «Si fa così perché si è sempre fatto così e perché non avrebbe senso comportarsi diversamente. Si dà un nome a quegli aggregati di schemi e a quel punto non si interviene più attuando dei comportamenti organizzati, ma imprimendo il potere del nome e della legge che lo accompagna e che va trasmessa alle generazioni seguenti come nome e come regola superiore.

Questo livello indiscusso e indiscutibile si chiama Istituzione e viene considerato di gran lunga superiore all’organizzazione — con la quale nutre comunque un rapporto dialettico competitivo — e quindi ai singoli soggetti e a tutte le persone al cui interno vivono.

Tutta questa faccenda che riguarda in parte l’imbastirsi di quel tessuto che definiamo realtà e che in ultima analisi non riguarda la cosa in sé (che in quanto tale non è autoesplicativa) ma la sua rappresentazione, ovvero il come guardiamo la cosa e come intendiamo le sue relazioni con le altre cose e le azioni e quindi gli altri e, in ultima noi stessi, serve per arrivare a dire che, se già la parzialmente fisiologica perdita di consapevolezza delle nostre origini ci indebolisce, credere che quello con cui abbiamo a che fare in termini di istituzione (religioni, giustizia, politica, accademia…) detenga elementi di verità per il semplice fatto di non poter essere messo in discussione risulterà essere assolutamente distruttivo per la civiltà e per la nostra cultura umana attuale. Inoltre, l’attuale globalizzazione delle politiche e dell’economia rende ulteriormente impraticabile il dibattito e quindi anche l’organizzazione, quella che si diedero i nostri “naufraghi” primigeni e che non dovremmo mai smettere di rinnovare, i comportamenti personali e sociali e, in definitiva le azioni. E chi non può agire diventa per questo im-potente (cosa che si sta verificando anche a livello genetico) e quindi evolutivamente recessivo.

Dall’immagazzinamento all’intelligenza artificiale

Sappiamo che alle origini l’essere umano era fondamentalmente nomade: si tratteneva in un luogo il tanto che bastava per consumare o trattare gli alimenti per poi cercare nuovi territori di approvvigionamento.

Poi imparò ad allevare il bestiame e a lavorare la terra e questo fece sì che potesse stabilirsi nelle regioni in cui poteva vivere meglio, sia per condizioni ambientali favorevoli, sia per un rischio più ridotto di aggressioni umane, animali o fisiologiche. Questo gli permise di accumulare le riserve alimentari e le risorse di parentela. Perse in questo modo la sensibilità al presente, al qui e ora, e cominciò a pianificare il suo futuro forte di un passato che legittimava la sua esistenza in termini di identità: “Lei non sa chi sono Io!”

Anche il linguaggio si consolidò attorno a questa presunzione di appartenenza e il sapere, correttamente definito da Aldo Gargani come “una paura che si è data un metodo”, aveva a che fare, sì con la presunzione di identità, ma anche con l’anticipazione di rischi e vantaggi.

L’insegnamento, la scrittura, la stampa e quindi l’informazione e la conoscenza testuale, i libri, i media radiofonici, televisivi, informatici e così via nascono da questa condizione; ma anche la salute, la legge e altri aspetti fondamentali della nostra esistenza hanno luogo una volta abbandonata la condizione precaria di cacciatore nomade. E se tutto questo ha migliorato le condizioni di vita permettendo lo sviluppo di valori e saperi, dall’altro ha reso più ambizioso e “letteralmente presuntuoso” il proprio status materiale.

Oltre allo sviluppo di valori di materialismo, proprio il ripetersi di azioni e comportamenti tipico di una società basata sulle istituzioni, quei cliché indiscussi e indiscutibili di cui abbiamo parlato, ha spostato il lavoro sul piano procedurale spingendoci ad automatizzare i comportamenti utili, dalla produzione, all’amministrazione, dalla didattica all’informazione, dalla salute agli eserciti e così via.

Materialismo e soprattutto automazione stanno da sempre, e in questi tempi di machine learning e deep learning — ovvero di delega alle macchine dell’istruzione che impartiscono a se stesse — ancor di più, escludendo dai nostri fini l’esplorazione e la ricerca: in una parola, lo stupore. Per stupirsi il bambino deve totalizzare l’osservazione e la percezione; è indispensabile una certa ingenuità come valore, guardare ai fenomeni per come appaiono e non per la spiegazione preventiva che viene data al loro proposito.

Per fare un esempio, spesso si dà colpa ai computer di cose come la perdita del lavoro o della conoscenza, ma è sbagliato. Intanto perché si dimentica che il computer non fa altro che rendere più veloci e complesse delle attività procedurali che già esistevano precedentemente (guardare l’inizio del film Brazil per capire di che cosa sto parlando). Poi perché non si comprende che nella scienza dei computer esistono due approcci: da un lato c’è quello dell’automazione ben perseguito da tecnici elettronici come Von Neumann che hanno le loro origini culturali in Francis Bacon e nei primi macchinari digitali come quelli tessili; dall’altro c’è quello cibernetico che parte da pensatori come Wiener e  Vannevar Bush e Ted Nelson ma soprattutto da Douglas Engelbart. Quest’ultimo fu padre dell’idea di un’informatica come “augmentation” delle capacità umane direttamente antitetica alla loro contrazione a procedure ripetitive e quindi all’asservimento al potere procedurale dell’automazione(1).

La globalizzazione ha esasperato questi aspetti istituzionali della cultura umana considerando fondamentali i valori materiali e lo sviluppo dell’automazione. Tuttavia, se la cultura del cacciatore ad un certo punto ha finito per indurre a cacciare se stessi una volta esauriti gli animali, sviluppando l’arte del conflitto e della guerra, la ripetitività, la riproducibilità riduttiva e riduzionistica dell’allevatore sta sempre più generando allevamenti umani e perfino stabulari sociali.

Nella notte dei tempi la trasmissione degli insegnamenti avveniva probabilmente per emulazione dei comportamenti, per vicinanza, prossimità, osservazione, imitazione; poi i saggi o i maestri presero ad usare la parola per veicolare gli insegnamenti, la parola e la vicinanza, sempre l’osservazione. Gli esempi da imitare e i sapienti da ascoltare e seguire avevano però il difetto di essere a scadenza e quasi mai i loro allievi potevano dirsi fedeli eredi di quei saperi: a mano a mano che le generazioni si susseguivano l’insegnamento si annacquava e si avrebbe desiderato che fosse conservato e tramandato “come se” si avesse davanti l’autore originario. Fu la volta degli scribi che trasmisero qualcosa di quanto potevano (e per quanto venivano pagati). Anche i loro scritti faticarono parecchio per arrivare fino a noi ed è noto il caso dell’incendio dell’antica Biblioteca di Alessandria d’Egitto che vide scomparire la memoria di secoli di conoscenze. Alcuni monaci amanuensi nel medioevo cercarono di recuperare alcuni tesori che altrimenti sarebbero stati destinati all’oblio. Anche loro fecero quello che potevano, considerato tra l’altro che il loro lavoro non poteva essere applicato agli autori considerati pagani. Papiri e carte scritte a mano erano beni molto preziosi, ma non avrebbero potuto arrivare a tutti. Questo fu possibile con l’invenzione della stampa a caratteri mobili che diede forma al libro come lo conosciamo oggi. Insetti, batteri, guerre, tuttavia, non risparmiarono nemmeno questi. Il alcuni casi furono i microfilm a salvare molti libri e poi l’acquisizione tramite scanner. Tutto ciò comportava molto lavoro e si sa che la cultura paga poco. Quello che avvenne con il libro fu il moltiplicarsi del materiale e degli autori; molti di quelli celebri non li possiamo assolutamente considerare fondamentali e spesso si è trattato di lavori sprecati. Con il self publishing, i blog, i podcast, gli audiolibri i contenuti hanno preso a superare grandemente la capacità di seguire da parte dei lettori e i testi hanno spesso perso di valore proprio in considerazione di un’inflazione scarsamente curata, sostenuta, spiegata, selezionata, curata. Nelle case le biblioteche spesso imponenti che facevano l’orgoglio dei loro possessori oggi vengono mandate al macero e, mentre resistono un’infinità di inutili romanzi di intrattenimento più o meno di massa, altrettanto non si può dire dei saggi, dei testi teorici, di molte opere di spiritualità e di testimonianze di valore storico. Questi libri non interessano più a nessuno e difficilmente superano i pochi anni nei magazzini di editori e distributori; men che meno nelle case.

«Che cosa vuoi tenere tutta questa carta ingombrante quando ormai tutto è digitale», dicono i giovani e molti dei meno giovani che poi però chiedono di leggere qualcosa che non troveranno più e che presto scomparirà assieme alla memoria di chi l’aveva letto. L’inflazione dei libri porterà molti a convergere sui titoli graditi alla massa e si comincerà a dire: «Che cosa vai cercando in giro quando tutto è scritto in questi libri qui?». Quando la carta sarà quasi tutta sparita un giorno potranno andare in crash i server sparsi in tutto il mondo e con essi scomparirà gran parte dei lavori, soprattutto quelli che hanno avuto meno successo e si penserà «Poco male, ci sono quelli che bastano e poi c’è la televisione che ci dice tutto: quello che accade e quello che dovremmo sapere di quanto è accaduto». Come animali da allevamento avremo perso la capacità di scegliere la libertà di volere, presi solo da un’ebete convincimento di confort e salute. Non c’è bisogno di andare troppo lontano, vero? I casi sono spesso già davanti ai nostri occhi, ma molti non se ne accorgono perché è subentrato il meccanismo di fiducia nell’istituzione. Come abbiamo visto prima:

Le forme istituzionali sono il consolidamento di abitudini non più soggette a messa in discussione all’interno delle personali zone di comfort

Proprio come i naufraghi, tutta la nostra capacità innovativa ci avrà condotto ad una grande omologazione basata sulla fede, sulla fiducia in una chiesa o in un’università, in un cardinale o in un professore, complessivamente in uno status quo.

Un, due e tre

Se tutto fosse così uniformato le cose forse sarebbero troppo semplici e presto ci si troverebbe a tappare buchi imprevisti. Quello che salva la manovra di uniformazione è proprio la dialettica, la polarizzazione delle opinioni che tiene impegnata la massa nell’illusione di un’alternativa che spesso nasconde degli impliciti determinanti.

Facciamo l’esempio della grande discussione in atto attualmente a proposito dei vaccini nel cui merito non intendo assolutamente entrare. Il mondo è diviso fra quanti sono per la vaccinazione, per convinzione o semplicemente per quieto vivere e quelli che a questa si oppongono (e qui non entro nel merito del Green Pass che è altra cosa, ma spesso artatamente omologata al cosiddetto “vax” e “no-vax”). Viene fomentata una tifoseria analoga a quella delle squadre di calcio fino a portarla ad un vero e proprio odio reciproco: si ucciderebbero o ballerebbero sulle tombe degli altri e tutto ciò in nome — pensa un po’ — della salute. Quando i miei colleghi psicologi e psicoterapeuti il più delle volte facevano eco alle testate di moda che avevano inaugurato la contrapposizione vaccinale facendo la guerra alle medicine alternative, in particolar modo alle cure omeopatiche, non si rendevano conto che presto lo stesso discredito sarebbe sarebbe stato diretto anche alle psicoterapie, colpevoli di fare spendere inutilmente troppi soldi ai clienti procrastinando all’infinito il disagio, quando con qualche pastiglia passa tutto e tutto torna normale. Siamo felici grazie alla materia. Siamo in salute con gli elementi inanimati. Presto — non ascoltare i negazionisti che tendono a sminuire l’argomentazione accusandola di un complottismo che dalla percora Dolly a oggi ci ha visti ricrederci frequentemente — presto, dicevo, avremo delle cure genetiche che modificheranno emozioni e comportamenti per renderci tutti normalmente omologati e salutarmente felici. Avremo il nostro posto nel “Nido del cuculo” e ci combatteremo fra fazioni e tifoserie per conservarlo, proprio come nella bicicletta si è costretti a pedalare se non si vuole cadere.

In questa guerra non ci si rende conto di quanto la salute diventi in entrambe le posizioni, invece che una condizione per vivere, un mezzo per evolvere, il fine stesso della battaglia.

Tutta la storia del pensiero è perseguitata da una falsa alternativa che contrappone unicismo e dualismo, un Dio che contiene tutto oppure un Bene che contrasta il Male e viceversa.

La medaglia ha solo testa oppure croce. È lapalissiano, no? Nessuno nota il taglio fra i due lati, la materia di cui è fatta, il dito che la lancia per aria. I prestigiatori su questa inclinazione al pensiero stereotipato contano per distrarre dai loro trucchi che si basano su questo.

Non si può respirare continuando ad inspirare all’infinito per ingordigia d’aria: prima o poi ci si deve fermare a costo di soffocare. Così, non si può espirare in eterno per espellere tutte le tossine e i malanni che abbiamo in corpo perché così si soffocherebbe, tossine comprese.

La risposta non può essere insita in un monoteistico “Uno”, ma nemmeno in un manicheistico “Due”: come inspirazione ed espirazione, l’uno non può esistere senza l’altro ma non possono agire insieme. Occorre il terzo che è tutt’altro che “non dato”. Occorre il “Tre” è rappresentato dal ritmo che guida l’alternarsi delle correnti fisiologiche, il roteare della testa. È il tre non chiude il sistema ma piuttosto lo apre alla molteplicità. Nella guerra tra sostantivo ed attributo vince il verbo, vince l’azione. L’azione crea mondi, crea realtà organizza, media il dibattito, ci permette di cantare e soprattutto di ballare e in tutto ciò il corpo è un mezzo importante per permettere alle anime di incontrarsi e di roteare negli spazi fisici e soprattutto in quelli dell’immaginario.

La vita è molto più ricca delle nostre capacità di attenzione e dei soliti canali. Occorre spegnere tutto quello che si può, fare silenzio e osservare, osservarsi, in salute o in malattia, seguire la trama della propria esperienza nel mondo. Occorre spegnere lo smartphone, fermare l’auto e osservare il colore screziato delle foglie autunnali, le caduche verde tenuo foglie bilobate del gingko e le cremisi acceso dell’acero giapponese; respirare l’aria dal ponte; guardare gli uccelli appollaiati sui tronchi arenati sul fiume. La poesia scorre nei nostri cuori e dobbiamo farla nostra e contaminarla. Contagiare il valore dell’esperienza come dono che porteremo con noi in questa cosa che non sappiamo bene che cos’è, ma che se il tuo cuore non è definitivamente spento dalle amarezze e dai condizionamenti negativi, al solo pronunciare il suo nome si riscalderà di speranza e si aprirà all’infinito.

Prova a dirla ora, sussurrala, e se riesci amala, amati:

«Anima»


Note

(1) La carriera di Engelbart è stata ispirata nel dicembre 1950, quando era fidanzato e si rese conto di non avere obiettivi di carriera diversi da “un lavoro stabile, sposarsi e vivere felici e contenti”. Per diversi mesi ha ragionato che:

  • avrebbe concentrato la sua carriera nel rendere il mondo un posto migliore
  • qualsiasi sforzo serio per rendere il mondo migliore richiederebbe un qualche tipo di sforzo organizzato che sfruttasse l’intelletto umano collettivo di tutte le persone per contribuire a soluzioni efficaci.
  • se potessi migliorare drasticamente il modo in cui lo facciamo, aumenteresti ogni sforzo del pianeta per risolvere problemi importanti: prima è, meglio è
  • i computer potrebbero essere il veicolo per migliorare drasticamente questa capacità.
    da Tia O’Brien (9 febbraio 1999). “L’eredità duratura di Douglas Engelbart”Notizie di San Jose Mercurydall’originale il 7 luglio 2013. Estratto il 4 luglio 2013.

Le Annotazioni da cui sono partito per scrivere (alcune cose ci sono altre no)

Negare la storia; rimuovere il libro e poi il digitale perché automatico; la nascita dell’istituzione e la perdita della consapevolezza; la storia da manipolata a rimossa; l’assoluto presente non è la presenza; materialismo e Automazione. Relatività assoluta ridotta a conflitto. Rifondazione deistituzionalizzata dal singolo (evento, soggetto…) spirituale, bilanciato, Transpersonale. Il sacro civile. Il timore del virus materialistico è materialistico; caccia all’omeopatia, psicoterapia vs. farmaco-droga; religione; da libertà di idee a nemici; inquisizione

Mentorship osmotica

Mentorship osmotica

La Digital Transformation ha insegnato a tutti il cosiddetto Reverse Mentoring, ovvero il fatto che sia un giovane ad insegnare ad un passatista vetero-dipendente. La cosa potrebbe essere simpatica non fosse che dà per implicito il nesso fra età e competenze. Probabilmente un giovane è più à la page di quello che è in età pensionabile e quindi sa meglio quali sono i tool social più usati e le keywords più diffuse e sicuramente ha il pollice più roteante ed aduso alla tastiera dello smartphone, ma non è detto che sia più preparato sulle basi di chi quegli strumenti ha visto nascere ed evolvere anche dal punto di vista economico, sociale e gestionale. Il mondo è bello perché è vario e scorciatoie e stereotipi non aiutano affatto: da un lato combattiamo la diversity e facciamo proclami per l’inclusione dall’altro riduciamo questi programmi a stereotipi sociobiologici per aggregazioni di massa. Chi scrive nei test aziendali è risultato ai massimi livelli delle scale digital nonostante gli manchino 3 o 4 anni alla pensione e abbia delle basi umanistiche piuttosto che tecniche e men che meno informatiche.

Come ho avuto modo di suggerire qualche articolo fa, la mentorship andrebbe riconsiderata in chiave maieutica anche per recuperare storia ed evoluzione delle attività e delle competenze. Questo significa che, oltre ad attribuire un significato diverso al termine che altrimenti si sovrappone al compito del tutor nel praticantato (poco importa se di basso o di alto livello dal momento che il lavoro di questi tempi sta cambiando profondamente i propri connotati), sarebbe utile estendere il concetto di Reverse Mentoring al rapporto con i dipendenti di più lunga navigazione. Reverse non tanto per il fatto di essere i destinatari del mentoring ma per il fatto di procedere attraverso le domande alla formazione e all’addestramento del giovane, o meglio, al processo di knowledge sharing per vasi comunicanti o per osmosi e osmosi inversa.

Non mi dilungherò su questa idea anche perché ho davvero poca fiducia nel fatto che chi si occupa di queste cose faccia qualcosa di diverso dall’eseguire gli standard di moda imposti dalle società di consulenza tramite i board. Preferisco piuttosto accennare ad un atteggiamento utile laddove si valuti di usare un interscambio di esperienze con il personale di età avanzata

Purtroppo tanti colleghi più o meno coetanei hanno un pregiudizio non minore di quello di tanti giovani ambiziosi, ovvero quello che il mondo non è più quello di una volta e che loro sì che sapevano come si lavorava, magari anche con rimembranze di mentori mitici dei tempi che furono. Non tutti i senior aziendali sono arruolabili in questo ruolo di mentore. Occorre che siano in grado di ridimensionare la propria esperienza senza difendere con una certa superiorità vintage il contropiede a cui i tempi nuovi, belli o brutti che siano, assoggettano chi si sente tradito nelle promesse truffaldine della vita.

Come non sono molti i senior in grado di partecipare all’attività di mentorship osmotica, nello stesso modo non tutti gli junior hanno le caratteristiche necessarie per riconoscere una relazione maieutica. Molto meglio assistere allo “spettacolo” una mentorship ben condotta fra colleghi sensibili e preparati che generare programmi a tappeto con la sola conseguenza di perdere tempo e denaro banalizzando al contempo il metodo. Meglio ancora sarebbe organizzare delle comunità di pratica strutturate in maniera sistemica.

Siamo stanchi di formazione in elearning standardizzata che dovrebbe condurci a lavorare tutti nello stesso modo con le stesse cose. Questo modo di imparare, non solo è una perdita di tempo, ma finisce per far svanire il solo valore delle imprese dove risiede il proprio vantaggio competitivo: le conoscenze che appartengono alla cultura aziendale, alla storia delle persone e alla propria originalità. Se lavori per Spotify non lavori in Apple Music e non è l’economia dello streaming a rendere l’una più originale o competitiva dell’altra, è l’ecosistema e la cultura che le persone condividono perché appartengono alla stessa e originale società.

Quali community of practice occorre pensare e progettare per un progetto di mentorship che generi conoscenze competitive? Un laboratorio di ricerca azione dove il contributo del senior esattamente come quello dello junior non debba andare assorbito in modo meccanicistico lineare: stimolo risposta, top down, causa effetto… Occorre che le esperienze pregresse vengano digerite dai giovani talenti al fine di produrre stimoli e idee nuove e inedite rispetto a quanto imparato nel percorso scolastico. Questo perché le esperienze passate non hanno nulla da dire se applicate in modo coatto ad una realtà differente come quella di oggi, esattamente come la credenza nel valore assoluto del mondo attuale ci rende solo uno uguale all’altro, dei cloni omologati facilmente sostituibili e privi della capacità di competere generando prodotti, qualità e stili differenzianti.

Nello stesso modo, l’esperienza dello junior può catalizzare il portato storico del senior in grado di tradurre i codici delle età per inventare ancora, ricrearsi e ricreare, rigenerarsi e rigenerare, non assorbendo banalmente i nuovi modus operandi, ma usandoli come grimaldelli o piedi di porco per rendere ancora riutilizzabile e perfino innovativa l’esperienza acquisita in passato che non troverebbe altrimenti spazio nelle mode attuali.

L’età non deve più essere considerata un elemento gerarchico e neppure una distinzione meritocratica: il merito sta nel saperla gestire come una risorsa, qualunque essa sia. Qui non solo le aree del personale e organizzazione devono fare un esame di coscienza e pesare davvero meglio le proprie priorità

Scrivere

Scrivere

Scrivere è una maledizione, una dipendenza, qualcosa che ti risucchia il tempo e le energie e anche quando cammini ti monopolizza i pensieri, ma può essere anche una missione che ha valore al di là dei suoi esiti.

Il piccolo scrivano fiorentino del libro Cuore

Non sono “Io”, ma neppure l’uomo a dover essere salvato dagli eventi del Re del Mondo, ma la missione affidata all’archetipo umano

L’eternità che passa dalla carta al silicio

Conobbi Vera Chiesa in un periodo della vita in cui avevo seri problemi di salute. Lei usava la planchette come strumento per mantenere la trance più che per leggere le parole che potevano uscire. La utilizzava per parlare con la sua guida ed era quest’ultima a rivolgersi a me. Fra le tante cose che uscivano e che finivano in una cassetta che a suo tempo consumai anche se ora non so più ritrovarla, una mi è ritornata in mente ora, a più di trent’anni da quegli incontri. Ad un certo punto la guida mi disse che fra i miei compiti ci sarebbe stato quello di scrivere.

Feci allora alcune ipotesi: scrivere in riviste, libri… di psicologia, di management, di filosofia…? Mi venne risposto che era tutto e niente di tutto ciò e che il futuro mi avrebbe fatto comprendere quello che sarebbe stato. Allora non usavo ancora i computer che per lo più giravano soprattutto in MS DOS (salvo i più fortunati che potevano permettersi un già allora costosissimo Mac) e per vedere Internet ci sarebbero voluti ancora sette anni mentre per cominciare a poterla usare per pubblicare e vedere le prime piattaforme di blog diffuse ne occorsero circa dieci. Come avrebbe potuto raccontarmi come avrei dedicato il mio tempo di piccolo scrivano fiorentino nella rete?

Per tanti anni mi aspettavo dei riscontri concreti da quello che facevo. Che cosa stupida e inutile! Se vuoi scrivere per guadagnare non devi pensare a quello che vuoi dire – come io stesso facevo – ma a quello che vuole leggere la maggioranza – che è quasi sempre qualcosa che non avrei mai voluto dire o scrivere.

Negli anni avrei sempre desiderato scrivere dei libri anche per la bellezza simile ad un piccolo parto dell’esperienza dell’uscita del tuo libro. Ciò accadde prima con un lavoro a tre mani che quando nel 96 venne scritto con Vittorio Pasteris e Salvatore Romagnolo, sotto l’egida editoriale di Massimo Esposti cui si dovette la pubblicazione per i tipi dell’Apogeo di Ivo Quartiroli, ai più apparve incomprensibile e uscì di catalogo proprio quando qualcuno avrebbe cominciato a trarne utilità; ad esso seguirono diversi ebook e self publishing fra i quali mi è particolarmente caro quello scritto con l’amico Antonello Musso, Interferenze, figlio di una precedente attività editoriale su web e come rivista.

Ciononostante è quello che in questi venticinque anni ho lanciato nella rete come un messaggio in bottiglia affidato ai flutti dell’oceano il grosso del mio lavoro; qualcosa che se stampato probabilmente avrebbe potuto impegnare il corrispettivo in volumi di un’enciclopedia e che solo oggi ho cercato di raccogliere almeno in parte in questo sito.

Come poteva la guida di Vera descrivere al giovane psicologo di allora quello che sarebbe stato? La possibilità di affidare ad uno strumento tecnologico perfino un percorso esoterico, cosa che allora poteva apparire dissacratoria? Il passare da un tema all’altro con la massima indifferenza fino a fregarsene di argomenti, temi, competenze, lettore e, in ultima analisi, lo scrittore stesso?

Se devo impegnarmi ad affidare a dei volumi tutto ciò non avrei più tempo per scrivere e per me questo tempo che sottraggo già al mio vivere è troppo più importante per regalarlo al compiacimento editoriale. Inoltre, di questi tempi i libri non durano: dopo qualche anno tutti se ne liberano a partire dagli editori stessi. Così capita che risulti introvabile un lavoro che aveva precorso i tempi e che sarebbe stato utile solo negli anni in cui si sarebbe reso irreperibile. Oggi capita che vengano riscoperti dei testi scritti più di vent’anni fa solo perché sono ancora in rete: se li avessi messi su carta oggi sarebbero diventati sacchetti per la spesa riciclati numerose volte – non che per questo non sarebbero perfino più utili 🙂 .

Autore come testimone

Albert Camus

Fui posto tra la miseria ed il sole, ad uguale distanza. La miseria m’impedì di credere che tutto è bene sotto il sole e nella storia; il sole mi insegnò che la storia non è tutto (…) La nostra sola giustificazione, se ne abbiamo una, è di parlare in nome di tutti coloro che non possono farlo.

Albert Camus

Con il passare degli anni mi sono reso conto che il mio scrivere è diventato sempre più simile a quello che allora faceva Vera: un altro modo di essere medium. Nella noosfera che immagino costituita di entità spirituali simili al mondo delle idee platonico viaggiano pensieri i più disparati. Alcuni sono troppo elevati, altri troppo infimi; alcuni attengono ad un periodo temporale, altri ad un altro e l’arte sta ad intercettare quelli che si incastrano a quello che stiamo attraversando magari traducendone alcuni del futuro o adattandone alcuni del passato; alcuni sono politici, altri intimi, alcuni artistici, altri concettuali e così via. Essere antenna e decoder di questi campi morfici è una vera missione impegnativa che richiede di essere il più possibile scevri dall’egoismo e di essere soprattutto soltanto dei testimoni. Quello che scrivi non opera soltanto in una direzione rivolta alla terra e al presente a partire da un altrove, dal tra, ma anche in senso opposto, quello dell’essere testimone del presente e sensore di percezioni che, elaborate nel modo migliore, vanno ad alimentare la dimensione dei Pensieri.

Oh, quanto sono consapevole che la maggior parte della persone che legge parole come le ultime che ho scritto pensa di trovarsi di fronte ad una persona fuori di testa o ad un epigono della new age più grossolana, eppure quello che sto testimoniando è il livello più puro e onesto delle riflessioni condotte in tutti questi anni e mi viene da dire che proprio l’oscurità animica che circonda questi tempi consente uno spostamento delle riflessioni che in tempi remoti in cui l’io individuale era più libero e posto al centro dell’esistenza delle persone non sarebbe stato possibile, non tanto fare, quanto percepire. È nel regno del male imperante prima di tutto nelle masse che emergono come dal letame più puzzolente i fiori più belli che peraltro vanno lasciati lì, nel letame, perché nel vaso in casa sfiorirebbero subito proprio come i pensieri prigionieri delle mura dell’ego e dell’appartenenza, ma soprattutto perché altrimenti ne sarebbe sbocciato uno e uno soltanto invece di avere la possibilità di riprodursi fino a trasformare la letamaia in un bellissimo giardino.

La stessa situazione che si viene a creare quando si ha il compito di testimoniare della propria epoca come avveniva con gli annali da quelli celebri nell’antichità come nei casi di Tacito o di Quinto Ennio fino a quelli più recenti anche se con altri nomi, come gli Actuelles di Albert Camus o i Cahier da Paul Valery a Simone Weil, Cioran e così via, la posso osservare nel trasformarsi della mia scrittura nel corso degli anni.

Ho cominciato a prendere l’abitudine di tenere incostanti diari dall’età delle elementari e sto proseguendo più che mai in questa mia improbabile terza età. Sono consapevole che spesso quanto vado a scrivere (o registrare come nel caso del periodo dei podcast) oggi viene reputato “pensieri di un vecchio” eppure li considero una testimonianza di una determinata età in un periodo temporale che non avrebbe senso essere se la si dovesse usare come fonte di soddisfazione per i tempi a venire, perché a venire c’è solo la fine della parabola personale. Essere compreso dai tuoi contemporanei non è mai un obiettivo, ma sicuramente è da scriteriati pretenderlo dopo una certa età. Tuttavia, quella successiva ai cinquanta e soprattutto ai sessant’anni è una delle più ricche fra le età soltanto a saperla vivere in sé senza guardare né avanti né indietro. Puoi avere la fortuna di scrutare a fondo fra panorami misteriosi che rimangono tali solo perché è proprio da anziano che capisci come non ci sia niente da capire, come ricercare un significato unico – come molti coetanei si arrogano la capacità di fare dall’alto della loro vetustità – è sbagliato. Ogni scenario è ragione di interpretazione e variazione e interpretare non è sapere ma inventare. Creare. Un lavoro da artisti e non da scienziati. Quando fai un osservazione e i giovani (ma anche i coetanei) non l’hanno neppure sentita o dicono di averla sentita ma in seguito diranno che non l’avevi mai detta, sei stupido se ti offendi o se anche solo pretendi un merito per questo. Un’osservazione, una constatazione, un pensiero anche quando non viene apparentemente colto da nessuno è un pensiero che viene raccolto dalla noosfera e ha senso che venga fatto.

Per queste ragioni continuo a scrivere anche se quando sarò trapassato questo sito non verrà più rinnovato da nessuno e queste parole svaniranno nel nulla del mondo Ciononostante, dal momento che vengono recitate nella mente e poi condensate nella parola scritta con amore e autenticità prenderanno il largo come messaggi nella bottiglia affidati ad un oceano troppo grande per essere pensato perfino dagli arcangeli e questa dimensione è una ragione così bella e ricca che di colpo questa esistenza futile si trasforma in un firmamento solo perché qualcuno ha potuto diventare consapevole della sola sua esistenza.

Considerazioni sull’erogazione dell’apprendimento e sul mentorship

Considerazioni sull’erogazione dell’apprendimento e sul mentorship

Fonte WalkeMe

L’immagine qui sopra racconta con una simpatica curva qualcosa che i formatori di un tempo conoscevano bene anche se poi lo praticavano poco o nulla perché affatto o scarsamente retribuito.

La curva racconta come sia facile osservare un certo apprendimento alquanto rapido durante un’attività formativa (chiaramente qui andrebbero distinte anche le forme di apprendimento – corso di pedagogia attiva, didattica passiva, lettura di manuali, e-learning ecc…), ma anche quanto ancor più rapida risulti la perdita di tale apprendimento nel giro di poche ore/giorni qualora non venga (come praticamente sempre avviene) fatto seguire da un lungo periodo di re-train (e questo può essere on the job, di social training di community of practice, di learning by teaching ecc…).

Naturalmente il processo si ripete, non soltanto ad ogni nuovo bisogno, ma anche ad ogni cambiamento organizzativo, andando a profilare una dinamica di longlife education (anche qui dovremmo prendere in considerazione i sistemi in cui questo avviene, considerando l’attività scolare, la partecipazione ad associazioni o gruppi di studio, passaggi di posizioni o trasferimenti di società ecc…).

Naturalmente non si può pensare ad accendere contratti di formazione longlife ad agenzie esterne, ma si possono studiare tutti gli strumenti potenzialmente disponibili in azienda sposando quelli diacronici, come libri o cataloghi di corsi preconfezionati su piattaforma, con quelli sincronici o di rapporto diretto. Da quest’ultimo punto di vista c’è in quasi tutte le aziende una scarsa propensione ad utilizzare il personale con esperienza di lungo corso che spesso lavora discosto dai processi in voga ma che potrebbe notevolmente contribuire a fornire un sostegno metodologico a chi sta apprendendo.

Questo approccio viene da qualche decennio definito mentorship essendo collegato in una linea che evolverebbe dal counseling per arrivare lì dopo essere passata per il coaching. Non deve stupire se, a fronte di un florilegio di corsi disponibili su piattaforme on line, la domanda di partecipazione rimane particolarmente scarsa. Dobbiamo innanzitutto ricordare la storia zen di quel professore che molestava di domande disciplinari il maestro zen della scuola del tè e quando quest’ultimo continuava a versare nella tazza fino a farla traboccare, stizzito, non potè non farlo notare; al che il maestro rispose: «Come questa tazza, tu sei ricolmo delle tue opinioni e congetture. Come posso spiegarti lo Zen, se prima non vuoti la tua tazza?».

Nessuna preparazione ha ragione di esistere se prima non nasce un bisogno e il più delle volte le persone imparano quando insegnano a qualcun altro. Chi possiede una conoscenza o una competenza non può insegnarla a chi non ne senta il bisogno, soprattutto quando questo possibile bisogno si attesta alla superficie di termini e modus operandi dell’ultima moda sotto un profilo nominale ma spesso molto più vecchi di quelli appena abbandonati ad essere in grado di tradurli con una conoscenza storica profonda e ragionata.

Questa può essere posseduta da colleghi con pratica di studio aperta all’esterno dello stretto ambito del compito gestionale e comunque che abbiano praticato abbastanza a lungo un mestiere aziendale. Spesso queste figure si trovano a dare meno proprio a causa dello scarto linguistico e di coinvolgimento evolutivo. Spesso hanno un difetto nell’approccio all’apprendista, quello di dire loro “come si fa”. Paradossalmente, quando andiamo a cercare in rete il significato di mentorship si trova proprio questa spiegazione: “Una persona di lunga esperienza che insegna a quella con meno esperienza il come si fa”.

https://youtu.be/76eYsm7EcME
“Il padre insegnò loro che c’erano solo due modi per fare ogni cosa «Il mio modo e il modo giusto. E sono entrambi lo stesso modo»”

È normale che l’esperienza non finisca bene essendoci comunque uno scarto fra linguaggi, pratiche e punti di riferimento, ma anche perché il primo finirà per vedere nell’altro un bamboccione e l’altro nel primo un rimbambito.Molto più del coaching, proprio il mentoring dovrebbe essere una pratica di tipo maieutico. Questo significa che la persona con maggiore esperienza, il mentore, dovrebbe interrogare l’allievo e questo dovrebbe insegnare perché, come si diceva prima, si impara insegnando, soprattutto quando quello che apprende ne capisce spesso di più di quello che insegna.

Certo, questa modalità non può essere applicata dal giorno alla notte: occorre intanto una selezione e una formazione del mentore e poi una successiva riselezione. Ma soprattutto occorre una robusta struttura di sostegno di ampia portata dell’intera operazione.Il problema è che gli amministratori e i manager delle aziende sono refrattari a porsi di questi problemi e preferiscono versare oboli faraonici ad aziende di consulenza che li riempiono di corsi come se piovesse; corsi che non verranno mai seguiti perché la gente in azienda deve lavorare e non può considerare il fare dei corsi come l’oggetto del lavoro, specie se il risultato è – e non può essere diversamente – quello della curva su indicata. Allora si prova a dire che li devono fare nel tempo libero in vista di una carriera che spesso non è neppure più desiderata o desiderabile, diversamente dal tempo da dedicare alla famiglia, alla salute, ad un po’ di divertimento e di relax, tutte cose senza le quali non ha senso lavorare, guadagnare, fare carriera.

Disclaimer: Questi contenuti sono consigliati solo le imprese e i manager adulti (in grado cioè di intendere le cose nella loro giusta dimensione e non per opportunismo replicante)

Il cuore del sole è nero

Il cuore del sole è nero

Immagine di una machia solare a forma di cuore

Immaginiamo l’inferno come l’Ade degli antichi, un luogo freddo e profondo da cui non è più possibile uscire e dove magari le anime dannate bruciano per l’eternità.

Anche l’angoscia, la malinconia o la depressione sono connotate dalla metafora della discesa (“Mi sento giù. Non so se riuscirò mai a risalire…).

Il racconto forse il più angosciante e soprannaturale di Edgar Allan Poe è probabilmente “La discesa nel Maelström” che ritroveremo in Verne, Melville e perfino Pessoa assieme a tanti altri.

Da mia nonna c’erano delle canaline irrigue di cemento che correvano accanto a orti e campi con degli sportelli verticali che permettevano di bagnare abbondantemente la terra. Quando il loro percorso doveva lasciare spazio ad una strada, un edificio o una qualsiasi delle opere civili, quest’acqua a cui noi bambini si abbandonavano barchette di carta o legnetti cui poi si correva dietro per vederli sparire e riapparire piombava in un grande e profondo cilindro di cemento dal quale i genitori ci guardavano dall’avvicinarsi pena il rischio di morire annegati.

Quest’acqua però non finiva in fondo alla terra, ma semplicemente faceva un tratto sotterraneo per poi riemergere come un blob tondeggiante di gorghi in un cilindro (ancor più pericoloso per i bimbi con la minaccia di venire risucchiati dai vortici) poco più in là.

Era come se l’acqua della canalina dovesse fermarsi sprofondata in fondo alla terra una volta che cadeva nel primo pozzo. Non avevamo ancora studiato i vasi comunicanti, ma si poteva ragionevolmente risultare convinti che quella che più in là sarebbe uscita non era più la stessa acqua moritura, ma bensì una fonte nuova. Nei nostri piccoli esperimenti di bambini, tuttavia, quel legno che avevamo lasciato alla corrente lo vedevamo riemergere più in là a prova del fatto che era davvero la stessa acqua e che niente e nessuno sarebbe finito disperso nelle profondità.

Il legno sarebbe rimasto prigioniero delle correnti che lo spingevano contro i bordi di cemento, ma quando piano piano si sarebbe indirizzato verso il nuovo tratto di canale questo sarebbe ripartito con un’energia rinnovata.

In modo analogo il cosiddetto male è un tonfo nell’abisso che ci lascia muti e parallizzati da paura e sofferenza. In quel piombare proveremo paura, dolore. sofferenze e disperazione. Tuttavia, il tratto che avevamo percorso per giungere fino a lì e che ci aveva stancato e fiaccato nell’era delle forze della contrapposizione (il cosiddetto “male”) poteva sembrare la fine. Per un attimo nessuno ci vedrà più, ma dopo un po’ eccoci riemergere cresciuti, rinnovati in un bagno di forza nuova e dietro una spinta che non sarebbe stata assolutamente possibile se fossimo vissuti solo nel consenso e nel conformismo del buonismo.

Niente come il cosiddetto “male” ci può vedere crescere, niente come l’ombra ci reintegra, niente ci permette di riemergere rinnovai e pieni di energia. Ma se sei una barchetta di carta è probabile che le cose non finiscano i questo modo. Ciononostante non sapremo mai se siamo fatti di legno di carta o di pietra fino a che non ricadremo nel nostro Maelström.

Solo il metabolismo del male ci rende dei giganti nuovi, grandi come il Capinato Acab che cavalca Moby Dick sicuri, forti e spavaldi verso il limitare dei sette mari.

Le tecniche del risveglio

Le tecniche del risveglio

Gran parte delle psicoterapie possono essere intese come delle “colonizzazioni” dell’altro. È impossibile relazionarsi ad un altro essendo estranei ad un’ideologia. Occorre almeno esprimerla, farla comprendere; e comunque non passarla per verità o per scienza dal momento che per di più anche quest’ultima — e in definitiva la medicina soprattutto — non ne è estranea (come si può cogliere dai reciproci dissensi espressi fra scienziati e medici in questo periodo confuso da arene e circhi televisivi e in generale mediatici).

Da quando mi sono laureato ho sempre avuto un profondo pudore all’idea di lavorare usando delle terapie che si basavano su spiegazioni della salute e della psiche necessariamente parziali.

Ad un certo punto ho compreso che le tecniche potevano parzialmente superare questo problema, ma esisteva anche una teoria della tecnica che riconduceva in maniera ancora più strisciante alla difficoltà iniziale. Ad esempio, la Programmazione Neuro Linguistica prendeva le distanze dalle psicoterapie proprio perché si fondava su delle tecniche: non solo per il cambiamento, ma per la diagnosi stessa (uso dello sguardo e mappa mentale, tanto per cominciare).

Ognuno di noi è portatore di quello che Waddington chiamava crœdo e che potremmo definire banalmente mandato dell’esistenza. Come può un’altra persona comprendere tutto ciò, per di più da dietro gli occhiali del proprio crœdo? Così ho cominciato a selezionare delle tecniche il più possibile “inerti” fra quelle che mi sembrava funzionassero meglio. Le selezionavo dalla Terapia della Gestalt, dalla Sistemica, dall’Ipnosi ericksoniana, dalla PNL, soprattutto, ma anche da pratiche esoteriche e spirituali perché è una visione riduttiva quella che aggrega gli approcci spirituali e transpersonali alle dottrine religiose.

A lungo andare e anche grazie alla collaborazione degli allievi dei corsi a cui ho partecipato sono arrivato a selezionare due pratiche presenti in molte discipline e che coincidevano con il modello di rispetto dell’altro sopra descritto:

  • Il Paradosso (la via della dissociazione dall’appartenenza)
  • La Metafora (la via delle storie personali)

Ognuna di queste vie meriterebbe un volume o quantomeno un articolo nutrito a parte. Sicuramente praticare queste strade può condurre ad ottimi risultati che però non risultano ancora soddisfacenti. Il nodo più complesso da sviluppare è quello di fare superare al portatore di domanda la prospettiva miracolistica della psicoterapia come pillola o farmaco; quella cosa che quando la prendi ti fa passare tutti i mali. In poche parole la relazione con l’altro deve condurre ad un percorso di apprendimento personale profondo e sotto la responsabilità di ognuno.

Certo, qui inizia la mia ideologia, le mie convinzioni. Sono però convinzioni ad un metalivello, potremmo dire metodologiche che quindi non lavorano sul piano del successo o di qualche redenzione sociale. Ed è però il livello generalmente più evitato, perché la maggior parte delle persone di quest’epoca fa per ricevere qui e ora e non per crescere usando la vita per rafforzare il proprio spirito o la propria interiorità. Per questa ragione penso che il codice “psicoterapeutico” vada superato, nonostante per fare determinati lavori sia il solo a venire riconosciuto dal mondo (e quindi rimane in molti casi necessario), anche se non saprei ancora come chiamare questa parte di attività che ho svolto per più di quattro decenni oggi prossima a venire rubricata fra le pseudoscienze, quelle che pensano per il mal di testa ci siano cure migliori a quella proposta dal dottor Joseph-Ignace Guillotin.

Guardare con gioia alla morte

Guardare con gioia alla morte

Il settimo sigillo

Lo si è detto in diversi modi ma senza successo: è la consapevolezza della morte ad attribuire significato alla vita. Tuttavia, viviamo in un periodo dove le persone sembrano disposte a tutto pur di garantirsi una salute priva di finalità: corpi che vivono per il corpo.

Occorre fare una distinzione scarsamente riconosciuta di questi tempi fra termini molto diversi: da un lato “vita” e “salute”; dall’altro “morte” e “morire”. Entrambe le distinzioni tirano in ballo sofferenza, malattia, paura e in generale emozioni, attaccamento, razionalità, identità, io…

George Ivanovich Gurdjieff, stato un maestro che operava a cavallo dell’inizio del secolo scorso, osservava che dei suoi insegnamenti quello meno compreso era il più importante, ovvero quel “ricordati di te” che in fondo può essere espresso nei termini di

“Tieni sempre a mente che il tuo vero io non è quello con cui hai a che fare quotidianamente, quello con cui il mondo ha a che fare, ma bensì quello che sta tutto intorno ad esso e che quando ti concentri su esso ti fa rendere conto che è la struttura del linguaggio che dà contenuto alla tua persona, mentre il tuo autentico essere vive nella coscienza priva di parole”

La paura dell’al di là appartiene al corpo. La somma di corpo, coscienza, linguaggio, scopo fa quella cosa che chiamiamo “persona”, un’entità a cui sfuggono le trasformazioni continue e che si percepisce erroneamente – al netto del cosiddetto invecchiamento – sempre uguale a se stessa quando è invece soggetta ad essere abitata e spesso posseduta da molteplici ospiti. Tutt’attorno ad essa vi è quella cosa che viene facile chiamare anima, altrove volontà consapevole, io, sé, coscienza… tutte parole e in quanto tali insoddisfacenti, mentre “ricordati di te” è forse più esplicito in quanto aiuta a comprendere che esisti nella scelta e nell’azione.

Fai (e non solo cose del mondo spesso poco rilevanti) invece di chiacchierare!

C’è chi cerca di realizzare la vita eterna sul pianeta senza rendersi conto di quanto sia fragile la persona. Rischiamo la morte non solo a causa delle malattie, ma per incidenti, guerra, odio, follia, emozioni… e se dovessimo vivere in eterno questa vecchia macchina tirata a lucido non potrebbe essere usata con tutti i carburanti e in tutte le nuove strade con tutte le norme della circolazione che interverrebbero; ma soprattutto alla fine vivrebbe con il solo fine di vivere: un’esistenza pervasa di una noia disperata per la paura di smettere di esistere seppure nient’altro che noia fine a se stessa.

La malattia, la sofferenza, la paura… afferiscono tutte all’attaccamento alla vita e alla superstizione dell’identità in quanto persona del mondo. Tuttavia, attribuiamo tutte queste cose ad un al di là che non conosciamo e per gestire il quale abbiamo inventato le religioni. Queste ultime, in ultimo, regolamentano la vita e non potranno mai descrivere la morte che non si esprime in parole o in scenari narrativi come gironi di dannati o rarefazioni di luce. Non possiamo pensare fuori dalle metafore perché è una condizione stessa dell’immaginarsi in questa dimensione. Quello che non è giusto è radicalizzare queste metafore e considerarle spiegazioni se non addirittura approssimazioni graduali alla verità.

Le verità di questa dimensione non sono quelle di entità che fluttuano fra dimensioni e che in fondo sono estranee alla persona che vive nel mondo. Per me, ad esempio, vita e morte sono entrambe superstizioni di permanenza di un divenire di diversi attori che fluttuano fra multiversi. Aiutare il prossimo con le cure, l’educazione e altre attività non deve avere tanto il fine di sopravvivere a se stessi, quanto quelli, oltre al consegnare ai posteri un mondo che non sia peggiore di quello che ci è stato lasciato, di sopportare meglio la condizione dell’esistenza riducendo e attenuando sofferenza e dolore, da un lato, e di utilizzare al meglio per la propria evoluzione spirituale le esperienze che ci sono state offerte in questo episodio che è ogni vita personale.

Ciononostante, ognuno di noi è obbligato volente o nolente a fare una scelta: se identificarsi nella superstizione di una permanenza in quanto quell’aggregato che ho appena definito come “persona”, oppure se percepirsi come il guidatore che è ospite di quell’aggregato e che alla fine potrebbe guidarlo al meglio — riducendo anche il vero inferno delle sofferenze in terra inevitabili perfino per “il figlio di Dio” — se solo sostituisse l’attaccamento con la volontà astratta rispetto all’esistere. Dire che tutto ciò è “incomprensibile” invece che “da comprendere” significa però aver già scelto.

Educazione del male

Educazione del male

L’umanità ha dovuto fare i conti con il dramma del mondo ed è passata attraverso quello dell’errore.

Errore e orrore sono parenti lessicali non a caso.

Il male inteso come orrore è una creatura del dramma della caduta umana nel mondo dell’esperienza.

A sostenere il processo evolutivo/involutivo umano sono le creature che l’hanno preceduto attraverso la loro evoluzione esperienziale in un altra dimensione che l’hanno accompagnato con una cura maieutica.

Ora sarà il tempo di creature divine antagoniste che potranno produrre l’involuzione negli esseri umani.

Il compito degli umani in grado di evolvere non sarà quello di contrastare gli esseri evoluti in arrivo sulla terra, ma quello di guidarli e accompagnarli attraverso la conoscenza dei propri errori.

L’amore e non il combattimento farà diventare gli antagonisti portatori di evoluzione.

Anomia giovanile

Anomia giovanile

Le ragioni di una crisi galoppante

Rebel Without a Cause

Mia nonna nacque nel 1899 e i suoi coetanei maschi furono arruolati alla fine della prima guerra mondiale per combattere gli ultimi frangenti di quella mattanza dopo che non era rimasta più carne da cannone a sufficienza. Chi avesse disertato non avrebbe fatto una fine migliore. Quello che non potè la guerra (37 milioni, contando più di 16 milioni di morti e più di 20 milioni di feriti e mutilati, sia militari che civili) lo completò l’influenza spagnola che infierì proprio in quegli stessi anni (50 milioni di persone su 500 milioni di infettati in tutto un mondo che vantava allora una popolazione di circa 2 miliardi, causando più vittime della terribile peste nera scoppiata però in un secolo, il XIV, nettamente meno antropizzato).

Poco dopo quegli orrori le classi al potere, in particolare quella borghesia che aveva sconfitto gli aristocratici un secolo e mezzo prima, calpestando i vinti diedero origine alla situazione di rivolta dei popoli sconfitti che sfociarono negli orrori di un ulteriore conflitto planetario. Questo ritorno di fiamma procurò un grande moto delle coscienze con una forte difesa della pace. Non che non si fecero più quelle guerre che procuravano ricchezze disgustose ai fabbricanti di armi, semplicemente le si esportò dove avrebbero fatto un po’ meno rumore.

I giovani del dopoguerra spesso non apprezzavano questa pace senza valori e fu la volta, soprattutto negli Stati Uniti di una cultura dell’insoddisfazione che andava dalla gioventù bruciata dei Salinger, Dean, Brando, Clift… alla beat generation o agli hippies, alle rivolte dei campus come Berkley fino al ’68 europeo.

Di fatto la ribellione era una forma di espressione che accomunava parte di quelle generazioni e che permetteva loro di identificarsi in un modello in rivolta come pure altrimenti in uno conformistico.

La costituzione italiana nata con il secondo dopoguerra risentiva di quei vissuti ed esprimeva valori forti nel suo primo articolo stesso alle parole “fondata” sul lavoro. Chi come me nacque poco oltre quel dopoguerra desiderava fortemente di avere un progetto di fondazione civile. Mirava a cambiare dei destini ineluttabili, a rivoluzionare un modello autoritario guerrafondaio, cercare di dare spazio ai valori del benessere e della costruzione sociale…

Oggi, la civiltà del digitale ha vanificato gran parte delle missioni di quegli anni mentre i giovani però sono rimasti giovani, con il loro bisogno di affermare il significato dell’esperienza terrena in cui la generazione precedente ha fatto piombare le loro anime.

Così capita che per loro la realizzazione professionale è diventata spesso una presa in giro, il benessere una mancia per la disoccupazione o una lotteria fantoccio, il tutto in un contesto fondato sulla moda mercificante dove la scala di qualità della vita si è divaricata talmente tanto che le lame della forbice non sono soltanto spalancate, ma non di rado fanno più volte il giro del perno, nonostante anche i più ricchi abbiano ben poco da far loro credere in un successo diverso dall’ingordigia.

Se la famiglia, in un mondo sovrappopolato dove i generi sono un’opzione e il contratto di coppia una fantasia, ha cessato di essere credibile e ha smesso di esserci spazio per la procreazione; se il lavoro sta conducendo allo “sdraiarsi” dei cinesi, alla disoccupazione degli europei, alla grande rassegnazione degli statunitensi e del mondo capitalista in genere; se l’innovazione sta decerebrando eserciti di zombie che mentre camminano o guidano guardano il mondo dal display di un telefono…

Se le nostre generazioni non hanno più progetti da suggerire o ideali da perseguire, dev’essere chiaro che quello che rimane non è di poco valore.

Dev’essere chiaro che la libertà è qualcosa che conta più del lavoro o della famiglia; che l’autenticità, l’onore e la dignità contano più della ricchezza; e che la salute dell’anima e dello spirito (da guardarsi bene dal confonderla con la religione!!!), anche se non si tocca e non si mangia e tutti diranno che è solo superstizione, conta più di quella di un corpo che per quanto a lungo viva prima o poi morirà per mezzo delle malattie, dei traumi o delle uccisioni dopo aver trascorso una parabola di tempo inutile con la stessa soddisfazione che un peto ha della durata della propria pernacchia o del diluirsi nell’aria del proprio odore; e poi nulla più, neppure prima e quindi, per logica conseguenza, neppure durante.

Cari giovani, figli nostri, dimenticate tutto il resto, fate il possibile per condurre un’esistenza onorevole e compassionevole, ma alla fine non dimenticate che tutto quello che conta risplende nel nucleo della libertà, dell’autenticità e della spiritualità. Solo quello che non potete toccare potrà riempire di senso le uniche ragioni su cui si fonda il paradosso dell’esperire, l’utopia del pensare.

Le notti sono mondi

Le notti sono mondi

La notte per l’anima non è solo il momento del giorno in cui la terra nasconde il sole per quel posto dove ti trovi. Se fosse così, le località vicino ai Poli che vivono notti e giorni semestrali dovrebbero stare svegli per sei mesi e dormire per gli altri sei.

Per la nostra anima il momento della notte può anche essere uno spicchio qualsiasi del giorno, questo non ha importanza, nonostante che per alcune persone il fatto di fare turni di lavoro riduce troppo questo momento con conseguenze faticose e dolorose.

Per tutti gli altri, per la maggior parte di noi, la notte invece è quella cosa là, un po’ più lunga, un po’ meno lo spazio prima e dopo il sonno (o l’insonnia).

La notte non è però semplicemente il momento del riposo. Di notte spesso l’artista scrive le sue composizioni musicali, le poesie o i romanzi; in una notte febbrile che precedeva il duello nel quale perse la vita, il ventunenne Évariste Galois concepì la teoria dei gruppi che avrebbe cambiato la storia della matematica. Il giorno, invece, per il giovane Évariste era fatto di vane cocotte e nobili tracotanti.

In poche parole, mentre il giorno è la sequenza di compiti, azioni, nomi, collegamenti, fatti… che si susseguono senza quasi che te ne accorga, preso come sei a fuggire dalle prigionie o a conseguire mete parziali, la notte non ha fatti. La notte è una dimensione che ti avvolge con i suoi spazi e i suoi tempi deformati, dilatati, tanto o in minima parte anche allucinati. La notte è un mondo, è la faccia oscura della luna.

Tante volte ti domandi come sia possibile che le idee che ti illuminano la notte, se non vai subito a scriverle, il giorno dopo fatichi a recuperarle e, qualora anche dovessi riuscire a recuperarle, non riesci mai a renderle come la notte. Ti domandi perché quell’ossessione, quella paura, quella gelosia, quella rabbia, quella coccola che era assolutamente reale la notte, persino da sveglio, di giorno ti appaia in modo diverso, non di rado inesistente, ridicola o fatta di altra materia. E se è vero che «noi siamo della stessa materia di cui son fatti i sogni e la nostra piccola vita è circondata da un sonno» la notte è la natura stessa di quel sonno che non è fatto per nulla se non incidentalmente del dormire.

Al termine della giornata, quasi senza accorgercene attraversiamo un ponte che ci porta in un’altra dimensione del sentire, una “dimensione” per l’appunto, ovvero un mondo. Troppo spesso facciamo coincidere la parola mondo, con il termine “terra”, con un pianeta, tuttavia il nostro mondo è prima di tutto il mondo personale, è la dimensione in cui collochiamo il vivente, i fatti, noi stessi. Nella vita non abbiamo un mondo solo, ne attraversiamo diversi anche se ci appaiono come regioni di un unico luogo, che pure è un’inclusione, un abbraccio.

Il giorno spiega, risolve, causalizza… ha delle spiegazioni – immaginarie quanto audacemente sicure di sé – per tutto, che nella notte perdiamo nella nebbia del dubbio assoluto. Il giorno che spiega, dispiega il drappo delle verità che la notte riavvolge e imbrica.

La notte ci insegna una cosa soprattutto – è quello è il suo compito ben prima del farci riposare, quel compito a cui non guardiamo mai – che le nostre certezze, anzitutto quella sulla nostra identità, dipendono dal bagno in cui vengono immerse e siamo così inclini a lasciarci credere in loro pur di avere qualche certezza, anche la più irragionevole. La cosiddetta vita e la cosiddetta morte sono momenti della nostra irriducibilmente impaziente eternità

Stragi di aspettative mal riposte | Parte Seconda

Stragi di aspettative mal riposte | Parte Seconda

CONFUTANDO MIELI: RIECCO LA LEGGENDA NERA SUI CONQUISTADORES | Recensioni &  Storia.it

“I danni dei millenni all’insegna della forza bruta saranno davvero peggiori di quelli dell’intelligenza bruta?”

Ci sono tre storie ben note, due delle quali con una componente romanzata e l’altra più che mai reale che prefigurano quanto le civiltà finiscano per distruggersi nell’aspettativa che dall’esterno o dal futuro non arrivi altro che del meglio: è l’idea del progresso attraverso l’innovazione e la xenofilia.

Dopo un’estenuante e affannosa guerra al termine della quale probabilmente le fazioni non ricordavano neppure più per che cosa stessero combattendo, una delle due parti ebbe un’ingegnosa idea: offrire ai nemici un regalo sontuoso. L’idea dei “troyan” non l’ebbero gli attuali creatori di virus, ma il meccanismo è lo stesso: vai in un sito o scarica un software, una mail con la promessa che sia gratuita e nessuno te la rifiuterà, né andrà a guardarci dentro dove, come si sa del Caval Donato, non s’ha da guardare. L’idea è vecchia ma funziona sempre: intanto perché molti pensano di essere volponi soprattutto se consigliati da un amico ancor più volpone; poi c’è il fatto che si è tendenzialmente inclini alla zona di comfort e meritevoli di regali di consolazione e quindi è perfettamente naturale che quella buona volta che la sorte depone a tuo favore tu non debba tirarti indietro; infine l’idea che sia naturale che il futuro porti generalmente rimedio al passato. Per il resto, la storia la sanno tutti e dentro il gigantesco cavallo si trovavano astuti guerrieri scelti che notte tempo passarono a ferro e fuoco la città di Troia concludendo così la guerra e dando effettivamente il via agli anni migliori. Degli avversari però!

Lo stesso sembra valere per quel periodo della storia che aprì il periodo fortunato per l’Europa, quello delle conquiste nell’America Meridionale. Affidandoci al fatto seppur controverso che le popolazioni locali estremamente avanzate e agguerrite ma stabilizzate in un equilibrio fatale fossero in attesa di un evento presagito dalla mitologia di un arrivo di un dio bianco proveniente da lontano, dal mare corsero incontro ai manipoli di Conquistadores spagnoli che, per quanto armati di qualche spingarda, ebbero la meglio su feroci e numerosi guerrieri esperti del territorio. Anche in questo caso, fuor dei miti, sembra che a facilitare il compito dei conquistatori fu la loro furbizia nell’aggregare le tribù minoritarie per vincere l’Impero dominante.

L’aspettativa che un modello dimostratosi efficace possa diventare a sua volta un’area di comfort descrive questo dramma più vicino a noi. Due aree scomode per la corona inglese sono da sempre quella scozzese e quella irlandese che a loro volta si vedevano costantemente deprivate a causa dei debiti e della povertà di risorse. Tuttavia, anch’essi riuscivano a resistere alla fame basando la loro alimentazione sulla ricchezza di carboidrati offerta dall’unica forma di coltivazione possibile per i ceti meno abbienti, ovverosia la patata. A cavallo della metà degli anni 50 dell’800, però, una pestilenza di questo tubero costituita da un fungo, la peronospera, che distrusse l’intera produzione tanto scozzese che irlandese, ma se nel primo caso i più se la cavarono stringendo la cinghia, si stima che furono più di due milioni le persone che in Irlanda in parte persero la vita e in misura estremamente vicina persero la patria andando ad alimentare soprattutto l’altro bacino di accoglienza di miseria nordamericana accanto all’immigrazione italiana. Anche qui c’è stato chi ha saputo cogliere al volo la palla della debolezza crescente del territorio da depredare facendo in modo di impoverire ulteriormente la popolazione esigendo ulteriori interessi, e quindi risorse alimentari da quel paese in accordo con i latifondisti locali come ben descritto da Tim Pat Coogan in The Famine Plot: England’s Role In Ireland’s Greatest Tragedy.

Quella nell’intelligenza è una credenza come un’altra

Taylor diede una svolta al concetto di forza quando, da bravo protoingegnere, si mise a misurare come si potesse ottenere da meno uomini possibile lo stesso sforzo compiuto da un’intera manovalanza. Quello fu il momento in cui le macchine entrarono in diretta competizione con la razza umana e, proprio come fecero gli inglesi, ci riuscirono con l’aiuto dell’equivalente dei latifondisti irlandesi. Le macchine non sostituirono tutti gli esseri umani: soltanto quelli che vivevano a dimensione umana. Se non si comprende la differenza si può guardare un bel film di Jacques Tati, Mon Oncle dove il mondo dello zio con lo spazzino che chiacchiera con il barista scopando sempre lo stesso mucchio di polvere si confronta con quello del bendisposto cognato che cerca di inserirlo nella catena di montaggio, una versione evoluta di Tempi Moderni di Chaplin, qui alla fine degli anni ’50 ma straordinariamente vicino ai tempi nostri. Il predominio della forza in tempo di pace come in quello di guerra era diventato pressoché superato.

Fu certamente la Bomba di Hiroshima a far comprendere come fossero finite le guerre alla vecchia maniera, almeno per i paesi ricchi, perché quelli della miseria, a parte il terrore dei cartelli sudamericani, si fanno ancora a coltellacci e genocidi. Dagli anni ’40 in avanti gli psicotecnici si misero a selezionare (e quindi a spingere per un’educazione di quel tipo) giovani aspiranti impiegati sulla base di una misurazione simile a quella di Taylor che però ora aveva come oggetto l’intelligenza. Se togliamo le “deviazioni” di Goleman, per intelligenza quasi tutti hanno sempre inteso le facoltà computazionali o di problem solving. L’intelligenza è un tool, la genialità una presunzione, possibilmente da espropriare il meglio possibile (si vedano, ad esempio, le politiche sui brevetti o l’economia con le startup).

Poi fu la volta dell’elettronica e dell’informatica che con rapidità estrema iniziarono a rendere possibile la sostituzione del conflitto nucleare con quello economico: una guerra che non fa meno morti dell’altra, ma lo fa in modo molto più silenzioso e perfino in casa propria senza dovere scopare lo sporco sotto il tappeto dei vicini neri.

Il dominio mondiale all’insegna della velocità di calcolo sostenuto dalla finanza e dalle criptovalute, da un lato, e da strategie di conflitto come quelle delle vie di comunicazione in chiave di globalizzazione o del dominio delle materie prime o della polarizzazione del manifatturiero hanno ormai definitivamente segnato il predominio dell’intelligenza di calcolo procedurale sulla forza ed energia.

È l’uomo stesso che ha fatto da sempre d’altronde coincidere la parola intelligenza con quella di calcolo e di strumentalità: perché mai dovremmo stupircene ora. Soprattutto, perché dovremmo stupirci se oggi, immersi nell’isolamento sociale a 360°, i lavoratori si sentono inutili e le aziende, a parte giocare al risiko della finanza, non sanno che cosa far fare al loro personale; o se nelle ricerche di lavoratori si fanno delle “job descriptions” al confine con il ridicolo evitando accuratamente di prendere in considerazione figure che risultino devianti rispetto ai dizionari procedurali delle piattaforme standardizzate.

Un futuro tripartito?

Se i tempi a venire saranno o meno affini al modello di tripartizione sociale preconizzato da Rudolf Steiner è presto per dirlo.

Se quello scimmione che combatteva con i suoi simili per il controllo della fonte idrica del film di Kubrik, ha trovato nello strumento un aiuto per non essere prevaricato, si può dire che il dominio della pura forza ha cominciato a ridursi sensibilmente solo negli ultimi due secoli. Se noi immaginiamo questo tipo di predominio nella rappresentazione del corpo umano possiamo facilmente paragonarlo agli arti, alle gambe, alle braccia, al movimento, alla lotta, al lavoro fisico.

Quello che ha preso definitivamente il via dagli anni ’40 è il predominio della testa. Non a caso si fa un gran parlare di neuroscienze, si risolvono i problemi esistenziali a botte di differenziali diagnostici per qualificarli come patologie finendo alla fine per rendere inutile perfino il professionista clinico perché la medicina che serve te la puoi trovare con Internet. E, se tanto mi da tanto, potrebbe essere a sua volta millenario. Difficile a dirsi. Sicuramente, l’evoluzione o l’involuzione non si realizzerà tanto presto e quelli che ci aspettano saranno periodi di schiavitù delle menti e dell’asservimento conformistico alle procedure. Non possiamo essere impazienti e pensare di vedere effetti positivi nelle prossime generazioni. Dobbiamo essere tuttavia consapevoli che non c’è un nuovo mondo nel quale potere emigrare e le cose che verranno potranno essere anche dannatamente peggiori a come ce le possiamo prefigurare. Lungi dall’imbattermi in un battibecco pro-vax vs. no-vax, mi domando se sono soltanto io a cogliere nell’incapacità di confronto e quello che ci gira attorno un conformismo procedurale del tipo di quello su accennato.

Il momento in cui è possibile instillare un freno a questa deriva per l’avvenire non può essere futuro, perché la dashboard strategica della computazione sa bene che la rana va cucinata mettendola nell’acqua tiepida per poi alzare il calore poco alla volta fino a che non avrà più l’energia per spiccare il balzo fuori dalla pentola.

Non sarà certo la forza a contrastare i tempi della dittatura computazionale: dobbiamo immaginare che le due realtà continueranno l’alleanza nata ai tempi del monolite, semplicemente con un ribaltamento di predominio. Quello che nessuna delle due vuole che vada a crearsi è l’ingresso di un terzo incomodo rispetto alla calda muscolatura e al freddo sistema nervoso, ovvero la zona del torace. In essa si muovono due processi (entrambi aggrediti dalle molecole create per il Covid): quello della circolazione e quello della respirazione.

Inspirazione ed espirazione, sistole e diastole veicolati dai vasi sanguigni del sistema venoso e di quello arterioso possono scambiare i processi di un estremo con quelli dell’altro. Facciamo ben attenzione a questo passaggio Contare sui processi ritmici del corpo come della società vuol dire esattamente il contrario che stare dalla parte dei realisti o dei rivoltosi, dei buoni o dei cattivi, ma piuttosto, in maniera naturale, fare in modo che quello che nessuna delle due parti vuole, ovvero l’ingerenza nel proprio dominio si renda possibile e che il calore dell’energia attraverso l’inspirazione vada a irrorare il cervello che renderà possibile il movimento degli arti dopo aver espulso nell’espirazione le sostanze spurie, e così via. Per crescere come umani occorre compiere uno sforzo che a parole fanno tutti, ma nei fatti evitano entrambi: scambiare in ogni istante la sostanza dell’appartenere alla natura e alla vita con la spinta a innovare che sta scritta nel nostro compito; un’inspirazione analogica e un’espirazione digitale.

Non insegniamo ai nostri nipoti ad essere buoni o a non essere cattivi, ad essere rivoluzionari o a non essere conformisti e neppure ad essere eccessivamente affettuosi o comprensivi verso entrambe le parti, ma solo seguendo la naturalezza delle cose a fertilizzare i due processi governanti con la bellezza delle curve, con l’arte del tai-chi del movimento rettilineo dal bacino ai piedi e di quello circolare dalle spalle alle mani. Questo ci aiuterà a rendere meno irriducibile l’avanzata del mondo numerico.

Un tempo si insegnava che c’erano due dimensioni: quella analogica portata dal corpo e dai suoi gesti e quella numerica sintetizzata nei linguaggi simbolici, primo di tutti quello aritmetico. A quei tempi sembrava ovvio che il sistema in minoranza era quello numerico perché la pasta al pomodoro prevaleva sulla calcolatrice del ragioniere. Oggi il numerico predomina ed è l’analogico ad essere un metodo obsoleto: così sarà per la danza e tutte le arti, ma come molte attività artigianali. A distruggerle non saranno i computer, ma

  • la riduzione a valori basilari ridondanti della varietà fenomenica ed espressiva (ad esempio un’unica lingua per tutto il pianeta, la cancellazione di ambiti di sapere sovrabbondanti rispetto alle domande individuate dalla normalizzazione)
  • la proceduralizzazione dei comportamenti, dei caratteri e delle personalità e la dipendenza delle azioni dalla riconoscibilità prevista dai sistemi (si pensi a quanto sta verificandosi nei social network) e l’automazione delle procedure (non è il digitale e men che mai il cibernetico la “pietra dello scandalo” anche se si tende sempre più a confondere le parole, ma l’automazione; identica a quella meccanica, questa mira ad automatizzare le attività mentali invece di quelle fisiche; come fare a distinguerle fra loro? se non ti lascia scegliere e ti fa usare parole tue invece delle sue allora non è automazione).

Ribaltando una celebre frase di Piccolo Grande Uomo, «Oggi è un buon giorno per cominciare!»

Stragi da aspettative mal riposte | Parte prima

Stragi da aspettative mal riposte | Parte prima

“Quando l’intelligenza è sopravvalutata”

L incendio della biblioteca di Alessandria di Ambrose Dudley (1867-1951,  United Kingdom) | Riproduzioni Di

«Creata nel 331 a.C. da Alessandro Magno, doveva raccogliere tutte le opere collegate ad epoche e paesi diversi, per creare una collezione unica per i posteri. Sotto la direzione di Callimaco di Cirene, nel III secolo a.C., doveva contenere 490.000 libri, mentre Aulo Gellio, due secoli dopo ci dice che ne erano quasi 700.000. Purtroppo non possiamo sapere con certezza la cifra esatta ma possiamo lo stesso affermare che la sua distruzione fu un’immensa perdita per l’umanità. Con la caduta di Cleopatra, non esisteva più una corte reale che avrebbe finanziato la biblioteca e negli anni a seguire la città stessa subì diverse devastazioni come quelle di Aureliano e Diocleziano. Nel IV secolo d.C., l’affermarsi del cristianesimo come religione ufficiale dell’impero fu un ulteriore colpo per la decadenza della biblioteca: essendo uno dei simboli del mondo pagano, fu presa di mira come la biblioteca del Serapeo che fu distrutta nel 391 d.C. durante una rivolta antipagana capeggiata dal patriarca Teofilo. Il colpo di grazia per la biblioteca arrivò con la conquista araba della città nel 640 d.C.: il generale Amr ibn al-As la distrusse per ordine del califfo Omar. (Fonte dell’accaduto è un testo siriaco cristiano del XII secolo insieme a fonti arabe successive)»

Ho scoperto che molti materiali che conservavano contenuti, memorie, scritti, registrazioni personali (lezioni di maestri spirituali, ad esempio) o familiari (registrazioni di mio figlio piccolo, quelle cose tenere che conservi a futura memoria) sono state inglobate nelle scatole onnivore del dimenticatoio mischiate fra loro a causa della loro obsolescenza. È vero che siamo troppo attaccati alle nostre cose dimenticando spesso che nulla è eterno, eppure accade che gli scritti di grandi scrittori siano stati scoperti dopo la loro morte o comunque in età decisamente avanzata. Per il momento li abbiamo su web o su cloud e quindi quando sarai morto o non avrai di che pagare il servizio cadranno nel dimenticatoio ma non sarà più un tuo problema.

Quello che voglio portare all’evidenza è l’obsolescenza dei supporti su cui rimane incisa la memoria e quindi buona parte della conoscenza storica. C’è chi dice che nei primi tempi gli esseri umani si comprendessero anche al di là dei sensi e quindi della parola stessa; la scimmia impaurita che dopo essersi avvicinata al meteorite scopre il valore strumentale dell’osso non comunicava certo a parole e quell’inquadratura in cui il lancio vittorioso dello strumento osseo roteante si trasforma in navi spaziali in un paio di minuti di fatto potrebbe sintetizzare quanto vado ad espandere. Queste stranezze appena descritte non dovrebbero stupirci più di tanto nel momento in cui dovessimo fare un sondaggio con dei millenial chiedendo loro quale supporto usassero le popolazioni antiche per insegnare e trasferire conoscenze con lo scopo di verificare quanti di loro identificherebbero che era la memoria che nasceva dalla frequentazione verbale. Impossibile per molti immaginare che qualcosa possa rimanere più a lungo di qualche secondo se non fosse almeno scritto. Come fare a mantenere in memoria grandi quantità di informazioni se non si ha un file “.zip”: gli zip c’erano già allora ma si chiamavano simboli. Un complesso simbolico all’interno del quale si trova sintetizzato un vero universo di conoscenze è prima di tutto l’astrologia. I calcoli planetari, lungi dall’essere indifferenti all’epoca – prova ne sia che calcoli astronomici tanto complessi dall’essere possibili solo con i moderni calcolatori erano già noti agli astronomi babilonesi – erano principalmente un metodo per comprendere le regole che mettono in rapporto il macrocosmo e il microcosmo e questo con ognuno di noi. Dietro un segno o dietro un pianeta si trovavano richiami che sarebbero stati impossibili da memorizzare diversamente. Seppure malridotta dalle banalizzazioni dei giornali o dalla dipendenza che ognuno di noi in misura maggiore o minore ha sui timori o sulle aspettative sul proprio futuro, l’astrologia è arrivata fino ai nostri giorni diversamente dai volumi conservati nella biblioteca alessandrina. In altri termini è nato un rapporto stretto fra le tecnologie di supporto al trasferimento delle conoscenze e la quantità e conseguentemente, sia la qualità che la difficoltà a discernere quello che è qualitativamente più interessante.

La conoscenza sfuma in misura direttamente proporzionale alla sostituzione dei supporti che la contengono e la velocità di obsolescenza influisce nella quantità di produzione di contenuti di breve durata, di breve scrittura e di scarso lavoro di preparazione e di lettura. E il tipo di prodotto emergente influenza i cambiamenti nelle ricerche e nelle aspettative delle persone e quindi nelle formae mentis delle persone stesse e delle civiltà.

Il valore dei tuoi trascorsi

Il valore dei tuoi trascorsi

Oltre la mentorship

Friedrich Nietzsche, Rudolf Steiner, Georges Gurdjieff 

Ci sono delle esperienze nella vita che sono come un suono di trombe, che annunciano l’arrivo del re»

Giuseppe Leonelli

«Divieni ciò che sei!»

Il qui presente motto, «Divieni ciò che sei!», arriva al culmine della ricerca filosofica di Friedrich Nietzsche, quando durante la villeggiatura a Sils-Maria ebbe quella che si potrebbe definire un’illuminazione o una visione ispirata, quella che tutto è soggetto alla legge dell’Eterno Ritorno. Occorre però essere più precisi in proposito di quanto siano i luoghi comuni scolastici. Come ben spiegato da Pierre Klossowski in un libro dedicato al filosofo di Weimar, egli non parlava di un ritorno qualsiasi, come la reincarnazione, il karma o altre routine religiose, ma bensì di quello di un elemento preciso che definiva “il medesimo” e che per molti versi ricorda la variante metafisica dell’Unico di Stirner. Detto in altri termini non esiste un’evoluzione “narrativa”, ovvero qualcosa che prosegue per infinite varianti nelle varie fasi di un’esistenza e in quelle delle diverse esistenze, bensì di un perfezionamento simile all’Opera Alchemica che prosegue fino a giungere alla quintessenza dell’elemento, a quel punto ripulito, purificato, perfezionato dall’eliminazione di tutto ciò che non appartiene esclusivamente alla sua identità. Di vita in vita il medesimo ritorna per l’eternità e trascende se stesso nella ricordanza di sé espressa appunto dalla frase:

Divieni ciò che sei

Un percorso analogo se non addirittura identico lo troviamo nell’occultista, filosofo e guida spirituale Georges Gurdjieff. Egli usava una frase differente ma per molti versi assimilabile, il suo:

Ricordati di te!

Con essa egli intendeva che coloro che saranno in grado di evolvere in questa vita sono coloro in grado di recuperare l’identità che ha attraversato le esistenze, un percorso vicino a quello che Carl Gustav Jung chiamava il processo di individuazione, ovvero l’incontro con il proprio sé al netto dell’egoità (dell’egoismo e dell’egotismo, della maschera con cui ci presentiamo al mondo e dell’attaccamento al simulacro della propria persona. Per Gurdjeff l’attività di ricordanza e quindi di conoscenza di quel sé che vive nella consapevolezza della costante che è presente in tutte le trasformazioni che subiscono le nostre vite è la cosa più importante che possiamo fare e che ci mette anche in grado di agire, non come il mondo vorrebbe, da replicanti ciechi gregari di valori senza realtà, ma partendo dal ricordo, dal ritorno dell’anima che può fecondare di valore i nostri costrutti mondani e spirituali.

Infine per Rudolf Steiner era altrettanto importante l’esercizio della ricordanza retroattiva. Seppure egli insistesse perché durante la giornata ci riservassimo del tempo per risalire la nostra giornata gradualmente e meticolosamente a partire da quanto avvenuto il secondo prima fino al risveglio. Va da sé che se facessimo così, oltre ad aver bisogno di una seconda giornata o anche di più per rivivere del tutto la prima, ma soprattutto entreremmo in un loop perché poi ci troveremmo a ricordare di aver ricordato che si aveva ricordato di aver ricordato e così via. Il processo da lui individuato è ben studiato da Bernard Lievegoed e altri come Michaela Glöckler (si confronti anche l’interessante seminario sulla biografia tenuto da Marcus Fingerle al Centro per l’Antroposofia di Torino). Il percorso umano che secondo il padre dell’Antroposofia raggiungeva il suo culmine al quinto settenario (35 anni) e che per altri oggi si sarebbe spostato al sesto (42 anni) fino a quel momento mirerebbe alla realizzazione del proprio progetto nel mondo. Il che non dovrebbe affatto escludere che la consapevolezza del sé che si realizza dal ripercorrere la propria storia consente possa essere ricercata molto prima di quel momento, ma si dà di per certo che da lì in avanti essa debba diventare un lavoro pressoché quotidiano. Va chiarito con assoluta decisione che non si tratta affatto di un lavoro autobiografico, anzi… Proprio come ebbe a scrivere Foucault, l’opera omnia dell’autore (di un pensiero, di scritti, ma anche della vita personale al netto di tutto ciò) non è un continuum coerente, ma piuttosto lo zigzagare di una rana, la mossa del cavallo degli scacchi di contraddizione in contraddizione. Questo per quanto ha a che fare con la storia di quella che chiamo persona, ovvero la manifestazione temporale dell’essere umano attraverso le condizioni che incontra, proprio come un attore che passi di rappresentazione in rappresentazione rimane se stesso al di là dei ruoli che incarna. Nella vita, purtuttavia, chi più chi meno, ognuno di noi tende ad identificarsi soprattutto nell’ultimo di questi spettacoli e per lo più ricapitola quello che ha vissuto, ovvero la propria persona, sulla base di questo come se egli fosse sempre stato lo stesso Cyrano o lo stesso Faust. Il sé invece trascende le varie persone e la persona che sembra ricapitolarle.

L'anima - Disegno di Rudolf Steiner

La maturazione di una mentorship

Vi sarà certamente capitato di rivedere vecchie, se non antiche, foto. Passi quando eravamo quella cosa che chiamavamo neonato, ma quelle foto scolastiche alle elementari, alle medie, alle superiori e perfino all’università vi mostrano un altro dal te di oggi. È solo l’insieme mentale attuale a permettere di riconoscerti, ma quando le mostri agli altri in quasi tutti i casi si fa molta fatica quando addirittura non si rivela impossibile il riconoscimento. Se da giovani poi avevate l’abitudine di scrivere o se solo vi capita di incrociare i vecchi temi scolastici quell’estraneità nei confronti dell’essere di allora si fa decisamente netta. Tipicamente si fanno allora spalluce e con una risatina si dice: ma pensa che strano ma simpatico! Chi l’avrebbe mai detto? Invece proprio in momenti come questi dovremmo comprendere l’importanza di alcune cose:

  • Che dietro a quella persona esista un’anima presente alle azioni ma che non si identifica in esse
  • Che ogni interpretazione del copione scritto dal mondo aveva una volontà individuale in grado con maggiore o minore determinazione di influenzare e personalizzare gli eventi proprio come ogni attore di forte levatura ed esperienza caratterizza di sé ogni parte
  • Che il senso che deriva dalla ricerca di sé al netto della parte e quello che è presente in ognuna delle parti deve essere colto a fondo il prima possibile perché la vita può aver termine in ogni momento e occorre comprenderlo il meglio possibile prima di passare oltre.

Se questo ha un valore nella vita di ognuno di noi lo ha, mutata mutandis, anche per l’uomo al lavoro, per il professionista e per l’esperienza che è in grado di cogliere dalla sua storia lavorativa e dalle relazioni che vi ha vissuto nel momento in cui quelle trascorse hanno perso di importanza attuale, ma possono trasferire significato – o metasignificato – a chi in questo momento non riesce a cogliere la propria esperienza attuale in un’ottica prospettica, ma bensì assoluta, come se i modelli gestionali attuali fossero quelli più giusti rispetto al prima quanto verso il futuro. Oppure per far capire che l’innovazione e il cambiamento hanno solo un senso adattivo e nient’affatto progressivo.

Il posto del mentore nella trasformazione

Veniamo così all’aspetto più spiccatamente aziendale della riflessione. Ho sentito spuntare le parole mentor e mentorship quando insegnavo counseling e coaching ai corsi di ipnosi costruttivista forse una ventina di anni fa e sinceramente mi sembrava l’ennesima proposta commerciale per vendere consulenze. Ricordo che un’altra decina di anni prima Domenico De Masi, allora presidente dell’Associazione Italiana Formatori, aveva lanciato un’iniziativa per favorire l’incontro fra l’allievo formatore ed il maestro per il reciproco riconoscimento. Quella per me era una vera iniziativa di promozione di dei rapporti di mentorship, anche se non voglio dire che ci sia solo un modo per fare questo tipo di cose.

Ho rincontrato nuovamente il termine in azienda dove la mentorship veniva intesa come uno – scomodo – riconoscimento per dei capi che affiancavano i neo assunti in quello che oggi viene grossolanamente definito onboarding, Credo che niente sia più lontano dal senso dell’esperienza.

Il dilemma paradossale

Il bravo manager ha in comune con il bravo coach una difficile scelta:
Un signore dei tempi andati domandò al proprio medico personale, membro di una famiglia di guaritori, chi di loro fosse il più versato nella propria arte.
Il medico, la cui reputazione era tale che il suo nome era diventato sinonimo della scienza medica cinese, rispose:
“Il primogenito vede lo spirito della malattia e lo rimuove prima che prenda forma; perciò il suo nome non varca i confini della casa.
“Il secondogenito cura la malattia quand’è ancora agli inizi; perciò suo nome non è conosciuto al di là del vicinato.
“Per quanto mi riguarda, pratico l’agopuntura, prescrivo pozioni e massaggio il corpo; così talvolta il mio nome giunge alle orecchie dei potenti”.
Tu cosa sceglieresti: la bravura o la fama?
Una scelta veramente difficile! (da Il Franti | Appunti di uno psicologo delle organizzazioni e psicoterapeuta tra la riconquista della fiducia e la difesa dell’etica)

Il rimpianto Franco Battiato, fra le varie iniziative, tempo fa aprì una casa editrice chiamata “L’ottava” fra i cui libri, uno più importante dell’altro, pubblicò le memorie di un giovane ospite del Prieuré di Fontainbleu-Avon che intitolò La rasatura del prato e la costruzione di sé, dove si racconta come il maestro per insegnare al giovane adepto indicava di giorno in giorno dove e come doveva rasare il prato, un’operazione utile anche se in fondo probabilmente non interessava a nessuno. Quell’attività, tuttavia, permise al giovane di fare pulizia dell’inquinamento che la sua vita aveva imposto alle sue emozioni e quindi alla sua mente.

Oggi più che mai ci sono due necessità formative ma soprattutto strategiche nelle organizzazioni:

  • La prima e la più difficile consiste nel disimparare quello che si crede di sapere. Questo processo ha due lati: il primo rivolto a chi conosce troppo il proprio lavoro e la propria azienda. Ricordo ad un corso fatto 35 anni fa un partecipante che nei commenti di chiusura commentava che aveva ormai visto tutto dall’alto della sua quarantina d’anni e che nulla ormai lo avrebbe più sorpreso. Ricordo che quando fu il mio turno raccontai un mito ebraico dove Satana riprendeva il Creatore perché aveva favorito un essere infimo come l’uomo per governare la sua creazione. Egli rispose che la ragione stava nel fatto che l’uomo era in grado di dare un nome alle sue creature. Ora, per riconoscere le creature a cui dare il nome l’uomo deve essere in grado di sorprendersi proprio come sa fare un bambino piccolo e chi non sa sorprendersi è perché non riconosce più il suo tempo e la realtà del suo tempo. Quindi chi pensa di aver visto tutto e di non sapersi più sorprendere di niente può tranquillamente morire perché a quel punto la sua vita è inutile. Per spostarsi dal medio all’estremo Oriente, ricordo una storia Zen dove “Nan-in, un maestro giapponese dell’era Meiji (1868-1912), ricevette la visita di un professore universitario che era andato da lui per interrogarlo sullo Zen. Nan-in servì il tè. Colmò la tazza del suo ospite, e poi continuò a versare. Il professore guardò traboccare il tè, poi non riuscì più a contenersi, «E’ ricolma. Non ce ne entra più!» «Come questa tazza,» disse Nan-in «tu sei ricolmo delle tue opinioni e congetture. Come posso spiegarti lo Zen, se prima non vuoti la tua tazza?». La tazza la devono svuotare tanto i senior che gli junior, spesso presuntuosamente ricolmi di buzzword assorbite durante i corsi, fra studenti, su LinkedIn ecc. Purtroppo, spesso il top management quella tazza non l’ha mai svuotata, anzi, se la fa riempire di giorno in giorno dall’opificio parolaio delle Big Three. Ne consegue che il mentoring si trasforma subito in un’intossicazione da società di consulenza, tagliando fuori le persone reali che dalla loro hanno l’esperienza dei tempi, dei luoghi, delle persone… La mentorship reale, invece, è quella fatta di risorse importanti nascoste nei ranghi delle squadre dei colletti blu o fra i corridoi dei colletti bianchi.
  • La seconda, apparentemente meno difficile, consiste nel far uscire le persone dalle loro zone di comfort costringendoli a guardare fuori nel mondo. Troppe organizzazioni e imprese si sono abituate alle routine interne e a giudicare sulla base delle persone che hanno intorno, preoccupandosi sempre soprattutto della categoria, del balletto delle poltrone o dei profitti da MBO. Intorno a noi il mondo cambia nella totale indifferenza di chi vive nella scatola. Lavoro per un’azienda dove per decine d’anni si prendeva in giro chi come il sottoscritto parlava dell’importanza di prendere in considerazione le energie alternative al termico e al nucleare, cominciando a lavorarci dentro perché il tempo perché le cose maturino non è immediato e la ricerca è un settore importante che non va messo da parte rispetto al management. Oggi che le cose si sono ribaltate, nessuno più ricorda quei tempi e quelle parole i cui testimoni non sono affatto ancora tutti andati in pensione e molti di costoro si sentono presi in contropiede da eventi che non hanno ancora compreso del tutto. La memoria è una cosa strana, basti pensare che – fortunatamente – nessuno di noi ricorda l’esperienza corporea delle sofferenze. Eppure, solo chi ha una memoria disincantata da ricercatore (della vita e non di laboratorio) ha maggiore facilità, sia a disimparare che ad accedere al nuovo coniugandolo con la saggezza del tempo.

Vedete, è inutile parlare di come va fatta la mentorship perché la si può fare in mille modi ma se si intende la necessità come un tool o un algoritmo si è del tutto fuori strada: si vuole ignorare che non stiamo parlando né di tecniche, né di metodi, ma di sense making! Purtroppo, troppo spesso il trasferimento invece che da esperienze costruttive di persone positive, avviene a partire da carrieristi strumentali, falsi o disfattisti, ma dotati di un qualsivoglia gallone di arrampicata.

Costruire programmi e filosofie della mentorship è un modo per collegare le generazioni e fare in modo che l’una fertilizzi l’altra lasciando ringiovanire i senior perché guardino all’esterno, al mercato reale e ai progetti innovativi più improbabili mentre si ancora alla saggezza a volte pesante della presa a terra i più giovani facendo loro capire che non hanno la verità in tasca per il solo fatto di avere assorbito un numero maggiore di parole alla moda. Spingere entrambi a capire che lavorare significa certo incamerare dei profitti in grado di far sopravvivere l’azienda, ma lavorare significa per le persone che lavorano essenzialmente essere capaci di convivialità, di scambio reciproco e di rispettare le reciproche realtà comprendendo che a prescindere dall’età siamo tutti immersi nel bagno primordiale della condizione umana e che solo noi, persona per persona, possiamo fare in modo che questa immersione sia più confortevole che corrosiva.

Tutto il resto è social e automazione.

Del rigore della scienza
«… In quell’impero, l’Arte della Cartografia raggiunse una tale Perfezione che la mappa di una sola provincia occupava tutta una Città e la mappa dell’Impero tutta una Provincia. Col tempo codeste Mappe Smisurate non soddisfecero e i Collegi dei Cartografi eressero una mappa dell’Impero che uguagliava in grandezza l’Impero e coincideva puntualmente con esso. Meno Dedite allo studio della cartografia, le Generazioni Successive compresero che quella vasta Mappa era inutile e non senza Empietà la abbandonarono all’Inclemenze del Sole e degl’Inverni. Nei deserti dell’Ovest rimangono lacere rovine della mappa, abitate da Animali e Mendichi; in tutto il paese non è altra reliquia delle Discipline Geografiche. (Suarez Miranda, Viaggi di uomini prudenti, libro quarto, cap. XLV, Lérida, 1658)» Da Jeorge Luis Borges, L’artefice Ed. Mondadori i Meridiani vol. 1, pg. 1253

Orfani delle routines

Orfani delle routines

Quello che ci ha lasciato questo biennio di restrizioni sociali fra i tanti fenomeni più o meno spuri è una sensazione di surplace, come i ciclisti che nei velodromi si tengono immobili sui pedali delle loro biciclette alla partenza delle corse su pista, solo che nel nostro caso la partenza è solo virtuale e il solo sport consiste nel resistere più a lungo possibile nell’immobilità.

Non voglio dilungarmi in discorsi fatti fino alla noia ben prima che le cose si rivelassero per quel che sono. Ritengo invece che una considerazione possa essere utile. Molti di noi rimandano le visite mediche, non solo perché tutto è diventato più difficile, ma anche perché il ritmo, la regolarità del quotidiano si è spezzata: l’interruzione ha fatto perdere la sintonia. Lo stesso accade per il ritorno nei luoghi di spettacolo o di viaggio, di vacanza, di conoscenza…

Siamo come degli stormi che durante le loro evoluzioni millimetriche nei cieli al tramonto abbiano incontrato una turbolenza che li ha allontanati per un certo periodo l’uno dall’altro finendo per perdere l’armonia, scontrandosi fra loro o perdendo l’orientamento. Proprio come uno storno senza armonia e senza partecipazione al gruppo viviamo in ciò che Marc Augé ha definito dei Non-lieux, dei nonluoghi degli spazi formali privi di un connotato realistico di finalità esperienziale.

Invece di protrarre l’invito a delle soluzioni per confermare un modello sociale che fatica a reggere o la sua “disruption”, la distopica affermazione maniacale di un’innovatività senza materia faremmo bene in prima istanza a soffermarci per comprendere che la nostra vita è diventata ogni giorno di più qualcosa che davamo per scontato, il ripetersi di routine ipertrofiche di nomi quanto prive di corpo, la cui principale dimostrazione è l’affermazione di una natura artificiale dell’intelligenza.

Basta consultare un social network per capire come gran parte di quello che vi si contrabbanda è privo di consistenza. Personalmente non reggo più nessun social network, ma continuo a seguire, di quando in quando partecipandovi, a LinkedIn perché ancora vi si trovano di quando in quando delle riflessioni seppur tuttavia lì mi soffochino le banalità argomentative e l’autopromozione egocentrica o marchettara basata su titoli privi di sostanza. Non ci si riferisce ad esperienze concrete come preparare un piatto o scavare una buca, ma a dati, statistiche, istogrammi e un’infinità di etichette neologistiche che in quella rarefazione della presenza e della partecipazione cui accennavo all’inizio rendono ridicoli molti dei loro autori. A partire proprio dalle descrizioni nel profilo, non mi stupisce che Mario Rossi si definisca CEO della Mizzega Consulting S.p.A.: che altro potrebbe mai dire di sé? Ma che il Ragionier Fracchia si qualifichi come Project Manager nel Supply Chain della Parrocchia della Santa Caterina lo trovo ridicolo. Non tanto per il titolo, ma perché non ci dice nulla di quello che concretamente fa, sempre che sia uno dei fortunati che fa qualcosa di concreto.

Chiudo dunque con una considerazione che fece Rudolf Steiner sull’importanza della meditazione. Egli diceva che tutti dovremmo riservare un momento della giornata da dedicare alla meditazione. Al di là del metodo o dei contenuti adottati, meditare è una delle poche cose che interrompono la ripetitività del quotidiano. Tutto ciò che facciamo pensando di compiere una libera scelta è in realtà un automatismo, una sequenza di gesti, pensieri, parole ben lungi dall’esprimere un libero arbitrio. Siamo indotti dalla legge della causa e dell’effetto, come su una catena di montaggio, a compiere azioni e trovare soluzioni pensando di fare qualcosa di diverso.

Meditare, invece, è qualcosa di socialmente inutile nella catena di montaggio; non è richiesto; è una perdita di tempo difficilmente spiegabile (Steiner non conosceva . anche se l’aveva predetto – l’avvento della new age e della mindfulness). Quindi la sola ragione che può spingerti a farlo è una tua arbitraria scelta. Naturalmente, tutto ciò, per quanto prossimo al vero era un’estremizzazione per lo stesso Steiner. Ciò non toglie che smettere di essere dei vuoti parolai da social network e da call conference aziendali e cominciare a far riferimento ad azioni concrete, a comportamenti realistici invece di seguitare a ripetere buzzword nel tempo fermo di una società liquida incorporata nella dimensione virtuale dell’inciviltà socialmediatica non potrebbe che fare del bene a tutti.

Fare di meno ma con azioni dettate da una volontà libera e divergente, anche nei social visto che sembra ci sia rimasto solo quel non luogo, forse può distoglierci dalla vuota ripetizione del nulla che esisteva ben prima del distanziamento sociale: un fenomeno che se ci avesse portato ad aprire gli occhi su come eravamo diventati, sarebbe stato benedetto.

Che sia possibile? Ai posteri l’ardua sentenza

Vedi anche…

La stagione dell’ardore viene e va

La stagione dell’ardore viene e va

Il mio curriculum prepensionistico su LinkedIn

Ci sono periodi in cui leggi per condividere; altri naturalmente che non leggi e non condividi; altri in cui scrivi per pensare e poi, già che ci sei, condividi. Infine ce ne sono alcuni in cui ti si obbliga a leggere o a condividere perché ti torni quel minimo di voglia di scrivere e così cominci con nulla e poi torni a pensare. In genere perché il pensiero ti sveglia verso le quattro del mattino, spesso abbinato al mal di pancia.