Categoria: shaman

Che cos’è l’anima umana?

Che cos’è l’anima umana?

Nell’esperienza del mondo ci sono ben note due dimensioni

  • Quella della Materia — come le ossa o la carne, ad esempio
  • Quella dell’Energia — come la forza, il fuoco e così via

Nessuno ne metterebbe in dubbio la realtà.

Tuttavia, non mancano scienziati divergenti che considerano queste dimensioni altrettante creazioni della coscienza: siamo quello che immaginiamo di essere. Anche la virtualizzazione della realtà con gli apparecchi elettronici depone per questa possibilità.

Se invece volessimo continuare a considerare materia ed energia delle dimensioni in sé dobbiamo porci la domanda di dove sia il luogo che genera o conserva la coscienza.

Quest’ultima ben difficilmente può venire considerata alla stregua di un lavandino o di un uovo sodo come oggetti puramente materiali.

D’altro canto, non possiamo neppure rappresentarcela come una fiammata, un raggio di luce o uno spiffero d’aria, l’espressione, cioè di un fenomeno energetico.

L’intelligenza può essere una combinazione di questi aspetti e quindi non a caso tanti studiosi dell’intelligenza come fonte di un calcolo potenzialmente autonomo, in quanto è possibile sia che lo si consideri giusto, sia che lo si voglia sbagliato.

Tuttavia, la coscienza è consapevolezza di sé, non dell’ “io per qualcosa” ma dello “stante”, ovvero dell’essere a prescindere dalle sue proprietà, dalle sue asserzioni o azioni. Sei tu che, sdraiato su un prato, scruti il cielo e ti perdi in esso privo di ogni benché minimo pensiero. La meditazione Mahayana o quella Zen mirano all sviluppo della consapevolezza del proprio essere coscienza.

Di questa tripartizione o terza dimensione abbiamo già scritto in passato (e perfino quasi trent’anni fa). Essa tuttavia non risponde ad una domanda. Come è possibile che da tre dimensioni nette come materia, energia e coscienza nascano oggetti o esseri viventi uno diverso dall’altro.

Anche in questo caso abbiamo fatto ricorso ad una terza categoria indipendente da ognuna delle altre tre: la Forma.

Proprio come le formine con cui giocano i bambini sulla sabbia della spiaggia, la forma dona aspetto a questo oggetti o esseri.

Noi esseri umani non ci contentiamo di una tale spiegazione per il semplice fatto che siamo consapevoli di essere degli individui.

Per la maggior parte dei nostri contemporanei questo nostro essere individui si limita all’aspetto fisico, al comportamento, le azioni e all’intelletto.

La storia antica e quella più recente anche ci hanno sempre parlato di un’entità che i greci chiamavano ψυχή o psyché. Oggi quell’entità siamo soliti chiamarla Anima.

L’antico filosofo Platone la descriveva come segue:

«Ebbene ψυχὴ dirige ogni cosa, tutte le realtà celesti, terrestri, marine, grazie ai suoi propri movimenti, i quali hanno un nome: volere, analizzare, avere cura, prender decisioni, giudicare bene e male, provar dolore e gioia, coraggio e paura, odio e amore, e tutti gli altri moti che possono essere assimilati a questi e che costituiscono i movimenti primari, guide di quelli secondari – i moti dei corpi – e determinanti in ogni cosa la crescita e la diminuzione, la separazione, e l’unione con quel che ne segue, ossia il caldo e il freddo, il pesante e il leggero, il bianco e il nero, l’aspro e il dolce»


Dal mio punto di vista la psiche è un delimitarsi dello spazio di coscienza che porta con sé l’esperienza terrena e da essa viene condizionata. Non avendo dimensione materiale né energetica ma, seguendo Platone, potendo produrne o immaginarne, la nostra anima rappresenta quanto di più simile possiamo immaginare di noi stessi: un perimetro che circoscrive il nostro campo di coscienza.

Questo segmento di dimensione della coscienza rappresenta una particolare espressione della memoria “transvitale” che non ha bisogno di ricordare tutti i minuscoli frammenti delle vite come le poesie imparate a scuola, ma una “derivata storica” delle nostre esperienze.

Questa è l’anima che passa di vita in vita. Questo è quello che chiamiamo “Io” e che ci rappresentiamo tale al di la del nostro apparire personale qui ed ora.

Anche l’anima è però soggetta ad una sorta di processo di condensazione alchemico, la purificazione delle sue parti più spesse fino a divenire “quintessenza”. Il divieni ciò che sei che Friedrich Nietzsche esprimeva nella teoria dell’eterno ritorno.

Chi guida dunque questa transizione?

Non solo gli occultisti, ma anche i ricercatori dei ricordi della vita tra le vite sotto ipnosi, primo fra tutti Michael Newton, ci parlano di guide costituite da più o meno elevate gerarchie spirituali. Questo però non basta a spiegare il fenomeno.

Perché delle guide dovrebbero accompagnare uno sviluppo dell’anima quando esso sarebbe fine a se stesso?

Il vero responsabile del percorso dell’anima è il nostro elemento spirituale che qualcuno chiama io e qualcun altro . Il sé è quell’elemento che certi buddisti definiscono la parte luminosa infinitamente più piccola del più piccolo seme di senape eppure dalle potenzialità infinite.

L’induismo lo definiva con il concetto di “ätman, parola che sottende al vero o eterno sé oppure l’essenza autoesistente o la coscienza-testimone impersonale all’interno di ogni individuo che persiste in tutto corpi multipli e vite. Il termine è spesso tradotto come anima che però è un espressione ancora legata ai fenomeni e quindi alla storia dell’individuo. Di conseguenza è meglio tradurlo con “Sé”, facendo riferimento esclusivamente alla pura coscienza-testimone, oltre l’identificazione con i fenomeni. Nel Buddismo, il termine anatta o anatman è considerato “non-sé” – laddove nessun sé o essenza immutabile e permanente può essere trovato in nessun fenomeno.Sebbene spesso interpretata come una dottrina che nega l’esistenza di un sé, anatman è descritto più accuratamente come una strategia per raggiungere il non attaccamento riconoscendo tutto come impermanente, rimanendo in silenzio sull’esistenza ultima di un’essenza immutabile.

Per questo la meditazione sul vuoto (che non è “niente” ma casomai “tutto) rappresenta un apprendimento evolutivo spirituale ancora superiore all’accettazione della morte e dell’esistenza dell’anima, in quanto anche come anime noi saremmo soggetti all’illusione di un ego, di una personalizzazione e quindi di un attaccamento.

Al contrario, il sé è la parte spirituale — e quindi “divina” — che è preesistente ad ognuno di noi e che ci guida di vita in vita a ritrovare se stesso come risultato del divenire dell’anima alla fine di un percorso tendente all’infinito.


Però che fatica!

dirà qualcuno (io per primo)

Va infatti detto che, se molti di noi già faticano ad accettare che sussista un’anima al di là della nostra vita corporea in quanto persona definita nel fisico, comportamento ed intelletto, l’idea che anche l’anima sia un’entità transitoria può lasciare sconcertati, soprattutto nel momento in cui lo pensiamo da dentro la persona che sta vivendo ora e non come un puro concetto astratto.

Pertanto possiamo per ora accontentarci di fornire una risposta alla domanda posta nel titolo.

Ecco che alla fine possiamo dire che…

L’anima umana è la personalizzazione di un’area della coscienza dove vengono elaborate le memorie sotto l’egida di un’espressione soggettiva dello spirito cosmico o divino che chiamiamo sé al fine di un ricongiungimento finale perfezionato nell’alveo delle proprie premesse.

Tutto chiaro, no? 😉

(materiale soggetto a copyright e alla diffida a venire usato per qualsivoglia fine a strumenti di intelligenza artificiale). 

Se vuoi conoscerlo, spoglialo nudo

Se vuoi conoscerlo, spoglialo nudo

Tratto da Ennio Martignago Frammenti di un discorso pornografico (in lavorazione)

“Nulla come una certa immaginazione può farti conoscere meglio chi ti trovi davanti. La dovrebbero usare tutti gli psicoterapeuti e, più in generale, tutti quelli che hanno a che fare con le persone per incidere nel loro cambiamento. Naturalmente, io per cambiamento intendo la liberazione, altrimenti detta “uscita dallo stallo”, ma sono consapevole che per molti — forse per i più — vuol dire farli aderire ai tuoi scopi.

Certamente i più pruriginosi fra i colleghi sforneranno qualche onanistico termine sapienziale per affermare che si tratta di proiezione dei desideri dell’osservatore, di controtransfert libidinale o di identificazione proiettiva: “Personalmente me ne infischio” (cit. Via col vento).

Prova a pensare alla tua paziente o al tuo paziente e immaginateli nudi. Giovani o vecchi, normali o storpi, desiderabili o repellenti: questo deve riuscirti del tutto indifferente! Comincia a spogliarteli mentre ti stanno raccontando la storia che credono onestamente vogliono che tu senta. Poi immagina di sfiorare i loro corpi nudi e meglio ancora se non pensi di essere tu a farlo, ma un fantasma corporeo. Stimolali, vedi come reagirebbero e poi se vuoi abbracciali, stringili, falli godere. Osserva come godono, fino a che punto riescono a darsi o a prenderti. Cerca di sentire le loro perversioni. Forzali a provare quello che secondo te desiderano ma a proposito del quale non vogliono spingersi, anzi, dove rifiutano di spingersi e convincili a farlo.

Bene, in questo modo scoprirai che la loro sessualità è banale, che il loro darsi è uguale a quello di tutti gli altri e, peggio ancora, che ritengono di avere provato il meglio, l’acme da raccontare al bar o nel bagno dell’ufficio. Purtroppo, sarà difficile che tu scopra qualcosa di veramente desiderabile per te, niente più che una ginnastica da palestra erotica. Nulla di veramente pornografico nel senso spirituale, la verità della carne che ravviva l’anima, che sia in grado di allontanarsi dalla banalità del corpo che raccontano a se stessi. Può darsi che questo dipenda dai limiti della tua pudicizia benpensante o da quelli della tua immaginazione.

A forza di ripetere questo esercizio forse riuscirai a spingerti più in là, più nel contatto profondo.

La pornografia di cui i più sono capaci è quella che puoi trovare nei più stupidi filmini pornografici, non nel senso che intendo qui, ma in quello di una produzione alla Siffredi o 50 sfumature di marrone o di qualche pornhub. 

Devi volere di più da loro!

Spingiti ben oltre del rapporto anale che credono essere i massimo della perversione. Arriva a quel confine dove i luoghi comuni di male e bene massimi che possono accettare possono essere infranti. Arriva a quella possessione che porta alla liberazione, ma stai attento perché il rischio più frequente è che tu stesso possa perderti in esso.

A questo punto capirai dove potrai lavorare con la loro anima, quella più vera, quella che estremizza il corporeo fino a riuscire a trascenderlo.

Questo punto lo ripeto, perché è davvero poco compreso, quanto invece è fondamentale:

Intensifica il corporeo fino ad indurre quell’estasi che porta a perdere di vista il corpo, che porta a superare la carne, perché è solo la chirurgia pornografica del corpo che può portare alla verità dell’anima, alle vere risorse trascendenti della persona!

Come ho detto, non sperare di cavarci troppo dalla maggior parte delle persone: la strada che potrebbero percorrere forse sarà accessibile solo dopo numerose vite. Si fermeranno probabilmente a quel vecchio imprinting che credono sia stato il massimo raggiunto con quell’uomo o con quella donna che impedisce loro di accedere a qualcosa di vero che la vita consente loro di sperimentare.

Ciò che è ancora più patetico è che, dopo quel rapporto che credono sia stato il massimo non hanno provato altro che tenere quella posizione o scimmiottare quel dato immaginario. Ma, nei fatti, la loro anima sì è fermata lì, in quel poco che hanno legato all’altro senza comprendere che quello che conta è quanto hanno compreso di sé. Se fossero mai riusciti ad arrivare ad un punto soddisfacente di quella impresa forse non cercherebbero altro. Non è neppure detto che scoprano questa esperienza attraverso un percorso tantrico creato con un’altra persona, ma quel che è certo è che ben difficilmente troveranno in altre persone uno spazio soddisfacente per proseguire la propria crescita che non abbinano a nessun altro che a se stessi.

A questo punto quello che è probabile se non addirittura sicuro è che saranno insoddisfatti dei rapporti che incontreranno da quel momento in poi.

In definitiva, l’infelicità pornografica che spesso si estingue in quel parto che Groddeck qualificava come il pene più grosso che hanno avuto fra le cosce, ovvero il neonato si esprime in due formule:

  • l’infelicità della persona banale dovuta al fatto di non potere più ripetere quegli atti sessuali provati in dei dati momenti con una data persona, spesso formulata come un capitolo chiuso in fondo poco importante (falsa coscienza)
  • l’infelicità della persona che cerca di più nella strada che ha appena compreso, di cui ha appena aperto l’uscio per spiare nell’oltre della propria spiritualità corporea che sarà sempre insoddisfatta perché incontrerà soltanto persone del primo tipo, ovvero persone banali ferme a quel primo imprinting frequentemente rimosso dal rancore o dall’affermazione di un’indipendenza dall’altro dal quale nei fatti non ha mai saputo liberarsi del tutto.

Il mondo della liberazione pornografica è un mondo opposto a quello che si crede, è un mondo fatto di una profonda solitudine spesso vestita di tranquillità famigliare. Oppure di quella solitudine decisamente più infelice di coloro che vantano di avere avuto tanti uomini o tante donne (che ipocritamente si dicono siano in fondo pochi perché intimamente si sentono ancora vergini) e non si rendono conto che ogni partner in più non aumenta la loro esperienza, ma anestetizza il corpo diventato insensibile dall’abuso inutile e prosciuga l’anima assieme alla disponibilità e alla capacità di guardare oltre, non per frequenza ma per intensità del risultato personale.

La conoscenza è una Filosofia del boudoir che apre le porte ad una solitudine che però può essere spenta o illuminata a seconda del coraggio che si ha di affrontarla fino in fondo:

di affrontare se stessi fino in fondo!”

Discepoli ai tempi di Internet

Discepoli ai tempi di Internet

Dedicato agli amici del caffè

Non solo Mackenzie e i suoi discepoli del grande digiuno, ma soprattutto gli influencer di TikTok, Instagram, FaceBook eccetera eccetera fanno discepoli a milioni. Dopo di loro i post-newager quantistici o gli arconti degli esoterismi ortodossi fanno più o meno quello che possono.

Nessuno che ricordi che quelli ritratti qui sopra erano una dozzina con audience e crew variabili e che si sparsero moltiplicandosi in un mondo in pieno caos di valori.

Oggi non sarebbe più possibile. Verrebbero subito isolati in modo incruento come complottisti o filoputiniani. Non vale la pena nascondersi nelle catacombe: sono tutte occupate dai seguaci della trance music e sarebbero subito acchiappati. In ogni caso sarebbe un peccato trasformarci in martiri.

Basta ricordarsi che non serve più un Messia per fare incontrare dei seguaci: oggi la leadership può essere benissimo condivisa. Quello che conta è ricordarsi che, anche con strumenti digitali purché non di massa, è sempre il rapporto diretto, uno a uno o molti a molti ma sempre scelti e non a caso, a portare avanti le trasformazioni e la cura dell’anima.

Stiamo insieme senza cercare seguaci, né divulgazione e impareremo nuovi piani vibrazionali per riconoscerci.

Psicologia Omeopatica

Psicologia Omeopatica

Milton Erickson, il più “omeopatico” fra gli psicoterapeuti

Parliamo di omeopatia ma solamente di quel lato che tratta gli aspetti mentali e relazionali.

Non voglio assolutamente, né affermare che con l’omeopatia ti passa la schizofrenia ma neanche la crisi nervosa e neppure che sia meglio la cura omeopatica che altri sistemi, siano essi farmacologici o psicoterapeuti.

Voglio solo dire che lo studio dei processi mentali dei rimedi omeopatici può essere utile per comprendere meglio la psicologia delle persone e la strategia terapeutica da adottare.

Voglio anche affermare che può essere utile e confortevole abbinare l’assunzione di questi rimedi semplici e gentili, ma anche “provocatori” per affiancare le cure psicoterapiche soprattutto quando le persone chiedono un aiuto poco invasivo.

Si tratta di episodi di un podcast dal titolo “Psicologia omeopatica” che trovate come video su YouTube e come audio per ora su Audible, Spotify e Amazon Music, ma presto anche su Google Podcast e Apple Podcast.

Ecco le risorse attualmente disponibili:

    La conversazione e il cambiamento

    La conversazione e il cambiamento

    L’Home Page da iPad

    Poche parole per dire che ho acceso un nuovo dominio. In realtà sono già due o tre anni che l’ho creato, ma è rimasto appeso in attesa di valutare il da farsi.

    Qualche giorno fa pensavo a dove mettere dei post molto sintetici costituiti da suggerimenti, osservazioni e considerazioni sul mestiere del terapeuta, del counselor, del coach… che però possono essere utili anche a chi ha motivazioni nel gestire i rapporti interpersonali.

    È sempre più difficile trovare una definizione per questo tipo di attività.

    Pur essendo psicoterapeuta da anni, oltre che “naturopata” considero siano tutte pessime definizioni. Credo che l’idea di terapia sia fuorviante e perfino dannosa, non di rado gravemente dannosa. D’altronde, per quanto sia vero che fra counselor e coach ci siano non pochi pessimi improvvisatori, anche essere usciti dall’università e da costose scuole di formazione e da esami statali condotti da partigiani della loro disciplina e della parrocchia di appartenenza, avere a che fare con psicologi, psichiatri e terapeuti in genere non fornisce alcuna certezza. Per di più non tutti i curanderos vanno bene per tutti i questuanti (mi si perdoni l’ironia) e viceversa, sottoscritto compreso, ovviamente; quindi ognuno è costretto a farsi l’idea migliore possibile ai primi contatti.

    L’idea che sta dietro alla proposta del sito conversationalcoaching.it è che tramite la conversazione, senza una diagnosi filo-medicale e senza nessuna tecnica di colonizzazione dell’altro si possano favorire aperture, crescite e cambiamenti. Naturalmente qui si troverà il mio modo di intendere “conversazione” e cambiamento e quindi anche un riferimento a delle tecniche, ma conoscerle non significa avere una pelle, ma solo dei vestiti. Ognuno potrà scegliere se e quali usare solo se faranno al caso loro.

    Insomma, Conversational Coaching è un taccuino: non un trattato, né un libro, ma neppure degli articoli. Degli appunti di lavoro, piuttosto. Chi ha bisogno di capire meglio può sempre provare a domandare, commentare… conversare. 🥳😎🤗

    Stragi da aspettative mal riposte | Parte prima

    Stragi da aspettative mal riposte | Parte prima

    “Quando l’intelligenza è sopravvalutata”

    L incendio della biblioteca di Alessandria di Ambrose Dudley (1867-1951,  United Kingdom) | Riproduzioni Di

    «Creata nel 331 a.C. da Alessandro Magno, doveva raccogliere tutte le opere collegate ad epoche e paesi diversi, per creare una collezione unica per i posteri. Sotto la direzione di Callimaco di Cirene, nel III secolo a.C., doveva contenere 490.000 libri, mentre Aulo Gellio, due secoli dopo ci dice che ne erano quasi 700.000. Purtroppo non possiamo sapere con certezza la cifra esatta ma possiamo lo stesso affermare che la sua distruzione fu un’immensa perdita per l’umanità. Con la caduta di Cleopatra, non esisteva più una corte reale che avrebbe finanziato la biblioteca e negli anni a seguire la città stessa subì diverse devastazioni come quelle di Aureliano e Diocleziano. Nel IV secolo d.C., l’affermarsi del cristianesimo come religione ufficiale dell’impero fu un ulteriore colpo per la decadenza della biblioteca: essendo uno dei simboli del mondo pagano, fu presa di mira come la biblioteca del Serapeo che fu distrutta nel 391 d.C. durante una rivolta antipagana capeggiata dal patriarca Teofilo. Il colpo di grazia per la biblioteca arrivò con la conquista araba della città nel 640 d.C.: il generale Amr ibn al-As la distrusse per ordine del califfo Omar. (Fonte dell’accaduto è un testo siriaco cristiano del XII secolo insieme a fonti arabe successive)»

    Ho scoperto che molti materiali che conservavano contenuti, memorie, scritti, registrazioni personali (lezioni di maestri spirituali, ad esempio) o familiari (registrazioni di mio figlio piccolo, quelle cose tenere che conservi a futura memoria) sono state inglobate nelle scatole onnivore del dimenticatoio mischiate fra loro a causa della loro obsolescenza. È vero che siamo troppo attaccati alle nostre cose dimenticando spesso che nulla è eterno, eppure accade che gli scritti di grandi scrittori siano stati scoperti dopo la loro morte o comunque in età decisamente avanzata. Per il momento li abbiamo su web o su cloud e quindi quando sarai morto o non avrai di che pagare il servizio cadranno nel dimenticatoio ma non sarà più un tuo problema.

    Quello che voglio portare all’evidenza è l’obsolescenza dei supporti su cui rimane incisa la memoria e quindi buona parte della conoscenza storica. C’è chi dice che nei primi tempi gli esseri umani si comprendessero anche al di là dei sensi e quindi della parola stessa; la scimmia impaurita che dopo essersi avvicinata al meteorite scopre il valore strumentale dell’osso non comunicava certo a parole e quell’inquadratura in cui il lancio vittorioso dello strumento osseo roteante si trasforma in navi spaziali in un paio di minuti di fatto potrebbe sintetizzare quanto vado ad espandere. Queste stranezze appena descritte non dovrebbero stupirci più di tanto nel momento in cui dovessimo fare un sondaggio con dei millenial chiedendo loro quale supporto usassero le popolazioni antiche per insegnare e trasferire conoscenze con lo scopo di verificare quanti di loro identificherebbero che era la memoria che nasceva dalla frequentazione verbale. Impossibile per molti immaginare che qualcosa possa rimanere più a lungo di qualche secondo se non fosse almeno scritto. Come fare a mantenere in memoria grandi quantità di informazioni se non si ha un file “.zip”: gli zip c’erano già allora ma si chiamavano simboli. Un complesso simbolico all’interno del quale si trova sintetizzato un vero universo di conoscenze è prima di tutto l’astrologia. I calcoli planetari, lungi dall’essere indifferenti all’epoca – prova ne sia che calcoli astronomici tanto complessi dall’essere possibili solo con i moderni calcolatori erano già noti agli astronomi babilonesi – erano principalmente un metodo per comprendere le regole che mettono in rapporto il macrocosmo e il microcosmo e questo con ognuno di noi. Dietro un segno o dietro un pianeta si trovavano richiami che sarebbero stati impossibili da memorizzare diversamente. Seppure malridotta dalle banalizzazioni dei giornali o dalla dipendenza che ognuno di noi in misura maggiore o minore ha sui timori o sulle aspettative sul proprio futuro, l’astrologia è arrivata fino ai nostri giorni diversamente dai volumi conservati nella biblioteca alessandrina. In altri termini è nato un rapporto stretto fra le tecnologie di supporto al trasferimento delle conoscenze e la quantità e conseguentemente, sia la qualità che la difficoltà a discernere quello che è qualitativamente più interessante.

    La conoscenza sfuma in misura direttamente proporzionale alla sostituzione dei supporti che la contengono e la velocità di obsolescenza influisce nella quantità di produzione di contenuti di breve durata, di breve scrittura e di scarso lavoro di preparazione e di lettura. E il tipo di prodotto emergente influenza i cambiamenti nelle ricerche e nelle aspettative delle persone e quindi nelle formae mentis delle persone stesse e delle civiltà.

    La stagione dell’ardore viene e va

    La stagione dell’ardore viene e va

    Il mio curriculum prepensionistico su LinkedIn

    Ci sono periodi in cui leggi per condividere; altri naturalmente che non leggi e non condividi; altri in cui scrivi per pensare e poi, già che ci sei, condividi. Infine ce ne sono alcuni in cui ti si obbliga a leggere o a condividere perché ti torni quel minimo di voglia di scrivere e così cominci con nulla e poi torni a pensare. In genere perché il pensiero ti sveglia verso le quattro del mattino, spesso abbinato al mal di pancia.

    Serve il presente!

    Serve il presente!

    Non spostarsi mai dal presente è un esercizio arduo, al confine dell’impossibile, ma è quello che sarà indispensabile nei frangenti più drammatici della nostra esistenza, come il momento della morte e soprattutto, per quelli che lo ritengono fondato, in quello che ne consegue.

    Vivere il presente è concentrarsi solo su quello che percepiamo, sul suo senso attuale senza alcuna interpretazione pregressa o previsionale e assumersi le scelte che l’istante comporta.

    Periodi storici come quello che stiamo attraversando richiedono proprio quel tipo di guida o leader che lo si voglia chiamare: un leader che sappia in ogni momento stare in equilibrio sul presente e che attrezzi dei team capaci di fare lo stesso in serenità, anche perché se loro non sanno fare lo stesso non potranno fare altro che squilibrarlo facendolo cadere a discapito delle loro stesse persone, proprio come quando lo scorpione punge la rana che lo sta traghettando sull’altra sponda dello stagno causando in questo modo il suo stesso annegamento. Purtroppo il popolo, esattamente come le lobbies, non possono essere comprese in questo quadro: non sapranno mai né cos’è l’equilibrio né, quindi, che cos’è il presente. Il presente chiede di mettere di lato la programmazione facendo in modo di fare subito quello che può essere fatto qui e ora, ivi compreso riposarsi e apprezzare ciò che si è e si ha e che diventa altro mentre si dice “è”.

    Come si fa a vivere il presente? Esiste una semplice regola meno complicata di tanti esercizi di concentrazione:

    Intercettare e nominare, proprio come i bambini che giocando a nascondino dicono «Un due tre per Mario dietro la macchina», ogni singolo rimorso e ogni singolo rancore come pure ogni singola speranza e ogni singolo desiderio.

    «Speravi di fregarmi! Invece ti ho beccato e adesso non giochi più».

    Infine occorre praticare il paradosso peggiore: apprendere da ogni istante senza attaccarsi alla cognizione acquisita, lasciando che sia altro – lo si chiami pure inconscio, meme, tra, dna cognitivo o campo morfico, poco importa – ad occuparsi di essa avendo fiducia che allorché serva ne ritroveremo traccia nei presente successivi.

    La storia dell’anima è un paesaggio di segmenti a zig-zag fra burroni e belve dietro ogni angolo, superati i quali cascate dissetanti si succedono a deserti infiniti, come caldi raggi di sole ci rigenerano dopo disgeli inaspettati.

    Non è né bella, né brutta: è solo nostra e dell’individualità che andremo a comporre assieme alle anime che alla nostra si uniranno strada facendo nella nuova entità entro la quale finalmente supereremo tutto ciò.

    Il cittadino è l’uomo senza irrequietezza

    Il cittadino è l’uomo senza irrequietezza

    Alexander von Bernus all’età di otto anni scrive questi versi:

    “So che i morti vivono, Sento che sono intorno a noi. Quando camminano lungo i chiostri, È come se soffiasse un vento freddo. So che i morti vivono, Tuttavia sono ciechi.”

    Sulla sua ricerca costante e la sua creatività pulsante scrisse:
    “Essere in ricerca e andare avanti a partire da ciò che si è scoperto; il procedere ininterrotto non ha nulla a che vedere con la cattiva coscienza, ma esclusivamente con l’irrequietezza eterna che è forse la nostra parte migliore. Non importa se questa sia inquietudine verso Dio o inquietudine verso il mondo: ciò che conta è che si tratta di inquietudine. La maggior parte di coloro che l’hanno posseduta o la posseggono, la posseggono duranti gli anni di gioventù, e quando questi sono passati, l’irrequietezza sparisce. Poi diventano cittadini. Il cittadino è l’uomo senza irrequietezza”.

    Alexander von Bernus fu poeta, alchimista, spagirico e uno spirito libero.

    57 — Sunn – Il Penetrante

    57 — Sunn – Il Penetrante

    Sulle pendici del monte dove il piccolo seme sta crescendo e dimostrando le proprie capacità di essere resiliente alle intemperie e al vento sferzante che torce il fusto fino a renderlo duro come la pietra, è un altro tipo di vento quello che si fa avanti, è l’essenza stessa della natura del vento in quanto in questo esagramma esso si ripete, rafforzandosi. Solo che questo rafforzamento non è all’insegna della violenza ma piuttosto del suo opposto: la mitezza.

    Mite è infatti l’aria che si insinua tra le feritoie e penetra nel cuore della roccia più dura. Non può essere qualcosa di grosso, nemmeno il più forte degli esseri o dei fenomeni naturali a farsi spazio nella pietra uniforme, ma questo è possibile all’aria, al rivolo di brezza. Prima del Penetrante la figura che calcava la via era quella di un essere solitario, un senza patria, un reietto che si era spinto fino alle regioni più inospitali ed austere nella rinuncia di sé. Il Viandante non può proseguire all’infinito nel suo vagare fra villaggi e gente inospitale e deve trovare nella solitudine il proprio alloggio. Penetrare nella montagna significa trovare rifugio, una grotta, un antro, infilarsi al suo interno in uno spazio ristretto e protetto dal freddo innanzitutto perché racchiuso in sé, nelle dimensioni stesse del suo corpo così che il calore non possa disperdersi. Per questo viene detto che “il Mite”, sinonimo stesso del Penetrante, rappresenta il rannicchiarsi.

    Penetrante ha sicuramente un’evocazione sessuale, ma non si tratta della “penetrazione” organica, bensì di quella cellulare: è lo spermatozoo, l’unico ad esserci riuscito a farsi spazio nelle vie interne fino a insinuarsi nella cellula uovo per fecondarla e in quella fusione spegnere le sue ansie evolutive per lasciare che un altro essere biologico intraprenda il proprio lento e mite, appunto, cammino.

    Per questo il Penetrante, il Mite è colui che si cela agli occhi e alle ingiurie del mondo in modo da potere “ponderare le cose tenendo conto delle circostanze particolari”: tale è la vita nello sviluppo fetale. Protetta, celata e concentrata solo sul lavoro su di sé.

    Tale è dunque la sentenza dell’esagramma: “È mediante le piccole che si giunge alla riuscita”, ma questa penetrazione deve avvenire proprio nel nucleo stesso da dove, perfettamente adeso al corpo che lo ospita, poter imprimere la propria volontà.

    Perché questo avvenga il mite deve avere le idee chiare in modo da non disperdere nulla delle sue misurate energie. Occorre che segua la propria guida, qualunque essa si immagini essere perché è la fede nel proprio sentire che costituisce la forza stessa della brezza che penetra.

    È dal nucleo stesso della nuova figura che il minuscolo mite diventa colui che fa la differenza e diffonde la sua volontà.

    Ed è così che Rudolf Steiner ne Il mistero del doppio spiega che, dove l’unità della persona è frammentata fra due estremi i quali – per quanto egli sottolinei trattarsi di vere e proprie entità spirituali “estranee” ospitate dalla persona umana – ricordano il mito dell’anima secondo Platone la cui forza è data dalla contrapposizione dei due cavalli, quello nero delle passioni e quello bianco della razionalità, i quali tuttavia non condurrebbero a nulla di buono se non fosse l’auriga ad imprimerne da direzione. Che forza potrà mai avere un cocchiere se paragonata anche ad uno solo dei due cavalli? Eppure è la mitezza della sua volontà perspicace, penetrante ma salda e sicura del proprio credo a fare la differenza, a trasformare le energie in direzione. Questa è quella sottile membrana, un esile velo che possiamo chiamare Sé, anche Io se vogliamo, ma mai nel senso di Ego.

    Nello stesso modo colui che voglia mostrare la Via o compiere l’Opera deve farlo al netto del proprio Ego lasciando che nel nucleo del proprio Sé-Io possa penetrare al meglio e trovarvi rifugio la natura spirituale che lo guida al di fuori della propria persona essendone al contempo l’essenza stessa.

    Memetica

    Memetica

    Non il “sapere” né “l’esperienza” restano nell’anima, ma quelle microscopiche trasformazioni su cui si impernia il divenire che hanno contribuito ad imprimerle.

    Quali Grazie

    Quali Grazie

    Ci sono due ragioni per cui quando si fanno i complimenti per il loro genio certe persone ringraziano mostrando una certa indifferenza.

    La prima è che, per presunzione forse, le ritengono insignificantemente dovute; l’altra è che, per modestia magari, non abbiano a che fare con la loro persona.

    Tutto ciò che resta da comprendere è come si tratti, in fondo, della stessa risposta.

    Appunti di psicologia

    Appunti di psicologia

    Questo non è un articolo, ma solo l’avviso che ho introdotto in Libreria gli appunti decisamente disordinati di capitoli per libri mai scritti e per lezioni poi modificate. Oltre che per souvenir personale hanno lo scopo di fare ritrovare agli amici che hanno partecipato alle mie lezioni alcuni degli argomenti incontrati e molti di quelli non presentati.

    Non credo ne si possa capire troppo: molto è più evocativo che esplicito, tuttavia anche questa è testimonianza di ricerca.

    La bozza è qui…

    Diapason

    Diapason

    Auguri di buon anno nuovo, amico mio!

    …e certo non c’è nulla di originale in questa espressione abusata.

    Però credo che se anche la frase potrebbe lasciare il tempo che trova, non così il senso di vicinanza con cui la porgo a te per ricordarti che siamo uniti dalla stessa rete.

    E, certo, non siamo separati nel progetto di liberazione di tutti gli esseri, e non i soli umani, ma bensì di tutti gli esseri senzienti di cui noi sapiens siamo il più delle volte il peggior incubo possibile. Certo che è così, ma non vuol dire che ci si possa davvero riuscire e che in questo si sia davvero tutti uguali nel vincolo di uno stesso karma.

    Come gli auguri anche le parole — e con esse i significati — sono formule deboli e fraintendibili. Per questo ti chiedo di capire quando vuoi e solo quello che ti va, perché se scrivo, dipingo, canto, parlo, penso, cucino, sorrido o mi arrabbio, o mille altre cose ancora è solo per fare vibrare il mio diapason; che è poi quella stessa cosa che sovente fai anche tu.

    …e la sola ragione per cui faccio vibrare il mio diapason non è per aver ragione, ma solamente per sentire quali altri organi simili vibrino sentendo su di sé la stessa nota.

    Non siamo in molti e neppure sempre di più, anzi…

    Però, ti prego, non smettiamo mai di farci risuonare fra di noi, nell’oceanico e talora gelido etere del “tra” che nel contempo ci distanzia e ci trasmette.

    Buon anno nuovo, amici miei!

    Speranza

    Speranza

    È senza saperlo che insegniamo a chi ci è vicino perché quando saremo più confusi e disperati siano loro a ricordare a noi quelle parole mentre la mente e il cuore non sapranno più a cosa aggrapparsi

    Per questa ragione curiamo con attenzione quello che condividiamo, evitando insegnamenti per sentito dire, retorici, superficiali, vanagloriosi…

    Quando spendiamo parole che pesano facciamo sempre in modo che siano autentiche e sperimentate, proprio come se dal loro valore dovesse dipendere la nostra sopravvivenza e la più profonda speranza, perché è davvero possibile che un domani neppure troppo remoto proprio questo possa presentarcisi dinanzi.

    Intimo Natale

    Intimo Natale

    …e dopo il pasto che sarete riusciti a bilanciare fra il giusto piacere e una ragionevole morigeratezza, il mio augurio per tutti noi è di riuscire in qualche modo a celebrare questo Natale anche fuori dall’esteriorità — complici anche i limiti del periodo.

    E non come predicano i bigotti, spargendo pensieri buonisti precotti, surgelati e riciclati di anno in anno, ma nella massima semplicità. Al di là del simbolismo religioso, Natale occupa una posizione che nell’anno corrisponde, nonostante non vi si sovrapponga al millesimo, con il solstizio invernale. In questo periodo è solo sulla superficie della terra che tutto rallenta e si ritira nelle tane per qualche variegato letargo, perché nel sottosuolo c’è animazione come nel ventre materno quando tutto converge per assistere lo sviluppo del feto.

    L’immagine della natività riportata in questo post rappresenta proprio questo convergere l’attenzione verso il nuovo che sta prendendo vita, e non solo per proteggerlo e assisterlo, ma anche e soprattutto per comprenderne il mistero e comprendere meglio se stessi attraverso di lui.

    Ognuno di noi ha dentro di sé un bambino Gesù, “l’uomo nuovo” e la donna che cerca di rinascere a se stesso ogni volta che può come l’Araba Fenice dalle proprie ceneri.

    Il mio augurio è dunque questo, che nel mezzo del rumore della festa ognuno di noi riesca a ritagliarsi un piccolo momento di solitudine e sieda comodo e raccolto proprio come la Sacra Famiglia del dipinto per guardare dentro la propria anima quel nascituro che ci abita e da lui scrutare la nostra vita per scoprire come cambiare; e non nel lavoro, nella relazione o nei rapporti esterni, ma nella propria coscienza.

    Questo perché è la coscienza che ci porta a guardare alla realtà con occhi nuovi e, così facendo, a cambiare la realtà stessa. Per questo ringrazio quelli che lo faranno perché con ogni probabilità aiuteranno ciascuno di noi a credere in una vita più giusta e sana.

    Grazie di questo dono e Buon Natale a tutti.

    Ennio

    Ossessioni mistiche

    Ossessioni mistiche

    L’ossessione del corpo

    «Visitatore: Maharaj, tu sei seduto di fronte a me e io sono ai tuoi piedi.
    Che differenza fondamentale c’è tra noi due?
    Mabaraj: Nessuna differenza fondamentale.
    V, Eppure deve esserci qualche differenza: sono io che vengo da te e non tu da me.
    M. Proprio perché immagini differenze vai qua e là, alla ricerca di gente superiore.
    V. Anche tu sei una persona superiore. Tu affermi di conoscere la realtà, io no.
    M. Ti ho mai detto che non la conosci e che, di conseguenza, sei inferiore? Lascia che queste distinzioni vengano dimostrate da chi le ha inventate.
    Io non pretendo di conoscere ciò che tu non sai. Anzi, so molto meno di te.
    V. Le tue parole sono sagge, il tuo comportamento è nobile e la tua grazia non ha limiti.
    M. Non ne so niente e non vedo differenze tra te e me. La mia vita è una successione di avvenimenti, proprio come la tua. Il fatto è che io sono distaccato e vedo lo spettacolo transitorio per quello che è, un fenomeno di passaggio, mentre tu ti attacchi alle cose e ti muovi assieme a loro.
    V. Cosa ti ha reso così distaccato?
    M. Niente in particolare. Ho avuto fede nel mio guru. Mi ha detto che non sono altro che me stesso e gli ho creduto. Avendogli dato fiducia, mi sono comportato di conseguenza e ho smesso di occuparmi di ciò che non era né me stesso né mio.
    V. Perché sei stato così fortunato da dare piena fiducia al tuo insegnante, mentre noi ci fidiamo soltanto a parole e non effettivamente.
    M. Chi può dirlo? E successo così, Le cose accadono senza cause o motivi e dopotutto cosa importa chi è chi? L’alta stima che hai di me è soltanto
    euna tua opinione, che puoi cambiare in qualsiasi momento. Perche dare importanza alle opinioni, comprese le tue»

    Sri Nisargadatta Maharaj, Io sono quello, 2001, Roma, Ubaldini Editore, pag. 11

    Evangelica

    Evangelica

    Chi sia lo spirito che accanto ad essa guida la nostra persona e l’anima che la abita non posso dire certo di saperlo. Tuttavia, mi viene da immaginarlo come quel Padre che, in armonia con la Madre, dal di fuori guida il Figlio fin dai primi vagiti, al confronto con il mondo, istante in cui poi da lui si ritrae con discrezione. Da quel momento il figlio, che è poi la persona che crediamo di essere, cresce misurandosi con le forze antagoniste del Re del Mondo e della Materia e di quello delle Passioni e dell’Ego. Egli è diventato un Lui ma diverso da Lui, come il Padre e il Figlio evangelici: diversi ma della stessa Natura.

    Sto ancora cercando di capire dove sia il Paraclito che ci potrebbe consolare dal Destino, dalla Ruota del Samsara cui questi figli illegittimi sono condannati nel miraggio di un’evoluzione. Quello potrebbe essere qualcosa più alla nostra portata: la Fede, forse. La Temperanza, invece, una pazienza di sopportazione compassione senza fine dobbiamo comunque coltivarla facendocene carico, di eone in eone.


    Nota a mo’ di disclaimer

    Non sono un esperto di cristianesimo, men che meno quello cattolico, anzi posso affermare di avere una genuina e intensa idiosincrasia verso qualsiasi dottrina religiosa e non che mi è antinomica quanto qualsivoglia forma di espressione istituzionale. Ciononostante amo i Vangeli, compreso quelli gnostici e apocrifi in genere con tutto il mistero che è loro connaturato a partire da quello di Giovanni.

    Non me ne vogliano quindi quello che sanno quello che dicono e mi perdonino come suggeriva il Salvatore.

    Essere un canale

    Essere un canale

    Riporto un bel passaggio di un documentario su Paul Simon trasmesso da Rai5 e disponibile su #RaiPlay.

    Intervistato sul successo e sull’efficacia del brano “Bridge Over Troubled Water”, Simon osserva qualcosa che gran parte dei visionari anche se minuscoli e del tutto anonimi conoscono, perché il fine del fenomeno non è il successo ma il divenire delle contaminazioni spirituali, espressive, di maturazione e così via. Tu puoi essere un buono strumento in quello che fai, anche eccellente, tuttavia questo tuo pezzo di mestiere è adattato, spesso complicato o faticoso, a volte frustrante, altre fuorviante.

    Quando si crea quello che Maturana e Varela chiamavano un accoppiamento strutturale fra “monadi” [mi si perdoni il glissare ritirando la mano dopo aver lanciato il sasso] allora tutto fila in maniera naturale, come se qualcuno si impossessasse delle tue potenzialità e non avessi bisogno di pensare dove vuoi arrivare perché è tutto talmente spontaneo, istintivo, naturale.

    Qui Simon lascia capire che le prime volte che capita non lo riconosci, ma che poi spesso proprio questa consapevolezza diventa sempre più il fulcro stesso di un dialogo interno artistico, espressivo, personale. Questo lo troviamo in imprenditori come Steve Jobs, ma anche in sportivi, agricoltori, viaggiatori, o nell’amico divergente. Poco importa chi sia: la differenza sta nel fatto che sia o meno riuscito a intercettare, riconoscere e farsi amico questo “fenomeno”.

    Non basta lasciare passare qualsiasi fesseria che può girare per la testa. Occorre un patto rigoroso e onesto fra “canale” e “flusso” in base al quale quello che ne deriva può anche essere apparentemente sbagliato e il più delle volte causalisticamente ininfluente. Importante è partorire senza aspettarsi niente e crescere sotto auspici di saggio onore e libertà disciplinata le creature che ci vengono affidate, ricordando alcune osservazioni presenti nel cosiddetto “Effetto farfalla” delle teorie del caos e non solo, come questa di Alan Turing:

    «Lo spostamento di un singolo elettrone per un miliardesimo di centimetro, a un momento dato, potrebbe significare la differenza tra due avvenimenti molto diversi, come l’uccisione di un uomo un anno dopo, a causa di una valanga, o la sua salvezza.»

    (Alan Turing, Macchine calcolatrici e intelligenza, 1950)

    «Saprei IL “Nonsapere”»

    «Saprei IL “Nonsapere”»

    MAntokolski_Death_of_Socrates

    Oggi gli amici mi ricordano quel detto socratico a me tanto caro, quel

    So di non sapere

    Che è anche la sola idea che i più ricordano di lui, la stessa che i più equivocano etichettandola e quindi liquidandola riduttivamente come “scetticismo”.
    Dopo millenni il poco che mi sento di modificare di quella frase lo esprimerei così

    So il Nonsapere

    Ovvero, sono consapevole che esiste il Nonsapere e il Nonsapere è un’entità, un universo o meglio un multiverso, delle dimensioni che sono compresenti e agiscono al di là della nostra capacità di percezione prima ancora che di comprensione. Spazi e soggetti che agiscono nel nostro presente atemporale o extra-temporale e plurispaziale.
    E questa consapevolezza, questo sapere mi dà speranza, mi conforta della miseria delle nostre presunzioni. So che agisce nel nostro momento al di fuori, non solo del nostro misero sapere, del povero linguaggio su cui affonda le fragili fondamenta il nostro raziocinio, ma prima ancora delle limitatissime informazioni che traggono origine dalle ridicole capacità percettive della condizione umana.
    Non è scetticismo: è sapere che nel Nonsapere esistono entità, soggetti o come si vuole chiamare queste “cose” che ci donano pensieri e un sentire che ci accompagna e non ci fa mai sentire soli in mezzo a pericoli anch’essi a noi ignoti. Questa consapevolezza incomunicabile non mi dà ansia: piuttosto mi dona speranza, mi conforta delle nostre misere presunzioni. Confido nel Nonsapere e ad esso dono il mio esistere.

    Ho fede nel Nonsapere. Spero in lui.

    Learning & Changing via @Paràdoxos

    Learning & Changing via @Paràdoxos

    Creare caricature, amplificare con la consapevolezza che gli estremi non esistono: questa via di “apprendimento per mostri” che troviamo nella materia medica omeopatica somiglia all’insegnamento per paradossi del Bilanciamento Dinamico. Uno Zen ruomoroso e pittoresco del tutto anti-ieratico per vecchi Europei disincantati.

    Bene o male, uccidiamo

    Bene o male, uccidiamo

    Siamo tutti assassini per delega. Viviamo e viviamo in questo modo perché da qualche altra parte qualcuno sta uccidendo altri esseri viventi, compiendo genocidi, estinguendo specie viventi. Poco importa che non ci stiamo sporcando le mani, che non lo si voglia, che lo si combatta, che si sia animalisti o vegani: ogni santo è tale grazie ad un peccatore e se la singola coscienza può crescere è soprattutto grazie alle colpe altrui. Per questo la salvezza dal male su questa terra potrà essere solo un risultato medio statistico basato sul raggiungimento della quiete dal desiderio e dall’attaccamento di tutta la popolazione animata del pianeta.

    Ovviamente si tratta di un’utopia, ma è avendo questa utopia nella mente e né la giustizia, la crescita, il benessere, il buonismo, l’indignazione o altre retoriche simili che potremo fare del bene al mondo e ai suoi abitanti.

    Paradossalmente, ad ogni santo è stato permesso di diventare tale soprattutto da moltitudini di peccatori dannati, il più delle volte ciechi e stupidi, ma spesso consapevoli della dannazione che accettavano di assumersi.

    “Never judge anyone shortly because every saint has a past and every sinner has a future” Oscar Wilde

    #shaman #book

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    Se è vero che Internet ha offerto molto spazio alla stupidità che prima era relegata negli spazi non poi così angusti della strada, lo è anche che la cretineria presente nelle istituzioni, nelle scuole, sui giornali e sicuramente anche nelle boriose università era del tutto proporzionale a quella attuale, fatte le debite differenze di volumi con il presente. Lo stesso dicasi dell’intelligenza e della saggezza: poca ne si poteva trovare prima – e ben confinata nel silenzio dal potere del “discorso” istituzionale – e ancora poca è oggi – e ben oscurata dal rumore del potere economico e istituzionale che, alla televisione e sui media in genere, prima che su Internet, ha tutto l’interesse a confondere le opinioni e le valutazioni delle persone.

    In compenso, possiamo dire che proprio grazie alla diffusione delle conoscenze represse che ora è consentita dalle reti molte voci altrimenti costrette al silenzio prima ora possono essere conosciute. Gente comune, come lo sono stati quasi sempre perfino i maestri, che non ha certo spazi da “influencer” e nemmeno le attenzioni che ricevono giullari e violenti; gente che non frequenta i social ad alta diffusione e che è reperibile solo tramite il passaparola di chi conosce o ha scoperto; gente che ha pochissimi lettori e meno ancora commentatori e che se li avesse dubiterebbe di ciò che sta facendo.

    A gente così mi sento vicino e per questo ringrazio la rete di farmeli conoscere almeno un po’ e sarebbe ancora più bello se, invece di essere separati da un display mobile o fisso, si riuscisse ad uscire dal digitale per potere stare insieme con la condivisione resa possibile solo dalla presenza anche silenziosa, com’era nelle antiche scuole prima della nascita della scrittura e dei caratteri mobili: in fondo la vera rete delle banalità e del sapere prima del digitale.

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