Mia nonna nacque nel 1899 e i suoi coetanei maschi furono arruolati alla fine della prima guerra mondiale per combattere gli ultimi frangenti di quella mattanza dopo che non era rimasta più carne da cannone a sufficienza. Chi avesse disertato non avrebbe fatto una fine migliore. Quello che non potè la guerra (37 milioni, contando più di 16 milioni di morti e più di 20 milioni di feriti e mutilati, sia militari che civili) lo completò l’influenza spagnola che infierì proprio in quegli stessi anni (50 milioni di persone su 500 milioni di infettati in tutto un mondo che vantava allora una popolazione di circa 2 miliardi, causando più vittime della terribile peste nera scoppiata però in un secolo, il XIV, nettamente meno antropizzato).
Poco dopo quegli orrori le classi al potere, in particolare quella borghesia che aveva sconfitto gli aristocratici un secolo e mezzo prima, calpestando i vinti diedero origine alla situazione di rivolta dei popoli sconfitti che sfociarono negli orrori di un ulteriore conflitto planetario. Questo ritorno di fiamma procurò un grande moto delle coscienze con una forte difesa della pace. Non che non si fecero più quelle guerre che procuravano ricchezze disgustose ai fabbricanti di armi, semplicemente le si esportò dove avrebbero fatto un po’ meno rumore.
I giovani del dopoguerra spesso non apprezzavano questa pace senza valori e fu la volta, soprattutto negli Stati Uniti di una cultura dell’insoddisfazione che andava dalla gioventù bruciata dei Salinger, Dean, Brando, Clift… alla beat generation o agli hippies, alle rivolte dei campus come Berkley fino al ’68 europeo.
Di fatto la ribellione era una forma di espressione che accomunava parte di quelle generazioni e che permetteva loro di identificarsi in un modello in rivolta come pure altrimenti in uno conformistico.
La costituzione italiana nata con il secondo dopoguerra risentiva di quei vissuti ed esprimeva valori forti nel suo primo articolo stesso alle parole “fondata” sul lavoro. Chi come me nacque poco oltre quel dopoguerra desiderava fortemente di avere un progetto di fondazione civile. Mirava a cambiare dei destini ineluttabili, a rivoluzionare un modello autoritario guerrafondaio, cercare di dare spazio ai valori del benessere e della costruzione sociale…
Oggi, la civiltà del digitale ha vanificato gran parte delle missioni di quegli anni mentre i giovani però sono rimasti giovani, con il loro bisogno di affermare il significato dell’esperienza terrena in cui la generazione precedente ha fatto piombare le loro anime.
Così capita che per loro la realizzazione professionale è diventata spesso una presa in giro, il benessere una mancia per la disoccupazione o una lotteria fantoccio, il tutto in un contesto fondato sulla moda mercificante dove la scala di qualità della vita si è divaricata talmente tanto che le lame della forbice non sono soltanto spalancate, ma non di rado fanno più volte il giro del perno, nonostante anche i più ricchi abbiano ben poco da far loro credere in un successo diverso dall’ingordigia.
Se la famiglia, in un mondo sovrappopolato dove i generi sono un’opzione e il contratto di coppia una fantasia, ha cessato di essere credibile e ha smesso di esserci spazio per la procreazione; se il lavoro sta conducendo allo “sdraiarsi” dei cinesi, alla disoccupazione degli europei, alla grande rassegnazione degli statunitensi e del mondo capitalista in genere; se l’innovazione sta decerebrando eserciti di zombie che mentre camminano o guidano guardano il mondo dal display di un telefono…
Se le nostre generazioni non hanno più progetti da suggerire o ideali da perseguire, dev’essere chiaro che quello che rimane non è di poco valore.
Dev’essere chiaro che la libertà è qualcosa che conta più del lavoro o della famiglia; che l’autenticità, l’onore e la dignità contano più della ricchezza; e che la salute dell’anima e dello spirito (da guardarsi bene dal confonderla con la religione!!!), anche se non si tocca e non si mangia e tutti diranno che è solo superstizione, conta più di quella di un corpo che per quanto a lungo viva prima o poi morirà per mezzo delle malattie, dei traumi o delle uccisioni dopo aver trascorso una parabola di tempo inutile con la stessa soddisfazione che un peto ha della durata della propria pernacchia o del diluirsi nell’aria del proprio odore; e poi nulla più, neppure prima e quindi, per logica conseguenza, neppure durante.
Cari giovani, figli nostri, dimenticate tutto il resto, fate il possibile per condurre un’esistenza onorevole e compassionevole, ma alla fine non dimenticate che tutto quello che conta risplende nel nucleo della libertà, dell’autenticità e della spiritualità. Solo quello che non potete toccare potrà riempire di senso le uniche ragioni su cui si fonda il paradosso dell’esperire, l’utopia del pensare.
La notte per l’anima non è solo il momento del giorno in cui la terra nasconde il sole per quel posto dove ti trovi. Se fosse così, le località vicino ai Poli che vivono notti e giorni semestrali dovrebbero stare svegli per sei mesi e dormire per gli altri sei.
Per la nostra anima il momento della notte può anche essere uno spicchio qualsiasi del giorno, questo non ha importanza, nonostante che per alcune persone il fatto di fare turni di lavoro riduce troppo questo momento con conseguenze faticose e dolorose.
Per tutti gli altri, per la maggior parte di noi, la notte invece è quella cosa là, un po’ più lunga, un po’ meno lo spazio prima e dopo il sonno (o l’insonnia).
La notte non è però semplicemente il momento del riposo. Di notte spesso l’artista scrive le sue composizioni musicali, le poesie o i romanzi; in una notte febbrile che precedeva il duello nel quale perse la vita, il ventunenne Évariste Galois concepì la teoria dei gruppi che avrebbe cambiato la storia della matematica. Il giorno, invece, per il giovane Évariste era fatto di vane cocotte e nobili tracotanti.
In poche parole, mentre il giorno è la sequenza di compiti, azioni, nomi, collegamenti, fatti… che si susseguono senza quasi che te ne accorga, preso come sei a fuggire dalle prigionie o a conseguire mete parziali, la notte non ha fatti. La notte è una dimensione che ti avvolge con i suoi spazi e i suoi tempi deformati, dilatati, tanto o in minima parte anche allucinati. La notte è un mondo, è la faccia oscura della luna.
Tante volte ti domandi come sia possibile che le idee che ti illuminano la notte, se non vai subito a scriverle, il giorno dopo fatichi a recuperarle e, qualora anche dovessi riuscire a recuperarle, non riesci mai a renderle come la notte. Ti domandi perché quell’ossessione, quella paura, quella gelosia, quella rabbia, quella coccola che era assolutamente reale la notte, persino da sveglio, di giorno ti appaia in modo diverso, non di rado inesistente, ridicola o fatta di altra materia. E se è vero che «noi siamo della stessa materia di cui son fatti i sogni e la nostra piccola vita è circondata da un sonno» la notte è la natura stessa di quel sonno che non è fatto per nulla se non incidentalmente del dormire.
Al termine della giornata, quasi senza accorgercene attraversiamo un ponte che ci porta in un’altra dimensione del sentire, una “dimensione” per l’appunto, ovvero un mondo. Troppo spesso facciamo coincidere la parola mondo, con il termine “terra”, con un pianeta, tuttavia il nostro mondo è prima di tutto il mondo personale, è la dimensione in cui collochiamo il vivente, i fatti, noi stessi. Nella vita non abbiamo un mondo solo, ne attraversiamo diversi anche se ci appaiono come regioni di un unico luogo, che pure è un’inclusione, un abbraccio.
Il giorno spiega, risolve, causalizza… ha delle spiegazioni – immaginarie quanto audacemente sicure di sé – per tutto, che nella notte perdiamo nella nebbia del dubbio assoluto. Il giorno che spiega, dispiega il drappo delle verità che la notte riavvolge e imbrica.
La notte ci insegna una cosa soprattutto – è quello è il suo compito ben prima del farci riposare, quel compito a cui non guardiamo mai – che le nostre certezze, anzitutto quella sulla nostra identità, dipendono dal bagno in cui vengono immerse e siamo così inclini a lasciarci credere in loro pur di avere qualche certezza, anche la più irragionevole. La cosiddetta vita e la cosiddetta morte sono momenti della nostra irriducibilmente impaziente eternità
“I danni dei millenni all’insegna della forza bruta saranno davvero peggiori di quelli dell’intelligenza bruta?”
Ci sono tre storie ben note, due delle quali con una componente romanzata e l’altra più che mai reale che prefigurano quanto le civiltà finiscano per distruggersi nell’aspettativa che dall’esterno o dal futuro non arrivi altro che del meglio: è l’idea del progresso attraverso l’innovazione e la xenofilia.
Dopo un’estenuante e affannosa guerra al termine della quale probabilmente le fazioni non ricordavano neppure più per che cosa stessero combattendo, una delle due parti ebbe un’ingegnosa idea: offrire ai nemici un regalo sontuoso. L’idea dei “troyan” non l’ebbero gli attuali creatori di virus, ma il meccanismo è lo stesso: vai in un sito o scarica un software, una mail con la promessa che sia gratuita e nessuno te la rifiuterà, né andrà a guardarci dentro dove, come si sa del Caval Donato, non s’ha da guardare. L’idea è vecchia ma funziona sempre: intanto perché molti pensano di essere volponi soprattutto se consigliati da un amico ancor più volpone; poi c’è il fatto che si è tendenzialmente inclini alla zona di comfort e meritevoli di regali di consolazione e quindi è perfettamente naturale che quella buona volta che la sorte depone a tuo favore tu non debba tirarti indietro; infine l’idea che sia naturale che il futuro porti generalmente rimedio al passato. Per il resto, la storia la sanno tutti e dentro il gigantesco cavallo si trovavano astuti guerrieri scelti che notte tempo passarono a ferro e fuoco la città di Troia concludendo così la guerra e dando effettivamente il via agli anni migliori. Degli avversari però!
Lo stesso sembra valere per quel periodo della storia che aprì il periodo fortunato per l’Europa, quello delle conquiste nell’America Meridionale. Affidandoci al fatto seppur controverso che le popolazioni locali estremamente avanzate e agguerrite ma stabilizzate in un equilibrio fatale fossero in attesa di un evento presagito dalla mitologia di un arrivo di un dio bianco proveniente da lontano, dal mare corsero incontro ai manipoli di Conquistadores spagnoli che, per quanto armati di qualche spingarda, ebbero la meglio su feroci e numerosi guerrieri esperti del territorio. Anche in questo caso, fuor dei miti, sembra che a facilitare il compito dei conquistatori fu la loro furbizia nell’aggregare le tribù minoritarie per vincere l’Impero dominante.
L’aspettativa che un modello dimostratosi efficace possa diventare a sua volta un’area di comfort descrive questo dramma più vicino a noi. Due aree scomode per la corona inglese sono da sempre quella scozzese e quella irlandese che a loro volta si vedevano costantemente deprivate a causa dei debiti e della povertà di risorse. Tuttavia, anch’essi riuscivano a resistere alla fame basando la loro alimentazione sulla ricchezza di carboidrati offerta dall’unica forma di coltivazione possibile per i ceti meno abbienti, ovverosia la patata. A cavallo della metà degli anni 50 dell’800, però, una pestilenza di questo tubero costituita da un fungo, la peronospera, che distrusse l’intera produzione tanto scozzese che irlandese, ma se nel primo caso i più se la cavarono stringendo la cinghia, si stima che furono più di due milioni le persone che in Irlanda in parte persero la vita e in misura estremamente vicina persero la patria andando ad alimentare soprattutto l’altro bacino di accoglienza di miseria nordamericana accanto all’immigrazione italiana. Anche qui c’è stato chi ha saputo cogliere al volo la palla della debolezza crescente del territorio da depredare facendo in modo di impoverire ulteriormente la popolazione esigendo ulteriori interessi, e quindi risorse alimentari da quel paese in accordo con i latifondisti locali come ben descritto da Tim Pat Coogan in The Famine Plot: England’s Role In Ireland’s Greatest Tragedy.
Quella nell’intelligenza è una credenza come un’altra
Taylor diede una svolta al concetto di forza quando, da bravo protoingegnere, si mise a misurare come si potesse ottenere da meno uomini possibile lo stesso sforzo compiuto da un’intera manovalanza. Quello fu il momento in cui le macchine entrarono in diretta competizione con la razza umana e, proprio come fecero gli inglesi, ci riuscirono con l’aiuto dell’equivalente dei latifondisti irlandesi. Le macchine non sostituirono tutti gli esseri umani: soltanto quelli che vivevano a dimensione umana. Se non si comprende la differenza si può guardare un bel film di Jacques Tati, Mon Oncle dove il mondo dello zio con lo spazzino che chiacchiera con il barista scopando sempre lo stesso mucchio di polvere si confronta con quello del bendisposto cognato che cerca di inserirlo nella catena di montaggio, una versione evoluta di Tempi Moderni di Chaplin, qui alla fine degli anni ’50 ma straordinariamente vicino ai tempi nostri. Il predominio della forza in tempo di pace come in quello di guerra era diventato pressoché superato.
Fu certamente la Bomba di Hiroshima a far comprendere come fossero finite le guerre alla vecchia maniera, almeno per i paesi ricchi, perché quelli della miseria, a parte il terrore dei cartelli sudamericani, si fanno ancora a coltellacci e genocidi. Dagli anni ’40 in avanti gli psicotecnici si misero a selezionare (e quindi a spingere per un’educazione di quel tipo) giovani aspiranti impiegati sulla base di una misurazione simile a quella di Taylor che però ora aveva come oggetto l’intelligenza. Se togliamo le “deviazioni” di Goleman, per intelligenza quasi tutti hanno sempre inteso le facoltà computazionali o di problem solving. L’intelligenza è un tool, la genialità una presunzione, possibilmente da espropriare il meglio possibile (si vedano, ad esempio, le politiche sui brevetti o l’economia con le startup).
Poi fu la volta dell’elettronica e dell’informatica che con rapidità estrema iniziarono a rendere possibile la sostituzione del conflitto nucleare con quello economico: una guerra che non fa meno morti dell’altra, ma lo fa in modo molto più silenzioso e perfino in casa propria senza dovere scopare lo sporco sotto il tappeto dei vicini neri.
Il dominio mondiale all’insegna della velocità di calcolo sostenuto dalla finanza e dalle criptovalute, da un lato, e da strategie di conflitto come quelle delle vie di comunicazione in chiave di globalizzazione o del dominio delle materie prime o della polarizzazione del manifatturiero hanno ormai definitivamente segnato il predominio dell’intelligenza di calcolo procedurale sulla forza ed energia.
È l’uomo stesso che ha fatto da sempre d’altronde coincidere la parola intelligenza con quella di calcolo e di strumentalità: perché mai dovremmo stupircene ora. Soprattutto, perché dovremmo stupirci se oggi, immersi nell’isolamento sociale a 360°, i lavoratori si sentono inutili e le aziende, a parte giocare al risiko della finanza, non sanno che cosa far fare al loro personale; o se nelle ricerche di lavoratori si fanno delle “job descriptions” al confine con il ridicolo evitando accuratamente di prendere in considerazione figure che risultino devianti rispetto ai dizionari procedurali delle piattaforme standardizzate.
Un futuro tripartito?
Se i tempi a venire saranno o meno affini al modello di tripartizione sociale preconizzato da Rudolf Steiner è presto per dirlo.
Se quello scimmione che combatteva con i suoi simili per il controllo della fonte idrica del film di Kubrik, ha trovato nello strumento un aiuto per non essere prevaricato, si può dire che il dominio della pura forza ha cominciato a ridursi sensibilmente solo negli ultimi due secoli. Se noi immaginiamo questo tipo di predominio nella rappresentazione del corpo umano possiamo facilmente paragonarlo agli arti, alle gambe, alle braccia, al movimento, alla lotta, al lavoro fisico.
Quello che ha preso definitivamente il via dagli anni ’40 è il predominio della testa. Non a caso si fa un gran parlare di neuroscienze, si risolvono i problemi esistenziali a botte di differenziali diagnostici per qualificarli come patologie finendo alla fine per rendere inutile perfino il professionista clinico perché la medicina che serve te la puoi trovare con Internet. E, se tanto mi da tanto, potrebbe essere a sua volta millenario. Difficile a dirsi. Sicuramente, l’evoluzione o l’involuzione non si realizzerà tanto presto e quelli che ci aspettano saranno periodi di schiavitù delle menti e dell’asservimento conformistico alle procedure. Non possiamo essere impazienti e pensare di vedere effetti positivi nelle prossime generazioni. Dobbiamo essere tuttavia consapevoli che non c’è un nuovo mondo nel quale potere emigrare e le cose che verranno potranno essere anche dannatamente peggiori a come ce le possiamo prefigurare. Lungi dall’imbattermi in un battibecco pro-vax vs. no-vax, mi domando se sono soltanto io a cogliere nell’incapacità di confronto e quello che ci gira attorno un conformismo procedurale del tipo di quello su accennato.
Il momento in cui è possibile instillare un freno a questa deriva per l’avvenire non può essere futuro, perché la dashboard strategica della computazione sa bene che la rana va cucinata mettendola nell’acqua tiepida per poi alzare il calore poco alla volta fino a che non avrà più l’energia per spiccare il balzo fuori dalla pentola.
Non sarà certo la forza a contrastare i tempi della dittatura computazionale: dobbiamo immaginare che le due realtà continueranno l’alleanza nata ai tempi del monolite, semplicemente con un ribaltamento di predominio. Quello che nessuna delle due vuole che vada a crearsi è l’ingresso di un terzo incomodo rispetto alla calda muscolatura e al freddo sistema nervoso, ovvero la zona del torace. In essa si muovono due processi (entrambi aggrediti dalle molecole create per il Covid): quello della circolazione e quello della respirazione.
Inspirazione ed espirazione, sistole e diastole veicolati dai vasi sanguigni del sistema venoso e di quello arterioso possono scambiare i processi di un estremo con quelli dell’altro. Facciamo ben attenzione a questo passaggio Contare sui processi ritmici del corpo come della società vuol dire esattamente il contrario che stare dalla parte dei realisti o dei rivoltosi, dei buoni o dei cattivi, ma piuttosto, in maniera naturale, fare in modo che quello che nessuna delle due parti vuole, ovvero l’ingerenza nel proprio dominio si renda possibile e che il calore dell’energia attraverso l’inspirazione vada a irrorare il cervello che renderà possibile il movimento degli arti dopo aver espulso nell’espirazione le sostanze spurie, e così via. Per crescere come umani occorre compiere uno sforzo che a parole fanno tutti, ma nei fatti evitano entrambi: scambiare in ogni istante la sostanza dell’appartenere alla natura e alla vita con la spinta a innovare che sta scritta nel nostro compito; un’inspirazione analogica e un’espirazione digitale.
Non insegniamo ai nostri nipoti ad essere buoni o a non essere cattivi, ad essere rivoluzionari o a non essere conformisti e neppure ad essere eccessivamente affettuosi o comprensivi verso entrambe le parti, ma solo seguendo la naturalezza delle cose a fertilizzare i due processi governanti con la bellezza delle curve, con l’arte del tai-chi del movimento rettilineo dal bacino ai piedi e di quello circolare dalle spalle alle mani. Questo ci aiuterà a rendere meno irriducibile l’avanzata del mondo numerico.
Un tempo si insegnava che c’erano due dimensioni: quella analogica portata dal corpo e dai suoi gesti e quella numerica sintetizzata nei linguaggi simbolici, primo di tutti quello aritmetico. A quei tempi sembrava ovvio che il sistema in minoranza era quello numerico perché la pasta al pomodoro prevaleva sulla calcolatrice del ragioniere. Oggi il numerico predomina ed è l’analogico ad essere un metodo obsoleto: così sarà per la danza e tutte le arti, ma come molte attività artigianali. A distruggerle non saranno i computer, ma
la riduzione a valori basilari ridondanti della varietà fenomenica ed espressiva (ad esempio un’unica lingua per tutto il pianeta, la cancellazione di ambiti di sapere sovrabbondanti rispetto alle domande individuate dalla normalizzazione)
la proceduralizzazione dei comportamenti, dei caratteri e delle personalità e la dipendenza delle azioni dalla riconoscibilità prevista dai sistemi (si pensi a quanto sta verificandosi nei social network) e l’automazione delle procedure (non è il digitale e men che mai il cibernetico la “pietra dello scandalo” anche se si tende sempre più a confondere le parole, ma l’automazione; identica a quella meccanica, questa mira ad automatizzare le attività mentali invece di quelle fisiche; come fare a distinguerle fra loro? se non ti lascia scegliere e ti fa usare parole tue invece delle sue allora non è automazione).
Ribaltando una celebre frase di Piccolo Grande Uomo, «Oggi è un buon giorno per cominciare!»
«Creata nel 331 a.C. da Alessandro Magno, doveva raccogliere tutte le opere collegate ad epoche e paesi diversi, per creare una collezione unica per i posteri. Sotto la direzione di Callimaco di Cirene, nel III secolo a.C., doveva contenere 490.000 libri, mentre Aulo Gellio, due secoli dopo ci dice che ne erano quasi 700.000. Purtroppo non possiamo sapere con certezza la cifra esatta ma possiamo lo stesso affermare che la sua distruzione fu un’immensa perdita per l’umanità. Con la caduta di Cleopatra, non esisteva più una corte reale che avrebbe finanziato la biblioteca e negli anni a seguire la città stessa subì diverse devastazioni come quelle di Aureliano e Diocleziano. Nel IV secolo d.C., l’affermarsi del cristianesimo come religione ufficiale dell’impero fu un ulteriore colpo per la decadenza della biblioteca: essendo uno dei simboli del mondo pagano, fu presa di mira come la biblioteca del Serapeo che fu distrutta nel 391 d.C. durante una rivolta antipagana capeggiata dal patriarca Teofilo. Il colpo di grazia per la biblioteca arrivò con la conquista araba della città nel 640 d.C.: il generale Amr ibn al-As la distrusse per ordine del califfo Omar. (Fonte dell’accaduto è un testo siriaco cristiano del XII secolo insieme a fonti arabe successive)»
Ho scoperto che molti materiali che conservavano contenuti, memorie, scritti, registrazioni personali (lezioni di maestri spirituali, ad esempio) o familiari (registrazioni di mio figlio piccolo, quelle cose tenere che conservi a futura memoria) sono state inglobate nelle scatole onnivore del dimenticatoio mischiate fra loro a causa della loro obsolescenza. È vero che siamo troppo attaccati alle nostre cose dimenticando spesso che nulla è eterno, eppure accade che gli scritti di grandi scrittori siano stati scoperti dopo la loro morte o comunque in età decisamente avanzata. Per il momento li abbiamo su web o su cloud e quindi quando sarai morto o non avrai di che pagare il servizio cadranno nel dimenticatoio ma non sarà più un tuo problema.
Quello che voglio portare all’evidenza è l’obsolescenza dei supporti su cui rimane incisa la memoria e quindi buona parte della conoscenza storica. C’è chi dice che nei primi tempi gli esseri umani si comprendessero anche al di là dei sensi e quindi della parola stessa; la scimmia impaurita che dopo essersi avvicinata al meteorite scopre il valore strumentale dell’osso non comunicava certo a parole e quell’inquadratura in cui il lancio vittorioso dello strumento osseo roteante si trasforma in navi spaziali in un paio di minuti di fatto potrebbe sintetizzare quanto vado ad espandere. Queste stranezze appena descritte non dovrebbero stupirci più di tanto nel momento in cui dovessimo fare un sondaggio con dei millenial chiedendo loro quale supporto usassero le popolazioni antiche per insegnare e trasferire conoscenze con lo scopo di verificare quanti di loro identificherebbero che era la memoria che nasceva dalla frequentazione verbale. Impossibile per molti immaginare che qualcosa possa rimanere più a lungo di qualche secondo se non fosse almeno scritto. Come fare a mantenere in memoria grandi quantità di informazioni se non si ha un file “.zip”: gli zip c’erano già allora ma si chiamavano simboli. Un complesso simbolico all’interno del quale si trova sintetizzato un vero universo di conoscenze è prima di tutto l’astrologia. I calcoli planetari, lungi dall’essere indifferenti all’epoca – prova ne sia che calcoli astronomici tanto complessi dall’essere possibili solo con i moderni calcolatori erano già noti agli astronomi babilonesi – erano principalmente un metodo per comprendere le regole che mettono in rapporto il macrocosmo e il microcosmo e questo con ognuno di noi. Dietro un segno o dietro un pianeta si trovavano richiami che sarebbero stati impossibili da memorizzare diversamente. Seppure malridotta dalle banalizzazioni dei giornali o dalla dipendenza che ognuno di noi in misura maggiore o minore ha sui timori o sulle aspettative sul proprio futuro, l’astrologia è arrivata fino ai nostri giorni diversamente dai volumi conservati nella biblioteca alessandrina. In altri termini è nato un rapporto stretto fra le tecnologie di supporto al trasferimento delle conoscenze e la quantità e conseguentemente, sia la qualità che la difficoltà a discernere quello che è qualitativamente più interessante.
La conoscenza sfuma in misura direttamente proporzionale alla sostituzione dei supporti che la contengono e la velocità di obsolescenza influisce nella quantità di produzione di contenuti di breve durata, di breve scrittura e di scarso lavoro di preparazione e di lettura. E il tipo di prodotto emergente influenza i cambiamenti nelle ricerche e nelle aspettative delle persone e quindi nelle formae mentis delle persone stesse e delle civiltà.
Quello che ci ha lasciato questo biennio di restrizioni sociali fra i tanti fenomeni più o meno spuri è una sensazione di surplace, come i ciclisti che nei velodromi si tengono immobili sui pedali delle loro biciclette alla partenza delle corse su pista, solo che nel nostro caso la partenza è solo virtuale e il solo sport consiste nel resistere più a lungo possibile nell’immobilità.
Non voglio dilungarmi in discorsi fatti fino alla noia ben prima che le cose si rivelassero per quel che sono. Ritengo invece che una considerazione possa essere utile. Molti di noi rimandano le visite mediche, non solo perché tutto è diventato più difficile, ma anche perché il ritmo, la regolarità del quotidiano si è spezzata: l’interruzione ha fatto perdere la sintonia. Lo stesso accade per il ritorno nei luoghi di spettacolo o di viaggio, di vacanza, di conoscenza…
Siamo come degli stormi che durante le loro evoluzioni millimetriche nei cieli al tramonto abbiano incontrato una turbolenza che li ha allontanati per un certo periodo l’uno dall’altro finendo per perdere l’armonia, scontrandosi fra loro o perdendo l’orientamento. Proprio come uno storno senza armonia e senza partecipazione al gruppo viviamo in ciò che Marc Augé ha definito dei Non-lieux, dei nonluoghi degli spazi formali privi di un connotato realistico di finalità esperienziale.
Invece di protrarre l’invito a delle soluzioni per confermare un modello sociale che fatica a reggere o la sua “disruption”, la distopica affermazione maniacale di un’innovatività senza materia faremmo bene in prima istanza a soffermarci per comprendere che la nostra vita è diventata ogni giorno di più qualcosa che davamo per scontato, il ripetersi di routine ipertrofiche di nomi quanto prive di corpo, la cui principale dimostrazione è l’affermazione di una natura artificiale dell’intelligenza.
Basta consultare un social network per capire come gran parte di quello che vi si contrabbanda è privo di consistenza. Personalmente non reggo più nessun social network, ma continuo a seguire, di quando in quando partecipandovi, a LinkedIn perché ancora vi si trovano di quando in quando delle riflessioni seppur tuttavia lì mi soffochino le banalità argomentative e l’autopromozione egocentrica o marchettara basata su titoli privi di sostanza. Non ci si riferisce ad esperienze concrete come preparare un piatto o scavare una buca, ma a dati, statistiche, istogrammi e un’infinità di etichette neologistiche che in quella rarefazione della presenza e della partecipazione cui accennavo all’inizio rendono ridicoli molti dei loro autori. A partire proprio dalle descrizioni nel profilo, non mi stupisce che Mario Rossi si definisca CEO della Mizzega Consulting S.p.A.: che altro potrebbe mai dire di sé? Ma che il Ragionier Fracchia si qualifichi come Project Manager nel Supply Chain della Parrocchia della Santa Caterina lo trovo ridicolo. Non tanto per il titolo, ma perché non ci dice nulla di quello che concretamente fa, sempre che sia uno dei fortunati che fa qualcosa di concreto.
Chiudo dunque con una considerazione che fece Rudolf Steiner sull’importanza della meditazione. Egli diceva che tutti dovremmo riservare un momento della giornata da dedicare alla meditazione. Al di là del metodo o dei contenuti adottati, meditare è una delle poche cose che interrompono la ripetitività del quotidiano. Tutto ciò che facciamo pensando di compiere una libera scelta è in realtà un automatismo, una sequenza di gesti, pensieri, parole ben lungi dall’esprimere un libero arbitrio. Siamo indotti dalla legge della causa e dell’effetto, come su una catena di montaggio, a compiere azioni e trovare soluzioni pensando di fare qualcosa di diverso.
Meditare, invece, è qualcosa di socialmente inutile nella catena di montaggio; non è richiesto; è una perdita di tempo difficilmente spiegabile (Steiner non conosceva . anche se l’aveva predetto – l’avvento della new age e della mindfulness). Quindi la sola ragione che può spingerti a farlo è una tua arbitraria scelta. Naturalmente, tutto ciò, per quanto prossimo al vero era un’estremizzazione per lo stesso Steiner. Ciò non toglie che smettere di essere dei vuoti parolai da social network e da call conference aziendali e cominciare a far riferimento ad azioni concrete, a comportamenti realistici invece di seguitare a ripetere buzzword nel tempo fermo di una società liquida incorporata nella dimensione virtuale dell’inciviltà socialmediatica non potrebbe che fare del bene a tutti.
Fare di meno ma con azioni dettate da una volontà libera e divergente, anche nei social visto che sembra ci sia rimasto solo quel non luogo, forse può distoglierci dalla vuota ripetizione del nulla che esisteva ben prima del distanziamento sociale: un fenomeno che se ci avesse portato ad aprire gli occhi su come eravamo diventati, sarebbe stato benedetto.
di Ennio Martignago (da:”L’impresa di Occam” – in pubblicazione)
L’accostamento del sostantivo “Impresa” con l’attributo trasparente sembrerebbe essere ai nostri giorni una contraddizione in termini, un vero e proprio ossimoro. Non sono trasparenti i favoritismi fra capo e collaboratori, né quelli che inducono a portare avanti un dirigente dannoso nei confronti di uno illuminato quando è quest’ultimo che pur tuttavia deve continuare a dare il meglio. Sono infine meno che mai trasparenti perfino i rapporti fra le direzioni e i sindacati – laddove questi esistano ancora – e all’interno dei sindacati stessi, oltre che fra questi e i lavoratori. Ciononostante bisogna ricordare che i tempi non è che stanno cambiando: sono già cambiati.
Per quanto continuino ad esistere i lavoratori manuali per i quali il significato della parola “lavoro” non è che sia così tanto cambiato, a parte il fatto che sono sempre meno persone a fare sempre di più, la grande moltitudine dei cosiddetti “white collars” è più in crisi che mai. La ragione di questo disagio è certamente connessa a quelle tecnologie del calcolo automatizzato che stanno producendo nelle attività procedurali lo stesso effetto che ebbe l’introduzione delle macchine meccaniche nella gran parte delle attività pesanti, come quelle a suo tempo supportate dagli animali da lavoro, ma questa ragione non può spiegare tutto. Non può spiegare, ad esempio, l’incremento di attività procedurali, più deleterie che inutili, create per dar lavoro alle macchine e ai loro “terminali umani”: è la logica per cui chi ha solo un martello per ragionare non farà altro che riempire il mondo di chiodi.
Eppure non è vero che tutto si fermi qui, anzi…
L’azienda nel frigorifero
Quando oggi al mercato ho ordinato all’ortolano un mazzo di ravanelli mia moglie mi ha redarguito sul fatto che nel frigo c’erano ancora quelli della settimana scorsa. Quando le ho chiesto dove fossero mi sono sentito rispondere: «Sono davanti al tuo naso che ti mangiano». Ne ho comperati lo stesso immaginando che da una settimana all’altra non fossero più freschi, però non appena a casa ho subito controllato come stessero le cose nel frigorifero. Effettivamente erano più o meno davanti al mio naso, tuttavia dentro un sacchetto di plastica bianco e quindi non ci avrei mai fatto caso – io – ma neppure quelli che dicevano di saperlo avevano mai avuto l’idea di tagliarli e condirli.
La ragione è che quello che non vedi, seppure sai che esiste, non ti viene mai in mente che possa essere utilizzato. Questa stessa è la ragione che mi ha portato a sostituire i contenitori di plastica a volte di marca e di qualità, con quelli più comuni recuperati dalle confezioni di vetro dei sott’olio e perfino quelli di plastica trasparente degli Yogurt grossi. Normalmente quello che finiva in quei simil-Tupperware veniva riscoperto in genere quando la flora e la fauna che si era creata al loro interno cominciava a gridare aiuto nella speranza di essere liberata dai loro rapitori.
Da ciò nasce una prima considerazione: l’ordine della logica comune del tenere una facciata ideale fa andare a male i contenuti conservati nei contenitori solo per dare l’apparenza di bella figura. La seconda considerazione è quella che si rivolge all’esterno: l’azienda organizzata per salvare l’apparenza sarà maledettamente uguale a tutte le altre imprese; e, se una volta quelle che si assomigliavano erano solo quelle dello stesso comparto, ora che tutti stanno facendo un po’ di tutto per cercare di esasperare la massimizzazione dei profitti, davvero ogni azienda finisce per somigliare a qualsiasi altra. La ragione di ciò è che nessuno riesce a vedere i suoi contenuti reali abbastanza da immaginare che possano fare al caso loro, ma vedono solo quello che gli addetti al marketing finiscono per contrabbandare sulla base delle mode del momento, sempre più evanescenti quanto ossessivamente ripetitive.
Il caos non è la soluzione
Ad un certo momento, visto che questa logica trasparente di “economia circolare sostenibile” non poteva valere per tutti in quanto, se funzionava per le melanzane al funghetto appena cotte, non era pensabile infilare i gambi di sedano o i pani di insalata nei contenitori della marmellata, dovetti pensare ad una soluzione diversa dal tornare ad infilare questi “giganti nel frigo” in sacchetti di carta o in quelli del pane. Qui le cose si vanno a fare più complicate. Per risolverle ho dovuto lasciare le verdure a debordare dalle graticole di metallo dei piani alti del frigorifero. Normalmente dovrebbero finire nei cassetti in basso, anch’essi purtroppo bianco latte senza trasparenza.
Il problema del nuovo “dia-ordine” è stato che poi si finiva per infilare altre cose in mezzo ai ciuffi di verdura o in fondo dietro ai pomodori così che capitava di aprire più barattoli di maionese perché nessuno andava a frugare fra la verdura per trovare quello già iniziato. Avrei dovuto fare dei corsi di formazione all’ordine del frigo ad una famiglia che mi avrebbe mandato a stendere prima che iniziassi la proposta. Come in una cerimonia del tè Zen, l’ordine è una cultura e non una tecnica e purtroppo su questioni come la cultura il disaccordo predomina.
Che fare? Cambiare frigorifero con uno di quelli più moderni tutti trasparenti di cui però non esiste una versione da incasso compatibile con il portafoglio?
Forse basta cambiare cassetti di misura e prenderne di trasparenti.
Che cos’è l’azienda trasparente?
Il frigorifero proprio come l’azienda non può non avere un’organizzazione. Ciononostante dalla metafora può rischiare di apprendere alcuni principi generali utili per migliorare i propri rapporti interni indispensabili per gestire il rapporto fra l’attività strutturare e l’investimento innovativo, nonché la visibilità e l’appetibilità nel mercato esterno.
Non ci devono essere più contenitori che alimenti, ovvero che la componente organizzativa non deve mai prevalere sul suo fine, sulla sua attività e sui suoi contenuti
Ogni contenitore deve essere abbastanza piccolo o quantomeno di misura da poter vedere tutto quello che contiene e il pezzo grosso, come ad esempio la fetta di melanzana, non deve oscurare il resto al punto che non si capisce in che modo questa sia stata condita. Inoltre, spesso è meglio conservare l’ingrediente principale in un contenitore separato da quello che contiene il sugo: intanto potrai usare quel sugo per condire cose diverse oppure combinare gli ingredienti di base in dei mix nuovi.
In definitiva, così facendo si eviterà che molti cibi vadano a male e quando questo capitasse probabilmente, non solo ce ne si accorgerà per tempo, risparmiando spazio nel frigo e rigurgiti alla loro scoperta, ma si farà in modo soprattutto che la parte deteriorata guasti anche quelle con cui si trova unita. Si saprà, inoltre, dove si trovano i cibi che riempiono la pancia, come le buone patate, da quelli che, come lo zafferano o la bottarga, non devono andare a male né di aprirne più confezioni.
Quando Steve Jobs rientrò in Apple era disperato a causa della totale mancanza di idee originali e si agitava da un piano all’altro finché non arrivò alla scrivania del semi-oscuro impiegato britannico Joni Ive. Lì si esaltò ammirando quello che sarebbe stato il primo iMac, il computer che avrebbe cambiato l’idea stessa che oggi abbiamo di tutti i computer. Quando Ive, stralunato alla scena, gli chiese se aveva visto bene quello che aveva davanti, l’altro rispose che non solo l’aveva visto ma che lo voleva al suo fianco per una collaborazione ed una grande amicizia che superò addirittura la scomparsa del primo. Che cos’aveva di particolare quella macchina? Intanto la maggiore novità stava in quello che non aveva: era di una semplicità disarmante, mancando sia del lettore di floppy disk che delle porte seriali o parallele, compreso le famose SCSI che caratterizzavano i computer Apple. Usava solo delle nuove porte USB, una porta di rete e un lettore di dischi ottici, cui si sarebbe aggiunta una scheda wireless. Ma la novità che più saltava agli occhi a chiunque era un’altra: tutto era contenuto in quel televisorino senza pezzi aggiunti e soprattutto lo chassis era completamente trasparente.
Oggi, sia i clienti che i partner, che gli stakeholder, che i fornitori, che gli investitori, tutti vorrebbero avere a che fare con delle aziende iMac invece che con delle sale calcolo di una volta. Questo è il segreto di alcune fra le startup più ambite dai grandi capitali. La logica di fare affari senza inventare nulla, limitandosi ad accaparrare spesso con scarso criterio le idee altrui per poi spesso farle fallire, non potrà durare in eterno e le grandi imprese, invece di limitarsi a sperare nel grande affare, dovrebbero avere un bel frigorifero tutto trasparente aperto al mondo dove niente stia andando a male e dove nessuna risorsa venga spacciata per quel che non è, né che venga dimenticata.
Visibilità e privacy
L’abuso delle policy di data protection oggi spacciate da molte delle stesse aziende che dei dati degli utenti sono ben lontane da non fare uso (solo lo fanno sapientemente informato) mette molte imprese, clienti e stakeholder compresi, di fronte al dilemma se difendere la privacy o mostrarsi al mondo per quel che si è.
Dietro a molto “gioco al nascondino” si cela in ultima analisi la totale mancanza di idee e lo spaccio di etichette e slogan sdruciti già sul nascere.
Il vero tema del buon uso della privacy consiste nel far notare il meglio possibile quello che gli osservatori hanno interesse di vedere e che i proprietari hanno interesse di mostrare, al punto che quello che si può desiderare di nascondere sia il minimo possibile facendo in modo che il resto non attirerà lo sguardo di nessuno, essendo l’attenzione di tutti indirizzata a quello che si è scelto di mostrare.
Solo chi non avrà nessun contenuto da mostrare nel frattempo concentrerà tutti gli sforzi a sfoggiare vanamente un brillante contenitore ordinato come un prato all’inglese o un taglio di capelli a spazzola.
Non spostarsi mai dal presente è un esercizio arduo, al confine dell’impossibile, ma è quello che sarà indispensabile nei frangenti più drammatici della nostra esistenza, come il momento della morte e soprattutto, per quelli che lo ritengono fondato, in quello che ne consegue.
Vivere il presente è concentrarsi solo su quello che percepiamo, sul suo senso attuale senza alcuna interpretazione pregressa o previsionale e assumersi le scelte che l’istante comporta.
Periodi storici come quello che stiamo attraversando richiedono proprio quel tipo di guida o leader che lo si voglia chiamare: un leader che sappia in ogni momento stare in equilibrio sul presente e che attrezzi dei team capaci di fare lo stesso in serenità, anche perché se loro non sanno fare lo stesso non potranno fare altro che squilibrarlo facendolo cadere a discapito delle loro stesse persone, proprio come quando lo scorpione punge la rana che lo sta traghettando sull’altra sponda dello stagno causando in questo modo il suo stesso annegamento. Purtroppo il popolo, esattamente come le lobbies, non possono essere comprese in questo quadro: non sapranno mai né cos’è l’equilibrio né, quindi, che cos’è il presente. Il presente chiede di mettere di lato la programmazione facendo in modo di fare subito quello che può essere fatto qui e ora, ivi compreso riposarsi e apprezzare ciò che si è e si ha e che diventa altro mentre si dice “è”.
Come si fa a vivere il presente? Esiste una semplice regola meno complicata di tanti esercizi di concentrazione:
Intercettare e nominare, proprio come i bambini che giocando a nascondino dicono «Un due tre per Mario dietro la macchina», ogni singolo rimorso e ogni singolo rancore come pure ogni singola speranza e ogni singolo desiderio.
«Speravi di fregarmi! Invece ti ho beccato e adesso non giochi più».
Infine occorre praticare il paradosso peggiore: apprendere da ogni istante senza attaccarsi alla cognizione acquisita, lasciando che sia altro – lo si chiami pure inconscio, meme, tra, dna cognitivo o campo morfico, poco importa – ad occuparsi di essa avendo fiducia che allorché serva ne ritroveremo traccia nei presente successivi.
La storia dell’anima è un paesaggio di segmenti a zig-zag fra burroni e belve dietro ogni angolo, superati i quali cascate dissetanti si succedono a deserti infiniti, come caldi raggi di sole ci rigenerano dopo disgeli inaspettati.
Non è né bella, né brutta: è solo nostra e dell’individualità che andremo a comporre assieme alle anime che alla nostra si uniranno strada facendo nella nuova entità entro la quale finalmente supereremo tutto ciò.
Alexander von Bernus all’età di otto anni scrive questi versi:
“So che i morti vivono, Sento che sono intorno a noi. Quando camminano lungo i chiostri, È come se soffiasse un vento freddo. So che i morti vivono, Tuttavia sono ciechi.”
Sulla sua ricerca costante e la sua creatività pulsante scrisse: “Essere in ricerca e andare avanti a partire da ciò che si è scoperto; il procedere ininterrotto non ha nulla a che vedere con la cattiva coscienza, ma esclusivamente con l’irrequietezza eterna che è forse la nostra parte migliore. Non importa se questa sia inquietudine verso Dio o inquietudine verso il mondo: ciò che conta è che si tratta di inquietudine. La maggior parte di coloro che l’hanno posseduta o la posseggono, la posseggono duranti gli anni di gioventù, e quando questi sono passati, l’irrequietezza sparisce. Poi diventano cittadini. Il cittadino è l’uomo senza irrequietezza”.
Alexander von Bernus fu poeta, alchimista, spagirico e uno spirito libero.
L’eterno ritorno del medesimo è il misconosciuto paradosso mistico, una sorta di koan zen, del pensiero occidentale che il filosofo ricevette come una sorta di illuminazione durante la sua permanenza a Sils-Maria, realizzazione che coronava silenziandola al contempo l’intera sua analisi saggistica.
Quel pensiero ha lontane radici alchemiche spagiriche: la sostanza fra le mani e gli alambicchi dell’alchimista occorre che venga scomposta nelle sue componenti ancestrali e separata da esse combinando l’azione meccanica con quella termica perché ognuna possa essere ridotta alla sua essenza per poi riunirle a quella nell’ultimo atto di perfezionamento: il conseguimento del DNA spirituale, ovvero la quintessenza.
Perché diventare se si è già? La rinascita per gli antichi egizi era una riproposizione della stessa persona e anche qui il senso pare essere lo stesso. Tuttavia, nella ripetizione si concentra il senso nel piccolo, nella riduzione, nella rinuncia alla manifestazione esistenziale tramite progressivi distacchi.
La rappresentazione del valore della persona condivisa fra le persone di questo mondo è insita nel successo della grandezza. Qui si individua un percorso affatto inverso: riesci se ti concentri nel piccolo. Il piccolo è più facilmente combinabile con altro o altri, ma in questo conserva forte la sua identità. Questo è il senso della volontà di potenza traslitterata malamente da storici e politici. La vera potenza è quella che determina senza agire, solo per la sua riuscita iniziatica.
Quella che chiamiamo anima di luce non è il nostro io e men che meno la nostra “persona”.
È però la parte persistente ovvero consapevole e maggiormente continuativa del nostro esistere.
Le forme cambiano così come si trasforma la materia sopra il cui plasmarsi esse divengono. Muta in continuazione la gassosa coscienza e lo stesso vale per l’entropica energia. Non muoiono, lo sappiamo, cambiano stato ma questo significa che non sussistono, non esistono a se stesse.
Il mondo — che non è “la terra” — è una prigione buia e clustrofogena. Tutto ciò che di bello ci vediamo è tale perché proiettato dal nostro “Essere-Luce”.
Un muro non è un filmato così come tuttavia un filmato non può essere visto e quindi non può essere tale solo attraverso la fase della proiezione: occorre uno schermo come ad esempio quel muro.
Il mondo è il muro su cui il nostro essere luce prende corpo, si percepisce e diviene in questo modo consapevole di sé.
Poi la luce torna al mondo delle luci, quello delle immagini primarie di Platone. Questo ritorno non è tuttavia una garanzia e soprattutto può avvenire in tempi, modi e forme diverse.
Quando cessiamo di esistere in questa forma (finisce il film o il giro in giostra), qualsiasi sia stato il nostro contributo all’illuminazione del mondo e delle menti e all’arricchimento di proiezioni fisiche per il mondo della luce, alcuni rimangono prigionieri di una sorte di sindrome di Stoccolma e non riescono ad abbandonare il luogo di proiezione.
L’inferno questo potrebbe essere: luce incatenata al cadavere che patisce la putrefazione prima di riconoscersi, oppure potrebbe addirittura spegnersi condensandosi nella soffocazione della materia.
Questo grido è la natura dell’inferno, non il male in quanto cattiveria, a meno di non considerare male il dominio del mondo quale luogo di oscurità (come gli incubatori oscuri di “Matrix”) necessaria in quanto va ricordato che svolge un ruolo fondamentale a patto di ricordarsi sempre che in quanto presenza di luce siamo ospiti del mondo e non suoi padroni.
La nostra presenza nel mondo è al contempo Maya, illusione, e mente chiara, verità. L’illusione è quieta e dolce anche se per essere così occorre accettare una vita da maiali si Circe. La verità può d’altro canto fare impazzire come il canto delle sirene mentre si è legati all’albero maestro.
Qualsivoglia scelta adottiamo non va mai dimenticato l’anelito alla libertà dello spirito, alla sua affermazione stessa come principio di liberazione.
Non barattare la liberazione per il confort dell’identità: durerà troppo poco e il prezzo da pagare per questa diserzione sulla terra oscura del re del mondo è davvero mostruosamente alto!
«Riguardo alle concezioni sull’anima sulle rinascite e sulla vita nel cosiddetto aldilà mi scontro con il problema della loro rappresentazione: che cosa sono i colori per un cieco dalla nascita? Per quanto esista della letteratura in merito (che mi lascia indifferentemente immemore) resta il fatto che, non solo la lingua, ma l’esperienza stessa del colore non può essere comunicata. Ci attraversiamo ci fondiamo e ci scindiamo costantemente prima dopo e durante, ma ruotiamo entro campi gravitazionali coerenti, non come atomi ed elettroni, ma come stormi di storni. Però nello stesso tempo siamo cigni e siamo squali, branchi di cani infoiati , lupi solitari, gerarchici e monogami, oche dall’accoppiamento consanguineo; correnti marine in turbolenze stocastiche. Nulla di tutto ciò può essere descritto in parole. Dimensioni sovrapposte e concomitanti abitano la nostra persona ospiti di una presunzione di costanza data dal postulato di un io che illumina e cela nello stesso gesto: la forma è una dimensione, l’energia un’altra, la coscienza una ulteriore, e poi c’è la materia che è liquida dall’osso al gas in un plasmarsi costante e autonomo alla sezione di trasformazione che chiamiamo soggetto o oggetto; c’è la luce che esiste solo perché illumina ma nessuno l’ha mai vista al di là dei numeri con cui la calcoliamo e il buio che non è assenza di luce ma presenza di “luce-inversa”. In fondo credo che la permanenza delle anime sia solo una frazione riduttiva e romanzata di un’installazione corale irrappresentabile che si riduce ai suoi due poli dialettici: la pienezza del vuoto e l’inconsistenza dell’io»
(Testo appuntato a memoria per me stesso estrapolato da un contributo in una discussione con l’amica Monica)
Come consuetudine fui germoglio, tenera e accesa giovincella, piena dell’ardore estivo ed esausta per la siccità nella canicola.
Insetti, bruchi e microorganismi hanno segnato la mia pelle e la mia ossatura e questo vissuto forse mi fanno meno attraente, ma questa sono io, la mia vita e la mia esperienza scritta addosso e ne vado orgogliosa.
Presto la mia debolezza inumidita dalle piogge autunnali e aggredita dal freddo e tagliata primo vento invernale segneranno la mia resa e definitivamente cederò lasciandomi cadere nel vuoto di una canzone di Edith Piaff.
Stesa sul terreno in attesa di diventare polvere sento la voce di un uomo, forse un professore o forse un prete, spiegare che la vita si rinnova anno dopo anno e, come diceva Platone, anche noi rinasciamo proprio come la foglia che cade per rinascere la primavera successiva, anno dopo anno – fintanto che il fusto vive, aggiungo io. La tua coscienza permane viva e dormiente nell’albero, certo! E la bella e tenera foglia che spunterà il prossimo anno conserverà questa presenza di me, la stessa che ha abitato la mia esistenza. Rinascerò probabilmente in lei.
Ma non sarò lei.
Io sono qui, ora, in tutta la dignità della mia caduta che corona questa parabola che fu la forma della mia vita, la mia forma, la mia storia disegnata nella mia identità.
Io sono quella che fui nelle mie numerose rinascite e la stessa che sarò in quelle a venire. Nello stesso tempo non sono loro: sono questa e nessun’altra!
Ognuno di noi è se stesso, la sua impronta e il flusso del divenire stesso: lo è contemporaneamente e mai per sempre.
Non possiamo concepirlo o forse non può concepirlo una foglia.
Lo è, ma in consapevolezza. Quella consapevolezza, in mezzo a questo tutto e a questo niente, è la sola grazia possibile: in essa la sola speranza di salvezza.
Ci sono due ragioni per cui quando si fanno i complimenti per il loro genio certe persone ringraziano mostrando una certa indifferenza.
La prima è che, per presunzione forse, le ritengono insignificantemente dovute; l’altra è che, per modestia magari, non abbiano a che fare con la loro persona.
Tutto ciò che resta da comprendere è come si tratti, in fondo, della stessa risposta.
L’albero che è germogliato sul monte nell’esagramma precedente è ancora piccolo e va alimentato con particolare cura. Non bisogna richiedere che si compiano imprese se prima non sono salde le radici e perché questo avvenga occorre del tempo, pazienza e i giusti alimenti.
L’esagramma dell’attesa indica che l’ambiente, il contesto, l’esterno è irto di avversità e contrasti e non bisogna anticipare le mosse per premura di intervenire.
Le radici della pianta sono il luogo dell’attesa così come il grounding bioenergetico (ma anche la posizione delle gambe che si muovono in quadrato nel tai chi per sostenere il movimento circolare degli arti superiori) è fondamentale per sostenere l’azione e la riflessione.
Non diamo sufficiente risalto all’importanza del lato inferiore del nostro corpo che garantisce la stabilità senza la quale ogni gesto finirebbe in caduta. Nello “Yasenkanna, il Trattato Zen sulla Salute”, Hakuin Ekaku Zenji narra del saggio eremita e dei suoi insegnamenti su come, invece di ricercare risultati ambiziosi spirituali o intellettuali è bene rafforzare l’energia che si trova nella zona del bacino sotto l’ombelico imparando a “respirare dai piedi” (si tratta evidentemente di una rappresentazione che fa da guida alla nostra gestione energetica) distribuendo l’energia sotto forma di calore attraverso le gambe fino al mare energetico del bacino.
Non è il momento per trarre considerazioni su successi e sconfitte così come se si dovesse abbandonare una semina per l’assenza di pioggia: l’esagramma mostra che le nuvole stanno dirigendosi in alto e la pioggia non tarderà ancora molto, ma questo tempo non va trascurato come un momento di inattività, bensì va utilizzato per rinforzarsi.
Per questo l’immagine descrive la situazione per cui, mentre le nubi salgono nel cielo la persona responsabile mangia e beve fiducioso in letizia.
La posizione variabile posta in quinta posizione rappresenta una linea forte che diventa ricettiva determinando così un’apertura della figura verso il cielo risultando in tal modo il signore del segno. Sottolinea in questo modo l’opportunità e l’importanza che in questo periodo assume la buona alimentazione che in altri ambiti richiama alla raccolta degli argomenti e degli elementi determinati per la raccolta e l’azione successiva.
Nell’immagine che si crea con il cambiamento si comprende che la fase a seguire avrà la caratteristica dell’equilibro. L’esagramma della Pace (T’ai) mostra l’unione di cielo e terra che ha come corrispondenza proprio il periodo fra gennaio e febbraio dove le energie sepolte nella terra si caricano di luce preparandosi ad allontanare il gelo e la lunga notte.
Si tratta però di un periodo in cui le forze del ristagno possono essere allontanate solo se la responsabilità e la solidarietà sostenibile avranno il sopravvento; un momento in cui la centralità dell’equilibrio non deve minimizzare l’azione ponderata ma dotata di quieta imponenza. Per usare una metafora di Pareto, non si tratta di una fase da “volpi”, bensì da “leoni”. Dei gestori che si curano del bene del popolo amministrando i doni che cielo e terra offrono ai viventi. Una calda e sicura tranquillità operosa caratterizza la figura de “La Pace”.
Per rispondere al pensiero di alcuni lettori sottolineo che l’uso de I Ching, o almeno quello che ne vado facendo qui, non va inteso come un oroscopo previsionale né tantomeno come una sentenza rivolta a delle persone o finalità particolari e specifiche, ma piuttosto come una meditazione immaginativa che si innesta in un quadro di sincronicità: siamo in tanti e siamo differenti e anche responsabili delle nostre scelte, però nonostante in ogni momento alcuni ricevono delle opportunità e altri le perdono, alcuni nascano ed altri periscano, quella che non va mai persa è la comprensione del senso del tempo e del tratto armonico o disarmonico del momento a cui tutti gli esseri senzienti, come fossero un individuo solo, devono conformarsi e adattare le proprie scelte e i comportamenti. Così vanno lette queste mie proposte.
È dell’altro giorno il nuovo ban che con un colpo di coda Trump ha assestato ad alcune aziende cinesi. Sia le ragioni protezionistiche di questo tipo di interventi, sia la continuità che questo approccio mascherato da ragioni di “spionaggio” avrà anche nella futura era Biden sono stati a lungo oggetto di disamina e chiacchiere.
Lasciando da parte petrolifere e altre società (per non parlare degli strani “non-fatti” che girano attorno a Jack Ma, patron di Alibaba, la “Amazon orientale”) quello che fa pensare è l’attacco a Xiaomi, la seconda industria tecnologica cinese che, pur facendo davvero di tutto e sotto molteplici etichette, ha dato l’assalto da alcuni mesi e con grande successo ai nostri mercati soprattutto con gli smartphone veicolati dalle offerte dei nostri operatori anche con il marchio Poco. Intanto va detta una cosa: curiosamente o meno, mentre con Huawei l’Amministrazione di Washington continua ad accanirsi strenuamente, Xiaomi per il momento si salva dall’effetto più pericoloso: il blocco dei servizi Google. Nulla è per sempre, però, e in fondo vale la pena pensarci meglio anche noi.
Se il fenomeno del ban di Trump è in fondo una marcia indietro rispetto all’outsourcing manifatturiero alla Cina avviato già dagli anni ’80 rendendosi conto della disoccupazione e dell’accentramento dei capitali che questo comporta in casa ma soprattutto del potere di ricatto che è stato offerto all’Impero orientale, una riflessione simile dovremmo fare anche noi in un periodo in cui stanno dilagando i tanti predicozzi sul cambio di mindset verso la digital transformation.
Chi ha qualche decennio in più sulle spalle ricorderà i disagi che nei primi anni ’90 vennero portati dall’instabilità delle scelte tecnologiche in materia di sistemi operativi. E c’è da dire che questo capitava in un periodo in cui i computer erano in fondo degli apparecchi avanzati di gestione di dati e attività d’ufficio, con un po’ di automazione in più. Oggi, invece, nei loro confronti siamo messi peggio di Irlandesi e Scozzesi con la peste delle patate dell’Era Moderna, dove Internet è ovunque e siamo diventati incapaci di comportarci diversamente in un mondo in cui Industria 4.0 e IoT ancor più che IA e DeepLearning determinano il funzionamento in diverse aree produttive. Nel momento in cui ci toccherà scegliere con chi stare, la discontinuità farà più danni (e forse per alcuni un pacco di soldi) che mai. Ora molti fornitori stanno facendo quadrato attorno al loro business chiudendo gradualmente le porte ai concorrenti, dato che la coperta dei guadagni sta diventando stretta (anche se con profitti sempre incommensurabili rispetto all’80% paretiano del mondo): o stai con Facebook o con Apple; o con Google o con Microsoft; o con Amazon o con… È vero che gli ottimisti avvertiranno che una soluzione si trova sempre e che i calcinacci delle masserizie distruttive possono sempre essere spazzati negli angoli bui della casa, ma siamo sicuri che a questo punto la casa stia avendo sempre meno spazzi chiari?
E oggi come oggi gli spazi chiari sarebbero:
Autonomia degli Stati (EU in primis) rispetto alle scelte di mercato (una sorta di autonomia da una NATO tecno-economica)
Creazione collaborativa di OS e Cloud alternativi a quelli dominanti
Maggiore competizione nei sistemi della grande distribuzione con il recupero del potere politico sugli accordi economico-fiscali, ma anche sui vantaggi egoistici locali
Ma la cosa più importante e tragicamente difficile di tutte è il recupero dell’autonomia di apprendimento e di ideazione che proprio una certa concezione della digital transformation in chiave di dipendenza dall’automazione acefala ha rimosso da lavoratori e studiosi. E purtroppo anche l’apprendimento è diventato in mano a monopoli normalizzanti (e banalizzanti) che passano per formazione quella che altro non è se non editoria elettronica al massimo con qualche feature in più e soprattutto con la rimozione delle funzioni critiche intellettuali del formatore, del partecipante e soprattutto del confronto delle due.
Senza una netta posizione politica su queste vicende ben difficilmente potremo uscire dalle corde di un ring diventato sempre più martellante e che negli anni a venire, complice il Covid potrà mandarci KO prima di capire che cosa fosse successo, visto che si stava tutti vivendo nel migliore dei mondi possibili.
Non dimentichiamoci mai dell’importanza della varietà. Meno sono le alternative e peggio si starà nonostante la logica che finora ha fatto guadagnare di più sia stata esattamente quella inversa.
Nell’incontro precedente eravamo arrivati ai piedi del Monte, la posizione imperturbabile dell’immobilità focalizzata (tutt’altro che “immobilista”).
Da questa posizione di austera meditazione nella quale non ci si lascia condizionare dal rumore intorno, oggi I Ching ci offre un esagramma perfetto, ovvero privo di linee mutevoli. La sequenza ci fa notare che “le cose non possono rimanere immobili eternamente”, ma nello stesso tempo dalla imperturbabilità dell’Arresto occorre concepire uno sviluppo che si muova gradualmente, proprio come la ragazza che ambisca essere conquistata dal suo pretendente (oggi le cose funzionano diversamente, lo so, ma allora Tinder non esisteva ancora) non deve accelerare i tempi.
La strategia consiste nel comprendere che tenere la posizione senza avanzare conduce ad una penetrazione graduale ma implacabile.
L’immagine ci mostra come sul crinale della montagna che corrispondeva alla posizione dell’attesa e della posizione di meditazione dove eravamo giunti sta crescendo un albero e lo fa gradualmente senza pretendere l’altezza immediata ma, come certi pini giapponesi ruvidamente abbarbicati alla roccia e saldamente coriacei e duri, portatori della vita nei luoghi più impervi e aridi, lo fa poco alla volta consolidando la propria posizione grazie al fatto che la forza non nasce dall’esuberanza, ma dal lavoro interiore, dall’utilizzo delle energie per divenire infrangibilmente resiliente e non scardinabile.
Un celebre aforisma tratto da una canzone di John Lennon (anche se pare fosse già stato usato da un presentatore statunitense negli anni ’50 recita approssimativamente così…
La vita è quella cosa che transita distrattamente mentre sei preso da progetti fondamentali
Per fare un salto mortale in campo filosofico, per Martin Heidegger la filosofia e il progetto umano in genere si scontra e perde di densità in ragione della nostra finitudine. Nulla ha valore dal momento che la consapevolezza della morte trasforma ogni finalità in fine:
«in quanto situazione emotiva fondamentale dell’esserci, [la morte] costituisce l’apertura dell’esserci al suo esistere come esser-gettato per la propria fine» (Essere e Tempo)
Per questa ragione ogni imprenditore è prometeico in quanto sfida la vita con una missione impossibile e ogni manager ha come compito la realizzazione di una rimozione, la compensazione di un’ipocondria fobica di fondo.
Sia l’affarista che il progettista lavorano sub specie aeternitatis, come se si fosse eterni. Poi scoprono che le cose non stanno così e che l’innovazione diventa vecchia in fretta e sparisce spesso per dimenticanza come quando si comincia a guardare da un’altra parte e questo crea amarezza e in molti casi delle vere e proprie psicopatologie.
Nel caso di aziende nate da una figura carismatica e cresciute nell’alveo della famiglia stessa, il fondatore arrivato alla fine della propria carriera non solo diventa refrattario a passare il testimone a figli o fiduciari, ma spesso fa sì che la nave affondi con il capitano piuttosto del contrario. Come in certe culture tribali, animali e spose venivano inumati assieme al capo, anche aziende con tutti i dipendenti vengono suicidate alla dipartita dell’imprenditore. Ci sono stati psicanalisti che hanno definito il fenomeno come il contraltare del “complesso di Edipo” usando l’espressione di “complesso di Laio”.
Lo stesso accade, frequentemente nelle grandi imprese, ai project manager: progetti fondamentali che oggi sembra che debbano cambiare il mondo non di rado muoiono incompiuti lasciando stuoli di vedovi pieni di amarezza e ingiustizia.
Il fatto è che nel negare la morte finché dura il business perpetua un’idea di vita come se fosse l’unica possibile nascondendo la provvisorietà e non di rado la finzione su cui si fonda. La riproduzione, il consumo delle risorse, l’uccisione, le guerre… queste sono le dinamiche che appartengono alla nostra specie e quindi quando un affarista dice che la realtà vera è il denaro dice il falso. Pur partendo dalla constatazione che non esiste una realtà vera o almeno non una che noi si possa dire di riconoscere in quanto tale, quelle che vi assomigliano sono quelle basilari come il freddo, il caldo, la fame, l’amore, la violenza… Il denaro arriva molto dopo che l’agricoltura ha stravolto con l’hybris della pianificazione in naturale ordine delle cose che vedeva il sapiens assieme ai suoi predecessori correre da un lato all’altro della terra per inseguire il cibo o il clima favorevole. Perfino le armi sono arrivate prima, nonostante non siano “naturali” – come insegnava il film di Kubrick 2001: Odissea nello spazio.
Il futuro del progetto
Sicuramente la visione della progettazione Agile sta modificando il nostro modo di vedere il lavoro e il business piegando la pianificazione a lunga scadenza che costringe a descrivere la realtà e quindi la storia sulla base del progetto che si vuole realizzare ad uno schema di maggiore provvisorietà. Il rilascio di edizioni progressive dei prodotti e dei servizi e l’introduzione del destinatario nel loro processo realizzativo sposa le idee di sostenibilità e resilienza che stanno imponendosi nei nostri anni accanto a quello di un’economia circolare.
I politici hanno sostenuto questi modelli finanziandoli, anche se come spesso accade, in molti hanno solo approfittato di queste regole per incassare senza realizzare le iniziative previste – ma questa è un’altra storia. Il punto è che una ricerca recente ha misurato lo sprofondamento della crosta terrestre anche nel nostro paese i cui effetti, spesso negati dai “costruttori di realtà”, abbiamo tutti sotto gli occhi. In nome degli affari e di una visione del mondo tutto sommato recente che afferma che i modelli di potere in vigore siano l’unica realtà possibile da sempre stiamo accelerando l’arrivo di quella stessa morte per cui, come si diceva prima, l’impresa nasceva al fine di esorcizzarla. L’impresa che muta la realtà è un’impresa di morte.
Freaking in Italia
Rudolf Steiner, indicato anche da certa stampa contemporanea nonostante le radici spirituali del suo pensiero come padre di uno dei modelli macroeconomici che maggiormente hanno resistito nel tempo, sottolineava come uno dei danni presenti nell’economia moderna è in connubio fra finanza e prestazioni di attività. Affermava che tutti dovevano poter vedere garantiti i mezzi di sussistenza e nello stesso tempo contribuire alla qualità della vita del prossimo. Altre attività, come prestazioni di qualità o innovative potevano ricevere apprezzamenti da chi ne traeva beneficio, sia in termini economici che di altro tipo. Oggi però proprio il reddito di cittadinanza ha dimostrato quanto difficile sia praticare questa strada proprio a causa degli egoismi che sono insiti in ogni soluzione che si intenda perpetrare.
L’impresa è per sua natura generosa proprio perché consapevole della propria mortalità, ovverosia chi fa impresa nasce per offrire più futuro al mondo, esattamente come chi fa cultura o altre attività. Tuttavia, proprio come nel momento in cui si formano le cellule dello sviluppo, della crescita e della vita aumentano e si rafforzano quelle che portano alla necrosi e alla vecchiaia o alla malattia.
Purtroppo, a guardarci attorno viene troppo facile vedere nelle imprese un regno di corruzione e di parassitismo e mentre facciamo questo chiamiamo favole ragionamenti sulla realtà e lavori inutili quelli della ricerca quando non produce denaro immediato. Il fatto è che la storia è piena di esempi in cui la forza dell’impresa nel suo senso meno industriale e commerciale ma piuttosto etimologico come progetto e azione sfidante non ha più trovato sufficienti uomini disposti a sacrificarsi per bilanciare i parassiti e gli agenti della necrosi. Questo momento che stiamo attraversando potrebbe essere uno di quelli.
Allora è il caso di dire che il manager entropico è quello che paradossalmente percepisce la possibilità di un guadagno eterno perché questo ha come sfondo un’idea egoistica di accumulo personale indefinito che spinge a farsi terra bruciata attorno. L’imprenditore o il manager positivo – checché questa parola significhi – è invece quello che lavora con la morte nel cuore: è proprio la consapevolezza della finitudine personale, sociale, economica… che fa agire per lo sviluppo in quanto consapevole che ogni attaccamento è in sé assurdo perché, per parafrasare un testo citato da Morin, “l’unica impresa che valga è quella che si alimenta di incertezza e il solo pensiero che vive è quello che si mantiene alla temperatura della propria autodistruzione”.
Questo però vuol dire sapere guardare in faccia gli agenti di distruzione che nello stesso progetto lavorano contro, magari con la scusa di dare lavoro anche ai tuoi nipoti, come parte connaturata di morte che non può essere estranea o esclusa.
Invece di essere depresso o esaltato, il leader “olistico” ama proprio grazie alla consapevolezza della morte che dà senso a ciò che sta facendo come se fosse “l’ultima battaglia della sua vita” (Castaneda).
Questo non è un articolo, ma solo l’avviso che ho introdotto in Libreria gli appunti decisamente disordinati di capitoli per libri mai scritti e per lezioni poi modificate. Oltre che per souvenir personale hanno lo scopo di fare ritrovare agli amici che hanno partecipato alle mie lezioni alcuni degli argomenti incontrati e molti di quelli non presentati.
Non credo ne si possa capire troppo: molto è più evocativo che esplicito, tuttavia anche questa è testimonianza di ricerca.
È senza saperlo che insegniamo a chi ci è vicino perché quando saremo più confusi e disperati siano loro a ricordare a noi quelle parole mentre la mente e il cuore non sapranno più a cosa aggrapparsi
Per questa ragione curiamo con attenzione quello che condividiamo, evitando insegnamenti per sentito dire, retorici, superficiali, vanagloriosi…
Quando spendiamo parole che pesano facciamo sempre in modo che siano autentiche e sperimentate, proprio come se dal loro valore dovesse dipendere la nostra sopravvivenza e la più profonda speranza, perché è davvero possibile che un domani neppure troppo remoto proprio questo possa presentarcisi dinanzi.
Spero sempre in una serie o almeno in un film che abbia voglia di vedere. E invece no. Le ultime uscite su Netflix lo confermano: una cattiva caricatura di Austin e Bronte che impone la visione statunitense di un continente patetico da operetta anacronisticamente colonizzato l’Europa con personaggi usciti da Sex and the City o da Grey’s Anatomy infilandoci la visione formale puritana appiattente caratteristica della loro morale, mentre un barbuto Clooney che fa rimpiangere lo Spencer Tracy del Vecchio e il mare si colloca nell’ennesima storia del dopo disastro universale a prepararci alla fine ineluttabile imminente – come se non bastasse il catastrofismo da COVID. Di film europei deve ti ne escono sempre meno a dipingere un continente del terzo mondo che considera eversiva la civiltà. L’ideologia la trovi dappertutto, perfino nel gioco degli scacchi e sempre con una fotografia tetra, così come diventa perfino orgasmica diventa la seconda serie dell’Alienista che era bellissimo quando era equilibrato mentre qui eccede ancora una volta nel male totale e fine a se stesso, stavolta senza storia né gusto. Invece il film comico si è trasformato in cinema da deboli mentali e la commedia in volgarità politicamente sdoganata.
Mi spiego meglio e sottolineo il messaggio forte e chiaro: come la rana che sarebbe schizzata fuori se fosse stata buttata nell’acqua bollente, veniamo messi in quella tiepida per essere cucinati senza accorgercene.
Quello che ci mostrano non è quello che vogliono che guardiamo: è come vogliono che vediamo noi stessi!!!
Il mio consiglio? Andate su Rai Play dove ci sono bei film di una volta o su Prime che sta mettendo bei capolavori del passato. Guardate Frank Capra, Jacques Tati, Hitchcock e così via. Sono vecchi? Li avete visti già tanti anni fa? Potrebbero stupirvi.
Se invece vi dovessero annoiare sarebbero ancora più utili, perché potrebbero farvi comprendere il livello di assuefazione a cui siamo arrivati, una dipendenza da morti ammazzati e morti viventi, masturbazione da effetti speciali e cliché di un mondo in cui da un lato c’è la bella vita senza costi umani e dall’altro la delinquenza senza argini da subire a tutti i costi “democraticamente” per non essere razzisti, omofobi o discriminatori.
Il cinquantenne, il sessantenne o oltre che continua a dire che siamo prigionieri di Internet e dei computer oggi non si rende conto di come tutta l’informatica del mondo attraverso i PC e gli smartphone non fa gli stessi danni che fa la dittatura morale ed emozionale che passa per i film (e qui non sfioro neppure l’altra faccia del problema, le trasmissioni nazional popolari della televisione generalista che si divide fra opinionisti del sottobosco che eccitano alla partigianeria sul nulla e gossippari da cronaca di deriva perché quegli spettatori sono già persi come i pazienti di Qualcuno volò sul nido del cuculo).
Immagine da “La vita è meravigliosa” di Frank Capra
Che sia stata una bella vita potrebbe essere irrilevante quando non vi si rinvenisse traccia degli obiettivi che da essa ci si sarebbero aspettati…
«Ha avuto un bel colpo di fortuna» «Ha fatto un bel viaggio» «Ha avuto una bella eredità» «Si è fatto una bella casa» «Ha avuto une bella avventura»
Che cos’hanno in comune tutte queste frasi, a parte ovviamente la parola “bello”?
Difficile a dirsi. E la difficoltà consiste nel fatto che l”elemento misterioso è mascherato dalla sua ovvietà.
Quello che non si vede è infatti un implicito, ovvero che ci sia qualcuno che fa tesoro di questo “provento”, di questo “guadagno”. Pazienza se l’amore è finito, perché hai avuto una bella storia; ma si può dire questo solo perché il fu innamorato se ne può sentire soddisfatto nonostante la fine perché è ancora vivo. Diversamente l’affermazione sarebbe più inesistente che irrilevante.
Al di là del fatto che questo permanga (la casa può crollare e il guadagno può essere rubato, ad esempio), egli continua ad essere la persona che ha comunque subito delle trasformazioni da un determinato evento e può soprattutto dire che fanno parte di lui anche se non esistono più perché egli continua a permanere. In altre parole, il soggetto è una costante che prosegue al di là del momento o dell’oggetto, bello o brutto che sia, che viene chiamato in causa.
Il capitale-vita
Possiamo dire lo stesso per affermazioni come «Ha avuto una vita difficile» o «Si è fatto una bella vita»?
Alla stragrande maggioranza che assentisce chiedo «Chi ha avuto una bella vita» nel momento in cui essa si è conclusa?
Potremmo dire che “una vita si è fatta una bella vita” che in definitiva è una tautologia, un’espressione a somma zero. In definitiva, la parte verbale diventa inutile: rimane il sostantivo aggettivato di “una bella vita”. E “una bella vita per chi”? per altre vite? e chi se ne frega! Già: chi è “chi”? E, forse che una vita giudica se stessa, nello stesso modo in cui possiamo dubitare che guardi alle altre come belle o brutte? Se la proprietà di essere una vita è la sua natura stessa essa non potrebbe essere altrimenti che se stessa, fatto che esclude ogni giudizio in quanto tertium non datur.
La persona materialista avrebbe quindi delle buone ragioni per sostenere che la propria vita è in definitiva irrilevante perché si consuma senza output, senza continuità perché nulla permane se non altre vite prive di output, a meno che non si sia così superstiziosi da ritenere che, al di fuori dei costrutti umani, esista una Storia che nell’ipotesi migliore non sarebbe altro che una concatenazione di vite in-significanti perché in grado al massimo di inciampare con indifferenza l’una sull’altra come delle monadi leibnitziane o per degli accoppiamenti strutturali autopoietici.
Soggetti oltre la vita
Tranquilli: ho finito qui con questi ultimi mattoni concettuali indigesti che oltretutto la maggior parte stessa dei filosofi bollerebbe come paralogismi, sia chiaro, solo perché poco convenienti a chi deve fare il mestiere dell’intellettuale a contratto e a marchetta il più a lungo possibile.
Quello che ognuno di noi penso possa intendere è che inconsciamente siamo abituati a percepirci senza soluzione di continuità, nonostante le incontrovertibili prove del contrario dimostrabili sul piano materiale. In altre parole, ognuno di noi immagina se stesso come un “soggetto” che continua ad essere uguale a se stesso (e di quello che intendiamo essere diverso dalla “persona” che in genere chiamiamo “Io” ho già scritto e scriverò ancora) ben al di là della propria vita stessa. Questo permette di giustificare puerili affermazioni come l’avere avuto una bella vita. Avrei avuto una bella vita solo se me la sarei potuta ricordare, altrimenti cui prodest?
Non lo voglio chiamare “al di là”, espressione che lascia intendere una conoscenza di uno spazio e di dei luoghi di tipo terricolo che è tutt’altro che assodata. Semplicemente parlo di continuità del soggetto – non della persona, ma di quello che “ha avuto una bella vita”: la persona — Ennio Martignago e i suoi connotati, ad esempio — non è nulla più che “un pezzo della vita” stessa.
Il bilancio dell’esistenza
Il punto è questo: la valutazione di una vita può essere definita dalla sua bellezza o bruttezza? Oppure dovremmo porci nella prospettiva della continuità, ovvero di quello che, guardandosi indietro si domanda quale valore aggiunto ha conferito questa traversata nel suo obiettivo finale, nel completamento della propria soggettività come opera compiuta?
Una brutta vita può essere stata eccezionale per il perfezionamento di una bella soggettività così come una vita piacevole può essere stata uno spreco di esperienza a quel fine se non addirittura occasione di indebolimento, di pochi o tanti passi indietro e necessità di ricominciare da capo una o più vite.
Quello che non tollero davvero in questo tipo di discussioni sono le posizioni religiose che sembrano sapere indicare quello che fa bene o che fa male vivere rispetto al disegno ultraterreno. Torniamo a sostenere che una vita possa dare della “brutta vita” ad un’altra vita nonostante l’assenza di un soggetto che superi i confini dell’esistenza stessa. Con che diritto giudicare al di fuori degli equilibri terreni?
«Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio (…) il mio Regno non è di questo mondo» comprende nel dominio dei Cesari, non solo gli imperatori, ma anche tutte le chiese e le filosofie. Detto altrimenti, lasciate alla logica della vita le questioni e i giudizi della vita, perché oltre ad essa non hanno alcun valore, infinitamente meno di quanto del contributo che un poeta aborigeno con il suo declamare in lingua madre potrebbe dare alle contrattazioni nelle stanze di Wall Street.
Quello che possiamo fare è cercare la domanda fondamentale per poi sprofondare in essa fino a che questa stessa non cesserà di sussistere, come insegnava Nisargadatta Maharaj, e solo dopo aver fatto questo guardandoci indietro potremmo forse, anche se probabilmente non avrebbe più significato, cercare di comprendere il senso di questa vita, bella brutta, dritta storta, saggia stolta, nel disegno del divenire del soggetto. Giunti che fossimo a questa meta avremmo però smesso da un po’ di distinguere quella vita vissuta dalle altre, da quelle degli altri e dal divenire stesso, ma questa è un’altra storia: adesso non facciamo casini a far di tutta l’erba un fascio 😉
Alla fine, sapere sorridere di quanto risulti ridicolo dare un apprezzamento a questa storia, alle sue gioie e ai suoi dolori è la sola cosa che possiamo fare mentre cerchiamo di fare il nostro compito senza conoscerlo, questo perché chi non sa scherzare e prendere in giro se stesso lasciando che la sua stessa vita lo possa fare, beh, quella persona non potrà mai essere considerata minimamente seria!
Dalla copertina del libro “Il quaderno dell’amore perduto” di Valérie Perrin
Paradossalmente è proprio quello che riteniamo più nobile, l’affetto che ci lega agli altri esseri delle nostre vite, persone, animali e perfino luoghi ad imprigionarci alle catene delle ripetizioni di esperienze, le stesse che ci rendono la vita così tanto insopportabile da farci desiderare di non tornarci più.
Nello stesso modo quei sentimenti di affetto e quelli di repulsione rallentano, a volte terribilmente, i processi evolutivi spirituali.
Da esseri umani tutto ciò appare ragionevolmente perverso e inaccettabile, tuttavia dobbiamo ricordare che queste cose ci appaiono così e non sarebbe possibile altrimenti perché le osserviamo da dentro la pelle e i panni di essere umano, uno stato dell’anima che non è facile scrollarsi di dosso neppure quando smettiamo di essere all’interno della sua fisicità.
Così, se è davvero troppo misero vivere un’esistenza insensibile a sentimenti e legami è ancora importante saperci distaccare, primo fra tutti dall’immagine di sé e dall’attaccamento a questa vita e alle sue passioni e ideali: le montagne innevate viste dal mare cessano di essere irte e fredde trasformandosi in una lontana cornice per lo sciabordio delle onde e dopo il distacco ogni ricordo si trasforma in un delicato presente che ci appartiene senza essere qui e ora, senza necessità o vincolo.
Per chi non lo sapesse, l’appellativo “bugiardino” fa riferimento poco più che esclusivamente al “foglio informativo sul farmaco” contenuto nella confezione e lo chiamavano così sottendendo che fossero maggiori le informazioni non riportate, le promesse non mantenute, le bugie bianche e quelle che si sarebbero scoperte solo sulla lunga distanza, rispetto a quello che doveva essere detto.
Tanti anni fa buona parte dei medicinali quello che aveva da dire era riportato all’esterno della confezione stessa, anche se spesso l’approfondimento era riservato al foglietto contenuto all’interno, in ogni caso alquanto succinto. La cosa piaceva poco a chissà quali medici e legislatori che decisero di ridurre al minimo — e anche molto meno — le informazioni esterne.
Dopo di che ci si raccomandò affinché il testo del bugiardino riportasse tutto quanto e anche di più a proposito di quel farmaco fino ad arrivare alla lunghezza mostruosa che conosciamo. Non solo! Le informazioni che più spesso ricerchiamo sono ben mimetizzate nelle zone più impreviste delle due facciate del foglio e non di rado consegnate per i titoli agli impiegati più creativi e bisognosi di originalità.
Visto che già solo a svoltolarla quest’anaconda cartacea ti da il suo bel daffare e poi a girarla e rigirarla per trovare il verso giusto e infine a capire dove si trovi il dosaggio che è in genere la parte più frequentata e recondita del geroglifico accade si faccia prima a consultare quei due o tre siti più celebri per l’avere un bell’indice puntato che ti fa andare subito a bomba.
Ecco perché, per quale e quanta sia la voglia di analogico e di carta in noi romantici reduci dei profumi d’inchiostro, il digitale la spunta quasi sempre. Non perché “digitale è meglio”, ma piuttosto perché gli analogici ci hanno sfibrato i cabbasìsi; loro e lo spreco di cellulosa che sacrificano in onore della loro prosopopea.
Al di là di tutto ci sta bene che vengano approfonditi temi spesso trascurati come controindicazioni, conoscenza del principio attivo, test clinici, casistiche e così via. Tuttavia, non possiamo considerare l’argomentazione come più importante della struttura e dell’ordine: non quando si parla di istruzioni o manuali.
Questa storiella le cui origini, ahimè, sono rapidamente confluite nel cassonetto della carta da macero, fa il paio con molte pratiche. Pensiamo alla sicurezza sul lavoro, dove la mano sinistra fa marketing psicologico, mentre la destra nello spalmare inutili procedure che nella maggior parte dei casi vengono dimenticate dai diretti interessati, minaccia i loro capi dicendo: «Non importa se non lo imparano o se non serve a niente a loro: l’importante è che se dovesse succedere qualcosa noi si possa dire che l’avevamo detto e gliel’avevamo fatto firmare, fingendo di non sapere che quell’inutile corso in eLearning l’avevano superato nel modo in cui si impara a superare tutto quel che ha a che fare con il computer». Lo stesso vale per la sicurezza dei dati e per quei ridicoli ed ossessionanti disclaimer sui cookies che ci fanno far clic ancor prima che arrivino ma che nessuno, salvo forse un bibliotecario che passava le giornate a studiare meticolosamente l’elenco telefonico urbano e della provincia, nessuno dicevo ha mai letto neanche una volta.
Sono pochissimi i romanzi lunghi che abbia letto in vita mia e i miei autori preferiti sono dediti ai racconti, da Poe a Stevenson, da Calvino a Borges. E proprio quest’ultimo spiega al meglio quello che intendo esemplificare con l’allegoria del bugiardino. In appendice della “Storia Universale dell’Infamia“, quasi una nota a piè di pagina narra di un impero i cui cartografi avevano conquistato un potere talmente debordante che, indifferenti all’infamia che questo comportava, arrivarono a disegnare mappe delle dimensioni del territorio stesso se non più grandi di esso. Un tale impero non poteva che essere decadente da troppo tempo e quindi fu un gioco da ragazzi per i barbari annientarlo. Essi distrussero tutto a partire dalle carte geografiche i cui brandelli svolazzano tristemente ancora nel deserto a monito del fatto che solo un’infamia come quella che accanto all’arroganza annienta la cultura e la saggezza che le sta attorno avrà la convinzione necessaria per impedire che il mondo venga oscurato dalle mappe dei burocrati.
Guardati attorno, apri il giornale o accendi la TV e domandati a quanti temi questa metafora si applicherebbe. Infine, apri la finestra e annusa l’aria: