Categoria: Libri

La conversazione e il cambiamento

La conversazione e il cambiamento

L’Home Page da iPad

Poche parole per dire che ho acceso un nuovo dominio. In realtà sono già due o tre anni che l’ho creato, ma è rimasto appeso in attesa di valutare il da farsi.

Qualche giorno fa pensavo a dove mettere dei post molto sintetici costituiti da suggerimenti, osservazioni e considerazioni sul mestiere del terapeuta, del counselor, del coach… che però possono essere utili anche a chi ha motivazioni nel gestire i rapporti interpersonali.

È sempre più difficile trovare una definizione per questo tipo di attività.

Pur essendo psicoterapeuta da anni, oltre che “naturopata” considero siano tutte pessime definizioni. Credo che l’idea di terapia sia fuorviante e perfino dannosa, non di rado gravemente dannosa. D’altronde, per quanto sia vero che fra counselor e coach ci siano non pochi pessimi improvvisatori, anche essere usciti dall’università e da costose scuole di formazione e da esami statali condotti da partigiani della loro disciplina e della parrocchia di appartenenza, avere a che fare con psicologi, psichiatri e terapeuti in genere non fornisce alcuna certezza. Per di più non tutti i curanderos vanno bene per tutti i questuanti (mi si perdoni l’ironia) e viceversa, sottoscritto compreso, ovviamente; quindi ognuno è costretto a farsi l’idea migliore possibile ai primi contatti.

L’idea che sta dietro alla proposta del sito conversationalcoaching.it è che tramite la conversazione, senza una diagnosi filo-medicale e senza nessuna tecnica di colonizzazione dell’altro si possano favorire aperture, crescite e cambiamenti. Naturalmente qui si troverà il mio modo di intendere “conversazione” e cambiamento e quindi anche un riferimento a delle tecniche, ma conoscerle non significa avere una pelle, ma solo dei vestiti. Ognuno potrà scegliere se e quali usare solo se faranno al caso loro.

Insomma, Conversational Coaching è un taccuino: non un trattato, né un libro, ma neppure degli articoli. Degli appunti di lavoro, piuttosto. Chi ha bisogno di capire meglio può sempre provare a domandare, commentare… conversare. 🥳😎🤗

Il libro smarrito

Il libro smarrito

La copertina

Era il primo quinquennio del 2010 quando un po’ per sperimentare una nuova piattaforma editoriale scrissi un breve saggio o un lungo articolo, non so dire, su come potevano essere compresi e sperimentati i tanto vituperati selfie in un gruppo di sviluppo personale.

La piattaforma fece poi la fine di tante bolle e con essa, non solo gli acquisti (neanche un euro se non ricordo male) dei risicatissimi lettori ma lo stesso materiale dell’autore andò perso.

Sono riuscito a recuperare il testo di base (non le foto salvo un paio né filmati, link, box e tutto il materiale ipermediale di contorno di quel particolare modello editoriale molto dissimile da pdf, epub, mobi ecc…) e ne ho fatto una pagina di questo sito.

Chi ne fosse interessato la può trovare qui (un po’ grezza lo so, ma meglio che niente, no? 😉 ).

Vai a Selfiefulness

Sesto Potere — 25 anni e sentirne a malapena 5 o 10

Sesto Potere — 25 anni e sentirne a malapena 5 o 10

Un libro immeritatamente dimenticato è oggi recuperabile proprio grazie ad una biblioteca irregolare quanto amata da intellettuali inascoltati e rimossi dal potere massificante delle buzzword e dei social (sull’argomento si ascolti uno degli ultimi episodi di Divergente).

Quelle che seguono solo le parole con cui il testo è stato presentato all’interno del portale. Buona lettura a tutti. Questa volta proprio a tutti.

Download da formato epub e altri per e-reader

Download in formato Acrobat PDF per la simulazione tipografica

«In un quarto di secolo le professioni hanno subito una trasformazione imprevedibile ancora diversi anni dopo l’uscita di questo lavoro che, pur essendo stato adottato come libro di testo complementare da diverse università, per la maggior parte delle persone, primi fra tutti i manager i più illuminati dei quali riuscivano a vedere nella Intranet a malapena dei surrogati dei FAX (allora top della comunicazione digitale). In un quarto di secolo il mondo è cambiato con una velocità superiore a quella che avrebbe richiesto più di un secolo – guerre a parte – giusto alcuni anni prima. Il cambiamento non è mai in sé un male, ma non è neppure quel bene che tanti possono avere sbandierato. Rileggere quello che si poteva comprendere già 25 anni fa e che in parte non è ancora stato compreso (si prenda uno per tutti il capitolo “Sogni e incubi”) potrebbe suggerire a malapena oggi delle risposte che all’epoca non si era neppure lontanamente in grado di percepire nella loro interezza: i messaggi c’erano per chi leggeva l’americano Wired e dintorni bibliografici, ma era molto raro che si fosse in grado di collegarli direttamente e soprattutto di coniugarli con quell’organismo strano e naturalmente irrazionale che era l’essere umano. Anche questo recupero grazie ad un sito “irregolare”, un’iperbiblioteca selvaggia, in grado tuttavia di salvare molte parole da una almeno parzialmente immeritata obsolescenza è segno che male e bene non hanno oggi contorni così netti e non di rado possono ragionevolmente essere interpretati in senso inverso. Buona lettura.»

Il libro, oltre a potere essere scaricato normalmente può essere inviato per posta o con il metodo da me preferito, attraverso Telegram
Può essere scaricato in formato epub consultabile da molti e-book reader come “Libri” di Apple, in formati consultabili da computer come txt, rtf e soprattutto pdf, ma anche inviato ai dispositivi Kindle di Amazon spedendolo al proprio indirizzo kindle che trovate nel vostro account Amazon trasferendolo elettivamente nel formato mobi.

Portate pazienza per gli sbavi che potrete trovare a causa della conversione automatica. Quando il libro verrà richiesto per la sua collocazione nella collana delle Pleiades prometto che mi dedicherò nella paziente operazione di riordino 😉

La Psicologia è troppo spicciola

La Psicologia è troppo spicciola

Lucy dei Peanuts

Dedico giusto un trafiletto ad una considerazione che mi sta tormentando negli ultimi giorni. È vero che come psicologo rifuggo da tempo gli aggiornamenti perché da un lato sono “fantaermeneutici” e dall’altro sono ”tachipsiconeologistici”, però mi è capitato recentemente di organizzare una raccolta di feed delle pubblicazioni a carattere psicologico che si trovano in circolazione e mi sono cadute le braccia.

Se oggi vuoi trovare fonti di medicina, di astronomia, di economia, di storia perfino, ne troverai parecchie e ricche di stimoli interessanti. Di alcuni temi poi non riesci neppure a stare dietro alle novità.

Per quel che riguarda i temi psicologici i colleghi sembrano volere talmente andare incontro al potenziale cliente rendendo tutto più semplice financo a trasformare quella che Moscovici aveva individuato come la rappresentazione di senso comune di psicologia, psicoterapia, psicanalisi, psichiatria… in una congerie di banalità tali da compiacere piuttosto il lettore cosicché possa affermare di essere anch’egli uno psicologo.

Senza essere riduttivo – materiali seri ce ne sono sempre anche se troppo spesso partigiani ed eccessivamente particolari – nelle fonti accademiche, voglio mettere in guardia i colleghi a non banalizzare troppo la propria disciplina per renderla comprensibile così da attirare i lettori.

Facendo così si rischia di distruggere l’immagine di una disciplina che di per sé ha già una difficile collocazione, ma che si fonda su studi seri e necessariamente impegnativi. Rivolgersi ad uno specialista divulgativo può far piacere ma essere scarsamente motivante e attendibile.

Fuori dai denti — I miei (presunti) saperi | L’indice

Fuori dai denti — I miei (presunti) saperi | L’indice

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Fuori dai denti — I miei saperi | Trailer introduttivo

SI tratta di registrazioni libere, un po’ selvagge di un “lupo della steppa”, un orso o un orco (come direbbe qualcuno che mi conosce bene) a proposito delle cose che ho imparato e che sono quantomai inattuali, ma che mi serve intanto annotare per me stesso e poi lasciare al mondo come un messaggio in bottiglia approfittando di questi enormi contenitori che paghiamo ogni giorno con la cessione di parte delle nostre identità, quelle che provengono dai comportamenti.

Quella depressione che non è una malattia

Alcune dritte per gli amici che amano credere di essere depressi riguardo a dei farmaci che hanno riqualificato una sofferenza che prima era “normale”. Alcuni elementi qui descritti si ritrovano nel mio sito all’indirizzo. 1 feb 2022

A proposito di Psicologia e Sociologia

Che cosa qualifica la differenza fra le due discipline, quella sociologica e quella psicologica così spesso considerate strettamente apparentate tanto da venire confuse fra loro? Neppure la nascita della psicosociologia e degli studi psicosociali possono esaurire un argomento ancora potenzialmente ricco di potenziali contributi. 3 feb 2022

Che cosa diciamo quando parliamo di psicologia?

Chi sono gli psicologi e con che tipo di sapere dovrebbero identificarsi andando alle origini di questa disciplina? Probabilmente l’idea che se ne può avere è molto diversa dalle origini della pratica psicologica. 4 feb 2022

La nascita del Bilanciamento Dinamico

È la sfida a mettere in discussione se stessi e il proprio stile la tecnica clinica o terapeutica più importante. Formare a diventare ciò che si è e non ad assumere istruzioni e vita di altri. 7 feb 2022

Quanti sono i pensieri che ci pensano?

Ci piacerebbe che una psicologia qualsiasi o una neuroscienza fosse in grado di concludere quello che c’è da sapere sul pensiero… Ci piacerebbe soprattutto perché il pensiero denuncia il fatto che chi siamo potrebbe essere la “cosa” di cui lui si serve invece di come abbiamo la presunzione di affermare, ovvero che quello stesso pensiero sia una “nostra cosa”. 8 feb 2022

Le applicazioni dei 3 pensieri

New normal e devianza; esempi in azienda; oppositive thinking e varietà adattiva 9 feb 2022

L’atto di volontà

Che cosa vuoi veramente? Da che parte sta il tuo cuore? 12 feb 2022

L’azione di sorridere

La descrizione di come la psicologia dell’azione generi consapevolezza e cambiamento 11 feb 2022

Gli elementi dell’anima

L’astrologia ben prima di spiegarci chi siamo, ci restituisce i linguaggi originari del nostro corpo e della nostra anima. Non bisogna leggerla: occorre “praticarla”. 16 feb 2022

Anomia e Dissonanza Cognitiva

Che cosa capita quando i fondamenti alla base del cambiamento sociale vanno in conflitto con le spiegazioni dei comportamenti? Quando le scelte e le decisioni ci colgono impreparati e separati nelle nostre motivazioni? Un concetto sociologico della fine ‘800 recuperato a metà del ‘900 quando contemporaneamente nasceva quello della psicologia sociale che hanno risvolti, sia nelle decisioni organizzative, aziendali e istituzionali che nel momento di non-sense e non-luogo che stiamo attraversando. 18 feb 2022

Piccole cose

Il Dio che si nasconde nelle “piccole cose” è il portale per scoprire il vero significato del nostro essere più autentico. Le piccole cose non sono cose. Sono forse Cinture di Orione, galassie custodite nel ciondolo di un gatto, proprio come in Men in Black 21 feb 2022

La Paura

Studiando la Programmazione NeuroLinguistica (PNL o NLP all’inglese) potremmo farci un’idea diversa di quella che normalmente chiamiamo paura e, come spesso capita, a chiamarla con il nome giusto le cose possono apparirci diverse da come siamo soliti pensarle. 23 feb 2022

L’Uno

I numeri sono simboli viventi. Dobbiamo insegnarli così ai bambini, prima di insegnare loro le operazioni che si possono compiere con essi. 24 feb 2022

Crisi e stallo

I problemi psicologici si affrontano in chiave di apprendimento purché si sappia riconoscere quando sono generati da una situazione critica o da uno stato di stallo perdurante da parecchio tempo. 28 feb 2022

L’impertinenza

Carl Whitaker, Bradford Keeney, Gianfranco Cecchin, Virginia Satir, Fritz Pearls sono alcuni fra i diversi terapeuti che hanno saputo usare l’improvvisazione e l’impertinenza nella loro arte. L’impertinenza amorevole e scevra dal giudizio presuntuoso è un modo di relazionarsi onestamente di cui si sente sempre più il bisogno. 28 feb 2022

La coscienza di sé

Familiarizziamo con un’idea difficile con cui tutti crediamo di saperci destreggiare ma che forse è la parola più difficile da comprendere davvero, presi come siamo dalle nostre ambizioni, dalle nostre delusioni e dalla nostra voracità quotidiana. Prova a domandarti che cos’è “Coscienza”. Qui di seguito metto una definizione “ufficiale”, ma ascoltando bene potresti essere in contatto con il tuo vero essere al netto della tua persona. «Cosciènza (letter. ant. consciènza, consciènzia) s. f. [dal lat. conscientia, der. di conscire; v. cosciente]. – 1. a. Consapevolezza che il soggetto ha di sé stesso e del mondo esterno con cui è in rapporto, della propria identità e del complesso delle proprie attività interiori». 17 mar 2022


Episodi disponibili su podcast usando…

Sofferenza psichica: Allarme Rosso!

Sofferenza psichica: Allarme Rosso!

Van Gogh: la disperazione

Chi mi segue sa come abbia scelto, non prima di aver segnalato la natura reale e le conseguenze di quanto stava avvenendo fin dai suoi albori per quanto possa mai valere il patetico primato di Cassandra, di smettere di parlare, almeno in prima persona, del Covid e della macchina inquisitoria costruita attorno ad un fenomeno per la maggior parte artificiale e indotto.

I toni del dibattito (le gag che anticipavano l’escalation)

Viene però un momento in cui occorre alzare la mano quando l’assemblea non fa altro che urlare e provare a dire poche parole nella speranza che qualcuno le ascolti e provi a uscire dalla stanza solo per affermare che aprire la porta è possibile e che per quanto possa essere rigido o rovente il clima fuori almeno si respira aria invece che odio e allucinazioni. Le poche parole – poi posso anche spiegarle meglio – sono queste:

I problemi politici, economici e perfino di malattie fisiche in questo momento sono meno gravi della situazione psicotica o proto-psicotica altamente diffusa in una fascia davvero imponente di popolazione che attualmente ha superato e di molto la soglia di guardia.

La sofferenza psichica e l’allucinazione privata e sociale è altamente diffusa e più che mai allarmante. E il fatto più preoccupante è che non si denunci con toni adeguati la situazione chiamandola con il suo nome: stato di pazzia! (la scelta di un termine “popolano” è fatta per renderlo chiaro a tutti, ma non dev’essere equivocato con il modo di dire banale: qui è una notazione patologica!)

Pazzia mascherata diffusa ovunque come un virus residente attivo e mascherato da anticorpi, proprio come un retrovirus.

Certamente tutto trova fondamento in un delirio sistemico, un veleno entropico che – detto per inciso – si genera molto prima dell’effetto Covid (che ha fatto solo da acceleratore esacerbante del fenomeno).

Quello che preoccupa maggiormente è il disancoramento psicosociale, quello che Durkheim nel suo studio sul suicidio chiamava anomia. I fenomeni emergenti sono la perdita di fiducia nella società introiettata come perdita di fiducia in se stessi e quindi fenomeni allucinatori e distruzione della progettualità. In una parola, disperazione irrazionale disfattista.

Tutto ciò viene altresì aggravato dalla diffusa destituzione di credito nelle professioni di aiuto sostituite da strumenti materiali che delegittimano l’ambito dei significati di cui fino ad oggi sono state portatrici le professioni e i saperi scientifico-umanistici ivi comprese quelle mediche e psicologiche. che finiscono rapidamente per autosqualificarsi identificandosi nel persecutore (cedendo cioè al confinarsi in assoggettamenti materiali e burocratici)

Esse subiscono così la sostituzione delle prassi e delle esperienze con delle regole e dei ruoli normativi per di più irrazionali, confusivi, incoerenti e persecutori.

La prognosi di una situazione simile in mancanza di risorse a cui attingere non può che essere infausta.

La cura, se mai possibile, proviene dalla calma e la concentrazione sui fondamentali a partire dalla fede nella propria natura spirituale (qui non voglio neppure scendere nel dettaglio, ma dico semplicemente: attenti a non vivere la cosa attraverso un ulteriore ricerca di dogmi, regole, norme… di burocrazia delle anime!).

Fondamentale sarà la riscoperta della prossimità come valore: o parti da chi hai vicino rinunciando al prometeico impossibile istinto di cambiare il mondo se non per contaminazione dalle piccole cose.

Diversamente finiremo naufraghi in un oceano ostile e allucinatorio carico di ombre disperate.

Shipwreck Crime, le foto degli oggetti dei naufraghi
Fuori dai denti! Una raccolta di clip psicologiche

Fuori dai denti! Una raccolta di clip psicologiche

Fori dai denti — I miei saperi

Una raccolta di clip psicologiche

Sto registrando alcuni appunti delle mie attività. Sono stato psicologo clinico, delle organizzazioni, della comunicazione e dell’apprendimento degli adulti, docente di counseling e di coaching… ma anche esperto di terapie alternative e cultore della spiritualità, fra le tante cose. Nel frattempo mi sono dimenticato molti dei miei pensieri. Mi piace andare a recuperarli ma non lo farei più assolutamente per iscritto – non ne avrei tempo né scopo. E allora, piuttosto che non far niente, registro. Un pezzo alla volta e poi vedremo che cosa ne esce (se ne esce…).

Ho inserito le registrazioni nel mio account di YouTube, tuttavia, travandolo farraginoso, poco pratico e anche di incerta autonomia e sicurezza, ho preferito salvare i lavori anche su Rumble. Vedremo quale delle due soluzioni prenderà il sopravvento.

A questo proposito, chi è interessato farà bene ad iscriversi ad uno o ad entrambi.

Accesso al primo degli episodi su Rumble
Accesso alla Playlist su Youtube

Naturalmente, come sempre, gli aggiornamenti delle mie attività si trovano nel mio canale personale su Telegram e lo spazio per discutere di questi ed altri contributi, esprimere domande, richieste, considerazioni personali e il corrispettivo gruppo di discussione sempre ovviamente su Telegram.

Aggiornamento: con un certo delay, un effetto in differita di alcuni giorni, l’audio dei filmati può essere più comodamente seguito come podcast dai principali distributori come Spotify, Amazon, Apple Podcast, Google Podcast, il sito di Anchor e se usi altre app aperte, quasi sicuramente anche in quelle.

Che tipo di depresso sei?… 

Che tipo di depresso sei?… 

Francesco Nuti: una delle espressioni della depressione

   Ennio Martignago 

Originariamente pubblicato sul sito Massa Critica

Segnali comuni Secondo il dottor Rafael Euba, uno psichiatra consulente del London Psychiatry Center, bisogna individuare alcuni segnali.

  1. Intanto la perdita di interesse
    L’incapacità di godere delle cose per cui una volta si sarebbe provato piacere assieme ad una simile perdita di interesse per le tue attività sociali, come trascorrere del tempo con gli amici, è uno dei segnali più importanti che ci si sta ritirando in se stessi.
  2. Fatica e insonnia
    Che ne si sia o meno consapevoli il peso delle preoccupazioni affatica e conduce all’insonnia sviluppando un circolo vizioso
  3. Ingigantimento della risposta negativa
    Si potrebbe riscontrare lo sviluppo di una reazione alle notizie negative che normalmente avrebbero al più prodotto indifferenza o senso di disagio, in direzione di preoccupazioni sempre più intense.
  4. Persistente ombrosità disfattista
    Anche se i sentimenti di disperazione, irritabilità e tristezza fanno comunque parte dell’esperienza umana, in questo caso si trascinano più a lungo del solito.

C’è depressione e depressione

Eppure la depressione è un luogo comune di questo periodo.

A fronte di numeri complessivi più ampi, appare realistico che la quota di Italiani che in un anno soffre di sindromi depressive sia pari a circa il 5% della popolazione adulta, vale a dire più o meno 3 milioni di persone. Eppure le depressioni non sono tutte uguali.

Intanto ci sono…

  • Le Depressioni Reattive il più delle volte qualificabili come nevrosi depressive o depressioni ansiose caratterizzate dal risultare una conseguenza di condizioni esistenziali (lavorative, relazionali, ambientali…). Siamo in una situazione più complessa quando chi viene colpito è soggetto ad oscillazioni di umore in cui una passività pessimista si alterna ad un euforico attivismo senza che per nessuno dei due cambiamenti sussista una vera e propria motivazione. Non sono trascurabili e possono condurre a situazioni esasperanti, inizialmente per la salute del fisico, ma con l’andare del tempo per l’usura cognitiva, una sorta di assuefazione al disagio che porta a non riuscire più a reagire alle condizioni penalizzanti e neppure a quelle possibilisticamente felici. Questa è sicuramente una condizione di elevato valore epidemiologico di questi tempi e colpisce soprattutto le persone con maggiore senso di responsabilità morale e cognitivamente refrattarie a dimensioni umanamente e razionalmente meno accettabili. Se non si interviene per tempo, il danno risulta sempre più difficile da riparare con un peso sociale non indifferente.
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  • Le Depressioni Relazionali possono sussistere nei casi più o meno gravi, laddove la relazione familiare si impronta sullo scambio del ruolo di caregiver. Una delle persone, o più frequentemente a turno, si assume il ruolo di sostenitore o badante del malato. Questa è la regola del gruppo familiare che spesso viene fatta risalire alle famiglie di origine di almeno uno dei due membri della coppia e che può venire trasferita alla progenie. Sai di essere in questo copione (script) quando ti trovi a rinfacciarti più o meno reciprocamente la colpa di chi fa stare male l’altro o di chi non sta aiutando l’altro che soffre.
  • Le Depressioni Gravi (borderline o psicotiche) sono tali quando si vive interiormente in un buio profondo dell’anima anche se è molto frequente che si mascheri la cosa con un sorriso affettuoso, a volte perfino ebete. In questi casi ci si sta ritirando dal mondo verso i cui turbamenti si prova una crescente indifferenza. In situazioni di questo tipo chi soffre è generalmente poco consapevole del suo stato in quanto lo considera una condizione esistenziale immutabile e universale. Ne esistono di due tipi: quella in cui la persona assume uno sguardo vuoto ed inespressivo in certi momenti perfino impressionante e quella in cui a uno stato incline ad un pianto ed una disperazione senza tregua, per quanto mascherata di dolcezza o autoironia si alternano idee grandiose e progetti intensi il più delle volte irrealizzabili con un’attivazione decisamente maggiore nel corso della notte (stato noto con il termine ultimamente in voga di “disturbo bipolare”). In questi casi non è raro che si cada nella tentazione del suicidio: non per rabbia o per vendetta e men che meno per esibizionismo, ma per spegnere il dramma della disperazione spesso intrisa di sensi di colpa e di impossibilità di salvezza senza altra via d’uscita che il gesto improvviso ed estremo o quello ritualizzato (come la pallottola levigata giorno per giorno da Potocki con cui si sarebbe un giorno suicidato), al punto che si suole definire alcuni di questi casi “fame di morte”.

Come si vede, quando si parla di depressioni si ha a che fare con degli stati molto diversi fra di loro e per fortuna sono ben pochi quelli dell’ultimo tipo, nonostante non vadano sottovalutati neppure gli altri, soprattutto quelli del primo tipo, per la loro diffusione e per i numeri alti di persone coinvolte.

L’unico caso in cui i farmaci sono d’obbligo è il terzo, ma alla fine l’anti-depressivo è divenuto per molti di noi un complemento alimentare (anche per molti minori), complici le nuove (di qualche decennio) generazioni di farmaci. Una bassa tolleranza alla sofferenza? L’incapacità di dare risposte sociali libere e creative? Certamente una forte frustrazione a vivere ed una scarsa integrazione in un modello culturale comune e comunemente accettabile.

L’ipnosi e il tempo

L’ipnosi e il tempo

Reverse psychology parte quarta e ultima

Una delle caratteristiche scarsamente sondate del fenomeno dell’ipnosi è il suo rapporto con la dimensione temporale. Qualcuno potrà trovare assurda questa affermazione perché nulla come l’ipnosi lavora da sempre usando il tempo in lungo e in largo, ma quello che andiamo dicendo è che lo fa dandolo per scontato, senza cioè soffermarsi a riflettere su ciò che essa può insegnarci al suo proposito.

Quello che gran parte di chi lavora soprattutto in ambito clinico-terapeutico con l’ipnosi è solito fare è andare a ritrovare nel tempo trascorso eventi o risorse utili a superare la situazione difficile che il postulante presenta se non addirittura a guidare alla scoperta di un sé sconosciuto o più autentico.

Questo percorso lo si conduce perlopiù attraverso un percorso di regressione temporale fino ad un momento dove, per l’appunto, si può rinvenire l’energia, la lucidità e la verità più profonde che possono correre in aiuto, oppure usando un percorso più tradizionale, il trauma da cui la sofferenza può essersi originata. A volte la regressione può essere spinta più in là alla ricerca di eventi, esperienze e identità che non appartengono più alla persona e alla vita attuali, ma ad una delle cosiddette precedenti incarnazioni. Quest’ultima traccia viene definita impropriamente “ipnosi regressiva”; dico “impropriamente” proprio perché non è meno regressiva di quella che ripercorre la vita attuale ed in entrambi i casi può appartenere altrettanto propriamente più alla dimensione delle rappresentazioni che a quella della “cosa in sé” ovvero della presunta “realtà”. Tutto ciò senza nulla togliere ai benefici che queste esperienze possono comunque produrre, come pure alla dipendenza dall’esperienza stessa e dalla “maladie d’ailleurs”, dal bisogno di un “altrove” che essa comporta.

Abbiamo spesso dell’ipnosi la rappresentazione che la cinematografia e certa letteratura nel corso dei secoli e dei decenni ci hanno consegnato in eredità, ovvero la perdita di controllo e la capacità di esprimere comportamenti inediti e del tutto improbabili quali lo sdraiarsi fra due schienali di sedia o compiere furti se non addirittura assassini. Niente di meno frequente e perfino probabile di questi casi estremi. L’ipnosi ha come prima e più importante finalità permetterci di prendere consapevolezza di quanto dilatata sia quotidianamente quella nostra coscienza e il “sapere” che ne deriva che noi del tutto irragionevolmente reputiamo oggettivo quando non addirittura “vero”. Oltre a questo fenomeno, essa permette di prendere atto di quanto scarsamente uniforme sia la nostra identità e di come essa sia costituita di parti e addirittura di frammenti, andando a coincidere almeno parzialmente con l’idea di impermanenza.

In definitiva, si può dire che molte delle esperienze che potremmo citare all’apparenza straordinarie possono essere vissute in uno stato che potremmo definire ordinario seppure ad un altro piano della nostra mente esse funzionino come se ci trovassimo in uno stato di trance, e questo per delle ragioni che esulano dai fini di questo scritto rispetto al quale è utile solo sapere che quanto andremo a descrivere è qualcosa che possiamo vivere anche senza crederci minimamente.

La pratica del tempo inverso

Esiste un esercizio psicologico tutt’altro che ignoto consistente nel considerare la propria vita seguendo un percorso inverso, che è in fondo il tema riportato nei titoli di questi quattro articoli, ovvero la Reverse Psychology nello specifico significato che vado attribuendole.

Un primo passaggio è comunemente noto almeno alle persone della mia generazione. Genitori, insegnanti e sacerdoti erano soliti chiamarlo “esame di coscienza”. La scelta dei termini era corretta, mentre il significato che sia attribuiva loro lo era molto meno. L’idea moralistica di “coscienza” è quella che abbiamo più frequentemente incontrato e non di rado “odiato”, ovvero coscienza come comportamento consono ai dettami sociali o religiosi: avere la “coscienza a posto”, la “coscienza sporca”, “chiedilo alla tua coscienza”, eccetera. La coscienza non è un contenitore ma un processo. Possiamo immaginarlo come un discorso che non si capitalizza ma piuttosto si perfeziona nel fluire. La coscienza può esistere a prescindere dalla nostra consapevolezza, tuttavia è essere consapevoli della nostra coscienza uno dei momenti più importanti per il “rafforzamento” del sé o, se preferiamo, dell’anima.

L’esame di coscienza veniva insegnato ai bambini in questo modo: nel metterti a letto (magari in ginocchio ai piedi del letto — più che altro per non addormentarti dopo pochi secondi) dovevi ripercorrere a ritroso la tua giornata con la maggiore precisione di cui eri capace, considerando che nel succedersi degli esercizi questa si affinava naturalmente, fino ad arrivare al momento del risveglio.

Molti di noi hanno smesso molto precocemente questo esercizio, salvo riprenderlo da adulti e oltre avendolo incontrato in qualche libro, come quelli di Rudolf Steiner dedicati all’iniziazione. E lo hanno interrotto a mano a mano che si prendeva distanza dai catechismi per aderire ad un vissuto laico “concreto”. Eppure, effettivamente questo esercizio ha un potere eccezionale nel rinsaldare la mente e l’identità. Come se non bastasse, esso insegna al nostro inconscio come la unilateralità del percorrere del tempo sia vera e non-vera allo stesso tempo; e quindi di come si possa e con quanta proficuità usare il tempo in direzioni difformi dalla convenzione sociale.

L’errore più frequente che si compie nel riprendere in mano questo esercizio consiste nella rigidità del perfezionismo. Solo uno stupido può pensare che abbia senso ancor prima del fatto che sia possibile riprodurre ogni istante della nostra giornata a ritroso. Se fossimo perfetti — nessuno di noi lo sarebbe, neppure i guru! — avremmo sprecato un giorno, perché rivivere una giornata durerebbe una giornata con un ulteriore effetto specchio per cui il giorno dopo sarebbe dedicato a rivedere due giorni prima e così via fino a vivere sempre lo stesso giorno come in certi film. Ma anche se così fosse, in realtà ritrovare un momento dura moltissime volte di più di quanto non sia durato il momento a causa della durata stessa dello sforzo di recupero e di quello della riproduzione stessa. Quindi, nel farlo…

siamo sempre molto, ma moltissimo, gentili con noi stessi!

Dolcemente, ritorniamo indietro nella nostra giornata avendo tuttavia la cura di non attaccarci mai a nulla di quanto rivissuto. Nel ripassare la giornata tendiamo a sentirci in colpa per quel fatto, arrabbiati per quell’altro o amorevoli per quell’altro ancora. Al contrario, dovremmo osservarlo con spirito di atarassia, come se seduti sulla riva vedessimo scorrere il torrente calmo fra gli alberi, mentre trasporta su di sé alcune foglie, degli insetti, dei rami… creando qua e là dei mulinelli o insaccandosi in delle crune degli argini. Non hanno importanza gli eventi, non più di tanto, almeno, ma ne ha la “tara” la costante che si riesce a percepire al netto di tutti i fatti e di tutti i giudizi possibili. Quella “tara” è il tuo “sé” o la tua “anima” con la quale giorno dopo giorno impari ad entrare in contatto scoprendo che non è qualcosa di cui si possa parlare o giudicare con i codici formali del linguaggio o della misura, ma una dimensione ontologica che va al di là del tempo stesso e della persona che si trova a viverlo. Impari cioè a sentire meno il bisogno di affermare e difendere te stesso come persona scoprendo che non hai bisogno di essa per esistere e soprattutto per essere.

Esercitare il Benjamin Button che è in noi

Un secondo esercizio noto a molti psicologi e counselor consiste nel chiedere al postulante (continuo ad utilizzare con consapevolezza provocatoria questo termine che richiama religioni e pratiche superstiziose proprio in contrasto con altre definizioni di matrice medicale per me più fastidiose) di procedere nell’immaginazione lungo la propria esistenza fino ad arrivare all’età più estrema di cui è capace.

Lo si fa spesso guidandolo passo passo, in modo da vincere la sofferenza dell’invecchiamento come pure la normale incertezza riguardo all’ovvia incapacità di prevedere il futuro. Non ha infatti nessuna importanza la precisione di quello che si vede. In realtà se ci fosse bisogno di questo ci si troverebbe ad agire ancora nell’ambito della persona (sull’uso che sto facendo di questo termine si faccia pure una ricerca nell’intero mio sito, a partire dal primo di questa serie di articoli per soffermarsi in particolare su “La separazione dal sé”) mentre quello su cui vogliamo lavorare è piuttosto la presa di contatto con l’anima, il sé e uno sguardo il più possibile imparziale su questa vita e sulla nostra identità attuale.

Immaginiamo o facciamo immaginare di trovarci in una posizione panoramica, affacciati ad un terrazzo, sopra una torre o un grattacielo, ma anche a sfogliare le pagine di un album fotografico o quelle di un libro autobiografico. Non importa che quello che si vede sia quello che è veramente accaduto e ci si può perfino immaginare dei romanzieri che usano la fantasia invece dei fatti. Scriviamo la storia di quello che è accaduto fino a risalire al momento attuale e poi all’indietro fino alle esperienze già vissute in passato. Poi riavvolgiamo la storia nel senso tradizionale e soffermiamoci sulle differenze fra come l’avremmo raccontata prima, come l’abbiamo raccontata a ritroso e come la stiamo raccontando ora. Le differenze il più delle volte sono minime, ma quelle “inezie” hanno un grande peso anche se a tutta prima possiamo non esserne consapevoli. Dopo essere arrivati ad “oggi” nella direzione normale, spingiamoci ancora una volta avanti nel tempo e scorgiamo i dettagli che si fanno avanti nel momento in cui abbiamo imparato a non essere necessariamente fedeli ai “fatti”. Quello che sta accadendo, per quanto possa spazientirci, è davvero interessante!

Portiamoci avanti ancora una volta fino all’estremo e cerchiamo di percepire ancora una volta il panorama generale. A questo punto puoi fare due cose: ritornare al qui ed ora e scoprire come questo sia cambiato; oppure percepire la dimensione della cosiddetta “tara”, ossia della costante al di fuori dell’impermanenza.

Se ci pensiamo bene, quello che abbiamo esercitato è un percorso lungo la pista del nostro nastro di Mobius, dell’eterno ritorno del medesimo di cui abbiamo parlato nell’articolo precedente come alternativa alla retta dell’Universo. Siamo però così usciti dalla teoria per entrare nell’esperienza. E l’esperienza è sempre una “storia”!

C’era una volta un tale che chiese al suo calcolatore: “Calcoli che sarai mai capace di pensare come un essere umano?”. Dopo vari gemiti e cigolii dal calcolatore uscì un foglietto che diceva: “La tua domanda mi fa venire in mente una storia…”

G. Bateson, M. C. Bateson, Dove gli angeli esitano. Verso un’epistemologia del sacro, Adelphi, 1989

Di ipnosi regressive inverse

Chiamo l’esperienza con cui voglio concludere questi articoli con l’espressione apparentemente contorta di “regressione inversa” per distinguerla dal termine spesso utilizzato di “ipnosi progressiva”.

Molti vedono l’ipnosi regressiva come una pratica da sensitivi o veggenti e ancor più possono aspettarsi da quella progressiva. Le cose non stanno così, non tanto perché quelle siano irreali diversamente dal quotidiano, ma perché entrambe, futuro, passato, ma anche attuale sono solo dimensioni diverse di un sogno, o di una maya.

«Anche noi siamo fatti della materia di cui sono fatti i sogni; e la nostra breve vita è circondata da un sonno.»

W. Shakespeare, La Tempesta Prospero: atto IV, scena I

Quando eravamo giovani alle prime esperienze dell’ipnosi, con l’amico e collega Marco facevamo talora pratica e sperimentazioni con degli amici. Una volta, Elisa, un’amica che al tempo studiava medicina abitando a Torino, lontano dalla sua casa nel Friuli, che aveva certamente una sensibilità fuori dal comune, ci chiese di prendere parte alle nostre sperimentazioni partecipando come soggetto di ricerca.

In un primo passaggio saggiammo gli effetti della tradizionale ipnosi di tipo regressivo indirizzata alle vite precedenti. I risultati furono molto interessanti perché la sua percezione era netta, ovvero non condizionata né dall’identità attuale né da quella dell’episodio dell’altra vita. Era come se osservasse qualcosa che accadeva dal di fuori, senza coinvolgimenti ma con molta coerenza alla situazione.

Dopo avere ripetuto questa ricerca più volte decidemmo di sfidare il tempo per scoprire che cosa sarebbe accaduto se fossimo andati alla ricerca degli episodi della vita futura.

Entrammo in un treno della notte senza viaggiatori che correva attraverso gli anni senza posa fino al mattino. Poi la facemmo scendere alla fermata di Elisa numerosi anni dopo. Le chiedemmo di cercare dove fosse la sua persona attraversando i luoghi dov’era scesa con il treno.

Finalmente trovò questa Elisa del futuro.

Le chiedemmo come si vedesse.

Rispose che era in una baita in mezzo ad un bosco.

Era sposata con dei figli.

Era serena.

Stava stendendo i panni fuori della casa e si guardava attorno nella natura, lontano da ogni altro centro abitato.

È opportuno a questo punto dire che la nostra amica in quegli anni immaginava di ritornare alla sua terra; manteneva i suoi studi lavorando in una struttura di sostegno per giovani con handicap e pensava che sarebbe diventata un medico e che quindi avrebbe svolto questa professione verosimilmente in un centro urbano. Per queste ragioni trovammo bizzarro, financo divertente questo esperimento e la chiudemmo lì con qualche risata.

Diversi anni dopo passai a trovare nuovamente questa ragazza che viveva in coppia con il suo uomo e con la sua figlia essendosi trasferita però lontano dalla città, in un paese di montagna. Fu un incontro conviviale e non ripensammo mai all’esperienza fatta in passato.

Più in là nel tempo non ricordo più come ebbi ulteriori sue notizie, ma venni a sapere che il marito aveva una baita spersa in mezzo ai boschi sempre da quelle parti e che la stavano riattando per andarci a vivere.

Dovette passare dell’ulteriore tempo perché, una volta che ci eravamo ritrovati con Marco a parlare delle nostre esperienze, rievocassimo quell’esperimento di lavoro sul tempo fatto con Elisa.

Solo in quel momento unii i puntini e colsi come quello scherzo avrebbe avuto un futuro per quanto per molti sia considerato casuale.

Tuttavia, per parafrasare un’aforisma frusto:

“Caso” è il nome che i superstiziosi danno a Dio!

Quando rividi casualmente Elisa più di trent’anni dopo lei non ricordava assolutamente quella circostanza e io certo non insistetti perché lo facesse.

Gli eventi della vita è giusto che siano consegnati all’oblio, purché noi non si cessi mai di ricordarci di noi.

Temette che suo figlio meditasse su questo strano privilegio e scoprisse in qualche modo la sua condizione di mero simulacro. Non essere un uomo, essere la proiezione del sogno di un altr’uomo: che umiliazione incomparabile, che vertigine! A ogni padre interessano i figli che ha procreato (che ha permesso) in una mera confusione o felicità; è naturale che il mago temesse per l’avvenire di quel figlio, pensato viscere per viscere e lineamento per lineamento, in mille e una notte segrete.

Il termine del suo rimuginare fu brusco, ma lo precedettero alcuni segni. Primo (dopo una lunga siccità) una remota nube sopra un colle, leggera come un uccello; poi, verso Sud, un cielo rosa come la gengiva del leopardo; poi le fumate, che arrugginirono il metallo delle notti; infine la fuga impazzita delle bestie. Poiché si ripeté ciò che era già accaduto nei secoli. Le rovine del santuario del dio del fuoco furono distrutte dal fuoco. In un’alba senza uccelli il mago vide avventarsi contro le mura l’incendio concentrico. Pensò, un istante, di rifugiarsi nell’acqua; ma comprese che la morte veniva a coronare la sua vecchiezza e ad assolverlo dalle sue fatiche. Andò incontro ai gironi di fuoco: che non morsero la sua carne, che lo accarezzarono e inondarono senza calore e senza combustione. Con sollievo, con umiliazione, con terrore, comprese che era anche lui una parvenza, che un altro stava sognandolo.

J. L. Borges, “Le rovine circolari” da Finzioni
Siamo un po’ tutti Benjamin Button?

Siamo un po’ tutti Benjamin Button?

Reverse psychology parte terza

«Questo racconto fu ispirato da un’osservazione di Mark Twain: cioè, che era un peccato che la parte migliore della nostra vita venisse all’inizio e la peggiore alla fine. Io ho tentato di dimostrare la sua tesi, facendo un esperimento con un uomo inserito in un ambiente perfettamente normale. Parecchie settimane dopo che ebbi terminato questo racconto, scoprii un intreccio quasi identico negli appunti di Samuel Butler» (Francis S. Fitzgerald, Racconti dell’Età del Jazz, Milano, Mondadori, 2013)

Non si sa né come né perché, ma Benjamin nasce con l’aspetto di un uomo anziano – si stabilisce che la sua età corrisponde a quella di un settantenne. (…) Passano circa vent’anni, Benjamin ora è ringiovanito e ha l’aspetto di un cinquantenne, ma, grazie al radersi i capelli e a sistemi di tintura qualora non li tagliasse […così] fa la conoscenza di Hildegarde Moncrief, la figlia di un rispettabile generale. Tra i due nasce una relazione sentimentale che sfocerà nel matrimonio qualche tempo dopo (…) Il rapporto con Hildegarde, però, va deteriorandosi col trascorrere degli anni, perché se il giovane Ben è sempre più ammaliato dalla ricerca dell’estasi e del divertimento, lei passa sempre più tempo in casa e non sopporta il comportamento del marito (…) Le vicende riprendono nel 1910: si viene a sapere che a Hildegarde e Ben è nato un figlio, Roscoe. Intanto, il protagonista ha ormai vent’anni e dimostra la qualità che lo ha sempre caratterizzato, il sapersi distinguere dalla massa. Passano altri anni, e Benjamin acquista la vitalità di un sedicenne, ma questo lo penalizza in molte situazioni dove non riesce più a reggere il confronto con uomini adulti. Roscoe non lo riconosce come padre; non accetta il fatto di essere chiamato da Benjamin per nome, soprattutto in pubblico, tant’è che gli chiede di chiamarlo “zio”. Trascorrono altri anni e Benjamin, oramai poco più che infante, ha perso la memoria della stagioni trascorse della sua vita: gioventù, maturità e vecchiaia; intanto Roscoe ha avuto anch’egli un figlio e Ben si ritrova nonno di un nipote ormai suo coetaneo, col quale si sente a proprio agio e si intrattiene a giocare ogni volta che gli è possibile. Infine, viene narrato di come, ormai diventato neonato, Ben viene curato da una badante che gli insegna di nuovo a parlare; per il protagonista inizia una nuova vita, l’ultima forse… (fonte:

Wikipedia )

Il tempo e l’anima

Naturalmente le sorgenti etimologiche delle parole che seguono sono le più diverse, ma è di ispirazione l’idea che secondo diverse tradizioni esoteriche la parola “Universo” sottenda una direzione univoca in quanto lo scopo della volontà “divina” sarebbe uni-lineare. Proprio come la figura geometrica della retta “è illimitata in entrambe le direzioni e contiene infiniti punti cioè è infinita” anche dell’Universo si può dire che la sua origine è indefinita e che nessun essere vivente o no potrà mai vederne il termine. Ciononostante, per quanto irraggiungibili siano i suoi estremi, la “retta” dell’Universo si può dire che segua una direzione: un “destino” o un

creode .

L’idea di “Infinito” si suole rappresentare con il simbolo del numero otto, ma per così dire “sdraiato”. Mentre l’Universo, come abbiamo appena detto, sottende ad un destino, ad una direzione deterministica, l’idea di una volontà è irrilevante nell’idea di “Infinito”. Meglio ancora dell’otto rovesciato a rappresentare l’infinito è il simbolo del nastro di Möbius. Invece di essere espresso con un tratto, come nel numero ordinario, in questa figura l’otto rovesciato è delineato da un nastro curvato. Questa torsione esprime la caratteristica di non potere definire un lato interno e uno esterno: ruotando, il lato che in un primo momento si posiziona all’interno, nel lato opposto si trova all’esterno e viceversa.

Queste due figure ci riportano a due distinti modi di intendere il percorso degli eventi: da un lato un divenire progressivo e privo di “marcia indietro”; dall’altro un eterno ritorno dove la duplicità che caratterizza il nostro esistere (giorno e notte, maschile e femminile, positivo e negativo, e via dicendo) si trasforma costantemente l’una nell’altra, perché accanto alla dimensione dei due lati ne esiste una terza, quella della torsione, del movimento. Perché l’infinito esista deve muoversi esattamente come l’universo sulla sua retta. Tuttavia, nel primo esempio il moto è ricorsivo, è una ripetizione, nel secondo è successivo, ma non per questo meno inconcludente.

Entrambe le figure sembrano non lasciare spazio al libero arbitrio dell’essere vivente eppure non è così. Come una partitura di musica classica, se il direttore d’orchestra o lo strumentista non intendono stravolgere quello che si trova sul pentagramma, rimane il fatto che – almeno ad un orecchio addestrato – una grande differenza proviene dalla loro interpretazione. Molto diversa è la stessa sinfonia quando la si senta eseguita da Herbert von Karajan o da Zubin Mehta, nonostante nessuno dei due l’abbia modificata e nonostante nessuno dei due sia meno valido dell’altro.

Com’è noto Friedrich Nietzsche a Sils Maria ricevette quella che ebbe modo di ritenere essere l’illuminazione più importante della sua esistenza, ovvero che le nostre vite siano soggette all’eterno ritorno del medesimo. Le stesse esperienze, gli stessi scopi tornano a ripetersi nelle nostre vite e di vita in vita, ma questo ritorno non è fine a se stesso, essendo piuttosto un principio evolutivo. In questo modo, diversamente da come siamo portati a pensare, nulla finisce mai davvero, nulla si distrugge del tutto, niente soggiace definitivamente all’entropia, alla dispersione della capacità di tenere unito e ordinato il tutto o l’identità. Un’identità si consuma, certo, ma lo fa per permettere che il gioco ricominci, che il nastro di Möbius si ribalti nel ritornare sui propri passi. Il destino dell’uomo è nel perfezionarsi di un divenire fisso, destinato a compiersi al proprio interno, non nel progredire su una retta infinita, per quanto sia parte anche di essa; ma se sulla prima agisce come l’artista o l’artigiano che interpreta la sua partitura, nell’ultima non può che accettare una logica che è estranea, sia alla sua finitudine, sia alla comprensione dello spirituale che lo partecipa.

L’essere umano cerca di esprimersi ed evolve recitando la sua parte nell’Infinito, mentre invece si dona e si abbandona nella trama ignota dell’Universo. Questa è la sua “tragedia”.

(segue)

Il tempo è una conve/inzione

Il tempo è una conve/inzione

Reverse psychology parte seconda

Fonte: https://materiaincognita.com.br/antigos-relogios-com-as-horas-contadas-o-calculo-do-tempo-pelo-calor/

Che quella cosa che chiamiamo “tempo” sia una convenzione dovrebbe essere chiaro ai più, non foss’altro che ci sono una notevole varietà di modi per misurarlo e pesarne il valore. In realtà sono decisamente ottimista perché per molte persone non è così: ti farebbero tante domande riguardo a questi fantomatici modi di misurarli, mentre penserebbero che solo un pazzo considererebbe che possano esserci pesi e valori diversi a tale proposito.

«Tutte masturbazioni da intellettuali! L’uomo pratico non fa di questi discorsi».

Su questo non c’è dubbio. Tutti noi vogliamo avere più tempo e che il nostro tempo duri il più a lungo e intensamente possibile. Ad esempio, nel pieno di un orgasmo felice, oh quanto vorresti che fosse intenso e lungo quel tempo. Oppure, quando devi finire un lavoro e non hai abbastanza tempo, come ti sarebbe utile averne di più (e già a questo proposito ti accorgi come si possa avere tanto tempo e usarlo con scarsa intensità o poco e riuscire al meglio perché ti ci concentri di più o sfruttando tutte le tue risorse)!

Tuttavia, uomo pratico, prova ad immaginare di soffrire di mal di mare (se non patisci le onde, pensa al mal di testa, al mal di denti) e di trovarti in mezzo all’oceano senza un porto a disposizione per giorni interi e con burrasche e onde lunghe continuate mentre non riesci a smettere di dar di stomaco, a fare cessare la nausea, le vertigini e il senso di claustrofobia. Un secondo di quel tempo pesa come una giornata fastidiosa qualsiasi. Allora sì che il tempo diventa “relativo”!

Però molte persone ritengono che quello non sia un problema di tempo, ma di maledizioni, di sfortuna, di malattia, di nave e così via.

Il fatto è che tutti noi viviamo il tempo ma nessuno è consapevole che ci sia il tempo mentre lo sta vivendo: il tempo è ovvio, qualcosa che c’è e basta e di cui non c’è bisogno di pensare, non è mica un lavoro! È come l’acqua: c’è sempre stata e sempre ci sarà. Una volta c’erano boschi e fontane proprio là dove oggi ci sono le pendici del Sahara e per gli abitanti di gran parte delle popolazioni del pianeta, la buona acqua vale molto più dello Chateau Mouton Rothschild del ‘45.

Già fino a qui si comprende bene come il confine convenzionale del significato del tempo ci può rendere più confusi riguardo alle nostre certezze, conducendoci per mano a questa seconda parte del nostro discorso, ovvero che il tempo è un’illusione, o meglio…

una convinzione delle più profonde su cui si basa la vita dell’uomo!

Secondo voi, il vostro animale di compagnia o un animale qualunque sa che cos’è “il tempo”? Conosce il suo tempo? Sa che il tempo è l’unità di misura della sua età? Sa di avere un’età?

Se non sa nulla di tutto ciò, pensate che sarebbe utile per lui saperlo? Utile vorrebbe dire che lo rende più intelligente o che lo fa più felice? Essere consapevole di qualche cosa di convenzionale e non indispensabile come il tempo o l’età lo renderebbe più felice?

Se la risposta fosse un “No”, allora mi domanderei: «Ma perché mai l’essere umano dev’essersene fatto convinto? Perché dovrebbe credere a qualcosa che lo rende infelice?»

Tempo e spazio sono due variabili su cui si basano tutti i nostri sistemi formali come il linguaggio o il calcolo. Come si può pensare ad un’umanità al netto del linguaggio e del calcolo? Al netto del tempo e dello spazio?

Eppure, mentre lo spazio è una dimensione più oggettiva (l’aspetto relativo è dovuto perché anche sullo spazio sono davvero tantissime le cose che un fisico teorico ci potrebbe insegnare non essere fondate), riguardo al tempo le dimostrazioni sono del tutto infondate.

Per l’essere umano il tempo è la misura del segmento compreso fra la sua nascita e la sua morte. Se non avessimo consapevolezza della nostra nascita e della nostra morte non ci sarebbe necessità di ipotizzare la dimensione temporale.

A questo punto potremmo affermare che…

il tempo è una dimensione della consapevolezza umana.

In questo caso, perché non potremmo pensare che ciò che sappiamo sul tempo e sul suo percorso ci lascia ancora molto spazio per dei cambiamenti.

(segue)

Vocabolario dell’anima

Vocabolario dell’anima

Psicologia come studio e tecniche di adattamento al mondo

Nonostante il vocabolo tragga la sua origine etimologica dalla radice mitica greca “Psyche” che cela una remota idea di “anima”, la sensibilità e la weltanschauung dell’umanità attuale con il termine intende altro, ovvero lo studio della dimensione dell’essere vivente per la sua singolarità (diversamente, ad esempio, dalla sociologia), umano, animale e altro nei suoi aspetti materiali, cognitivi, relazionali, sociali, emozionali.

Per tornare a quanto precedentemente stabilito, nello schema cui faccio riferimento la psicologia si occupa della “Persona”, ovvero di quella meravigliosa meteora costituita dalle nozze fra il veicolo materiale (potrei aggiungere eterico e animico per colori i quali trovano significato in queste parole) e la luce dello spirito vitalizzante di cui l’anima è portatrice.

La psicologia però non si può occupare dell’anima in sé. Esula dalle sue competenze e il più delle volte in maniera riduttiva non manca di negarne la dignità e il significato al di là di una mera superstizione.

Quello che mi preme evidenziare, al di là delle convinzioni di ognuno e senza minimamente sminuire gli importanti contributi del quantomai sfrangiato e difforme panorama degli studi e delle pratiche psicologiche degli ultimi quasi due secoli di psicologia è che tutto quello che serve per condurre una vita in sintonia con le necessità dell’esperienza — e quindi della missione dell’anima — si costituisce e termina con l’esistenza stessa. Va però detto che il senso dell’esistenza non si conclude nell’esistere o, quanto meno, può non ridursi ad esso.

Dalla psicologia alla fede

Il fatto che noi si pensi che la nostra “mente” coincida con l’intelligenza o che i nostri sentimenti si concludano sul piano delle relazioni secondo le regole morali e sociali del momento è un’idea gregaria e impoverente.

Dobbiamo inoltre guardarci dal pensare che l’anima sia comunque salva in quanto appartenente ad una zona franca rispetto alla vita materiale: esiste per essa qualche cosa che potremmo chiamare “apprendimento” anche se si tratta di una descrizione meramente allegorica (per quanto migliore del Dio barbuto che esce dal triangolo dorato che ci veniva mostrato nelle scuole elementari o nella catechesi, svolge una funzione simile per il livello necessariamente infantile delle nostre presuntuose conoscenze sensiorialmente-fondate terrene). La nostra anima può impoverirsi fino a perdere molte delle sue potenzialità ultraterrene ben al di là di questa esistenza. A questo si associa forse una certa idea di inferno presente in molte religioni.

Un’altro concetto allegorico che potremmo applicare alla vita dell’anima è che essa è soggetta ad un’evoluzione di tipo opposto a quello egoistico. Le anime si appartengono reciprocamente e appartengono a loro volta a sistemi più ampi per cui si potrebbe parlare di un certo “metabolismo” delle anime, di vere e proprie “catene alimentari” amorevoli e di crescita reciproca.

Se avesse senso parlare di tempo a questo proposito, però, dovremmo avere chiaro che i tempi in cui tutto ciò avviene sono infiniti, oltre il confine delle dimenticanze.

L’anima è la manifestazione ultrasensibile che ospita la coscienza o consapevolezza del principio spirituale che è in ognuno di noi. Essa non può essere esperita dai meccanismi cognitivi, relazionali, affettivi, normativi, sociali… comuni. L’unico modo per conoscere l’anima consiste nell’avere fede in essa e/o nel principio spirituale. Essa consente lo sviluppo di un nucleo individuale (detto anche “io” o, come personalmente preferisco, “sé”). L’anima partecipa alla nostra esistenza comunicando con altre “sfere” attraverso il “pensiero”, inteso non come un “ragionare”, ma piuttosto come l’allucinazione presente in tutti noi in maniera per lo più inconsapevole, “come se” qualcun altro stesse parlando ad un nostro ascolto insensibile che subito dopo traduciamo malamente in ragionamento e linguaggio sensibile necessariamente inquinato da paure, desideri, bisogni più o meno egoistici. Infine, va detto che non tutte queste comunicazioni traggono origine dalle stesse fonti e che la difficoltà più scoraggiante può essere data proprio dal riuscire ad operare questa distinzione. Questo può essere ottenuto prima di tutto dalla coltivazione della propria fede, da un lato e da quella di un’autenticità coerente nei propri comportamenti quotidiani.

Può sembrare folle e fantasioso parlare di anima, di sé, di fede e altro ancora in un mondo che ha appena superato la soglia degli otto miliardi di esseri umani affamati pronti a tutto per uscire dal ghetto dell’80% della legge di Pareto, tuttavia senza questa consapevolezza null’altro ha valore.

Potremmo definire l’anima quell’istanza privati della quale gli esseri umani sono poco più che una delle più ciniche ed infestanti belve della natura concepite per realizzare il proprio progetto di entropia.

La separazione dal sé

La separazione dal sé

di Ennio Martignago

Jung e il labirinto come metafora del percorso di individuazione

Secondo Carl Gustav Jung esistono due parti nell’essere umano che cercano un incontro, quelle che egli chiama animus e anima. Troppo spesso “tradotte” e quindi “tradite” dallo stesso autore quando vestiva gli abiti dello psichiatra e divulgatore psicologico, hanno le loro radici nella tradizione alchemica, ma anche qui ogni approfondimento diventa complicato. Con queste citazioni voglio solo richiamare un antica necessità di ricongiunzione, sia metafisica che interiore, di cui l’essere umano da sempre sente il bisogno, il più delle volte incompreso, di capire, di integrare. In fondo quello che accade nella coppia tradizionale è lo specchio di quanto avviene in ognuno di noi: un continuo distaccarsi e ricercarsi mal sincronizzato. Non a caso quanta più sincronia c’è nell’animo dei singoli partner, tanto più probabile sarà l’armonia fra loro (e spesso anche il minore bisogno di appartenenza reciproca).

Molte guide spirituali esprimono l’indicazione che occorra prendere le distanze dal nostro ego per riconoscere la nostra “vera” identità costituita da altro rispetto a quello che siamo soliti credere. I nomi scelti per quell’“altro” sono molteplici. La tradizione orientale parla di Atman, di Mente Chiara, talora di Coscienza e in altri casi di Io senza sostanza e così via. Diversamente, nella tradizione occidentale l’espressione più ricorrente è quella di Anima, poi di Spirito; successivamente è ricorrente la definizione di Io e quella di che, complici le traduzioni linguistiche, vengono intesi con significati invertiti. Nondimeno, in tempi più o meno recenti hanno preso corpo definizioni apparentemente più vicine alla mentalità scientifica attuale come quelle di Mente o di Coscienza, ma perfino di Inconscio, tutte quante però poco determinate e meno ancora concordanti. Infine, va fatto rilevare che, nonostante la contestazione alla dicotomia fatta risalire erroneamente a Descartes di corpo e mente apparentemente superata con l’introduzione del pensiero “olistico”, ancora oggi i più — olistici compresi — continuano ad evocare il corpo, da un lato, e la psiche, dall’altro.

Gran parte di queste considerazioni nascono dalla prospettiva escatologica, ovverosia dall’interrogativo creato dall’irruzione della consapevolezza della finitudine umana e dal pensiero della morte. La distrazione, quando non si voglia parlare di una vera e propria rimozione, del “discorso” (in senso foucaultiano) sulla morte ha eroso anche il rapporto fra vivente e “vero sé” al punto da generare delle vere e proprie antinomie ancora più profonde di quelle “pseudo-cartesiane”. Le persone vivono una vera e propria frattura schizoide fra un corpo sempre più sociale o socialmente integrato e un sé metafisico, che ha luogo in una realtà protetta, ritirata dalla condizione quotidiana che ci permette di essere peccatori per strada o sul lavoro, ma perdonati a priori, se non addirittura santi, nel proprio ashram privato garantito da tante concettualizzazioni o pratiche meditative usate come “ginnastica dello spirito a part-time”.

Il fatto rimane che quando siamo posti di fronte alla cruda realtà dell’esperienza della perdita, del lutto di chi ci è caro o della nostra stessa morte, le prospettive tendono a cambiare perché, come ebbe a dire perfino Steve Jobs a Stanford, “nessuno vuole morire” salvo forse alcuni — ma solo alcuni — suicidi. Chi ha fede vede nella morte un passaggio ad un altro piano, una liberazione dalle condizioni temporali, nonostante abbia ragione nel ritenere che neppure costoro sono esenti dal dolore, dalla paura o dalla nostalgia della propria persona, quando perfino il Cristo sulla croce ebbe a esprimere la sofferenza per l’abbandono del Padre. In momenti come questi è importante avere più chiara possibile — e questo perché ci si è preparati lungamente all’idea — la differenza fra la propria persona e la propria… “chiamiamola mente-anima” che ho presentato già in passato: l’annullamento dell’una a favore dell’altra genera una ferita nella propria integrità e nella consapevolezza dell’esperienza vitale potenzialmente disastrosa.

La “Galassia Persona”

Quando andiamo in giro per strada o parliamo con familiari e amici rappresentiamo noi stessi come una persona, un “pezzo unico” costituito da corpo e mente (da qui in avanti userò indifferentemente questa parola o la parola anima o coscienza intendendo con essa la stessa cosa ben distinta sia dal termine “intelligenza” che tanto più da quello di “cervello”). Questa idea è straordinariamente riduttiva e impropria così come pensare che la il pianeta sia un entità unica i cui abitanti non abbiano una vita o un’identità propria o che non incidano in quella della Terra. Se paragonato al pianeta con i suoi abitanti animali, le sue foreste, le costruzioni umane e così via, si potrebbe dire che il nostro corpo sia un’intera galassia, anche se su dimensioni diverse. Quando pensiamo ad esso ci rappresentiamo degli aggregati fra loro funzionali come gli occhi, l’intestino, gli arti, i reni e così via. Di fatto esistono delle reti funzionali o dei processi, come quello metabolico, quello neuro-sensoriale o quello respiratorio che sono tanti altri modi per rappresentarci il corpo umano. Poi potremmo scendere alle identità cellulari dal cui punto di vista l’organo come potrebbe essere il fegato o il cervello non è altro che una vera e propria astrazione, esattamente come se pensando a noi stessi dovessimo intenderci una componente della Via Lattea e non quello che passa il bancomat al supermercato. Infine, ultimo ma non ultimo, la macroscopica popolazione del microbiota umano (non solo quello intestinale!), “ovvero l’insieme di tutti i microbi che abitano dentro e sulla superficie del nostro corpo, il cui numero è pari a 10 volte quello delle nostre cellule, che sono circa 10 mila miliardi”(!!!). Per avere un’idea di uno degli infiniti scenari di guerra che hanno luogo nel nostro corpo fra i soldati che — a torto o a ragione — definiamo appartenerci e gli altri che — a torto o a ragione — stabiliamo esserci estranei basta guardare questo film girato al microscopio dell’agguato di un macrofago nei confronti di un batterio:

Ognuna di queste creature è nello stesso tempo un nostro ospite e un estraneo a noi stessi, proprio come decidiamo di considerare un animale di compagnia, il nostro gatto o il nostro pitone.

Detto altrimenti, quando dico “Io” intendo l’insieme di questa galassia che mi costituisce e che si afferma in me avendo l’interesse di tenermi vivo o di divorarmi, essendo comunque in me e me stesso.

Se camminando per strada immaginassi di portare a spasso questo carrozzone universale potresti impazzire, visto che il modo migliore per cadere è quello di pensare ai movimenti che costituiscono una semplicissima camminata invece di lasciare tutto agli automatismi fisiologici. Pur tuttavia, così stanno le cose dal punto di vista biologico e quindi anche delle relazioni fra soggetti.

Quando il soggetto della nostra persona muore è un intera galassia che scompare assieme ad esso, come in una scena di Star Wars. Muoiono tutti, organi, cellule, batteri… dal punto di vista soggettivo e tutti assieme, diversamente dalle infinite morti soggettive che avvengono in ogni istante della nostra esistenza quotidiana che segnano inevitabilmente un pezzo della nostra morte di cui non abbiamo la benché minima possibilità di essere consapevoli, anche se, mutata mutandis, niente muore ma semplicemente si trasforma da un punto di vista della materia al di là delle identità che tramite essa si ricreano continuamente (proprio come all’inizio del Bolero contenuto nel bellissimo film animato di Bruno Bozzetto Allegro non troppo).

Un Lutto inevitabile

Al netto di tutto il dolore e di tutte le sofferenze che comporta, la morte è un momento di trasformazione di un sistema biologico collaborativo che non si intende affatto “Io” più di quanto un’azienda possa essere un’entità al netto delle risorse che la costituiscono: avete mai sentito parlare, che so, Google? No, evidentemente: sentirete un suo rappresentante che esprime il punto di vista di una parte dell’aggregato che la compone, anche perché perfino il suo amministratore delegato dovrà esprimere solo la più approssimativa decisione fra quelle consentite dalle lotte di interessi e di potere che hanno luogo al suo interno e all’esterno di essa.

Proprio come una banca, anche la nostra Persona può vivere più o meno a lungo, ma prima o poi morirà. E questo sarà un momento di inevitabile lutto.

Non dobbiamo raccontarci bugie dicendo che non bisogna pensare: «Non si muore mai davvero in quanto non siamo noi quello che muore perché siamo “altro”: siamo la nostra anima, la nostra mente, la nostra coscienza, il nostro contributo sociale, la nostra eredità storica, quello che lasciamo ai nostri figli, il nostro lascito al pianeta…» Tutte palle!

La nostra vita è e alla fine sarà stata “una storia”, un’opera compiuta, i nostri amori, i rancori, quello a cui abbiamo creduto e quello che ci ha deluso o quello che abbiamo dimenticato. E tutta questa storia è contenuta nei nostri ricordi e sulla nostra pelle; nelle nostre imprese non più che nelle nostre malattie. Ennio Martignago sarà stato tutto ciò e non la sua anima o la sua mente o la sua coscienza. Ci sono quelli che provano l’ipnosi regressiva per scoprire chi erano nella vita precedente, ma questo non è possibile perché quella ipotetica signora Rossi della vita passata non ha niente a che vedere con l’Ennio di oggi. Solo la mente che avrà abitato in noi ma che la maggior parte di noi, fortemente improntata nell’identificazione con la propria Persona, non ha esperito a pieno nella propria vita potrà dire di essere stata ospitata dall’aggregato “Signora Rossi” e da quello “Ennio Martignago”. Quando presto morirà Ennio, essa piangerà Ennio come la fine di un viaggio importante, di un bel film o un bel concerto che sai che non si ripeterà, anche se nella vita ne potrai ascoltare altri di diversi musicisti, più belli o più brutti e perfino dello stesso cantante che però non eseguirà mai più la stessa performance.

Il piacere si accompagna alla malinconia nel compimento di un’opera o di una vita

Amici in competizione

Fra l’Anima e la Persona esiste una concorrenza collaborativa lunga una vita. Solo attraverso la Persona l’Anima può integrare esperienze per la crescita propria e del sistema che la ingloba così come senza di essa la Persona in pratica non è consapevole di sé e al massimo potrebbe esistere soltanto come un aggregato, perfino intelligente, ma completamente incosciente, in preda a pulsioni affiliative o distruttive che si alternano come momenti privi del senso di continuità e quindi del sentimento dell’identità: egoisti senza io.

Nel momento in cui il corpo fisico (glisso su eventuali ulteriori corporeità — eterica, astrale…) va per la sua strada esso diventa immemore e disaggregato e quindi privo di sentimenti ed emozioni. Nel momento in cui l’anima abbandona l’esistenza corporea essa affonda nel proprio percorso difficilmente esprimibile in termini linguistici ma che usando delle metafore potremmo definire di affinamento del proprio divenire se stessa, la propria unicità (l’eterno ritorno del medesimo di Nietzsche esprime bene il concetto attraverso l’imperativo “Divieni ciò che sei!”), ma non gode più di quel connubio fra (o Io) e Esperienza che solo il periodo vissuto come Persona consente.

Possiamo immaginarci come Persona se facciamo il paragone con la famiglia: con questa parola come con quella di “coppia” descriviamo qualcosa che, nonostante non abbia una propria fisicità, viene percepita da tutti come una vera e propria realtà. Due singoli, ognuno con la propria storia e le proprie differenze decidono di condividere parte delle esperienze socio-fisiche e intellettual-sentimentali insieme e chiamano questa parte di loro “coppia”; questa ha una vita e un sentire distinto da quello individuale nonostante ognuno dei due si identifichi sia come singolo, sia come coppia con logiche diverse ma entrambe appartenenti. Se vengono al mondo figli, la definizione di “famiglia” diventa a questo punto indiscutibile e le persone diventano pertanto sia singoli, sia coppia, sia famiglia, ognuna parte con logiche diverse ma tutte e tre appartenenti. Quando poi, non necessariamente in questo ordine, i figli abbandonano il nucleo famigliare lasciandolo in eredità alle esperienze della “coppia”, questa riscopre se stessa e soprattutto diventa consapevole delle sue trasformazioni e di quelle dei singoli al suo interno. Questo abbandono comporta contemporaneamente un vissuto di liberazione e uno di malinconia, di abbandono, in fondo, di lutto. Presto o tardi quasi sempre, in un modo o in un altro il distacco di uno dei due determinerà anche la fine della coppia e quindi la separazione. Il vissuto di coppia entrerà a far parte dell’esperienza di ciascun membro ma non più la continuità della condivisione del quotidiano: proseguirà forse all’interno di ognuno dei due, ma con la consapevolezza che quella parte si è conclusa. È possibile che le anime continuino a condividere l’appartenenza reciproca, ma non l’esperienza diretta — al massimo quella trasferita.

La Persona è un mondo anche se è privo di consistenza, proprio come un film al cinematografo è un vissuto ma non una realtà, senza che questo lo squalifichi: ricordiamo con maggiore intensità un film che ci è piaciuto che più del 90% delle ore vissute nella quotidianità.

La Persona è come un bambino che nutrirà rabbia verso i genitori quando si separeranno, nonostante da un altro lato si stenta sollevato dal venire alleggerito dei continui litigi e delle atmosfere plumbee di una convivenza piena di dolore come un malato terminale: non ci saranno più momenti di sofferenza ma neppure quelli di gioia vissuti insieme e non ci sarà più quella possibilità; ce ne saranno certamente altre, ma non più quella.

Quando hai avuto l’auto dei tuoi sogni scoprirai che quando sei al lavoro o in famiglia sarai Ennio che, fra le altre cose, è quello che ha l’auto dei suoi sogni; ma quando guidi l’auto dei tuoi sogni lei non sarà più lei e tu non sarai più tu, ma entrambi siete una coppia: Ennio alla guida dell’auto dei suoi sogni e la strada non apparirà mai e poi mai la stessa, tanto che la stessi percorrendo a piedi o su un autobus, perché ora siete “voi due”: un Io di coppia. Un malaugurato giorno dovrai abbandonarla al suo destino come il vascello infuocato del Re di un funerale vichingo che si guarda allontanarsi trascinato dalle correnti nel mare dell’ignoto. Questa separazione è dolorosa per chi ama la propria auto e ci si immagina che sia così anche per l’auto, nonostante l’intelligenza ci voglia convincere che questo è assurdo. Ci sono persone che hanno avuto tante auto, spesso una più potente dell’altra, ma non hanno mai superato la separazione da quel modello dei 20 anni. Non per l’auto ma per l’insieme Ennio-Auto.

Diversi trapassi

In definitiva, che-che se ne dica, la separazione dell’anima dall’esperienza della persona è un lutto inevitabile. Nessuno potrà esentarsene, ma non tutti lo vivranno nello stesso modo. Quanto più ci si sarà identificati, non tanto con il proprio corpo — cosa che purtroppo non è poi così rara — ma con la propria Persona, tanto più dolorosa sarà la morte e tanto più lenta la separazione e l’evoluzione dell’anima, della coscienza, del Sé.

Alleggerite da questa dipendenza identificativa, la coscienza si sentirà arricchita del sacrificio della Persona compiuta attraverso la sua realizzazione mentre la Persona scoprirà che proprio significato nasce dal contributo ricevuto dall’anima.

Quel lutto inevitabile potrà essere di completamento ed evoluzione a patto che si sia riusciti, prima di tutto a superare ogni forma di attaccamento, e poi a gestire l’armonia migliore possibile fra le proprie parti.

A questo proposito va aggiunto che, ad uno sguardo privo di pregiudizi materialistici, la Persona non è abitata da una sola istanza mentale. Noi siamo soliti appellare queste diversità emozioni, sentimenti, aggregati, eredità psicogenealogiche, parti evolutive, complessi… ma sono tutte definizioni che derivano dal sistema di pensiero di riferimento. Un po’ tutti gli approcci psicologici riconoscono queste “entità” che erano note alle dottrine sapienziali con termini che a scuola ci hanno insegnato essere ingenui mentre sono solo lingue diverse appartenenti a popoli e periodi storici diversi.

Perché non possiamo pensare che, proprio come è normale considerare che lo stato di salute ci faccia sentire diversi, anche il nostro microbioma come la fisiologia cellulare siano quindi parti del nostro apparire e che la nostra “Persona Mentale” possa ospitare più anime o più entità spirituali?

Sopra tutte queste tuttavia, come il peso di una piuma o il famoso battere di ali della farfalla, fa inclinare gli eventi da una parte o da un’altra, o che come il guidatore che, pur mettendo ben poca energia e fisicità nella corsa, rende la guida un “viaggio” e non solo un “muoversi”, esiste un o Io che fa sì che le altre componenti della Persona non prendano il sopravvento nell’opera costituita dalla sua esistenza.

Questa parte supera i confini dell’attuale contributo e sarà oggetto di futuri scritti, almeno fino a che sarà questa persona a poterlo ancora fare.

😄

Le origini delle psicologia inversa — Reverse Psychology parte prima

Le origini delle psicologia inversa — Reverse Psychology parte prima

L’esaurimento della psicologia scientifica e l’incontro con una psicologia inversa dove la spiegazione venga ricercata a partire dalla fine

Comunemente — si fa per dire perché il concetto non è così utilizzato — per Reverse Psychology o Psicologia Inversa si intendono degli utilizzi diversi da quello qui illustrato, tuttavia, a parte gli intenti di manipolazione peraltro presenti anche nelle tecniche tradizionali, in fondo esiste un legame con percorsi spirituali comuni.

In psicoterapia si attribuisce questa denominazione soprattutto alle tecniche della terapia a breve termine di derivazione genericamente sistemica dove l’esempio più ricorrente è quello della prescrizione del sintomo che si fa risalire soprattutto alle metodologie paradossali di Milton Erickson. In poche parole si creano le condizioni per cui il postulante, cliente, paziente… arrivi in maniera improvvisa a ristrutturare il proprio campo cognitivo e quindi il problema tramite una dimostrazione per assurdo dove la spiegazione precedente viene annullata dai riscontri dell’evidenza (e quindi dall’esperienza non-formale). Di fatto, però, proprio metodi di insegnamento simili erano quelli praticati dai maestri buddisti, soprattutto quelli della tradizione zen i cui koan finivano per promuovere un disorientamento nei discepoli che in questo modo finivano per abbandonare e poi riconoscere in quanto tali le convinzioni stereotipate che non ci permettono di sperimentare la chiarezza mentale naturale che ci collega con la nostra natura spirituale più profonda. Quando ci si perde in una città perché non si ha una mappa a disposizione si è costretti ad attivare l’attenzione e tutti i sensi guardando al mondo esterno per quello che è e non per il costrutto che siamo abituati ad usare

Già questa considerazione ci avvicina alla riflessione che qui propongo con l’espressione di “Psicologia Inversa”, un percorso che parta dall’assioma spirituale per risalire ai comportamenti quotidiani in maniera non-dogmatica (potremmo definirla perfino “laica” in quanto non conforme alle religioni formali).

Perché si parla di “assioma spirituale”? Per “assioma” (in geometria postulato) si intende un principio autoevidente ai più che si assume per vero nonostante non sia possibile dimostrarlo e dal quale derivano considerazioni e regole (corollari) che, pur essendo fondate su questi, possono invece rispondere a dei criteri di logica formale, ovvero di dimostrazione o falsificazione. Il tanto vituperato Cartesio con il suo Discorso sul metodo ha fatto comprendere in un modo ancor oggi fondamentale come le nostre sicurezze si reggano su degli indimostrabili alla base dei quali si può posizionare solo la consapevolezza di un sé pensante. In molti si sono erti a volponi nel criticare il filosofo francese affermando che alla fine non aveva dimostrato un bel nulla. Non è così, però: egli è arrivato ad un paradigma ontologico, quello dell’identificazione in un essere pensante.

Da questo punto di vista gran parte delle nostre certezze sono proposizioni superstiziose, sia perché generalmente si fondano su luoghi comuni e sentito dire, ma comunque più in generale perché fatte al netto della consapevolezza che partono da un assioma, ovvero da qualcosa che, pur trovando consenso nella pressoché totalità delle persone, da un punto di vista della certezza si basano su un assioma, come la certezza stessa di essere vivi. Se non considerassimo questo presupposto nessun cambiamento dei paradigmi scientifici, come la visione controintuitiva della terra che abbiamo da Keplero in poi, sarebbe possibile. Eppure dal punto di vista del soggetto abbiamo dovuto aspettare i primi anni del ‘900 per avere a che fare con quel ribaltamento di prospettiva che spacca in molti modi l’unità dell’Io.

Se Freud ha fondatamente considerato la “scoperta” dell’inconscio una rivoluzione copernicana, resta il fatto che da allora consideriamo l’inconscio come un “ingrediente”, non foss’altro che siamo soliti dire che esso è posto “nella profondità”, dentro di noi. Ora dovremmo fare un passo avanti da quella volta: è necessario che ci posizioniamo ad un metalivello — come dire “fuori”, “attorno”, “al di sopra” della nostra persona fisica per come la percepiamo. Per fare questo dobbiamo fare lo sforzo di superare la rappresentazione di sé (qualcuno lo chiama “io” trascendente) come vivente, come natura… come persona.

Per fare questo dobbiamo pensare ad una psicologia differente da quella scientifica a cui siamo abituati; dobbiamo avere la forza di vedere l’esistenza dal percorso inverso. Invece di pensare al succedersi degli eventi dalla nascita alla fine del corpo, dobbiamo affermare la possibilità che si possa costruire un significato del soggetto risalendo dalla fine per ricongiungersi all’esperienza finale della nascita.

Prossimamente: da Wilhelm Wundt a Raymond Moody e oltre.

La preoccupazione per la salute

La preoccupazione per la salute

Che cosa si cela dietro tanta preoccupazione per la salute e attenzione per l’alimentazione?

Una famiglia della campagna veneta negli anni ’50

Il medico, questo sconosciuto

Ricordo che quando ero giovane molti adulti e più che adulti ti guardavano straniti se andavi dal dottore o se prendevi delle medicine. Erano in tanti quelli che nella loro vita non avevano mai visto un medico e ancora oggi i miei genitori facevano fatica ad accettare di dover prendere dei farmaci, ancorché pochi, con regolarità. Allora una visita medica era un evento molto più straordinario di un ricovero ospedaliero oggi. Ai nostri giorni una cosa simile sembra impossibile, o quantomeno molto fortunata, come quelli che arrivano a sessant’anni senza aver mai visto un dentista né aver avuto una carie.

Eppure, mai come oggi la discussione per strada cade fatalmente sui temi della salute e su quelli dell’alimentazione. Un tempo si parlava di calcio o di film; oggi quando esci con gli amici ti ritrovi a parlare di diete, cibi, visite mediche, integratori alimentari e così via.

Non ti sembra che le esperienze si siano un po’ ridotte in questo modo?

Un abusato detto di Ludwig Feuerbach secondo il quale “l’uomo è ciò che mangia” potrebbe essere modificato oggi in “ogni uomo si distingue per il tipo di ossessione per ciò che mangia”.

Potremmo anche rispolverare il buon vecchio Freud per domandarci se l’umanità occidentale non sia regredita alla fase orale. In questo caso potremmo dire che lentamente diventiamo sempre più dipendenti dai nostri bisogni primari; come dire che invece di andare incontro al mondo con il nostro agire creativo, estroverso, ottimistico, fattivo, creatore di diversità espressive e comunicative, invece di vivere così ci attacchiamo alla mammella della società e reclamiamo il nostro diritto a ricevere dall’esterno pieni di attenzione solo verso le nostre necessità biologiche.

Prendere l’umanità all’amo

Non voglio neppure nominare l’argomento che ci coinvolge tutti dagli ultimi due anni a questa parte, nonostante sia quasi indispensabile, e non voglio farlo perché sento di correre il rischio di ricadere nella trappola mentre cerco di trovare un modo per uscirne.

Certo è che questa ossessione per il sì o per il no ci impedisce di pensare ad altro a prescindere da qualsiasi delle parti ci si riconosca. E solo questo è il principale successo di una riduzione a schiavitù della comunità umana.

Che cos’è l’ossessione se non una costrizione del pensiero entro un circolo vizioso ricorsivo e asfittico? E che cosa c’è di peggio in questa prigionia del fatto di stare a immergercisi da soli senza che nessuno si sforzi di farlo?

La tristezza degli esseri umani di oggi non è tanto legata ad un’accettazione o a una ribellione, ad un’iperbole di progresso senza sostanza o a una profezia distopica senza speranza, quanto ad una riduzione dell’orizzonte esperienziale.

Ai tempi dei miei genitori e dei loro genitori certo non esisteva la televisione, erano proprio pochi quelli che leggevano e meno ancora quelli che potevano andare a teatro. Tuttavia, le sere d’inverno si trovavano nella stalla perché era l’ambiente più riscaldato in quanto il foraggio attenuava la rigidità delle mura e soprattutto il calore dovuto alla presenza degli animali oltre che delle persone faceva stare bene. In quelle sere o in quelle estive sotto i pergolati che attenuavano la calura le famiglie si raccontavano di quello che era successo, dei ricordi, delle osservazioni, di quanto gli occhi, le orecchie, il tatto o l’olfatto avevano offerto alla loro esperienza senza tante complicazioni. Si parlava dei propri vecchi, dei figli, dei nipoti e, sì, si beveva qualche bicchiere di vino o si tagliava l’anguria, ma non si andava certo al ristorante per fare tutto ciò.

Oggi, ci si scandalizza se si deve pagare qualche euro per ascoltare la tanta musica disponibile o i tanti libri che circolano. Si rifiuta di riconoscere un compenso per questi sforzi perché si vuole tutto gratis in cambio di tanta pubblicità e della diffusione dei propri dati privati al mondo intero lamentandosi di non avere soldi da spendere, ma poi se non si va al ristorante almeno una volta la settimana ci si sente defraudati. La ristorazione esterna è la principale ragione — dopo certamente l’accesso agli uffici e ai mezzi pubblici — per cui si sceglie di lasciarsi marchiare in nome della salute pubblica.

A che serve la salute se la vita si impoverisce riducendosi al cibo e alle medicine — accanto sempre alla grande assenza o sonno del lavoro e dei dispositivi elettronici?

A che serve vivere se lo si fa quasi esclusivamente concentrandosi al pensiero di quanto vivere di più?

Quanto fa zero moltiplicato uno?

Quanto fa zero moltiplicato uno?

La tragedia della condizione umana tra persona e io

La divisione di un numero per zero apre una situazione paradossale e la matematica vede i paradossi come il fumo negli occhi, come il concorrente che si stima per le sue doti e per le stesse ragioni si finisce per cercare di squalificarlo agli occhi di tutti.

Pare che una delle ragioni per cui la divisione per zero è inaccettabile sia che d’altra parte un qualsiasi numero moltiplicato per zero non possa dar altro che lo stesso zero. In realtà, è proprio in queste eccezioni che la folgorante logica matematica si avvicina alla metafisica. A Dio stesso, se si vuole. Dividere per zero corrisponde figuratamente ad innescare un riflesso di specchi all’infinito esattamente come la mente umana che voglia spiegare l’infinito con un linguaggio formale come la stessa matematica, al mistico Pitagora piacendo, comunque è.

Non voglio però occuparmi di un mestiere che non ho mai praticato e premetto che questa figura dello zero e dell’uno la sto usando in maniera esclusivamente evocativa. Vediamo perché…

Ogni uomo è unico

Una copertina del libro di Max Stirner con un’opera di Arnold Bocklin

Quando pensiamo a noi stessi ci percepiamo unici, come se a questo mondo ci fossimo solo noi, però quando poi riflettiamo sulla nostra finitudine ci identifichiamo con il mondo esterno, proprio come noi si continuasse a vivere in esso.

La condizione umana è una tragedia immersa nel paradosso. Chi vuole la può considerare felice, per altri è orribile, ma questi aspetti umorali non inficiano il fatto che la logica non offre risposta a questo paradosso, a questo Nastro di Mœbius.

Quest’ultimo è un paradosso topologico — e quindi anche qui matematico — che mostra come sia impossibile in essa parlare di un lato interno e di uno esterno, in quanto anche in considerazione della sua torsione l’uno si trasforma nell’altro. L’immagine di Escher la esemplifica alla perfezione.

L’identità umana è allo stesso tempo interna ed esterna.

Detto in altri termini, in talune torsioni o configurazioni il mondo è per come ognuno di noi lo crea rappresentandolo, mentre in altre torsioni ognuno di noi è tale per come il mondo lo definisce. Poi esiste la terza configurazione e questa è quella del soggetto che lo percorre.

È questo terzo soggetto, però, l’estraneo con cui ci identifichiamo ma che è anche colui che meno conosciamo. È facile identificarci con la modalità interiore quanto lo è praticare l’identificazione esteriore e nessuna delle due è sbagliata, al punto che si parla di caratteri introversi e di caratteri estroversi: alcuni psicologi privilegiano uno dei due modi di essere, altri quello alternativo, ma nei fatti nessuno dei due ha argomenti sufficienti a suo favore, innanzitutto perché nessuno di noi si identificherebbe del tutto con uno dei due escludendo l’altro. Noi tendiamo piuttosto ad identificarci nel passeggero, in colui che attraversa, percorrendoli, i due stati.

Quando però ci dovessero chiedere: «OK! Ma allora mi descrivi chi è quel “passeggero”? Sei tu quando pensi o sei tu quando ti muovi nel mondo?» risponderei che non è né l’uno né l’altro, ma piuttosto è “quello”, quel me che è altro da me che mi fa dà speranza nel mentre che mi condanna ad essere oggetto.

Vediamo di capirci meglio. Intanto vi presento i protagonisti di questo dramma che sono “me stesso” in quanto:

  • Persona, non solo fisica, ma anche intellettuale, emotiva, affettiva, sentimentale… inserita in un mondo, in delle specifiche dimensioni legata a numerose relazioni e, soprattutto, che si identifica in una immotivata costanza di identità (parola con cui si intende soprattutto, l’essere Identico a se stesso dalla nascita alla morte.
  • Il Testimone. Chiamo in questo modo quello che altrove viene definito Io (ad es. Rudolf Steiner), Sé (ad es. Carl G. Jung), Coscienza (ad es. Tart, Faggin, ecc…), Mente (ad es. Gregory Bateson), Anima… Ognuna di queste accezioni si differenzia più o meno parecchio dalle altre, avendo comunque in comune un tratto che la qualifica, ovvero che quest’ultima è la vera essenza più o meno transeunte dell’essere umano.

Da Zero a Uno e ritorno

Il materialismo temporale sosterrebbe che ognuno di noi è frutto di un susseguirsi di eventi fisico-chimici che determina la sua formazione e la sua decomposizione. Nel fornire questa definizione gli scientisti si pongono in una posizione terza, come se facessero un’estrusione dalla propria fisicità e parlassero in nome di un’entità che si libera dalle leggi che essa stessa determina: il sapere, la scienza. In parole povere, Dio — anche se è il loro Dio e non quello di una chiesa — un’entità metafisica che non può essere facilmente ridotta a meccanismi molecolari a meno di non saperli ricreare. Per questo i sacerdoti di questo credo hanno creato dei dispositivi che dovrebbero essere in grado di generare e riprodurre sapere attraverso mezzi che utilizzano risorse energetiche, da un lato, e librerie di informazioni riduttive e riduzionistiche che partono quindi da un impoverimento funzionale del sapere umano con la finalità di ridurlo ad un linguaggio formale (quantomeno non-analogico, per non parlare d’altro).

Perdonatemi per questa incursione polemica nel territorio dell’epistemologia, ma è per sgombrare il campo da talune critiche a quanto va a seguire.

Per farla breve, per il “materialista” il mondo (e per mondo etimologicamente non si intende soltanto il pianeta terra che in quanto tale potrebbe scomparire domani, ma piuttosto l’esistente storico e meta-storico in qualsivoglia dimensione fisica) è l’unica realtà dotata di continuità. Immaginiamo il mondo come un bosco. Nel bosco nascono e muoiono tanti tipi di vegetali fra cui i funghi. Nel nostro bosco ideale i funghi non spuntano solo in autunno ma durante tutto l’anno. Per di più in questo ipotetico bosco i funghi hanno preso il sopravvento su gran parte degli altri vegetali. Spore e miceti continuano a produrre e far riprodurre funghi. Questa è la prospettiva dal punto di vista meccanicistico-materialista all’interno della quale una certa varietà di funghi sono i soggetti umani.

Questo quadretto può sembrare alquanto simpatico, perfino bucolico se lo guardiamo dal punto di vista della “Romantica donna inglese”, il personaggio di Montesano che si entusiasma delle peculiarità di paesaggi geografici e umani, ma dal punto di vista del fungo le cose cambiano.

Il fungo ha interesse ad essere fungo e del romanticismo estetico non sa che farsene.

Visto che anche allo scienziato capita di spostarsi dalla postazione della terza persona del verbo, quella di Dio, alla banale o “squallida” prima persona, anche lui deve contemplare le ragioni dell’interesse personale. Anche lo scienziato materialista deve fare i conti con l’etica e qui spunta un ulteriore paradosso. Se tutto è così casuale e autogenerativo perché dovremmo occuparci del giusto o dello sbagliato? Probabilmente perché senza questa logica non esisterebbe neppure la scienza. Insomma, si fa in fretta ad essere generosi con il portafoglio degli altri, ma le cose cambiano quando tocca di mettere le mani nel proprio.

Questa cosa è stata ben chiara ad Arthur Schopenhauer, un filosofo che contestava la terza persona divina del suo collega più celebre, tale Friedrich Hegel, che aveva prodotto un colossal teorico altisonante come la Fenomenologia dello spirito. Dal suo punto di vista, il pensiero sul vivente finirebbe per arrivare ad una conclusione necessaria radicale che per uscire da questa truffa dell’esistere nel mondo del bisogno l’unica soluzione sensata sarebbe quella di lasciarsi estinguere nella sprezzante inedia, nella messa in pratica di un rifiuto metodico dell’interesse personale, sociale ecc…

In una logica scientifica questo ragionamento è profondamente dotato di senso e l’evoluzione sociale come pure l’innovazione tecnologica ed economica ne sono la dimostrazione. L’aumento del profitto nelle mani di pochi comporta la perdita di potere d’acquisto proprio di coloro che dovrebbero garantire il profitto portando la logica capitalista ad un risultato a somma zero. Lo sviluppo delle tecnologie alla lunga sta diventando fine a se stesso e a demotivare gli esseri umani dal cercare in se stessi il motivo di interesse e di crescita, lo si vede dal progressivo disinteresse per la speculazione, il pensiero, la spiritualità, l’arte, l’insegnamento, la civiltà… e tutto questo porterà ad estinguere proprio coloro che nel bene o nel male tengono in piedi lo sviluppo tecnologico. E potremmo proseguire con gli esempi, ma arriveremmo alla fine ad un assioma di fondo difficilmente dimostrabile:

La volontà di vivere è un dovere e non può essere messa in discussione come pure il fatto che il suicidio è il delitto peggiore di tutti, sotto il profilo teorico prima ancora che da quello soggettivo

Purtroppo, questa legge è del tutto arbitraria e priva di fondamento alcuno, almeno dal punto di vista scientifico.

Diversamente dalla logica spiritualista, le religioni dei popoli hanno da sempre istituito penalità infernali terribili a chi rinuncia alla vita suicidandosi, ma noi ci chiediamo se ragionevolmente in questo non ci sia una logica utilitaristica:

Il suicidio mette in cortocircuito i fondamenti del sapere e della struttura socioeconomica

Tutto ciò è molto curioso proprio perché la spiegazione che la scienza dà del soggetto dal punto di vista interno lo priva di qualsiasi significato e valore se estrapolato dalla posizione esterna, dall’interesse del mondo e da quello della storia umana. Ma, in quanto individuo non è affatto logico che mi preoccupi della storia del mondo. Potrei rincorrere la carota di godermi la vita a più non posso e perfino sperare di vivere in eterno, ma presto o tardi finirei: intanto perché qualcun altro che vuole vivere in eterno sicuramente mi ucciderebbe, ma poi anche perché le risorse di questo mondo non sono infinite e carestie, terremoti, glaciazioni, proprio come hanno dettato la fine dei dinosauri estinguerebbero anche i futuri Matusalemme.

Ecco dunque come la scienza e i saperi materialistici descrivono il destino del singolo individuo dalla prospettiva interna, quella della Persona: come funghetto la mia consapevolezza, la mia mente, la mia coscienza di me stesso parte dal nulla, dallo Zero esistenziale. Da questo zero si genera l’uno, l’io, la mia persona. Questa campa come se dovesse vivere in eterno, invece presto o tardi decade, si ammala, pensa “mi passerà”, poi qualcuno gli dice che non sarà così, allora si dirà “non è possibile, questo non può stare capitando proprio a me, questo capita agli altri, al mondo, ma non a me…” e invece gli capiterà, morirà e a questo punto il suo essere Uno ritorna allo Zero originario.

La matematica ci insegna che moltiplicare l’uno per zero non salva l’uno, ma semplicemente lo riporta a zero e da questa legge trae la conseguenza che uno diviso per zero sia un calcolo impossibile perché ricorsivo, continuerebbe a riportare ad uno zero infinito, sarebbe illogico.

Allora per quale ragione l’individuo in quanto uno dovrebbe mai dare un valore qualsiasi alla propria esistenza? Perché dovrebbe assoggettarsi al ripetersi di gioie e dolori come un robot, come un patetico meccanismo ripetitivo assoggettato alle passioni piacevoli od orribili quando con un piccolo sforzo, uno per tutti potrebbe staccare la spina e ritornare allo zero che in ogni caso cancellerebbe quelle illusioni di valore, piacere, disperazione del tutto inutili, insignificanti, patetiche proprio come la credenza in se stessi?

In definitiva, la cultura materialistica non può offrire a nessuno una ragione che possa contrastare il suicidio o addirittura il genocidio della specie. E perfino le religioni non possono in quanto è dimostrato che sono solo la longa manus del potere temporale e dell’ammaestramento delle masse sulla base dell’indimostrabile — non dell’impossibile, bada bene, ma solo di una delle potenzialmente infinite possibilità.

La prospettiva spirituale

Non si pensi che io pensi che il suicidio o addirittura il genocidio sia la soluzione auspicabile, ma solo l’ovvia e coerente conseguenza del pensiero individuale del materialista che non debba sentirsi obbligato a rispettare la legge dell’autoconservazione per obbedire alla sua religione scientista.

Io non la penso affatto così. Io credo che quella del passaggio nella dimensione umana sia una delle esperienze evolutive o perlomeno di transizione di altri piani di coscienza (o, se si preferisce, di esistenza).

E che quindi il suicidio possa essere una delle possibili trame, spesso erronee, di questa transizione.

A dirlo così sembra facile. Moltitudini di tradizioni spirituali e spiritualistiche approfondiscono questo approccio, questo modo di vedere e guidano la persona a riconoscersi nella propria anima allontanandosi dalla prigionia della propria storia individuale, della dipendenza dall’egoismo e dalla materia.

Prima di tutto la meditazione aiuta sia a riconoscere questa dimensione intima e a percepire l’appartenenza a qualcosa di più ampio. Laddove ci si riesca non è affatto garantito che si capisca davvero che cosa sia avvenuto, dove ci si trovi e da che cosa dipenda questo senso di appartenenza e di non-solitudine.

Ma perché non riesco davvero ad identificarmi in tutto e per tutto in questa dimensione dell’essere?

Non lo posso fare perché nel mondo non sono anima: sono persona.

In quanto persona sono consapevole di essere quell’uno sul piano della coscienza generato da uno zero e destinato a sfumare in uno zero. E questo sembra essere incontrovertibile.

Il mio essere “persona” è come un quadro, una sinfonia, un’opera d’arte, uno spettacolo pirotecnico più o meno efficace, più o meno suggestivo, ma pronto a spegnersi nella notte e a sfumare dalla memoria degli spettatori oltre che della mia di “soggetto pirotecnico”. La composizione di questo quadro è fatta di tanti materiali e di tanti momenti che connessi fra loro danno l’idea di una continuità. C’è il mio corpo, ci sono le percezioni, c’è l’intelligenza, c’è la creatività, c’è la cultura, c’è la famiglia, le relazioni e così via. La persona è come una ricetta olistica in cui gli ingredienti sono talmente ben combinati fra di loro da non avere più ragione di esistere se non nella loro combinazione che supera di gran lunga la somma delle parti che la compongono.

Esiste un DNA non materiale che governa tutto ciò e lo chiamo il Testimone e abbiamo visto prima che ha tanti nomi. È lui ad essere consapevole del destino che sono portato a sviluppare e che mi aiuta a personalizzare quello che altrimenti sarebbe puro determinismo, il karma, la ruota del Samsara. In questo sono individuo, sono Persona.

Questa persona ha una faccia riflessa e un volto interno, una madre, un padre, dei figli, un nome, uno status sociale, insomma è tante cose e io amo — spesso anche odio — quella cosa che sono e che sono diventato e comunque bene o male tengo a lui. Tengo a me stesso, perché per me la persona è me stesso. È lei che mi fa sentire il caldo del sole, il canto dei grilli della notte e il finire delle cicale sui pini in estate, il vento sulla pelle, il profumo della macchia mediterranea, il sapore di un bacio, l’orrore delle disperazione, la paura della solitudine e della pazzia. Insomma la mia storia. Sono attaccato alla mia storia ma so anche che presto o tardi finirà assieme a tutto quello che ritengo importante perché legato alla fine della partecipazione alla mia parte nel mondo.

Mi cerco nel futuro e nel passato, magari attraverso l’ipnosi regressiva e mi racconto che sto andando a scoprire chi ero e a guidare chi sarò però mento a me stesso il più delle volte, perché anche se mi dico di comprendere la differenza fra la parte trasmigrante e la mia identità attuale, di fatto …

…non riesco a pensare a me stesso al di fuori dell’immagine della mie persona all’interno del mio corpo, della mia intelligenza, del mio sentire, della mia storia… in una parola, della mia Persona.

In questo sta tutta la condizione tragica dell’esistenza umana: per quanto mi affidi a Dio, ad un metodo spirituale o addirittura allo stesso sapere materialistico, non posso abbandonare la mia sostanza personale, il mio essere “Ennio”.

Con il passare del tempo sono riuscito ad imparare a rapportarmi con il mio essere testimone dell’esistenza della mia persona, ma appena cesso di stare dentro questa percezione, eccomi nuovamente a fare i conti con il dolore, con la paura, con le rabbie, con i desideri. A fare i conti con la mia vita e la mia identità. Alla fine comincio ad arrabbiarmi con quel testimone, quell’anima che dovrebbe essere il mio vero me ma che in definitiva è un ospite ricco che è venuto a trovarmi nella mia umile catapecchia per offrirmi comprensione e sollievo ma che fra pochi giorni se ne andrà e ritornerà nella sua bambagia spirituale lasciandomi a nuotare nel fango delle passioni, quel fango ben descritto dai veleni di Buddha.

Con il passare del tempo sono riuscito a comprendere quello che molti maestri zen ci hanno insegnato, ovvero che bisogna imparare a portarci dietro quella consapevolezza del proprio essere-testimone nelle strade del mondo piene di peccati, di desideri, di dolore e di sofferenza, perché a stare ieratici nel proprio rifugio all’ombra di qualche santità legittimante è quasi un delitto, un’oltraggio alla povertà se poi non si esce dal proprio sancta sanctorum per avvicinarsi alla gente e all’incontrovertibile peccato originale, al paradosso che non si può rifiutarci di sopravvivere ma che questo obbligo passa necessariamente per l’uccisione di altri esseri e molti altri peccati che non sono meno gravi del rifiuto di sopravvivere.

La tragedia della condizione umana è radicata proprio nel paradosso. Quello di essere nel contempo veicolo ed ospite.

Come veicolo io sono quella persona lì. Sono “Ennio” nella sua storia, nella sua espressione e nella tragicità del proprio destino, ma anche nell’amore verso quello stesso destino disperato. Sono “Ennio” che non vuole morire ma che morirà, proprio come sono “Ennio” che non voleva vivere ma che è vissuto.

Invece come ospite sono il testimone, sono l’anima che non so che cosa sia ma che percepisco appartenermi e che percepisco appartenerle. Sono testimone e ne sono consapevole, perché quando vado in trance sdraiato sull’erba a guardare il cielo e a non percepire pensiero e null’altro che l’evoluzione delle discrete macchie ottiche come una spirale che ascende verso il sereno e non sento più il peso del corpo ma vengo assorbito completamente in quel tutto vuoto di istanze, quando non esisto più come persona perché non sento e non penso pur essendo consapevole del fatto che il corpo respira e che il cuore batte, in quel momento so di esistere anche senza la mia persona. In quei momenti comprendo che cosa sia il mio essere testimone della mia esistenza e riesco anche a portarmi dietro quella sensazione e perfino a ritrovarla se mi impegno.

Però, pur comprendendo di essere testimone e che quel testimone sono io, il mio io più vero, quello privo di attaccamenti, di proprietà, di dipendenze, pur comprendendo la grande pienezza che questa libertà, libertà dalla morte stessa e, chissà mai, anche dalla stessa rinascita, rientrando nei miei panni infreddoliti o sudati provo orgoglio e indignazione verso quel testimone, verso la sua nobiltà, verso la sua mancanza di bisogni che sfrutta il mio essere veicolo per conseguire i propri fini che non conosco e non conoscerò mai essendo drammaticamente impantanato in questa mia esistenza che pure, come ogni scarrafone è bello a mamma sua, neppure rinnego.

Ringrazio il testimone che mi salva e odio il testimone che mi sfrutta. Amo la mia persona e il suo sacrificio che mi consente di svilupparmi e odio la mia persona che mi risucchia nei suoi attaccamenti.

Sono quello che muore, sono quello che sopravvive. So il non sapere, quindi so e non so.

Alla fine di tutti i saperi nessuno di questi ci potrà mai sottrarre dalla tragicità dell’esistenza umana, del suo essere sia zero che uno, senza verità e senza errore.

Quello che mi resta è la volontà. Volontà di avere fede. Una fede nella volontà dell’Io che congiunge anima e persona nella speranza.

Lingue e buoi…

Lingue e buoi…

Quante lingue dicono di conoscere su LinkedIn e dintorni?

Vengo da anni in cui la conoscenza di una lingua straniera era più una curiosità che un bisogno, tant’è che nelle scuole medie, dove per la prima volta si incontrava la materia, c’erano un certo numero di cattedre per lingua: un tot per il francese, un tot per l’inglese, un tot per il tedesco e, a volte, un tot per lo spagnolo.

Quando ci si iscriveva si poteva indicare una preferenza e già allora, complici probabilmente le canzoni e la coca-cola, si tendeva a privilegiare l’inglese; poi però era l’amministrazione scolastica a completare le classi. Lo stesso accadeva nell’insegnamento superiore.

Il punto non è che la conoscenza della lingua straniera non sia importante, ma che ad esserlo è piuttosto il significato che assume la conoscenza linguistica tout court.

Sicuramente, diversamente da oggi, allora conoscere l’italiano era di gran lunga più importante che conoscere la lingua straniera. Il punto fondamentale dello studio non attiene tanto all’appartenenza linguistica, quanto alle possibilità espressive che l’uso del linguaggio consente.

Quali capacità hai di sapere esprimere compiutamente i tuoi pensieri?
E, di converso, quali opportunità ti dai di poter arricchire e trasformare il pensare grazie al discorso interno o esterno?

Una distinzione parecchio dibattuta degli anni ’60 di Noam Chomsky era quella fra competenza e prestazione linguistica. In sostanza, egli evidenziava come l’uso della lingua in quanto comportamento comunicativo si muoveva su un registro diverso dalla conoscenza della stessa in quanto patrimonio culturale personale e sociale.

In seguito, ci fu chi come Hymes arrivò ad affermare che una persona era dotata di competenza comunicativa quando era capace di scegliere “quando parlare, quando tacere, e riguardo a che cosa parlare, a chi, quando, dove, in che modo”. In altri termini, la competenza aveva il governo sulla performance al punto che quest’ultima era uno degli aspetti della competenza stessa.

Potrebbero apparire questioni di lana caprina, ma se volessimo soffermarci proprio su quest’ultima espressione potremmo dire che la distinzione potrebbe essere data fra chi…

  • conosce il significato e l’origine dell’espressione “questione di lana caprina” in modo tale da farne un uso preciso e adeguato
  • chi l’ha sentita usare ma non la padroneggia abbastanza da farne a sua volta uso
  • chi, pur avendola sentita usare, l’ha ignorata aggregandola a quello che pensa di aver compreso del discorso in cui era inserita, perdendone tuttavia la ricchezza di sfumature, sempre ammesso di aver compreso correttamente
  • chi non la conosce e crede di non averla mai sentita usare e si ferma lì e infine…
  • chi non la conosce e pensa che la conoscenza di espressioni più sottili e arricchenti del parlato sia diseconomico in quanto fa perdere di incisività pratica

Ecco quindi che abbiamo una escalation a partire dal primato della competenza fino a quello delle prestazioni che potremmo esprimere in senso cibernetico (Ashby) in una progressiva riduzione delle varietà dalla competenza verso la prestazione, e viceversa nell’altro senso. La riduzione della varietà corrisponde quindi ad una riduzione delle possibilità di interrogativi e quindi di pensiero. Se io elimino la parola “spirito” o “anima”, ad esempio, dicendo che mancando di materialità costituiscono delle dispersività nel discorso che riducono il conseguimento dell’obiettivo non sarò più legittimato a pensare in termini di spiritualità e quindi questo dominio scomparirà presto o tardi dal mio patrimonio culturale. Pensate poi se dovessi, come una certa logica vorrebbe, ridurre via via gli obiettivi riconosciuti per accentuare sempre più la performance… In questo caso diverremmo presto delle macchine soddisfatte in quanto prive di dubbi e di domande, venendo ad assolvere a turno ad uno dei tre stati: acceso, spento o in pausa (idle).

La velocità di lettura è un esempio di quanto la performance possa esigere i propri diritti a scapito delle competenze: il periodo appena concluso non è certo dei più leggeri che si possano leggere, tuttavia non sono pochi i discorsi che non possono essere fatti in modo leggero. Se privilegio la velocità in quanto, ad esempio, “Si scrivono talmente tante cose che non ho tempo per soffermarmi troppo su ognuna di esse. E poi, se passo così tanto tempo a leggere non ne ho abbastanza per fare quello che devo, ovvero cose molto più importanti”, non leggerò mai nulla che non sia veloce e finirò per considerare fondamentali espressioni come “Ho fame”, “Ho sonno”, “Mamma”, “Papà”, ossia regredirei a strutture di pensiero involutive e basilari.

Si cresce in funzione di quanto si arricchisce di varietà il proprio pensiero e il riconoscimento dell’ambiente e dell’esperienza fino a ricondurlo a dei simboli in grado di essere memorizzati e trasportati senza perdere la possibilità di espandere nuovamente la varietà. Al contrario, si involve nel momento in cui si sminuisce la varietà riducendola a componenti minimali.

Proviamo ad esemplificare per il lettore veloce, da ejaculatio praecox mentale.

Ci hanno insegnato a scuola che i colori dell’iride sono sette e che pertanto queste sono le tonalità fondamentali dello spettro cromatico, nell’ordine: rosso, arancione, giallo, verde, blu, indaco, viola. Poi ci hanno detto che dei colori fondamentali, rosso, verde e blu, mischiati fra loro ne producono altri e perfino i proiettori e prima di loro i tubi catodici fino alle stampanti, se la cavano con i tre colori considerati di base o, nell’ultimo caso, i quattro più usati: il nero, il giallo, il ciano e il magenta (molti di noi fanno fatica perfino a ricordare a che tonalità corrispondano gli ultimi due, tanto poco sono utilizzati nel linguaggio).

Potremmo a questo punto domandarci “Perché non limitarci nel descrivere il mondo a questi tre colori primari, magari in percentuale reciproca?”

Ecco le rappresentazioni di colori che il sistema operativo di Apple utilizza per orientare la scelta dell’utente. Con quale vi sentite più a vostro agio. È probabile che i più “pratici” sceglieranno quello a undici toni semplificati, mentre i più “creativi” quello delle matite a descrizione analogica (con nomi come “miele”, “lime”, “liquirizia” o “melanzana”…). Già questa differenza è espressione della predilezione per il pensiero riduttivo o quello arricchente. Ma il punto vero è che sono davvero pochi — e spesso per ragioni squisitamente professionali — quelli che adotteranno una descrizione a percentuali.

Per noi il bianco è un colore e uno solo, ma per gli inuit la neve ha una notevole quantità di tonalità che sono altrettanti colori. Considerando, oltretutto, che per buona parte del tempo proprio i nostri bianchi costituiscono la maggior parte del loro spettro esperienziale risulterà evidente e normale che per loro i bianchi siano un po’ come per noi i nostri rosa, beje, cobalto eccetera. Esistono poi diversi sistemi di colori utilizzati da colorifici e decoratori oppure grafici e pittori che arrivano alle migliaia di tonalità come i 1144 pantoni standard o gli oltre 2000 GOE.

Insomma, comprendiamo la nostra esperienza ed elaboriamo la complessità del nostro pensiero sulla base del patrimonio linguistico di cui siamo capaci.

Non solo l’informatica ci sta costringendo da decenni ad utilizzare un numero di espressioni ridotto e spesso innaturale (privo di correlati con l’esperienza analogica) per andare incontro alla quantità ridotta di espressioni programmabili e quindi soggette ad elaborazione, ma anche l’utilizzo di una lingua che non è quella di cui dovremmo essere maggiormente competenti sta passando in secondo piano il valore della competenza linguistica a favore delle prestazioni, ossia del comportamento linguistico.

Se ci fate caso, durante le call conference in inglese i parlanti fanno parecchio uso di tic linguistici, sonorità vocali ed espressioni stereotipate. Se nell’italiano, ad esempio, si sentono persone (con un certo fastidio spesso noi stessi) che inframezzano i discorsi con “dunque, insomma, in un certo qual modo, uhmmm, direi…”, nei discorsi nelle lingue straniere questi arrivano in molti casi a prevalere sul significato espresso. Lo stesso dicasi poi per l’abuso di astrazioni che non attengono a comportamenti, oggetti o azioni concrete, ma ad ambiti, citazioni, riferimenti considerati impliciti fra l’uditorio sempre senza verifiche pratiche che arrivano ai sempre più frequenti estremi di discorsi fatti solo di cosiddette buzzword e intercalari linguistici fini a se stessi. Se poi dovessimo domandarci di quella che Jakobson chiamava “funzione poetica”, ovvero la ricchezza della parola in rapporto alla praticità si potrebbe dire che

i parlanti umani diventano via via più poveri in funzione di quanto i computer imparano da se stessi, ma anche che la capacità espressiva media si impoverisce in rapporto al numero di lingue adoperate dalla comunità di riferimento

Il mondo si impoverisce in funzione della omologazione dei linguaggi, per questo quando si considera il numero di lingue possedute da una persona, sia essa un candidato o un interlocutore qualsiasi, salvo una non così diffusa capacità personale simile alle doti di “orecchio assoluto” di certi musicisti, bisogna domandarsi se, al di là delle capacità mnemoniche e di calcolo che spesso accompagnano queste propensioni, la loro ricchezza, sensibilità e profondità è equiparabile alle doti di apprendimento performante delle lingue.

Si dice di Georges Dumézil che il suo istinto metalinguistico che lo portava a ritrovare tutti i tratti comuni alle diverse lingue da lui fatti spesso risalire al carattere indo-europeo fosse tale che perfino in ospedale negli ultimi giorni si divertisse a leggere la grammatica albanese come per uno di noi potrebbe essere leggere Topolino.

Per quelli che non sono come lui, invece, soprattutto per i più giovani attirati dalle parole di moda, beh potrebbe essere un modo per guardare al mondo con occhi nuovi riscoprire le parole della nostra lingua e perfino dei dialetti, non tanto nel loro contributo logico, quanto per il valore esperienziale e arricchente dell’esperienza del mondo, ché a ridurlo ai minimi termini c’è sempre tempo. Leggere bei libri con termini a volte perfino arcaici può sempre far bene, ma per i più sbrigativi andare sul sito di Una parola al giorno e abbonarsi alla sua newsletter imponendosi di non perdere nessuna delle parole che vengono suggerite inizierà con l’essere uno studio per finire con il diventare una delizia.

Non aspettare di diventare vecchio per scoprire quello che avresti potuto osservare di questo mondo che cercano di convincerci ad ogni pié sospinto di vedere come monodimensionale quando invece è già qui in tutte le sue dimensioni parallele.

Tra materia e caso

Tra materia e caso

Quello che non vorremmo dal futuro delle nostre progenie è insito nei beni che vorremmo garantire loro: benessere e comodità. Nella forma attuale esistono da poco tempo grazie ad un lungo periodo di pace per i paesi occidentali che ha reso possibile lo sviluppo di una cultura dell’egoismo materiale e del disimpegno nel confort dell’automazione diffusa la cui logica conseguenza è la meccanizzazione delle esistenze.

Le radici del pensiero unico

Oggi molti di coloro che criticano l’utilizzo dei vaccino per sradicare la componente umana delle persone sembrano non rendersi conto di quanto materialistico sia questo stesso pensiero. Non può certo bastare un vaccino per “estirpare” l’anima e pensarla in questo modo rende quelli che vengono tacciati di complottismo ancora più “disumani” di quelli che vanno combattendo. E si badi bene che non ho certamente alcuna stima di questi ultimi, ma semplicemente voglio sottolineare quanto collusiva possa essere la posizione di chi vede solo possibilità dialettiche (A o Non-A, bene o male, bianco o nero; tertium non datur).

La “de-spiritualizzazione” dell’essere umano come istanza sociale è sempre esistita e spesso proprio nel nucleo delle maggiori religioni storiche prima ancora che nella politica e nell’economia.

Ero ancora studente, quarant’anni fa, quando si era già iniziato a fare scomparire lo studio delle radici storiche da molte discipline di studio, prima — e forse più grave — di tutte proprio la medicina. Un medico quarantenne oggi perlopiù arriva a pensare che Ippocrate possa essere uno stregone, un filosofo o un giudice che ha inventato una nuova forma di giuramento ma, se anche dovesse dovesse sapere che può essere considerato uno dei padri della medicina, è ben difficile che ne conosca le ragioni ed è ancor più difficile che, magari arrivando a conoscere il significato del termine “taumaturgo” sappia quali possano essere le sue origini.

E che non si tratti di una questione meramente nozionistica dovrebbe essere lapalissiano a tutti ma invece non è così neppure a molti luminari. La ragione è probabilmente perché dimenticare ci fa sentire liberi dai tanti debiti che abbiamo contratto nei confronti dei milioni di esseri viventi che ci hanno preceduto le cui esistenze si perdono nei millenni dei millenni — e non è un modo di dire.

Naufraghi della storia

Uno dei libri più importanti dei miei studi universitari si intitolava La realtà come costruzione sociale e non essendo né recente, né di moda credo che siano davvero pochi oggi a conoscerlo. A scriverlo furono due sociologi di origini austriache emigrati negli Stati Uniti: Thomas Luckmann e Peter Ludwig Berger, dove il primo era anche filosofo mentre il secondo addirittura teologo. Il lavoro che si ascrive al filone della “Sociologia della Conoscenza” è tutto quanto interessante. Lo è in particolare l’idea costruttivista che quella “realtà” che tutti diamo per scontato essere un dato di fatto, possa essere considerata figlia di una cultura relazionale umana, un mindset trans-generazionale.

Oltre all’idea in sé, ad affascinarmi furono però soprattutto i primi passaggi in cui gli autori ci chiedevano di immaginare che alle nostre origini ci fossero stati dei naufraghi provenienti da territori e culture sconosciute. Approdati in un’isola deserta dopo qualche giorno avrebbero scoperto la necessità di sopravvivere e che per conseguire questo fine avrebbero dovuto spartirsi i compiti definendo delle routine di comportamento basilari. Ben presto azioni semplici si sarebbero raggruppate e poste in relazione l’una con le altre in quelli che oggi chiameremmo dei framework, ossia degli “stampi” combinabili fra loro in modo tale da poter essere esportati, modificati, clonati, insegnati, tramandati.

Tutto questo processo lo si può chiamare Organizzazione ed il nostro Francesco Alberoni avrebbe definito “movimento” questa prima fase della trasformazione sociale. Ad essa si deve anche, sulla scorta di George Alexander Kelly, la capacità previsionale delle persone che vivono in quel gruppo.

A mano a mano che i framework aumentano e soprattutto con il trascorrere delle generazioni, le ragioni che dovettero spingere i padri fondatori ad organizzarsi in determinate maniere finiscono per essere dimenticate: «Si fa così perché si è sempre fatto così e perché non avrebbe senso comportarsi diversamente. Si dà un nome a quegli aggregati di schemi e a quel punto non si interviene più attuando dei comportamenti organizzati, ma imprimendo il potere del nome e della legge che lo accompagna e che va trasmessa alle generazioni seguenti come nome e come regola superiore.

Questo livello indiscusso e indiscutibile si chiama Istituzione e viene considerato di gran lunga superiore all’organizzazione — con la quale nutre comunque un rapporto dialettico competitivo — e quindi ai singoli soggetti e a tutte le persone al cui interno vivono.

Tutta questa faccenda che riguarda in parte l’imbastirsi di quel tessuto che definiamo realtà e che in ultima analisi non riguarda la cosa in sé (che in quanto tale non è autoesplicativa) ma la sua rappresentazione, ovvero il come guardiamo la cosa e come intendiamo le sue relazioni con le altre cose e le azioni e quindi gli altri e, in ultima noi stessi, serve per arrivare a dire che, se già la parzialmente fisiologica perdita di consapevolezza delle nostre origini ci indebolisce, credere che quello con cui abbiamo a che fare in termini di istituzione (religioni, giustizia, politica, accademia…) detenga elementi di verità per il semplice fatto di non poter essere messo in discussione risulterà essere assolutamente distruttivo per la civiltà e per la nostra cultura umana attuale. Inoltre, l’attuale globalizzazione delle politiche e dell’economia rende ulteriormente impraticabile il dibattito e quindi anche l’organizzazione, quella che si diedero i nostri “naufraghi” primigeni e che non dovremmo mai smettere di rinnovare, i comportamenti personali e sociali e, in definitiva le azioni. E chi non può agire diventa per questo im-potente (cosa che si sta verificando anche a livello genetico) e quindi evolutivamente recessivo.

Dall’immagazzinamento all’intelligenza artificiale

Sappiamo che alle origini l’essere umano era fondamentalmente nomade: si tratteneva in un luogo il tanto che bastava per consumare o trattare gli alimenti per poi cercare nuovi territori di approvvigionamento.

Poi imparò ad allevare il bestiame e a lavorare la terra e questo fece sì che potesse stabilirsi nelle regioni in cui poteva vivere meglio, sia per condizioni ambientali favorevoli, sia per un rischio più ridotto di aggressioni umane, animali o fisiologiche. Questo gli permise di accumulare le riserve alimentari e le risorse di parentela. Perse in questo modo la sensibilità al presente, al qui e ora, e cominciò a pianificare il suo futuro forte di un passato che legittimava la sua esistenza in termini di identità: “Lei non sa chi sono Io!”

Anche il linguaggio si consolidò attorno a questa presunzione di appartenenza e il sapere, correttamente definito da Aldo Gargani come “una paura che si è data un metodo”, aveva a che fare, sì con la presunzione di identità, ma anche con l’anticipazione di rischi e vantaggi.

L’insegnamento, la scrittura, la stampa e quindi l’informazione e la conoscenza testuale, i libri, i media radiofonici, televisivi, informatici e così via nascono da questa condizione; ma anche la salute, la legge e altri aspetti fondamentali della nostra esistenza hanno luogo una volta abbandonata la condizione precaria di cacciatore nomade. E se tutto questo ha migliorato le condizioni di vita permettendo lo sviluppo di valori e saperi, dall’altro ha reso più ambizioso e “letteralmente presuntuoso” il proprio status materiale.

Oltre allo sviluppo di valori di materialismo, proprio il ripetersi di azioni e comportamenti tipico di una società basata sulle istituzioni, quei cliché indiscussi e indiscutibili di cui abbiamo parlato, ha spostato il lavoro sul piano procedurale spingendoci ad automatizzare i comportamenti utili, dalla produzione, all’amministrazione, dalla didattica all’informazione, dalla salute agli eserciti e così via.

Materialismo e soprattutto automazione stanno da sempre, e in questi tempi di machine learning e deep learning — ovvero di delega alle macchine dell’istruzione che impartiscono a se stesse — ancor di più, escludendo dai nostri fini l’esplorazione e la ricerca: in una parola, lo stupore. Per stupirsi il bambino deve totalizzare l’osservazione e la percezione; è indispensabile una certa ingenuità come valore, guardare ai fenomeni per come appaiono e non per la spiegazione preventiva che viene data al loro proposito.

Per fare un esempio, spesso si dà colpa ai computer di cose come la perdita del lavoro o della conoscenza, ma è sbagliato. Intanto perché si dimentica che il computer non fa altro che rendere più veloci e complesse delle attività procedurali che già esistevano precedentemente (guardare l’inizio del film Brazil per capire di che cosa sto parlando). Poi perché non si comprende che nella scienza dei computer esistono due approcci: da un lato c’è quello dell’automazione ben perseguito da tecnici elettronici come Von Neumann che hanno le loro origini culturali in Francis Bacon e nei primi macchinari digitali come quelli tessili; dall’altro c’è quello cibernetico che parte da pensatori come Wiener e  Vannevar Bush e Ted Nelson ma soprattutto da Douglas Engelbart. Quest’ultimo fu padre dell’idea di un’informatica come “augmentation” delle capacità umane direttamente antitetica alla loro contrazione a procedure ripetitive e quindi all’asservimento al potere procedurale dell’automazione(1).

La globalizzazione ha esasperato questi aspetti istituzionali della cultura umana considerando fondamentali i valori materiali e lo sviluppo dell’automazione. Tuttavia, se la cultura del cacciatore ad un certo punto ha finito per indurre a cacciare se stessi una volta esauriti gli animali, sviluppando l’arte del conflitto e della guerra, la ripetitività, la riproducibilità riduttiva e riduzionistica dell’allevatore sta sempre più generando allevamenti umani e perfino stabulari sociali.

Nella notte dei tempi la trasmissione degli insegnamenti avveniva probabilmente per emulazione dei comportamenti, per vicinanza, prossimità, osservazione, imitazione; poi i saggi o i maestri presero ad usare la parola per veicolare gli insegnamenti, la parola e la vicinanza, sempre l’osservazione. Gli esempi da imitare e i sapienti da ascoltare e seguire avevano però il difetto di essere a scadenza e quasi mai i loro allievi potevano dirsi fedeli eredi di quei saperi: a mano a mano che le generazioni si susseguivano l’insegnamento si annacquava e si avrebbe desiderato che fosse conservato e tramandato “come se” si avesse davanti l’autore originario. Fu la volta degli scribi che trasmisero qualcosa di quanto potevano (e per quanto venivano pagati). Anche i loro scritti faticarono parecchio per arrivare fino a noi ed è noto il caso dell’incendio dell’antica Biblioteca di Alessandria d’Egitto che vide scomparire la memoria di secoli di conoscenze. Alcuni monaci amanuensi nel medioevo cercarono di recuperare alcuni tesori che altrimenti sarebbero stati destinati all’oblio. Anche loro fecero quello che potevano, considerato tra l’altro che il loro lavoro non poteva essere applicato agli autori considerati pagani. Papiri e carte scritte a mano erano beni molto preziosi, ma non avrebbero potuto arrivare a tutti. Questo fu possibile con l’invenzione della stampa a caratteri mobili che diede forma al libro come lo conosciamo oggi. Insetti, batteri, guerre, tuttavia, non risparmiarono nemmeno questi. Il alcuni casi furono i microfilm a salvare molti libri e poi l’acquisizione tramite scanner. Tutto ciò comportava molto lavoro e si sa che la cultura paga poco. Quello che avvenne con il libro fu il moltiplicarsi del materiale e degli autori; molti di quelli celebri non li possiamo assolutamente considerare fondamentali e spesso si è trattato di lavori sprecati. Con il self publishing, i blog, i podcast, gli audiolibri i contenuti hanno preso a superare grandemente la capacità di seguire da parte dei lettori e i testi hanno spesso perso di valore proprio in considerazione di un’inflazione scarsamente curata, sostenuta, spiegata, selezionata, curata. Nelle case le biblioteche spesso imponenti che facevano l’orgoglio dei loro possessori oggi vengono mandate al macero e, mentre resistono un’infinità di inutili romanzi di intrattenimento più o meno di massa, altrettanto non si può dire dei saggi, dei testi teorici, di molte opere di spiritualità e di testimonianze di valore storico. Questi libri non interessano più a nessuno e difficilmente superano i pochi anni nei magazzini di editori e distributori; men che meno nelle case.

«Che cosa vuoi tenere tutta questa carta ingombrante quando ormai tutto è digitale», dicono i giovani e molti dei meno giovani che poi però chiedono di leggere qualcosa che non troveranno più e che presto scomparirà assieme alla memoria di chi l’aveva letto. L’inflazione dei libri porterà molti a convergere sui titoli graditi alla massa e si comincerà a dire: «Che cosa vai cercando in giro quando tutto è scritto in questi libri qui?». Quando la carta sarà quasi tutta sparita un giorno potranno andare in crash i server sparsi in tutto il mondo e con essi scomparirà gran parte dei lavori, soprattutto quelli che hanno avuto meno successo e si penserà «Poco male, ci sono quelli che bastano e poi c’è la televisione che ci dice tutto: quello che accade e quello che dovremmo sapere di quanto è accaduto». Come animali da allevamento avremo perso la capacità di scegliere la libertà di volere, presi solo da un’ebete convincimento di confort e salute. Non c’è bisogno di andare troppo lontano, vero? I casi sono spesso già davanti ai nostri occhi, ma molti non se ne accorgono perché è subentrato il meccanismo di fiducia nell’istituzione. Come abbiamo visto prima:

Le forme istituzionali sono il consolidamento di abitudini non più soggette a messa in discussione all’interno delle personali zone di comfort

Proprio come i naufraghi, tutta la nostra capacità innovativa ci avrà condotto ad una grande omologazione basata sulla fede, sulla fiducia in una chiesa o in un’università, in un cardinale o in un professore, complessivamente in uno status quo.

Un, due e tre

Se tutto fosse così uniformato le cose forse sarebbero troppo semplici e presto ci si troverebbe a tappare buchi imprevisti. Quello che salva la manovra di uniformazione è proprio la dialettica, la polarizzazione delle opinioni che tiene impegnata la massa nell’illusione di un’alternativa che spesso nasconde degli impliciti determinanti.

Facciamo l’esempio della grande discussione in atto attualmente a proposito dei vaccini nel cui merito non intendo assolutamente entrare. Il mondo è diviso fra quanti sono per la vaccinazione, per convinzione o semplicemente per quieto vivere e quelli che a questa si oppongono (e qui non entro nel merito del Green Pass che è altra cosa, ma spesso artatamente omologata al cosiddetto “vax” e “no-vax”). Viene fomentata una tifoseria analoga a quella delle squadre di calcio fino a portarla ad un vero e proprio odio reciproco: si ucciderebbero o ballerebbero sulle tombe degli altri e tutto ciò in nome — pensa un po’ — della salute. Quando i miei colleghi psicologi e psicoterapeuti il più delle volte facevano eco alle testate di moda che avevano inaugurato la contrapposizione vaccinale facendo la guerra alle medicine alternative, in particolar modo alle cure omeopatiche, non si rendevano conto che presto lo stesso discredito sarebbe sarebbe stato diretto anche alle psicoterapie, colpevoli di fare spendere inutilmente troppi soldi ai clienti procrastinando all’infinito il disagio, quando con qualche pastiglia passa tutto e tutto torna normale. Siamo felici grazie alla materia. Siamo in salute con gli elementi inanimati. Presto — non ascoltare i negazionisti che tendono a sminuire l’argomentazione accusandola di un complottismo che dalla percora Dolly a oggi ci ha visti ricrederci frequentemente — presto, dicevo, avremo delle cure genetiche che modificheranno emozioni e comportamenti per renderci tutti normalmente omologati e salutarmente felici. Avremo il nostro posto nel “Nido del cuculo” e ci combatteremo fra fazioni e tifoserie per conservarlo, proprio come nella bicicletta si è costretti a pedalare se non si vuole cadere.

In questa guerra non ci si rende conto di quanto la salute diventi in entrambe le posizioni, invece che una condizione per vivere, un mezzo per evolvere, il fine stesso della battaglia.

Tutta la storia del pensiero è perseguitata da una falsa alternativa che contrappone unicismo e dualismo, un Dio che contiene tutto oppure un Bene che contrasta il Male e viceversa.

La medaglia ha solo testa oppure croce. È lapalissiano, no? Nessuno nota il taglio fra i due lati, la materia di cui è fatta, il dito che la lancia per aria. I prestigiatori su questa inclinazione al pensiero stereotipato contano per distrarre dai loro trucchi che si basano su questo.

Non si può respirare continuando ad inspirare all’infinito per ingordigia d’aria: prima o poi ci si deve fermare a costo di soffocare. Così, non si può espirare in eterno per espellere tutte le tossine e i malanni che abbiamo in corpo perché così si soffocherebbe, tossine comprese.

La risposta non può essere insita in un monoteistico “Uno”, ma nemmeno in un manicheistico “Due”: come inspirazione ed espirazione, l’uno non può esistere senza l’altro ma non possono agire insieme. Occorre il terzo che è tutt’altro che “non dato”. Occorre il “Tre” è rappresentato dal ritmo che guida l’alternarsi delle correnti fisiologiche, il roteare della testa. È il tre non chiude il sistema ma piuttosto lo apre alla molteplicità. Nella guerra tra sostantivo ed attributo vince il verbo, vince l’azione. L’azione crea mondi, crea realtà organizza, media il dibattito, ci permette di cantare e soprattutto di ballare e in tutto ciò il corpo è un mezzo importante per permettere alle anime di incontrarsi e di roteare negli spazi fisici e soprattutto in quelli dell’immaginario.

La vita è molto più ricca delle nostre capacità di attenzione e dei soliti canali. Occorre spegnere tutto quello che si può, fare silenzio e osservare, osservarsi, in salute o in malattia, seguire la trama della propria esperienza nel mondo. Occorre spegnere lo smartphone, fermare l’auto e osservare il colore screziato delle foglie autunnali, le caduche verde tenuo foglie bilobate del gingko e le cremisi acceso dell’acero giapponese; respirare l’aria dal ponte; guardare gli uccelli appollaiati sui tronchi arenati sul fiume. La poesia scorre nei nostri cuori e dobbiamo farla nostra e contaminarla. Contagiare il valore dell’esperienza come dono che porteremo con noi in questa cosa che non sappiamo bene che cos’è, ma che se il tuo cuore non è definitivamente spento dalle amarezze e dai condizionamenti negativi, al solo pronunciare il suo nome si riscalderà di speranza e si aprirà all’infinito.

Prova a dirla ora, sussurrala, e se riesci amala, amati:

«Anima»


Note

(1) La carriera di Engelbart è stata ispirata nel dicembre 1950, quando era fidanzato e si rese conto di non avere obiettivi di carriera diversi da “un lavoro stabile, sposarsi e vivere felici e contenti”. Per diversi mesi ha ragionato che:

  • avrebbe concentrato la sua carriera nel rendere il mondo un posto migliore
  • qualsiasi sforzo serio per rendere il mondo migliore richiederebbe un qualche tipo di sforzo organizzato che sfruttasse l’intelletto umano collettivo di tutte le persone per contribuire a soluzioni efficaci.
  • se potessi migliorare drasticamente il modo in cui lo facciamo, aumenteresti ogni sforzo del pianeta per risolvere problemi importanti: prima è, meglio è
  • i computer potrebbero essere il veicolo per migliorare drasticamente questa capacità.
    da Tia O’Brien (9 febbraio 1999). “L’eredità duratura di Douglas Engelbart”Notizie di San Jose Mercurydall’originale il 7 luglio 2013. Estratto il 4 luglio 2013.

Le Annotazioni da cui sono partito per scrivere (alcune cose ci sono altre no)

Negare la storia; rimuovere il libro e poi il digitale perché automatico; la nascita dell’istituzione e la perdita della consapevolezza; la storia da manipolata a rimossa; l’assoluto presente non è la presenza; materialismo e Automazione. Relatività assoluta ridotta a conflitto. Rifondazione deistituzionalizzata dal singolo (evento, soggetto…) spirituale, bilanciato, Transpersonale. Il sacro civile. Il timore del virus materialistico è materialistico; caccia all’omeopatia, psicoterapia vs. farmaco-droga; religione; da libertà di idee a nemici; inquisizione

Mentorship osmotica

Mentorship osmotica

La Digital Transformation ha insegnato a tutti il cosiddetto Reverse Mentoring, ovvero il fatto che sia un giovane ad insegnare ad un passatista vetero-dipendente. La cosa potrebbe essere simpatica non fosse che dà per implicito il nesso fra età e competenze. Probabilmente un giovane è più à la page di quello che è in età pensionabile e quindi sa meglio quali sono i tool social più usati e le keywords più diffuse e sicuramente ha il pollice più roteante ed aduso alla tastiera dello smartphone, ma non è detto che sia più preparato sulle basi di chi quegli strumenti ha visto nascere ed evolvere anche dal punto di vista economico, sociale e gestionale. Il mondo è bello perché è vario e scorciatoie e stereotipi non aiutano affatto: da un lato combattiamo la diversity e facciamo proclami per l’inclusione dall’altro riduciamo questi programmi a stereotipi sociobiologici per aggregazioni di massa. Chi scrive nei test aziendali è risultato ai massimi livelli delle scale digital nonostante gli manchino 3 o 4 anni alla pensione e abbia delle basi umanistiche piuttosto che tecniche e men che meno informatiche.

Come ho avuto modo di suggerire qualche articolo fa, la mentorship andrebbe riconsiderata in chiave maieutica anche per recuperare storia ed evoluzione delle attività e delle competenze. Questo significa che, oltre ad attribuire un significato diverso al termine che altrimenti si sovrappone al compito del tutor nel praticantato (poco importa se di basso o di alto livello dal momento che il lavoro di questi tempi sta cambiando profondamente i propri connotati), sarebbe utile estendere il concetto di Reverse Mentoring al rapporto con i dipendenti di più lunga navigazione. Reverse non tanto per il fatto di essere i destinatari del mentoring ma per il fatto di procedere attraverso le domande alla formazione e all’addestramento del giovane, o meglio, al processo di knowledge sharing per vasi comunicanti o per osmosi e osmosi inversa.

Non mi dilungherò su questa idea anche perché ho davvero poca fiducia nel fatto che chi si occupa di queste cose faccia qualcosa di diverso dall’eseguire gli standard di moda imposti dalle società di consulenza tramite i board. Preferisco piuttosto accennare ad un atteggiamento utile laddove si valuti di usare un interscambio di esperienze con il personale di età avanzata

Purtroppo tanti colleghi più o meno coetanei hanno un pregiudizio non minore di quello di tanti giovani ambiziosi, ovvero quello che il mondo non è più quello di una volta e che loro sì che sapevano come si lavorava, magari anche con rimembranze di mentori mitici dei tempi che furono. Non tutti i senior aziendali sono arruolabili in questo ruolo di mentore. Occorre che siano in grado di ridimensionare la propria esperienza senza difendere con una certa superiorità vintage il contropiede a cui i tempi nuovi, belli o brutti che siano, assoggettano chi si sente tradito nelle promesse truffaldine della vita.

Come non sono molti i senior in grado di partecipare all’attività di mentorship osmotica, nello stesso modo non tutti gli junior hanno le caratteristiche necessarie per riconoscere una relazione maieutica. Molto meglio assistere allo “spettacolo” una mentorship ben condotta fra colleghi sensibili e preparati che generare programmi a tappeto con la sola conseguenza di perdere tempo e denaro banalizzando al contempo il metodo. Meglio ancora sarebbe organizzare delle comunità di pratica strutturate in maniera sistemica.

Siamo stanchi di formazione in elearning standardizzata che dovrebbe condurci a lavorare tutti nello stesso modo con le stesse cose. Questo modo di imparare, non solo è una perdita di tempo, ma finisce per far svanire il solo valore delle imprese dove risiede il proprio vantaggio competitivo: le conoscenze che appartengono alla cultura aziendale, alla storia delle persone e alla propria originalità. Se lavori per Spotify non lavori in Apple Music e non è l’economia dello streaming a rendere l’una più originale o competitiva dell’altra, è l’ecosistema e la cultura che le persone condividono perché appartengono alla stessa e originale società.

Quali community of practice occorre pensare e progettare per un progetto di mentorship che generi conoscenze competitive? Un laboratorio di ricerca azione dove il contributo del senior esattamente come quello dello junior non debba andare assorbito in modo meccanicistico lineare: stimolo risposta, top down, causa effetto… Occorre che le esperienze pregresse vengano digerite dai giovani talenti al fine di produrre stimoli e idee nuove e inedite rispetto a quanto imparato nel percorso scolastico. Questo perché le esperienze passate non hanno nulla da dire se applicate in modo coatto ad una realtà differente come quella di oggi, esattamente come la credenza nel valore assoluto del mondo attuale ci rende solo uno uguale all’altro, dei cloni omologati facilmente sostituibili e privi della capacità di competere generando prodotti, qualità e stili differenzianti.

Nello stesso modo, l’esperienza dello junior può catalizzare il portato storico del senior in grado di tradurre i codici delle età per inventare ancora, ricrearsi e ricreare, rigenerarsi e rigenerare, non assorbendo banalmente i nuovi modus operandi, ma usandoli come grimaldelli o piedi di porco per rendere ancora riutilizzabile e perfino innovativa l’esperienza acquisita in passato che non troverebbe altrimenti spazio nelle mode attuali.

L’età non deve più essere considerata un elemento gerarchico e neppure una distinzione meritocratica: il merito sta nel saperla gestire come una risorsa, qualunque essa sia. Qui non solo le aree del personale e organizzazione devono fare un esame di coscienza e pesare davvero meglio le proprie priorità

Scrivere

Scrivere

Scrivere è una maledizione, una dipendenza, qualcosa che ti risucchia il tempo e le energie e anche quando cammini ti monopolizza i pensieri, ma può essere anche una missione che ha valore al di là dei suoi esiti.

Il piccolo scrivano fiorentino del libro Cuore

Non sono “Io”, ma neppure l’uomo a dover essere salvato dagli eventi del Re del Mondo, ma la missione affidata all’archetipo umano

L’eternità che passa dalla carta al silicio

Conobbi Vera Chiesa in un periodo della vita in cui avevo seri problemi di salute. Lei usava la planchette come strumento per mantenere la trance più che per leggere le parole che potevano uscire. La utilizzava per parlare con la sua guida ed era quest’ultima a rivolgersi a me. Fra le tante cose che uscivano e che finivano in una cassetta che a suo tempo consumai anche se ora non so più ritrovarla, una mi è ritornata in mente ora, a più di trent’anni da quegli incontri. Ad un certo punto la guida mi disse che fra i miei compiti ci sarebbe stato quello di scrivere.

Feci allora alcune ipotesi: scrivere in riviste, libri… di psicologia, di management, di filosofia…? Mi venne risposto che era tutto e niente di tutto ciò e che il futuro mi avrebbe fatto comprendere quello che sarebbe stato. Allora non usavo ancora i computer che per lo più giravano soprattutto in MS DOS (salvo i più fortunati che potevano permettersi un già allora costosissimo Mac) e per vedere Internet ci sarebbero voluti ancora sette anni mentre per cominciare a poterla usare per pubblicare e vedere le prime piattaforme di blog diffuse ne occorsero circa dieci. Come avrebbe potuto raccontarmi come avrei dedicato il mio tempo di piccolo scrivano fiorentino nella rete?

Per tanti anni mi aspettavo dei riscontri concreti da quello che facevo. Che cosa stupida e inutile! Se vuoi scrivere per guadagnare non devi pensare a quello che vuoi dire – come io stesso facevo – ma a quello che vuole leggere la maggioranza – che è quasi sempre qualcosa che non avrei mai voluto dire o scrivere.

Negli anni avrei sempre desiderato scrivere dei libri anche per la bellezza simile ad un piccolo parto dell’esperienza dell’uscita del tuo libro. Ciò accadde prima con un lavoro a tre mani che quando nel 96 venne scritto con Vittorio Pasteris e Salvatore Romagnolo, sotto l’egida editoriale di Massimo Esposti cui si dovette la pubblicazione per i tipi dell’Apogeo di Ivo Quartiroli, ai più apparve incomprensibile e uscì di catalogo proprio quando qualcuno avrebbe cominciato a trarne utilità; ad esso seguirono diversi ebook e self publishing fra i quali mi è particolarmente caro quello scritto con l’amico Antonello Musso, Interferenze, figlio di una precedente attività editoriale su web e come rivista.

Ciononostante è quello che in questi venticinque anni ho lanciato nella rete come un messaggio in bottiglia affidato ai flutti dell’oceano il grosso del mio lavoro; qualcosa che se stampato probabilmente avrebbe potuto impegnare il corrispettivo in volumi di un’enciclopedia e che solo oggi ho cercato di raccogliere almeno in parte in questo sito.

Come poteva la guida di Vera descrivere al giovane psicologo di allora quello che sarebbe stato? La possibilità di affidare ad uno strumento tecnologico perfino un percorso esoterico, cosa che allora poteva apparire dissacratoria? Il passare da un tema all’altro con la massima indifferenza fino a fregarsene di argomenti, temi, competenze, lettore e, in ultima analisi, lo scrittore stesso?

Se devo impegnarmi ad affidare a dei volumi tutto ciò non avrei più tempo per scrivere e per me questo tempo che sottraggo già al mio vivere è troppo più importante per regalarlo al compiacimento editoriale. Inoltre, di questi tempi i libri non durano: dopo qualche anno tutti se ne liberano a partire dagli editori stessi. Così capita che risulti introvabile un lavoro che aveva precorso i tempi e che sarebbe stato utile solo negli anni in cui si sarebbe reso irreperibile. Oggi capita che vengano riscoperti dei testi scritti più di vent’anni fa solo perché sono ancora in rete: se li avessi messi su carta oggi sarebbero diventati sacchetti per la spesa riciclati numerose volte – non che per questo non sarebbero perfino più utili 🙂 .

Autore come testimone

Albert Camus

Fui posto tra la miseria ed il sole, ad uguale distanza. La miseria m’impedì di credere che tutto è bene sotto il sole e nella storia; il sole mi insegnò che la storia non è tutto (…) La nostra sola giustificazione, se ne abbiamo una, è di parlare in nome di tutti coloro che non possono farlo.

Albert Camus

Con il passare degli anni mi sono reso conto che il mio scrivere è diventato sempre più simile a quello che allora faceva Vera: un altro modo di essere medium. Nella noosfera che immagino costituita di entità spirituali simili al mondo delle idee platonico viaggiano pensieri i più disparati. Alcuni sono troppo elevati, altri troppo infimi; alcuni attengono ad un periodo temporale, altri ad un altro e l’arte sta ad intercettare quelli che si incastrano a quello che stiamo attraversando magari traducendone alcuni del futuro o adattandone alcuni del passato; alcuni sono politici, altri intimi, alcuni artistici, altri concettuali e così via. Essere antenna e decoder di questi campi morfici è una vera missione impegnativa che richiede di essere il più possibile scevri dall’egoismo e di essere soprattutto soltanto dei testimoni. Quello che scrivi non opera soltanto in una direzione rivolta alla terra e al presente a partire da un altrove, dal tra, ma anche in senso opposto, quello dell’essere testimone del presente e sensore di percezioni che, elaborate nel modo migliore, vanno ad alimentare la dimensione dei Pensieri.

Oh, quanto sono consapevole che la maggior parte della persone che legge parole come le ultime che ho scritto pensa di trovarsi di fronte ad una persona fuori di testa o ad un epigono della new age più grossolana, eppure quello che sto testimoniando è il livello più puro e onesto delle riflessioni condotte in tutti questi anni e mi viene da dire che proprio l’oscurità animica che circonda questi tempi consente uno spostamento delle riflessioni che in tempi remoti in cui l’io individuale era più libero e posto al centro dell’esistenza delle persone non sarebbe stato possibile, non tanto fare, quanto percepire. È nel regno del male imperante prima di tutto nelle masse che emergono come dal letame più puzzolente i fiori più belli che peraltro vanno lasciati lì, nel letame, perché nel vaso in casa sfiorirebbero subito proprio come i pensieri prigionieri delle mura dell’ego e dell’appartenenza, ma soprattutto perché altrimenti ne sarebbe sbocciato uno e uno soltanto invece di avere la possibilità di riprodursi fino a trasformare la letamaia in un bellissimo giardino.

La stessa situazione che si viene a creare quando si ha il compito di testimoniare della propria epoca come avveniva con gli annali da quelli celebri nell’antichità come nei casi di Tacito o di Quinto Ennio fino a quelli più recenti anche se con altri nomi, come gli Actuelles di Albert Camus o i Cahier da Paul Valery a Simone Weil, Cioran e così via, la posso osservare nel trasformarsi della mia scrittura nel corso degli anni.

Ho cominciato a prendere l’abitudine di tenere incostanti diari dall’età delle elementari e sto proseguendo più che mai in questa mia improbabile terza età. Sono consapevole che spesso quanto vado a scrivere (o registrare come nel caso del periodo dei podcast) oggi viene reputato “pensieri di un vecchio” eppure li considero una testimonianza di una determinata età in un periodo temporale che non avrebbe senso essere se la si dovesse usare come fonte di soddisfazione per i tempi a venire, perché a venire c’è solo la fine della parabola personale. Essere compreso dai tuoi contemporanei non è mai un obiettivo, ma sicuramente è da scriteriati pretenderlo dopo una certa età. Tuttavia, quella successiva ai cinquanta e soprattutto ai sessant’anni è una delle più ricche fra le età soltanto a saperla vivere in sé senza guardare né avanti né indietro. Puoi avere la fortuna di scrutare a fondo fra panorami misteriosi che rimangono tali solo perché è proprio da anziano che capisci come non ci sia niente da capire, come ricercare un significato unico – come molti coetanei si arrogano la capacità di fare dall’alto della loro vetustità – è sbagliato. Ogni scenario è ragione di interpretazione e variazione e interpretare non è sapere ma inventare. Creare. Un lavoro da artisti e non da scienziati. Quando fai un osservazione e i giovani (ma anche i coetanei) non l’hanno neppure sentita o dicono di averla sentita ma in seguito diranno che non l’avevi mai detta, sei stupido se ti offendi o se anche solo pretendi un merito per questo. Un’osservazione, una constatazione, un pensiero anche quando non viene apparentemente colto da nessuno è un pensiero che viene raccolto dalla noosfera e ha senso che venga fatto.

Per queste ragioni continuo a scrivere anche se quando sarò trapassato questo sito non verrà più rinnovato da nessuno e queste parole svaniranno nel nulla del mondo Ciononostante, dal momento che vengono recitate nella mente e poi condensate nella parola scritta con amore e autenticità prenderanno il largo come messaggi nella bottiglia affidati ad un oceano troppo grande per essere pensato perfino dagli arcangeli e questa dimensione è una ragione così bella e ricca che di colpo questa esistenza futile si trasforma in un firmamento solo perché qualcuno ha potuto diventare consapevole della sola sua esistenza.

Considerazioni sull’erogazione dell’apprendimento e sul mentorship

Considerazioni sull’erogazione dell’apprendimento e sul mentorship

Fonte WalkeMe

L’immagine qui sopra racconta con una simpatica curva qualcosa che i formatori di un tempo conoscevano bene anche se poi lo praticavano poco o nulla perché affatto o scarsamente retribuito.

La curva racconta come sia facile osservare un certo apprendimento alquanto rapido durante un’attività formativa (chiaramente qui andrebbero distinte anche le forme di apprendimento – corso di pedagogia attiva, didattica passiva, lettura di manuali, e-learning ecc…), ma anche quanto ancor più rapida risulti la perdita di tale apprendimento nel giro di poche ore/giorni qualora non venga (come praticamente sempre avviene) fatto seguire da un lungo periodo di re-train (e questo può essere on the job, di social training di community of practice, di learning by teaching ecc…).

Naturalmente il processo si ripete, non soltanto ad ogni nuovo bisogno, ma anche ad ogni cambiamento organizzativo, andando a profilare una dinamica di longlife education (anche qui dovremmo prendere in considerazione i sistemi in cui questo avviene, considerando l’attività scolare, la partecipazione ad associazioni o gruppi di studio, passaggi di posizioni o trasferimenti di società ecc…).

Naturalmente non si può pensare ad accendere contratti di formazione longlife ad agenzie esterne, ma si possono studiare tutti gli strumenti potenzialmente disponibili in azienda sposando quelli diacronici, come libri o cataloghi di corsi preconfezionati su piattaforma, con quelli sincronici o di rapporto diretto. Da quest’ultimo punto di vista c’è in quasi tutte le aziende una scarsa propensione ad utilizzare il personale con esperienza di lungo corso che spesso lavora discosto dai processi in voga ma che potrebbe notevolmente contribuire a fornire un sostegno metodologico a chi sta apprendendo.

Questo approccio viene da qualche decennio definito mentorship essendo collegato in una linea che evolverebbe dal counseling per arrivare lì dopo essere passata per il coaching. Non deve stupire se, a fronte di un florilegio di corsi disponibili su piattaforme on line, la domanda di partecipazione rimane particolarmente scarsa. Dobbiamo innanzitutto ricordare la storia zen di quel professore che molestava di domande disciplinari il maestro zen della scuola del tè e quando quest’ultimo continuava a versare nella tazza fino a farla traboccare, stizzito, non potè non farlo notare; al che il maestro rispose: «Come questa tazza, tu sei ricolmo delle tue opinioni e congetture. Come posso spiegarti lo Zen, se prima non vuoti la tua tazza?».

Nessuna preparazione ha ragione di esistere se prima non nasce un bisogno e il più delle volte le persone imparano quando insegnano a qualcun altro. Chi possiede una conoscenza o una competenza non può insegnarla a chi non ne senta il bisogno, soprattutto quando questo possibile bisogno si attesta alla superficie di termini e modus operandi dell’ultima moda sotto un profilo nominale ma spesso molto più vecchi di quelli appena abbandonati ad essere in grado di tradurli con una conoscenza storica profonda e ragionata.

Questa può essere posseduta da colleghi con pratica di studio aperta all’esterno dello stretto ambito del compito gestionale e comunque che abbiano praticato abbastanza a lungo un mestiere aziendale. Spesso queste figure si trovano a dare meno proprio a causa dello scarto linguistico e di coinvolgimento evolutivo. Spesso hanno un difetto nell’approccio all’apprendista, quello di dire loro “come si fa”. Paradossalmente, quando andiamo a cercare in rete il significato di mentorship si trova proprio questa spiegazione: “Una persona di lunga esperienza che insegna a quella con meno esperienza il come si fa”.

https://youtu.be/76eYsm7EcME
“Il padre insegnò loro che c’erano solo due modi per fare ogni cosa «Il mio modo e il modo giusto. E sono entrambi lo stesso modo»”

È normale che l’esperienza non finisca bene essendoci comunque uno scarto fra linguaggi, pratiche e punti di riferimento, ma anche perché il primo finirà per vedere nell’altro un bamboccione e l’altro nel primo un rimbambito.Molto più del coaching, proprio il mentoring dovrebbe essere una pratica di tipo maieutico. Questo significa che la persona con maggiore esperienza, il mentore, dovrebbe interrogare l’allievo e questo dovrebbe insegnare perché, come si diceva prima, si impara insegnando, soprattutto quando quello che apprende ne capisce spesso di più di quello che insegna.

Certo, questa modalità non può essere applicata dal giorno alla notte: occorre intanto una selezione e una formazione del mentore e poi una successiva riselezione. Ma soprattutto occorre una robusta struttura di sostegno di ampia portata dell’intera operazione.Il problema è che gli amministratori e i manager delle aziende sono refrattari a porsi di questi problemi e preferiscono versare oboli faraonici ad aziende di consulenza che li riempiono di corsi come se piovesse; corsi che non verranno mai seguiti perché la gente in azienda deve lavorare e non può considerare il fare dei corsi come l’oggetto del lavoro, specie se il risultato è – e non può essere diversamente – quello della curva su indicata. Allora si prova a dire che li devono fare nel tempo libero in vista di una carriera che spesso non è neppure più desiderata o desiderabile, diversamente dal tempo da dedicare alla famiglia, alla salute, ad un po’ di divertimento e di relax, tutte cose senza le quali non ha senso lavorare, guadagnare, fare carriera.

Disclaimer: Questi contenuti sono consigliati solo le imprese e i manager adulti (in grado cioè di intendere le cose nella loro giusta dimensione e non per opportunismo replicante)

Il cuore del sole è nero

Il cuore del sole è nero

Immagine di una machia solare a forma di cuore

Immaginiamo l’inferno come l’Ade degli antichi, un luogo freddo e profondo da cui non è più possibile uscire e dove magari le anime dannate bruciano per l’eternità.

Anche l’angoscia, la malinconia o la depressione sono connotate dalla metafora della discesa (“Mi sento giù. Non so se riuscirò mai a risalire…).

Il racconto forse il più angosciante e soprannaturale di Edgar Allan Poe è probabilmente “La discesa nel Maelström” che ritroveremo in Verne, Melville e perfino Pessoa assieme a tanti altri.

Da mia nonna c’erano delle canaline irrigue di cemento che correvano accanto a orti e campi con degli sportelli verticali che permettevano di bagnare abbondantemente la terra. Quando il loro percorso doveva lasciare spazio ad una strada, un edificio o una qualsiasi delle opere civili, quest’acqua a cui noi bambini si abbandonavano barchette di carta o legnetti cui poi si correva dietro per vederli sparire e riapparire piombava in un grande e profondo cilindro di cemento dal quale i genitori ci guardavano dall’avvicinarsi pena il rischio di morire annegati.

Quest’acqua però non finiva in fondo alla terra, ma semplicemente faceva un tratto sotterraneo per poi riemergere come un blob tondeggiante di gorghi in un cilindro (ancor più pericoloso per i bimbi con la minaccia di venire risucchiati dai vortici) poco più in là.

Era come se l’acqua della canalina dovesse fermarsi sprofondata in fondo alla terra una volta che cadeva nel primo pozzo. Non avevamo ancora studiato i vasi comunicanti, ma si poteva ragionevolmente risultare convinti che quella che più in là sarebbe uscita non era più la stessa acqua moritura, ma bensì una fonte nuova. Nei nostri piccoli esperimenti di bambini, tuttavia, quel legno che avevamo lasciato alla corrente lo vedevamo riemergere più in là a prova del fatto che era davvero la stessa acqua e che niente e nessuno sarebbe finito disperso nelle profondità.

Il legno sarebbe rimasto prigioniero delle correnti che lo spingevano contro i bordi di cemento, ma quando piano piano si sarebbe indirizzato verso il nuovo tratto di canale questo sarebbe ripartito con un’energia rinnovata.

In modo analogo il cosiddetto male è un tonfo nell’abisso che ci lascia muti e parallizzati da paura e sofferenza. In quel piombare proveremo paura, dolore. sofferenze e disperazione. Tuttavia, il tratto che avevamo percorso per giungere fino a lì e che ci aveva stancato e fiaccato nell’era delle forze della contrapposizione (il cosiddetto “male”) poteva sembrare la fine. Per un attimo nessuno ci vedrà più, ma dopo un po’ eccoci riemergere cresciuti, rinnovati in un bagno di forza nuova e dietro una spinta che non sarebbe stata assolutamente possibile se fossimo vissuti solo nel consenso e nel conformismo del buonismo.

Niente come il cosiddetto “male” ci può vedere crescere, niente come l’ombra ci reintegra, niente ci permette di riemergere rinnovai e pieni di energia. Ma se sei una barchetta di carta è probabile che le cose non finiscano i questo modo. Ciononostante non sapremo mai se siamo fatti di legno di carta o di pietra fino a che non ricadremo nel nostro Maelström.

Solo il metabolismo del male ci rende dei giganti nuovi, grandi come il Capinato Acab che cavalca Moby Dick sicuri, forti e spavaldi verso il limitare dei sette mari.

Le tecniche del risveglio

Le tecniche del risveglio

Gran parte delle psicoterapie possono essere intese come delle “colonizzazioni” dell’altro. È impossibile relazionarsi ad un altro essendo estranei ad un’ideologia. Occorre almeno esprimerla, farla comprendere; e comunque non passarla per verità o per scienza dal momento che per di più anche quest’ultima — e in definitiva la medicina soprattutto — non ne è estranea (come si può cogliere dai reciproci dissensi espressi fra scienziati e medici in questo periodo confuso da arene e circhi televisivi e in generale mediatici).

Da quando mi sono laureato ho sempre avuto un profondo pudore all’idea di lavorare usando delle terapie che si basavano su spiegazioni della salute e della psiche necessariamente parziali.

Ad un certo punto ho compreso che le tecniche potevano parzialmente superare questo problema, ma esisteva anche una teoria della tecnica che riconduceva in maniera ancora più strisciante alla difficoltà iniziale. Ad esempio, la Programmazione Neuro Linguistica prendeva le distanze dalle psicoterapie proprio perché si fondava su delle tecniche: non solo per il cambiamento, ma per la diagnosi stessa (uso dello sguardo e mappa mentale, tanto per cominciare).

Ognuno di noi è portatore di quello che Waddington chiamava crœdo e che potremmo definire banalmente mandato dell’esistenza. Come può un’altra persona comprendere tutto ciò, per di più da dietro gli occhiali del proprio crœdo? Così ho cominciato a selezionare delle tecniche il più possibile “inerti” fra quelle che mi sembrava funzionassero meglio. Le selezionavo dalla Terapia della Gestalt, dalla Sistemica, dall’Ipnosi ericksoniana, dalla PNL, soprattutto, ma anche da pratiche esoteriche e spirituali perché è una visione riduttiva quella che aggrega gli approcci spirituali e transpersonali alle dottrine religiose.

A lungo andare e anche grazie alla collaborazione degli allievi dei corsi a cui ho partecipato sono arrivato a selezionare due pratiche presenti in molte discipline e che coincidevano con il modello di rispetto dell’altro sopra descritto:

  • Il Paradosso (la via della dissociazione dall’appartenenza)
  • La Metafora (la via delle storie personali)

Ognuna di queste vie meriterebbe un volume o quantomeno un articolo nutrito a parte. Sicuramente praticare queste strade può condurre ad ottimi risultati che però non risultano ancora soddisfacenti. Il nodo più complesso da sviluppare è quello di fare superare al portatore di domanda la prospettiva miracolistica della psicoterapia come pillola o farmaco; quella cosa che quando la prendi ti fa passare tutti i mali. In poche parole la relazione con l’altro deve condurre ad un percorso di apprendimento personale profondo e sotto la responsabilità di ognuno.

Certo, qui inizia la mia ideologia, le mie convinzioni. Sono però convinzioni ad un metalivello, potremmo dire metodologiche che quindi non lavorano sul piano del successo o di qualche redenzione sociale. Ed è però il livello generalmente più evitato, perché la maggior parte delle persone di quest’epoca fa per ricevere qui e ora e non per crescere usando la vita per rafforzare il proprio spirito o la propria interiorità. Per questa ragione penso che il codice “psicoterapeutico” vada superato, nonostante per fare determinati lavori sia il solo a venire riconosciuto dal mondo (e quindi rimane in molti casi necessario), anche se non saprei ancora come chiamare questa parte di attività che ho svolto per più di quattro decenni oggi prossima a venire rubricata fra le pseudoscienze, quelle che pensano per il mal di testa ci siano cure migliori a quella proposta dal dottor Joseph-Ignace Guillotin.

Guardare con gioia alla morte

Guardare con gioia alla morte

Il settimo sigillo

Lo si è detto in diversi modi ma senza successo: è la consapevolezza della morte ad attribuire significato alla vita. Tuttavia, viviamo in un periodo dove le persone sembrano disposte a tutto pur di garantirsi una salute priva di finalità: corpi che vivono per il corpo.

Occorre fare una distinzione scarsamente riconosciuta di questi tempi fra termini molto diversi: da un lato “vita” e “salute”; dall’altro “morte” e “morire”. Entrambe le distinzioni tirano in ballo sofferenza, malattia, paura e in generale emozioni, attaccamento, razionalità, identità, io…

George Ivanovich Gurdjieff, stato un maestro che operava a cavallo dell’inizio del secolo scorso, osservava che dei suoi insegnamenti quello meno compreso era il più importante, ovvero quel “ricordati di te” che in fondo può essere espresso nei termini di

“Tieni sempre a mente che il tuo vero io non è quello con cui hai a che fare quotidianamente, quello con cui il mondo ha a che fare, ma bensì quello che sta tutto intorno ad esso e che quando ti concentri su esso ti fa rendere conto che è la struttura del linguaggio che dà contenuto alla tua persona, mentre il tuo autentico essere vive nella coscienza priva di parole”

La paura dell’al di là appartiene al corpo. La somma di corpo, coscienza, linguaggio, scopo fa quella cosa che chiamiamo “persona”, un’entità a cui sfuggono le trasformazioni continue e che si percepisce erroneamente – al netto del cosiddetto invecchiamento – sempre uguale a se stessa quando è invece soggetta ad essere abitata e spesso posseduta da molteplici ospiti. Tutt’attorno ad essa vi è quella cosa che viene facile chiamare anima, altrove volontà consapevole, io, sé, coscienza… tutte parole e in quanto tali insoddisfacenti, mentre “ricordati di te” è forse più esplicito in quanto aiuta a comprendere che esisti nella scelta e nell’azione.

Fai (e non solo cose del mondo spesso poco rilevanti) invece di chiacchierare!

C’è chi cerca di realizzare la vita eterna sul pianeta senza rendersi conto di quanto sia fragile la persona. Rischiamo la morte non solo a causa delle malattie, ma per incidenti, guerra, odio, follia, emozioni… e se dovessimo vivere in eterno questa vecchia macchina tirata a lucido non potrebbe essere usata con tutti i carburanti e in tutte le nuove strade con tutte le norme della circolazione che interverrebbero; ma soprattutto alla fine vivrebbe con il solo fine di vivere: un’esistenza pervasa di una noia disperata per la paura di smettere di esistere seppure nient’altro che noia fine a se stessa.

La malattia, la sofferenza, la paura… afferiscono tutte all’attaccamento alla vita e alla superstizione dell’identità in quanto persona del mondo. Tuttavia, attribuiamo tutte queste cose ad un al di là che non conosciamo e per gestire il quale abbiamo inventato le religioni. Queste ultime, in ultimo, regolamentano la vita e non potranno mai descrivere la morte che non si esprime in parole o in scenari narrativi come gironi di dannati o rarefazioni di luce. Non possiamo pensare fuori dalle metafore perché è una condizione stessa dell’immaginarsi in questa dimensione. Quello che non è giusto è radicalizzare queste metafore e considerarle spiegazioni se non addirittura approssimazioni graduali alla verità.

Le verità di questa dimensione non sono quelle di entità che fluttuano fra dimensioni e che in fondo sono estranee alla persona che vive nel mondo. Per me, ad esempio, vita e morte sono entrambe superstizioni di permanenza di un divenire di diversi attori che fluttuano fra multiversi. Aiutare il prossimo con le cure, l’educazione e altre attività non deve avere tanto il fine di sopravvivere a se stessi, quanto quelli, oltre al consegnare ai posteri un mondo che non sia peggiore di quello che ci è stato lasciato, di sopportare meglio la condizione dell’esistenza riducendo e attenuando sofferenza e dolore, da un lato, e di utilizzare al meglio per la propria evoluzione spirituale le esperienze che ci sono state offerte in questo episodio che è ogni vita personale.

Ciononostante, ognuno di noi è obbligato volente o nolente a fare una scelta: se identificarsi nella superstizione di una permanenza in quanto quell’aggregato che ho appena definito come “persona”, oppure se percepirsi come il guidatore che è ospite di quell’aggregato e che alla fine potrebbe guidarlo al meglio — riducendo anche il vero inferno delle sofferenze in terra inevitabili perfino per “il figlio di Dio” — se solo sostituisse l’attaccamento con la volontà astratta rispetto all’esistere. Dire che tutto ciò è “incomprensibile” invece che “da comprendere” significa però aver già scelto.

Educazione del male

Educazione del male

L’umanità ha dovuto fare i conti con il dramma del mondo ed è passata attraverso quello dell’errore.

Errore e orrore sono parenti lessicali non a caso.

Il male inteso come orrore è una creatura del dramma della caduta umana nel mondo dell’esperienza.

A sostenere il processo evolutivo/involutivo umano sono le creature che l’hanno preceduto attraverso la loro evoluzione esperienziale in un altra dimensione che l’hanno accompagnato con una cura maieutica.

Ora sarà il tempo di creature divine antagoniste che potranno produrre l’involuzione negli esseri umani.

Il compito degli umani in grado di evolvere non sarà quello di contrastare gli esseri evoluti in arrivo sulla terra, ma quello di guidarli e accompagnarli attraverso la conoscenza dei propri errori.

L’amore e non il combattimento farà diventare gli antagonisti portatori di evoluzione.