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Coscritti

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Secondo svariati occultisti, fra i quali lo stesso Rudolf Steiner, non dovremmo rinascere in ordine sparso in qualsiasi periodo della storia, ma solo seguendo determinati cicli tutti insieme alle persone significative delle nostre svariate esistenze.

In pratica è come se ritornassimo in vita a blocchi di “coscritti”, gente in rapporto reciproco che ha attraversato esperienze comuni costruendo il proprio periodo storico e quindi attribuendo a persone, oggetti ed eventi un significato coerente e in qualche modo anche costante.

Non posso certo spacciare questa visione per una verità certa, tuttavia credo che possa valere nelle nostre vite a prescindere dalle credenze sulla metempsicosi.

Il senso del tempo

Un’espressione che si ritrova spesso consultando le sentenze del “Libro dei Mutamenti”, l’antico “I Ching, è quella che ci richiama in ogni momento a comprendere il “senso del Tempo”: non quello astratto, ma il momento stesso in cui siamo chiamati ad esistere in questa vita, in questo mondo, in questo periodo storico.

È davvero importante comprendere il senso del nostro tempo. Quando parliamo del nostro tempo intendiamo implicitamente affermare che “questo” tempo è qualcosa di condiviso e che ci accomuna. Non riusciamo a comprendere questa idea di “tempo a blocchi” perché nella visione diffusa ci rappresentiamo il suo scorrere come un “continuum”, anche se non è del tutto vero.

O per lo meno è vera un’affermazione assieme a tante altre. Per esempio per un certo modello di fisica il tempo non esiste o, casomai, è un’ illusione. Le teorie multidimensionali, come quella delle stringhe, ci sottopongono l’ipotesi che si possa esistere su più piani spazio-temporali, in continuità come pure discontinuamente.

Eppure quando utilizziamo il termine “generazioni” intendiamo proprio questo, una popolazione uniforme di persone nate nello stesso periodo di tempo.

Generazioni

Ora, può essere complicato mettere d’accordo un gruppo di persone con una visione della vita (per non parlare dell’eventualità che sia una visione che condividono da più esistenze) con un gruppo che ne ha un altra. Certo, sarebbe importante il passaggio di Testimone fra una generazione e un’altra, ma si tratta di una “traduzione” in buona parte impossibile, per quanto potenzialmente utile.

Tuttavia i “blocchi” generazionali non si possono “incastrare” fra loro: sono su livelli differenti, uno sul tavolo e l’altro sulla sedia; oppure possiamo immaginare la cosa come far incastrare due tessere di puzzle di forma differente.

Parliamo a questo punto di “destino”.

Avete fatto caso al fatto che i cambiamenti nelle sensibilità, nei costumi, nelle norme sociali, negli obiettivi dei popoli e così via non avvengono mai progressivamente? Un giorno sembra che ti sia svegliato e che la gente attorno a te si sia messa d’accordo per chiamare con un nome diverso quello che per tutti. era noto in un altro modo.

E allora?

I “ ragazzi” di una volta, quelli della mia generazione, insomma, fanno spesso fatica a comunicare con le generazioni successive. Lo stesso capita nella direzione inversa. Il fatto è che “noi” — e forse anche “loro”, non so — rifiutiamo che il nostro blocco temporale non si trovi in continuità con quelli successivi e ci ostiniamo, ci intestardiamo di forzare i confini. Diamo la testa contro il muro, sosteniamo che sono loro che non capiscono, che sono senza senso e così via.

Il fatto è che il destino, la “gestalt” del loro blocco è una storia completamente diversa proveniente da missioni evolutive con un senso tutto loro probabilmente originata da altri blocchi dannatamente remoti. E noi dobbiamo rassegnarci a tutto ciò.

Non si tratta di pentirsi o di rinnegarci, ma piuttosto di completare con onore la nostra missione, il nostro storyboard generazionale. Quando si è iniziata un opera, quando si ha cominciato a girare un film o a scrivere un libro, è importante sapere anche scrivere la parola “fine”. Non importa che poi si scoprano errori e che non si sia mai completamente soddisfatti del risultato.

Senza “fine” non c’è nessun libro o film. Quando ne faremo un altro cambieremo qualcosa e magari ci cureremo di più di come preparare la conclusione, ma ora dobbiamo chiudere coronando così tutti i nostri sforzi ed evitando di renderci ridicoli per pensarci autori di storie infinite combinando solo di renderci autori falliti; uomini e donne incompiuti.

Le caramelle sono nel cofanetto ma manca ancora il coperchio.

Senza un coperchio che cofanetto volete che sia?

Mettiamoci su questo benedetto coperchio così da poterlo incartare, infiocchettare
e metterlo sotto l’albero per poi dimenticarci onorevolmente e soddisfacentemente di lui.

E dunque, a tutte le generazioni, ma proprio a tutti…

BUON NATALE!

Da Medium.com

Se insisti sarò fascista

Se insisti sarò fascista

Quando in politica si sono esauriti i contenuti ci si abbarbica alle vestigia.

È così che una fantomatica destra accusa i componenti di una fantomatica sinistra di essere “comunisti”.

Purtroppo per loro, il comunismo, un concetto ottocentesco, si è spento ormai in qualsiasi parte del mondo ed è perfino demonizzato dalla stessa sinistra che ha ormai preso le distanze, non solo da Togliatti o Gramsci, ma perfino dal compromesso berlingueriano che trovava appoggio addirittura in quella parte della Democrazia Cristiana che verrebbe definita oggi più che mai “comunista”.

Capita così che molti giovani che non hanno neppure la più vaga idea delle origini sociali del termine, si definiscano “comunisti” solo in spregio delle persone delle destra che definiscono a loro volta “fascisti”, nonostante dal fascio littorio questa fatiscente destra stessa abbia preso le distanze.

Una fantomatica sinistra, questa, che accusa i componenti di una fantomatica destra di essere “fascisti”.

Purtroppo per loro, il fascismo ha rappresentato un’ideologia molto più che ambigua, solo a leggere i primi scritti di un anarchico Mussolini o i movimenti artistici dei futuristi come Marinetti, per poi confrontarli con l’appropriazione del movimento che ne fecero latifondisti e capitalisti della prima metà del novecento. Proprio come il “comunismo”, anche il “fascismo” è morto, tuttavia sta capitando che giovani che hanno in odio una sinistra anticomunista per questa sola ragione si definiscano “fascisti” magari proclamando ideali popolari.

Chi parla di fascismo o di comunismo fa un torto alla storia e uno sfregio ai tempi attuali per comprendere i quali occorrerebbe ben di più che delle etichette o degli slogan da “semplificatori terribili” (concetto che Watzlawick prendeva in prestito dal ’68 francese): scegliere questa strada però comporta fatica e fa perdere il divertimento fornito dal tifo populista.

Al motto di spirito di Woody Allen per il quale “Dio è morto, Nietzsche è morto, Marx è morto e, a farci caso, anch’io non mi sento tanto bene” potremmo parafrasare “Il comunismo è morto, il fascismo è morto, la sinistra è solo una mano, la destra è solo una mano e la politica è solo una grande finzione”, frase che i credenti “necrofili” (per l’appunto) considerano “populista”, termine erroneamente sovrapposto a quello di “qualunquista” (altra etichetta fasulla usata da fresconi che ignorano chi fosse Guglielmo Giannini).

Capita così che coloro che fanno osservazioni logiche invece che ideologiche, come quando il Dalai Lama una volta intervistato considerava folle pensare che i paesi settentrionali potessero accogliere tutta la popolazione del meridione del mondo, pena che gli europei, ad esempio, dovessero gioco forza trasferirsi in Africa o i nordamericani in Sudamerica, vengono tacciati di fascismo, anche se si tratta di pura e semplice aritmetica per nulla politica.

Ne consegue che chi ragiona aritmeticamente, chi fa i conti con il lascito di civiltà di un paese e una qualità di vita per cui i nostri predecessori hanno donato la vita pensando che sia un valore che stiamo perdendo per tante ragioni e non solo una, chi crede che la politica dovrebbe esprimere volontà e idee e non appartenenze… se costui viene tacciato di fascismo a piè sospinto, nonostante egli magari si professasse socialista o anarchico e con una certa convinzione, beh costui comincerà a compensare la dissonanza cognitiva comprendendo di essere diventato fascista pur di non essere deficiente, o comunque contrario al proprio modo di pensare.

Poco male!

Non lo sapevo, ragazzi, ma evidentemente sono diventato fascista e non me ne pento.

No. Non è vero. Mi fa troppa fatica. Preferisco mandarvi tutti affan… e andare ad annegare altrove il mio disgusto.

da Medium.com

I trend del 2025 nell’Empowerment dell’area del Personale e Organizzazione

I trend del 2025 nell’Empowerment dell’area del Personale e Organizzazione

Ho chiesto ad un “team” di AI Generative di realizzare un elenco in ordine di priorità di quelli che saranno i trend per il prossimo anno (e forse anche più in là) dei temi caldi per l’area di sviluppo del personale e organizzativo.

Le nostre signore intelligenti mi hanno accontentato.

Quello che segue è il responso del moderno Oracolo di Tebe.

Lista Esaustiva dei Trend Innovativi nel “People Empowerment” per il 2025 (in ordine di priorità)

In base all’analisi delle fonti fornite, ecco una lista esaustiva dei trend più recenti e innovativi nel “people empowerment” in azienda e nelle organizzazioni per l’anno 2025, ordinata per priorità in base alla frequenza di menzione e all’enfasi data nelle fonti:

  1. Benessere olistico del dipendente: Questo trend è menzionato in quasi tutte le fonti ed emerge come una priorità assoluta per il 2025. Le aziende si concentreranno sempre di più sul benessere a 360 gradi dei dipendenti, comprendendo non solo gli aspetti fisici, ma anche quelli mentali, emotivi e finanziari.
  • Questo approccio integrato al benessere si traduce in pacchetti di benefit più articolati, programmi di supporto psicologico, iniziative per la prevenzione del burnout, promozione della flessibilità lavorativa e work-life balance.
  • L’obiettivo è creare un ambiente di lavoro positivo e supportivo che favorisca la salute e la soddisfazione dei dipendenti.

2. Personalizzazione dell’esperienza lavorativa: L’utilizzo di tecnologie innovative, in particolare l’intelligenza artificiale e l’analisi dei dati, permetterà di creare esperienze di lavoro altamente personalizzate.

  • Questo include la personalizzazione dei percorsi di carriera, delle opportunità di sviluppo professionale e dei programmi di formazione.
  • L’obiettivo è migliorare la soddisfazione, la motivazione e la fidelizzazione dei dipendenti, offrendo un’esperienza lavorativa su misura per le esigenze individuali.

3. Apprendimento e sviluppo continuo: In un contesto lavorativo in continua evoluzione, le aziende riconoscono l’importanza dell’apprendimento continuo per garantire la competitività e la crescita dei dipendenti.

  • Si diffonderà una cultura del lifelong learning che incoraggerà i dipendenti ad acquisire nuove competenze e ad adattarsi ai cambiamenti del mercato del lavoro.
  • Le aziende implementeranno programmi di formazione personalizzati, sfruttando tecnologie innovative come il microlearning, l’apprendimento esperienziale e piattaforme di apprendimento digitale accessibili in qualsiasi momento.
  • Il mentorship e il coaching saranno strumenti chiave per guidare lo sviluppo professionale dei dipendenti.

4. Diversità, equità e inclusione (DEI): Le aziende continueranno a investire in politiche e pratiche per promuovere la diversità, l’equità e l’inclusione in tutti gli aspetti dell’organizzazione.

  • L’obiettivo è creare un ambiente di lavoro in cui tutti i dipendenti si sentano valorizzati, rispettati e inclusi, a indipendentemente dal loro background.
  • Le aziende utilizzeranno tecnologie innovative per rimuovere i bias inconsci nei processi di selezione, misureranno l’inclusività organizzativa e implementeranno programmi di mentorship per gruppi sottorappresentati.

5. Leadership e cultura organizzativa: Le aziende adotteranno nuovi modelli di leadership e promuoveranno culture organizzative più inclusive e agili.

  • La leadership sarà distribuita e basata su empatia, ascolto e supporto, con un focus sullo sviluppo delle competenze digitali e relazionali dei leader.
  • Si diffonderanno modelli di gestione basati su coaching e supporto, con l’obiettivo di responsabilizzare i dipendenti e promuovere la loro crescita.
  • Le culture organizzative saranno più aperte all’innovazione, alla sperimentazione e al cambiamento, favorendo l’autonomia e la responsabilizzazione dei team.

6. Lavoro ibrido e flessibile: Il lavoro ibrido continuerà a evolversi, offrendo ai dipendenti una maggiore flessibilità nella scelta del luogo e dell’orario di lavoro.

  • Le aziende dovranno sviluppare strategie per gestire efficacemente il lavoro ibrido, garantendo la coesione dei team, la produttività e un’esperienza lavorativa significativa per tutti i dipendenti, sia in presenza che a distanza.
  • La flessibilità lavorativa contribuirà anche a migliorare il work-life balance dei dipendenti e a ridurre l’impatto ambientale.

7. Automazione e intelligenza artificiale: L’automazione e l’intelligenza artificiale (IA) saranno utilizzate per ottimizzare i processi aziendali, liberando tempo per attività più strategiche e creative.

  • L’IA sarà applicata in particolare per automatizzare i processi HR ripetitivi, personalizzare l’esperienza lavorativa, fornire supporto ai dipendenti attraverso assistenti virtuali e analizzare i dati per migliorare la gestione delle risorse umane.

8. Sostenibilità e impatto sociale: Le aziende integreranno la sostenibilità e l’impatto sociale nelle loro strategie di people empowerment.

  • Ci sarà un’attenzione crescente verso la creazione di un ambiente di lavoro eco-sostenibile, con iniziative per ridurre l’impatto ambientale e promuovere comportamenti responsabili.
  • Le aziende si concentreranno su un purpose chiaro e condiviso, coinvolgendo i dipendenti in progetti a impatto sociale e offrendo loro opportunità per contribuire a cause che ritengono importanti.

9. Engagement partecipativo: Le aziende coinvolgeranno i dipendenti nelle decisioni aziendali e nei processi di innovazione, creando un ambiente di lavoro più collaborativo e partecipativo.

  • Questo trend si traduce nell’implementazione di piattaforme collaborative che permettono la co-progettazione aziendale, sistemi di feedback continuo e bidirezionale e il coinvolgimento dei dipendenti nelle strategie aziendali.

È importante sottolineare che questi trend sono interconnessi e si influenzano a vicenda. Ad esempio, la personalizzazione dell’esperienza lavorativa è strettamente legata all’utilizzo dell’IA e dell’analisi dei dati, mentre il benessere olistico del dipendente è influenzato dalla flessibilità lavorativa e dalla cultura aziendale.

Le aziende che saranno in grado di adottare un approccio integrato e di implementare questi trend in modo sinergico saranno le più preparate ad affrontare le sfide del futuro e a creare un ambiente di lavoro positivo, inclusivo e stimolante.

Ho ripetuto lo stesso esperimento per quanto riguarda i trend nella cultura organizzativa. Si direbbe che molti argomenti siano comuni, in particolare il primo classificato è lo stesso in entrambi i casi. Vediamo!

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Ecco una lista numerata ordinata per priorità, basata sulla frequenza e l’enfasi con cui i temi sono trattati nelle fonti:

1.Flessibilità e Lavoro Ibrido:

○ Questo tema è centrale in quasi tutti i documenti, evidenziando un passaggio definitivo verso modelli di lavoro ibridi. Le aziende dovranno adattare le loro strutture organizzative per accogliere questa nuova realtà, offrendo ai dipendenti la possibilità di scegliere tra lavoro in ufficio e lavoro da remoto.

○ La flessibilità non si limita solo al luogo di lavoro, ma si estende anche agli orari, permettendo ai dipendenti di gestire il proprio tempo in modo più autonomo e conciliare meglio la vita professionale con quella personale.

2. Benessere Olistico del Dipendente:

○ Il benessere del dipendente non è più un’opzione, ma una priorità. Le aziende si rendono conto che la salute fisica e mentale dei loro collaboratori è fondamentale per il successo dell’organizzazione.

○ Questo si traduce in un approccio olistico al benessere, che include programmi di supporto psicologico, iniziative per la prevenzione del burnout, politiche di work-life balance evolute e benefit personalizzati che coprono diverse dimensioni del benessere.

3. Diversità e Inclusione:

○ Creare un ambiente di lavoro inclusivo, dove tutti i dipendenti si sentano valorizzati e rispettati, è essenziale per la crescita e l’innovazione.

○ Le aziende investono in politiche di inclusività e diversità, con un focus su formazione, mentoring e iniziative per promuovere l’equità di genere, generazionale e neurotipica.

4. Apprendimento Continuo e Crescita Personale:

○ In un mondo del lavoro in costante evoluzione, l’apprendimento continuo diventa un imperativo. Le aziende promuovono una “learning culture” che incoraggia i dipendenti ad acquisire nuove competenze e a rimanere al passo con i cambiamenti del mercato.

○ Investimenti in upskilling e reskilling, mentorship, coaching e piattaforme di apprendimento digitale sono strumenti chiave per supportare la crescita professionale dei dipendenti.

5. Tecnologia al Servizio della Cultura:

○ La tecnologia è un potente strumento per costruire una cultura aziendale forte e positiva.

○ Piattaforme digitali collaborative facilitano la comunicazione, la collaborazione e lo scambio di idee, mentre l’intelligenza artificiale e l’automazione semplificano i processi e migliorano l’efficienza.

○ L’analisi dei dati permette di misurare l’impatto delle iniziative sulla cultura aziendale e di individuare aree di miglioramento.

6. Sostenibilità e Responsabilità Sociale:

○ Le aziende integrano la sostenibilità e la responsabilità sociale nella loro cultura, traducendo questi valori in pratiche concrete.

○ Si assiste all’adozione di modelli di business circolari, con un focus sulla riduzione degli sprechi e il riutilizzo delle risorse, e al coinvolgimento dei dipendenti in progetti a impatto sociale e ambientale.

7. Cultura Agile e Adattiva:

○ La capacità di adattarsi rapidamente ai cambiamenti è fondamentale per il successo in un ambiente in continua evoluzione.

○ Le aziende adottano modelli organizzativi più fluidi e flessibili, come Holacracy e Fluidacracy, che favoriscono l’autonomia e la responsabilizzazione dei dipendenti.

8. Trasparenza:

○ La trasparenza nelle comunicazioni interne è essenziale per costruire fiducia e coinvolgimento. Le aziende condividono informazioni strategiche e decisioni aziendali con i dipendenti, promuovendo un ambiente di lavoro aperto e collaborativo.

9. Leadership Distribuita:

○ Si assiste a un passaggio da modelli di leadership gerarchica a modelli di leadership distribuita, in cui il potere decisionale è condiviso tra vari livelli e ruoli.

○ Questo promuove l’autonomia e la responsabilità individuale, incoraggiando i dipendenti a prendere decisioni in modo indipendente e a contribuire attivamente al successo dell’organizzazione.

E’ importante sottolineare che questi temi sono interconnessi e si influenzano a vicenda. La cultura organizzativa del 2025 sarà più umana, sostenibile, inclusiva e orientata all’apprendimento continuo.

Da Medium.com

L’altra faccia della pornografia

L’altra faccia della pornografia

L’amico Marco mi scrive: «Ho trovato, per caso, questa definizione che forse ti potrebbe interessare:

Le immagini diventano trasparenti quando – liberate da ogni drammaturgia, da ogni coreografia e scenografia, da qualsiasi profondità ermeneutica, in definitiva da ogni senso – sono rese pornografiche. La pornografia è il contatto immediato tra immagine e occhio

Sta in questo libro che sto leggendo:
La società della trasparenza di Byung-Chul Han»

Me lo sono procurato e la mia risposta è stata:

«Davvero interessante anche se per ora ho letto solo il capitolo sul tema in questione.

Nonostante l’autore si balocchi parecchio sull’ambiguità dando un po’ un colpo al cerchio e uno alla botte, si muove comunque in un territorio intelligentemente onesto di cui approvo molto dell’analisi ma non le conclusioni (sempre che le si possano considerare tali).

Se il velo di luce che Agamben considera essere l’abito adamitico, oppure il confine fra il lembo della veste e la pelle che genera la bellezza desiderabile dell’erotismo possono essere la via civile della sublimazione del desiderio, questi hanno ben poco a che vedere con il “porno” di cui condivido l’espressione che citi.

Va sottolineato che il porno (non-grafico) non ha nulla a che fare con l’idea di bellezza più di quanto la caramella attenga al desiderio quando privata di cofanetto e incartamento. Tuttavia, anche biblicamente, esso attiene quanto mai al vero del peccato. Il peccato è aver disvelato la conoscenza del bene e del male offerta dal serpente seduttivo, altrimenti nascosta alla vista dall’abito adamitico, allora, e dal bel vestire di oggi.

Proprio come l’abito, è la bellezza, essendo principalmente seduzione, ad essere illusione, il velo – non tessuto nella grazia – ma quello di maya, della “malia”.

È quindi normale che Byung-Chul Han non citi Battaille o il Klossowski con il suo “prochaine” Sade.

Il pornografico è contatto fra occhio e immagine: è crudo come certi reportage di guerra che non possono essere guardati perché infrangono il quieto vivere del beghino che non vuole il vero, ma il “riferito” il riportato.

Il pornografico conduce alla verità insita nella rassegnazione che il peccato alberga in ognuno di noi ma che è anche l’ultima cosa che vogliamo guardare.

Senza la morte e senza il male nella loro pornografica crudità come umani perdiamo di senso.

E allora possiamo dare un nome diverso al genocidio medio-orientale o allo spolpamento che gli avvoltoi democratici chiamano liberazione nel granaio d’Europa.

Pertanto il porno è il senso opposto alla falsità della bellezza.

È semantica o simulacro contro la bella forma o stile.

La bramosia per il porno che diventa pornografia è al contrario l’attrazione verso il fango da cui venimmo creati come golem di Praga in attesa del verbo.

Il disprezzo per questa pornografia ma il coraggio di guardare il fango per quello che è, ovvero sacri ficio, altresì detto trasmutazioneNigredo, “Opera al Nero” alchemica sofferenza tollerata solo per potersi avvicinare alla trascendenza da “mondo di merda” o esilio gnostico in cui siamo condannati a vivere illusi da apparenti veli di seduzione estetica. Questa “via del porno” e non la semitica ermeneutica benpensante agambenjaminiana che ispira Byung-Chul Han : è la via del sacro.

Il crocifisso nudo vestito solo del proprio stesso dolore e della ancor più amara disperazione qui accolto solo dai pianti delle madri e non certo dai compiacimenti degradanti a luci rosse del teatro del dr. Guillotin:

Che cosa può esserci di più pornografico e quindi vero e sacro della Passione di Cristo?»

da Medium.com

Algoritmi e rimozione della storia

Algoritmi e rimozione della storia

Una ricerca del Brownstone Institute, un centro di ricerca indirizzato a preservare i contenuti dalla censura e dalla rimozione per vedere la luce del giorno. sta facendo emergere due tendenze: — La prima è che esistono strumenti algoritmici che, pur non cancellando esplicitamente i contenuti, ne compromettono significativamente la rintracciabilità creando quello che può essere definito un meccanismo di “quasi-censura”. — In altri termini gli algoritmi oggi mirano a rendere alcuni contenuti virtualmente invisibili. Tutto questo non è facilmente controllabile. L’unica vera cura è la concorrenza fra più piattaforme, ma, proprio considerando youtube, questa è in una posizione assolutamente dominante.
dati contrari alle decisioni del potere, anche a livello scientifico, rischiano di sparrire o, semplicmente, di diventare introvabili. Per questo alcuni soggetti come lo stesso Brownstone hanno rinunciato a pubblicare su YouTube in favore della piattaforma analoga ma priva di censura Rumble, ben consapevoli che in questo modo finiranno per sacrificare un vasto pubblico riuscendo in compenso a vedere i loro contenuti sopravvivere per vedere la luce del giorno. — Un esempio di quanto accade con gli algoritmi odierni può essere rappresentato dall’intervista di Joe Rogan con Donald Trump. Questa ha collezionato la sorprendente cifra di 34 milioni di visualizzazioni prima che YouTube e Google modificassero i loro motori di ricerca per renderli difficili da scoprire, imputandola ad un bug — subito corretto dopo l’elezione di Trump — che ha disabilitato la visualizzazione del materiale del candidato, compresa quessta intervista, per la quassi totalità delle persone. Come conseguenzaa di questo fatto, Rogan si è trasferito sulla piattaforma X per riuscire a pubblicare tutte e tre le ore dell’episodio. Navigare in questo SOTTOBOSCO di censura e quasi-censura è diventato parte del modello di business dei media alternativi. — Un altro esempio di come strumenti occulti influiscano sulle nostre conoscenze e sulla consapevolezza è costituito dalla manipolazione delle metriche. Queste consentono, basandosi su un’aggregazione di dati che indicano l’utilità di un risultato di ricerca agli utenti di Internet studiando il comportamento dell’utente, dai collegamenti, dalle citazioni e così via. Google ora utilizza metriche molto diverse per classificare i risultati di ricerca, comprese quelle che considera “fonti attendibili” e altre determinazioni opache e soggettive. — Prima del 1999 esisteva un servizio noto come Alexa che classificava i siti Web in base al loro traffico. In quell’anno questo venne acquistato da Amazon. Alcuni si chiedevano il perché ma poi si rispondevano che Bezos aveva fondi infiniti da sprecare. Poi, nel 2014, 15 anni dopo aver acquisito il servizio di ranking, Amazon ha rilasciato il suo assistente domestico (e dispositivo di sorveglianza) con lo stesso nome e poi, nel 2022, ha rimosso del tutto lo strumento di classificazione web. Non l’ha venduto. Non ha alzato i prezzi. Ci aveva speso un bel po’ di quattrini e quindi veniva da pensare che avrebbe potuto recuperarli o addirittura guadagnarci. Invece… Non ci ha fatto niente. All’improvviso lo ha oscurato. Lo ha fatto diventare completamente buio. Nessuno riusciva a capire il perché. Era lo standard del settore e all’improvviso se n’era andato. Se fosse stato solo per l’omonimia con il dispositivo Echo di alternative ce ne sarebbero state molte, ma evidentemente l’obiettivo era un altro: pilotare meglio quello che le persone potevano vedere e comprare. — Non è un caso che tutti questi eventi abbiano avuto luogo in un determinato periodo storico. Tutta questa corsa alla cancellazione del ricordo storico è, non casualmente, accelerata dopo la vicenda epidemica del 2020. Questo non è casuale e dovrebbe far riflettere profondamente su cosa possa essere quello che cerchano di cancellare.

  • La seconda consiste nella rimozione della memoria che permette una ricostruzione arbitraria della storia.
  • È un fatto che, se un tempo la storia veniva conservata sulla carta (pergamene, tavole di pietra ecc…), da circa 30 anni il digitale è diventato il nuovo archivio del mondo, compresa una notevole azione retroattiva.
  • Un esempio eclatante è costituito dalla difficilmente casuale cancellazione quasi contemporanea della cache di Google e dell’attacco informatico al servizio Archive.org.
  • Quest’ultima è una piattaforma che esiste dal 1994. Dal momento che nessun sito web su Internet viene archiviato in modo eternamente disponibile per gli utenti, possiamo dire che l’intera memoria del nostro principale sistema informativo è solo un grande buco nero in questo momento. Archive.org era nato per sopperire a questa fondamentale necessità, archiviando una grandissima fetta dei contenuti apparsi in rete.
  • L’8 ottobre 2024, il servizio è stato improvvisamente colpito da un massiccio attacco DDOS che, non solo ha interrotto il servizio, ma ha introdotto un livello di fallimento che lo ha quasi eliminato completamente. Lavorando 24 ore su 24, Archive.org è tornato come servizio di sola lettura dove si trova oggi. Tuttavia, è possibile leggere solo i contenuti che sono stati pubblicati prima dell’attacco. Fatti come questo ci mostrano come l’intera Internet può essere già fin d’ora censurata in tempo reale e che chiunque nel settore dell’informazione può farla franca con qualsiasi cosa e senza farsi scoprire. Considerando che Google ha offerto per molti anni una versione memorizzata del collegamento nella propria cache giusto sotto il link attuale. Loro non hanno certo un problema di spazio ma ora quel servizio ora è completamente scomparso. E questo è successo soltanto una o due settimane prima del crash di Archive.org, alla fine di settembre 2024. In definitiva i due strumenti disponibili per la ricerca di pagine memorizzate nella cache su Internet sono scomparsi a poche settimane di distanza l’uno dall’altro e a poche settimane dalle elezioni del 5 novembre.
  • Va detto che senza questi archivi diventa impossibile:
    • Verificare dichiarazioni precedenti di istituzioni, per cui ognuno può dire quello che vuole, senza che questo sia verificabile. Ad esempio un Presidente del Consiglio può dire impunemente di non aver reso obbligatori i vaccini, se non c’è un ricordo storico-documentale del fatto;
    • Documentare cambiamenti nelle narrative ufficiali • Ricostruire contesti storici recenti e fattuali, come, ad esempio, ricostruire i dati relativi alla sicurezza.
  • Ricercatori e storici perdono la capacità di confrontare contenuti nel tempo, compromettendo fondamentalmente il principio di trasparenza informativa.
  • In questo contesto diventa sempre più necessario che la permanenza e l’immutabilità dei dati nel tempo diventi un valore assoluto che deve essere tutelato da una pluralità di soggetti: stati, single persone, singole istituzioni devono far si che la memoria dei dati di internet non sparisca, ma diventi qualcosa di immutabile e assoluto nel tempo. Guardatevi attorno: dai tempi dei boomers e prima ancora, il trasferimento diacronico delle conoscenze, la loro storia e gli insegnamenti storici nelle scuole sono dimagriti all’osso ed in molti casi sono scomparsi, come nel caso della storia della medicina che condiziona la salute di tutti noi. C’è una volontà di affermare che non c’è necessità di sapere altro che quello che viene definito vero, reale e importante dai media e dalle istituzioni che sanciscono e controllano il sapere e le scienze qui e ora; oggi e al massimo pochi anni addietro. La Storia deve diventare un diritto dell’umanità! Bisogna difenderla, presidiarla, affermare in ogni istante questo principio

Dal fuoco al crogiolo

Dal fuoco al crogiolo

 

Il Crogiolo è il tipico vaso cinese a tre piedi che veniva tradizionalmente utilizzato per le offerte sacrificali agli antenati. Per questo il suo significato simbolico è collegato al nutrimento spirituale e non a quello alimentare

La consultazione di oggi ha una peculiarità che mi porta a commentare due figure e non una soltanto.

Il passaggio dal fuoco al crogiolo rituale ha uno sviluppo perfino coerente ed esteticamente interessante che si basa sulla trasformazione delle prime due linee mutevoli.

Per questo inizierò proprio da queste ultime per poi arrivare agli esagrammi primari: quello attuale e quello evolutivo.

I Mutamenti

Nove all’inizio significa:Le orme s’incrociano per tutti i versi.
Accudendo con serietà: nessuna macchia

Come si fa a vedere la luce? La domanda sembra paradossale, eppure la luce è ovunque, perfino in minima parte nell’oscurità. Sono i nostri occhi a determinare la sua presenza, ma nessun altro organo di senso può individuarla: non avendo corpo non la si può toccare e, a meno di non trasformarla con moderni strumenti elettronici, non la si può certo udire. Al suo primo comparire del nostro sguardo, le immagini non hanno ancora forma: non ce ne accorgiamo neppure più di quei pochi secondi in cui apriamo gli occhi, ma inizialmente gli oggetti illuminati non prendono ancora forma. È come se un turbinio di luci ruotasse tutto attorno a noi perché il cervello desse loro forma.

Il neonato inizialmente percepisce con lo spirito, con gli organi dell’anima appena prende contatto con il mondo, assieme al primo respiro. Poi rientra nel corpo e ci vorranno mesi perché riesca a percepire gli oggetti. I più fortunati che vengono ancora allattati al seno hanno la mammella come primo oggetto e lo percepiscono in forma tattile. Per questo è proprio la suzione che il piccolo userà per mettere a fuoco lentamente gli oggetti e li percepiscono come qualcosa che emerge, che “risalta” (“Il Risaltante” è forse il significato più adeguato per l’esagramma 30) dall’insieme. Le piccole “apine” che girano sulla giostrina sopra la sua culla sono fra i primi esercizi di percezione. Per tutti i versi s’incrociano le tracce delle impressioni. È un vero impegno, un importante sforzo quello di acquistare la chiarezza necessaria per affrontare le numerose impressioni che arrivano da tutte le parti. L’inizio contiene i germi di tutto ciò che seguirà. Per questo è scritto “Le orme s’incrociano per tutti i versi.“.

Proprio come il grande lavoro del neonato, cogliere ciò che emerge, ciò che risalta, occorre accudire con serietà a questo impegno iniziale.

In questi giorni attorno a noi si agitano eventi, impressioni, fatti caotici che comportano un grande sforzo, un lavoro titanico per cogliere quello che può emergere da questo caos che turbina per ogni dove. Possiamo ritenerci incapaci e provare perfino esasperazione per l’incapacità. Non è colpa nostra se non ci riusciamo. Bisogna avere pazienza ed essere tenaci nel farlo. Poco alla volta vedremo emergere dal calderone ribollente il contenuto, il significato di questo nostro tempo. Poco alla volta troveremo il senso dell’esagramma che tutto subito può sembrare poco attinente alla domanda. Meditare contemplando l’immagine e quindi la situazione vedremo risaltare la forma soggiacente. Occorre però che non ci attacchiamo a quello che spunta fuori; non dobbiamo pensare che le prime forme siano quelle definitive. Dobbiamo continuare a contemplare senza cercare di concludere; sarà la forma stessa ad esprimersi da sola senza che si cerchi di forzare ad ogni costo un contenuto della nostra mente che sarebbe solo un pregiudizio legato ai tempi ormai conclusi. Il risaltante è un tempo nuovo; quello passato non esiste più. È l’infanzia di un’era nuova: né buona né cattiva, essa necessita solo di essere riconosciuta più che conosciuta; ha bisogno di scoprire sé stessa ed averci come amici più che come coloni, altrimenti si rivolgerà altrove, magari proprio lì dove non vorremmo che finisse.

Sei al secondo posto significa: Splendore giallo. Sublime salute.

 

Quando la notte termina e il giorno non è ancora iniziato, le prime luci dell’alba non sono ancora nette: sono come Le rayon vert, il raggio verde del film di Éric Rohmer, quello che compare per una frazione di secondo proprio mentre il sole sta calando dietro l’orizzonte. Gli spiriti elementari turbinano nell’avvicendarsi degli eventi, nel passare da un momento all’altro della giornata, proprio come una delle catastrofi strutturali descritte dal matematico René Thom, il frangente durante il quale la goccia d’acqua al contatto con la corrente gelida si trasforma in neve o in chicco di grandine, essendo sempre la stessa, ma diversa da se stessa.

Dopo di che il sole prende il sopravvento e gradualmente irradia tutto di giallo splendore. Lo splendore giallo è l’emergere della cultura, l’inizio dell’agire consapevole, quello della maturità. L’uomo nuovo comincia a vederci chiaro e quindi a potersi muovere nel nuovo ambiente. Niente è come prima, ma nello stesso tempo, come dice Il Gattopardo, «Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi». Viviamo nell’incertezza anche se le cose ci sono chiare. Abbiamo un giorno di tempo per agire e per influenzare gli eventi prima che torni la notte ancora una volta e solo quello che avremo fatto in questo lasso di tempo determinerà la qualità del nostro riposo notturno e quindi la preparazione per un giorno ancora nuovo, anche se uguale a se stesso.

30. Li — Il risaltante, il fuoco l’aderente

«Il segno semplice Li significa ″risaltare″, ″spiccare″, ″allontanarsi ma di poco″, ″aderire″, ″essere condizionati″, ″basarsi″, ″essere fondati su qualcosa″, ″chiarezza″» (RW)

La sentenza: Il risaltante. Propizia è perseveranza.Essa reca riuscita.Cura della vacca reca salute.

L’immagine: La chiarità sorge due volte: l’immagine del fuoco. Così il grand’uomo illumina continuando questa chiarità le quattro regioni del mondo.

«Tutto ciò che splende nel mondo dipende da qualche cosa da cui scaturisce onde possa, distaccandosene, splendere durevolmente. Il sole e la luna risaltano nel cielo; grano, erbe ed alberi sorgono dalla terra. Così la doppia chiarezza dell’uomo chiamato ad agire risalta dallo sfondo di giustizia e può formare il mondo (…) La vacca è il simbolo dell’ estrema arrendevolezza. Coltivando in sé questa arrendevolezza e questa volontaria dipendenza, egli acquista chiarezza che non ferisce, e trova il suo posto nel mondo. (…) Ognuno dei due segni singoli rappresenta il sole nel corso di un giorno. È dunque rappresentata l’attività ripetuta del sole. Con ciò si accenna all’azione della luce nel tempo. Il grande uomo continua l’opera della natura nel mondo umano. Per la chiarezza della sua indole egli produce una sempre maggiore espansione della luce ed una sempre maggiore penetrazione interiore della natura umana» (RW)

La trasformazione: 50. Ting — Il crogiolo

La sentenzaIl Crogiuolo. Sublime salute. Riuscita.

L’immagineAl di sopra del legno vi è fuoco: l’immagine del crogiuolo. Così il nobile assestando la posizione consolida il destino.  

Quando cessa l’attaccamento, la mente è pacificata e riesce ad accettare il divenire per come si presenta, senza per questo cessare di agire. È come un fiato regolare, una brezza che fa sì che il fuoco del logos, dello spirito divino che ci collega agli antenati  non cessi di riscaldare l’anima. Il crogiolo è la continuità del futuro con il passato, con il senso del tempo.

 

«Il crogiuolo, gettato in bronzo, era l’utensile che nel tempio degli avi e nei banchetti conteneva i cibi cotti. Da esso il padrone di casa attingeva le pietanze da mettere nelle scodelle degli ospiti (…) Ciò che alimenta il crogiolo è la componente culturale della società, ciò che serve d’alimento alla fiamma, allo spirituale. Tutto ciò che è visibile deve superare se stesso addentrandosi profondamente anche nell’invisibile. Il crogiuolo serviva per sacrificare a Dio. La più eccelsa cosa terrena deve essere sacrificata al divino. Nascono allora l’illuminamento interiore e la vera comprensione del mondo (…)

Anche nell’uomo c’è un destino che conferisce alla sua vita la forza. E quando si riesce ad assegnare alla propria vita e al destino le loro giuste posizioni, consolidiamo il destino, e ne risulta allora la compenetrazione della vita col destino» (RW)

Il segreto delle premesse

Il segreto delle premesse

Il cosiddetto “Uovo di Colombo”

Nelle nostre piccole vite diamo come al solito grande importanza alle soluzioni, al Dio generato dalla macchina, all’innovazione.

Quasi mai ci soffermiamo abbastanza a lungo sulle premesse.

Comprendere correttamente le premesse spesso non richiede più un ulteriore lavorio inventivo: di molte cose non avevamo bisogno; molti bisogni erano sbagliati; dar retta ad alcuni di questi spesso ha generato disastri planetari.

Quando insegnavo, gli allievi si concentravano sempre sull’intervento tecnico risolutivo, mentre io, sadicamente, fornivo loro false tracce che richiedevano un’approfondita e faticosa indagine, che tutti driblavano ciechi e con disappunto.

Quella che ingenuamente chiamiamo “Intelligenza Artificiale” riferendoci alle tante varianti del Chat GPT, è un’importante tecnica sintattica, priva di bagaglio semantico reale e che quindi è costretta a prenderlo in prestito, incapace di una vera euristica e men che meno di doti ermeneutiche. Il vero problema è che sono pronto a scommettere che sono pochi gli utilizzatori di chatGPT ad essere in grado di comprende il senso della frase appena formulata.

Per questo, ad occhi incapaci di un vero sapere che trovi fondamento nella comprensione accurata delle premesse, questo tipo di artificialità non potrà che apparire intelligente.

A tale proposito è normale che un bot, per quanto molto superficiale, si riveli decisamente più capace dell’uomo della strada, del tuo capo ufficio e di gran parte dei politici e degli amministratori delegati di aziende.

Ecco quello che ne “pensa”:

In questo contesto, un essere umano potrebbe dire che ChatGPT e altri modelli di linguaggio sono progettati per generare testo coerente e plausibile sulla base dei dati di addestramento che hanno ricevuto. Questi modelli possono essere molto bravi nel generare testo che suona naturale e può anche sembrare avere una comprensione semantica del contenuto. Tuttavia, la loro capacità di comprendere il significato profondo del testo è limitata e dipende dai dati di addestramento che hanno ricevuto. Inoltre, questi modelli non hanno una vera e propria capacità euristica o ermeneutica. Spero che questo ti aiuti a capire meglio la questione. 😊

Detto in altri termini, da premesse sbagliate possono generarsi affermazioni sbagliate e perfino disastrose, per quanto plausibili.

Dove va a pescare il bot? Quelli più seri attingono per l’80% da Wikipedia e per il resto da fonti di contenuto date per esperte da qualcuno e soprattutto libere dal copyright. Senza queste fonti disserterebbe sul nulla. Fonti che qualche sherpa o peone della rete fornisce gratuitamente per guadagnare un personal brand inutile come la medaglia o la coccarda vinta alle elementari.

D’altronde, per il momento almeno, il danno maggiore non lo producono questi motori sintattici, quanto le solite fonti di informazione: giornali e soprattutto TV. Punteggiature ed enfasi scorrette a notizie parziali mostrate da punti di vista sempre di parte attivano al cervelletto delle tante famiglie Simpson attaccate all’etere come ad una flebo che, nonappena lasciate libere di contagiare gli ambienti del paese carichi di altri credenti del luogo comune, producono massicce quantità di stercopinioni ricche di convinzione.

Non importa che si conosca la realtà. Non è questo a fare la vera differenza. Quello che importa è sempre e solo che si sia capaci, prima di leggere la risposta del bot, artificiale o organico che sia, quanto sono state prese in considerazione ed analizzate le premesse.

  • Da premesse corrette nascono sviluppi preziosi.
  • Da premesse di 💩 un mondo letamaio.
  • Da premesse scorrette una reazione a catena di errori all’ennesima potenza.
  • Da premesse nucleari, come quelle dei gestori di Chernobyl, catastrofi planetarie.

Quale di queste strade intraprenderà l’utilizzo che faranno i nostri Homer al comando e al consumo delle possibilità fornite da bot e AI?

Fare sempre molta attenzione a ciò che si domanda ai geni artificiali

https://telegra.ph/Il-segreto-delle-premesse-06-08

La psicologia omeopatica

La psicologia omeopatica

Spunti meticci

Da alcune settimane — e con accresciuta flemma — ho ripreso a seminare alcuni dei tanti argomenti che un cane meticcio come il sottoscritto non ha mai avuto occasione o voglia di condividere.

Si tratta di due filoni in via di estinzione. Così è già da un po’ per l’omeopatia, dovunque tacciata d’essere pseudoscienza (come se dopo tutto quello che abbiamo visto dal COVID in poi dovessimo considerare la cosa offensiva!) dai più letta come circonvenzione d’incapaci. Lo stesso però sta avvenendo per la psicoterapia che, a rigore di logica secondo il noto verdetto di Popper, meno pseudoscienza non è e sicuramente lo sono gli approcci meno blasonati o oggetto di raccomandazione della jet scociety.

I primi pezzi che nascono per il podcast questa volta li trovate anche in video e in articolo (portate pazienza per i molti refusi).

Per l’occasione lascio qui in dono un’anteprima testuale della prossima registrazione.

I temperamenti delle stricnacee su Telegraph.

Testi precedenti:

Recalcati mi ha preso l’idea

Recalcati mi ha preso l’idea

Recalcati Podcast

Avevo da poco cominciato a scrivere un libro (chi mi conosce sa che non l’avrei mai finito) e l’avevo intitolato “Frammenti di un discorso erotico pornografico” in onore di Roland Bartes e Georges Bataille ed ecco che Massimo Recalcati (uno che finora non mi era mai piaciuto come gran parte dei post-lacaniani) se ne esce con il suo podcast il cui primo episodio tocca proprio il mio cavallo di battaglia “La sessualità umana è sempre perversa“. E vero che io mi spingevo molto oltre (vedasi la parentesi precedente), però adesso mi tocca ascoltare prima cosa dice lui. E perfino fargli pubblicità: ascoltatelo e e fatemi sapere.

😉

Ogni giorno è una persona nuova

Ogni giorno è una persona nuova

Quello che si sveglia ogni giorno è un altro me.

Teso fra un passato che è una condizione, una nostalgia e un ripensamento e un futuro di speranza e timore, anche se uguale a se stesso, nonostante l’ossessione al progetto e alla storia, l’unico me è oggi e morirà dolcemente ansioso stanotte.

Pagine per grandi sfigati

Pagine per grandi sfigati

Mi sto divertendo a fare uno di quei siti che sono un po’ un libro di frammenti.

L’occasione mi viene data da un dominio offertomi da un Host dove voglio spostarne uno vecchio, aiuti.com (a proposito: è possibile che per qualche tempo gli indirizzi email che fanno capo a quel dominio non funzionino per un po’).

Sono in una fase della vita in cui non ho più voglia di comunicare cose di testa, ma — al massimo — quelle di pancia e per questo ho creato…

Sfigati e siamo i migliori
«A volte sei tu che mangi l’orso e altre volte è l’orso che mangia te. Prendila come viene»

(da “The Big Lebowski”)

È una comunità per chi ha nausea del cool che avanza, dei normali, di quelli che guardano Sanremo, che piangono per le celebrità che muoiono e che non perdono un talk show o i post del cazzo sui social.

Non l’ho ancora perfezionato, ma chiunque si senta anche solo in parte nella tipologia è il benvenuto, specie se si iscrive e contribuisce con la sua di pancia.

C

Ora su YouTube

Ora su YouTube

Ho creato due nuovi canali per i podcast filmati su YouTube come alcuni amici richiedevano o suggerivano.

Il primo si chiama Mente & Realtà ed ospita tutti i miei filmati pregressi di natura psicologica e probabilmente seguiterà a farlo nel prossimo futuro.

Il secondo è ancora sperimentale ed è dedicato alla pubblicazione dei podcast di Divergente.

Fatemi — se volete — sapere che cosa ne pensate.

Ennio

Elon Musk o “La bolla che verrà (parte seconda)”

Elon Musk o “La bolla che verrà (parte seconda)”

c:\>07 Tutto ebbe inizio all’attacco della “Banda TNT” al Campidoglio, ma in realtà fu molto prima

Alla scomparsa di Steve Jobs, l’uomo che, pur non avendolo inventato, cambiò la faccia del mondo per come lo conoscevamo — seppure quello che divenne non fu ciò che avrebbe sperato — l’occidente disorientato dal lutto aveva un terrificante bisogno di sperare in un’alternativa (sapendo bene che non sarebbe più potuta arrivare dagli eredi di Apple). Non credo che lui fece molto per sobillare la cosa, ma di fatto il mondo tecnologico cominciò a scegliere lui, Elon Musk, un ultra-ingegnere sudafricano dalla natura decisamente boera in un paese controllato da lobbies aschenazite di cultura yiddish (in fondo entrambi i casi passavano per l’Olanda), che si era fatto strada aprendo e vendendo idee imprenditoriali con fondi fantasma o “amichevoli”. Ma questo ve lo lascio cercare fra l’ampia e controversa letteratura sul personaggio. Ora torniamo ai Social e al controverso rapporto con il patron di Tesla e Starlink.

Turbative fra divertimento e guadagno

Elon dev’essersi accorto di questo bisogno del mondo consumistico di un profeta di riferimento e in fondo non ha né sottoscritto né rifiutato la scomoda eredità di Jobs, ma il suo rapporto con i media sembra essersi intensificato gradualmente dopo la di lui scomparsa.

Il grande exploit è avvenuto all’inizio del 2021 quando ha usato Twitter, dove già era stra-seguito per un endorsement in favore di un altro social, quasi per niente conosciuto da noi ma molto usato oltre oceano, Reddit. In particolare Elon Musk ha incoraggiato gli acquisti con un tweet in cui segnalava il canale degli investitori amatoriali Wallstreetbets. Questo gruppo di incursori azionari ha provocato un volume significativo di messaggi e meme volti a spingere per comprare azioni di GameStop scoprendo che l’operazione ha funzionato in men che non si dica. A questo punto ecco entrare in campo anche Elon Musk decisamente divertito ad incoraggiare gli acquisti sui social. Bersaglio di queste operazioni in stile Robin Hood la sempre più evidente pantomima del denaro di fatto usato in maniera spudorata dai grossi fondi e dalle principali banche di investimento. È stato un po’ come per i primi tempi delle criptovalute poi digerite e catabolizzate dal sistema come il caso di apertura della prima parte di questi articoli.

Però Musk è andato oltre cominciando a prendere il giro il mondo dei media e in particolare dei social media, trattandoli da pecoroni e mostrando nel contempo quanto rapidamente il mercato azionario cadesse nelle sue trappole e quindi la sua ridicola credibilità. E allora perché non sparare 43 miliardi per Twitter? Ma andiamo per ordine.

Pochi giorni dopo essere stato eletto “Persona dell’anno” dalla rivista TIME jobs ha ringraziato il circo mediatico con questo tweet: “Sto pensando di lasciare il mio lavoro e diventare un influencer a tempo pieno, cosa ne pensate?

Sempre rivolgendosi ai suoi followers ha chiesto se avrebbe fatto bene a donare il 10% delle sue azioni di Tesla e quando il 60% degli utenti aveva risposto di essere d’accordo ha iniziato a cedere un po’ di quote, facendo però crollare il titolo dell’azienda in borsa. Ma lui non ci ha fatto gran che caso. E ancora, dopo l’exploit di diventare influencer Elon Musk ha cambiato la sua bio in “venditore di profumi” con il risultato di riuscire a vendere in soli due giorni 20mila bottigliette della fragranza “Burnt Hair”, vale a dire “Capelli Bruciati”, al costo di 100 dollari ciascuna. Il profumo è stato presentato come “l’essenza del desiderio ripugnante”.

Un po’ di giorni dopo eccolo ancora sputare in faccia ai social un’ulteriore perturbazione: “Next I’m buying Coca-Cola to put the cocaine back in”, ovvero afferma che il suo prossimo passo sia quello di voler acquistare l’azienda Coca-Cola, per poter rimettere all’interno della famosissima bevanda la cocaina come avveniva ai primi tempi della produzione.

Elon Musk è indubbiamente uno che twitta tantissimo: circa 5mila cinguettii l’anno, secondo il Wall Street Journal di qualche tempo fa, e l’impennata è avvenuta fra 2015 e 2016 in occasione del lancio di alcune auto di Tesla, e soprattutto lo fa in modo che quasi il 75% dei suoi tweet sono reply ai cinguettii di qualcun altro (cosa che quasi nessun influencer si sporca le mani a fare), anche a perfetti sconosciuti, usando un linguaggio semplice e colloquiale, spesso scherzando o scrivendo sciocchezze che poi magari gli si ritorcono contro.

Ecco alcuni esempi: nel 2015, twitta che “le voci secondo cui sto costruendo un’astronave per tornare su Marte, il mio pianeta natale, sono prive di fondamento”.

Mentre uno dei suoi razzi tenta il rientro sulla Terra promette che “se questa cosa riesce, mi regalo una Tana del Vulcano”: il riferimento è al rifugio del perfido Dr. Male nel film Austin Powers. Questa veste diabolica di maligno il cattivo dei social sembra non aver mai smesso di piacergli: “Un assaggio di vino rosso, un disco vintage, un po’ di Ambien… ed è subito magia” (l’Ambien è un sonnifero molto diffuso negli Usa).

Il 2018 è l’anno dell’apocalisse zombie e la Boring Company (un’altra delle sue aziende) presenta un prototipo di un lanciafiamme, che li combatterebbe con efficacia: “Quando arriverà il momento, sarai felice di averlo comprato. Potrai sterminarli in massa, o ti ridiamo i soldi indietro”. Poco dopo, la scherzosa retromarcia: “Quest’idea che io stia lavorando per dare vita a un’apocalisse zombie e fare crescere la domanda dei lanciafiamme è priva di fondamento”.

Per il Pesce d’Aprile twitta che Tesla è in bancarotta facendosi fotografare svenuto accanto a una delle sue auto. In Borsa la compagnia perde il 7% del suo valore. In seguito rincara la dose affermando di star pensando di privatizzare Tesla e toglierla dal mercato azionario, finendo però sotto indagine della Sec (la Consob americana) e a pagare una multa di 20 milioni di dollari.

Annuncia in seguito il sostegno economico ad un gruppo musicale che lotta contro l’Fbi e il software di riconoscimento facciale: “Comprerò tonnellate del vostro merchandising”, ma poi è costretto a scusarsi per aver dato pubblicamente del pedofilo al sommozzatore britannico che si era offerto di salvare 12 giovani calciatori thailandesi rimasti intrappolati in una grotta sotterranea: è uno dei pochi tweet che ha dovuto cancellare.

Nel 2019 cinguetta “bombardiamo Marte!”, con il fine di riscaldare il Pianeta Rosso colpendolo ai poli con ordigni termonucleari; sul negozio online di SpaceX la maglietta Nuke Mars è ancora in vendita e costa 30 dollari.

In tempi di COVID ha elogiato le scelte della Svezia, ha litigato pesantemente con Bill Gates integrando poi la cosa con un divertente “le voci secondo cui io e Bill siamo amanti sono totalmente infondate”.

Ha pubblicato una foto della Luna accompagnata dalla scritta “Occupiamo Marte”; ha dato “tutto il mio sostegno” al rapper Kanye West quando si è candidato alla presidenza degli Stati Uniti; ha scritto: “secondo me il prezzo delle nostre azioni [Tesla] è troppo alto”.

Il 2021 è l’anno del suo debutto su Clubhouse, divenuto febbrilmente celebre in men che non si dica per poi cadere nel dimenticatoio, e dei tanti tweet sulle criptomonete, da Bitcoin e Dogecoin, fatte sprofondare o salire di valore a seconda che le criticasse o le esaltasse.

Già più serie sono le boutades come quando è detto pronto a dare all’Onu 6 miliardi di dollari per sconfiggere la fame nel mondo, ma con un vincolo che è una bomba a orologeria: l’Onu dovrà dimostrare intanto come quel denaro risolverà davvero il problema e, sta qui il punto di crisi, dovrà rendere pubbliche le spese giustificando le spese dollaro per dollaro con un sistema di contabilità open source in cui tutti i cittadini del mondo potessero verificare centesimo dopo centesimo come vengono spesi i soldi.

Insomma, sembra dire Musk, che farsene dei soldi se non ti permettono di divertirti “ai confini della realtà”? Tutto questo prima di invischiarsi nell’affaire Twitter.

L’incredibile Twitter

Il 2020 fu l’anno dell’esplosione del COVID e con esso il ritorno in voga della censura. Non quella verso il porno, ma quella verso le proprietà e la pretesa di libertà. I cavalieri di questa schifosa restaurazione sono presto diventati i media. Gente compromessa per la manipolazione delle elezioni e il calpestio di ogni diritto della privacy si sono sentiti in diritto di oscurare account, sospenderne altri, cancellare post senza in alcun modo sentirsi in dovere di offrire spiegazioni. Con buona pace di utenti singoli come il sottoscritto che ben presto ha rimosso radicalmente sul sito il proprio account WhatsApp e ha smesso definitivamente da allora di utilizzare Facebook e LinkedIn (Twitter già lo usavo molto poco) decidendo di essere presente UNICAMENTE SU TELEGRAM E SU WORDPRESS, per alcuni soggetti, soprattutto chi lavora con le notizie o con il proprio branding si è trattato di un vero e proprio ricatto: se non le condividevi su Facebook (per non citare la tagliola di Google) le tue notizie non le guardava più nessuno. Fu poi la volta delle fake news e dei fact checker spesso vere le prime e false quelle dei secondi. E allora, viva Elon Musk! 

A questo proposito il fatto determinante fu l’attacco del 6 gennaio 2021 svoltosi al Campidoglio ultimamente aggravato dall’invasione dell’FBI nella casa di Trump con il sequestro dei suoi documenti. Che fosse Trump ad organizzare la marcia direi che c’è ben poca credibilità, mentre è indubbio il costante supporto dei social, primo fra tutti proprio Twitter, per ogni tweet e per ogni occasione per attaccare, squalificare, insultare quello che in quel momento era il presidente dello Stato con maggior potere al mondo. Ora che il presidente ha dimostrato in più occasioni di dar prova di scarsa presenza mentale (sforzo notevolmente la mia propensione enfatica) non si vede quasi nulla. L’evidente endorsement molto più clintoniano (i veri burattinai del volto presidenziale) che dem – e mai di certo minimamente liberal — si può immaginare abbiano fatto un giorno imbufalire il nostro Musk. “Ma come possono permettersi questi despoti della mutua di bannare un Presidente della Repubblica? Chi si credono di essere?”. Da qui all’ “Allora io vi compro in un battibaleno”. Poi forse se n’è pentito ma era già tardi: aveva sfidato l’establishment bancario-clintoniano. E allora, visto che la frittata è fatta, tanto vale giocarsela fino in fondo. Posti come Twitter erano macilente anagrafi di migliaia d’imbucati politici partigiani. Come si può fare a separare il grano dalla paglia? Tanto vale licenziarli quasi tutti per domandarsi solo dopo quali avrebbe avuto senso riprendere. Di certo fra le prime a cadere fu la rappresentante degli affari legali, una delle principali portavoce dell’ancient regime. E poi tutte le dirigenze.

Una sveglia ai burocrati che arriva dall’imprenditore è quella di dimenticarsi il posto fisso perché protetto dalla politica. Subito ha fatto presente che Twitter è un’azienda che in questo momento non naviga in buone acque e che quindi rischia da un giorno all’altro la bancarotta. Da quando è arrivato, Musk ha ridisegnato le politiche di Twitter per i suoi dipendenti, chiedendo loro di fare turni di 12 ore e ribadendo alla riunione di tutti i dipendenti che tutti devono lavorare da un ufficio o andarsene.

Musk è consapevole che non può di punto in bianco rendere Twitter un servizio ad esclusivo pagamento e allora si inventa la spunta blu, il sistema attraverso cui poter autenticare l’identità di taluni profili. Se tale certificazione era originariamente condizionata dalla discrezione editoriale del portale, l’avvento di Musk ha fatto sì che chiunque potesse verificare il proprio account, a patto che il soggetto in questione sia dotato di un Apple ID e versi un abbonamento da 7,99 dollari mensili.

A questo punto si sono moltiplicati i profili “Elon Musk” e lui, nonostante si fosse autoproclamato “assolutista della libertà di parola”, ha subito reagito sospendendo immediatamente coloro colpevoli di canzonarlo, introducendo una nuova regola per cui gli account che si fregiano di intenti parodistici non dichiarati siano degni di censura.

Chi di spada ferisce… dice il proverbio che ben si addice al satirico Musk il cui Twitter a questo punto ha vosto esplodere account e Tweet al vetriolo:

“Mi manca uccidere iracheni”, sosteneva un account attribuito all’ex-Presidente USA George W. Bush mentre, parallelamente, un sedicente LeBron James, star del basketball, annunciava la richiesta di trasferimento a una squadra ignota.

L’account fasullo @EliLillyandCo affermava che tale industria avrebbe reso libera e gratuita la distribuzione dell’insulina sul mercato statunitense. Una notizia fenomenale per l’umanità, ma non per la speculazione finanziaria: a Wall Street il titolo è crollato immediatamente, perdendo sul momento miliardi di dollari che sta ora faticando a recuperare. Scena simile anche per l’industria bellica della Lockheed Martin che avrebbe espresso la falsa intenzione di sospendere la vendita di armi all’Arabia Saudita, a Israele e agli Stati Uniti fintanto che non fossero chiarite alcuni aree oscure sul come queste nazioni gestiscono i diritti umani.

Siamo arrivati addirittura ad avere account, ricordiamolo!, sempre certificati di Satana e perfino di Gesù Cristo.

«Dobbiamo decisamente ottenere più soldi di quanti non ne spendiamo», avrebbe dichiarato ai suoi nuovi dipendenti Musk stando a quanto riportato da The Verge. «Se non lo facciamo e si verificasse una gigantesca uscita in negativo, la bancarotta non sarebbe fuori questione. Questa è la priorità». Nel frattempo, gli inserzionisti colgono l’occasione per sospendere gli investimenti.

Insomma, mentre una parte di Twitter starebbe riconquistando un profilo liberal degno dei primi tempi dell’Internet, quelli in cui era garantita dall’Electronic Frontier Foundation, la solvibilità finanziaria sarebbe minacciata proprio da quel sistema che Musk poteva permettersi di irridere quando a pagarlo era il sistema stesso.

Ora Elon è talmente preso da Twitter da perdere di vista addirittura Tesla alcuni dei quali azionisti intentano azioni legali.

Scrive Luca de Biase nel suo blog: «Il sistema dei media è complesso. Tutti gli elementi sono collegati a tutti gli altri in modo diretto e indiretto. Persone e macchine, interfacce e algoritmi, strutture e mode, coevolvono. In modo che qualsiasi convinzione che una certa mossa sia sicuramente – e linearmente – accompagnata da una certa conseguenza rischia di rivelarsi sbagliata e controproducente. In realtà, i media funzionano come un ecosistema. E per leggere la prospettiva in evoluzione dei media, occorre imparare dall’esperienza di chi studia ecologia. Il nuovo inizio di Twitter per ora non è stato altro che una raccolta di pasticci. Ma il nuovo proprietario Elon Musk e i suoi consiglieri potrebbero cogliere un’opportunità insperata per ripensare il servizio in modo coerente con regole e scopi attentamente studiati che siano veramente orientati ai diritti umani. Stiamo parlando del nuovo paradigma normativo deciso dalla Commissione Europea che diventerà l’ambiente legale fondamentale per il digitale, probabilmente non solo europeo. È entrata in vigore la legge sui servizi digitali. È il nuovo regolamento europeo pensato per guidare i servizi digitali verso un maggiore rispetto dei diritti dei cittadini, una maggiore sicurezza delle attività online e una più chiara definizione delle responsabilità dei grandi operatori. Il mondo dei servizi Internet ha goduto della massima deregulation decisa ai tempi di Bill Clinton e Al Gore alla Casa Bianca. Ma nel tempo quella libertà di azione ha generato esternalità negative molto potenti: notizie false e incitamento all’odio, truffe e incertezza normativa, eccessive concentrazioni di potere ed elusione fiscale e così via. Twitter potrebbe sfruttare questa innovazione normativa per scrivere strategie più intelligenti e potrebbe essere la prima piattaforma ad adattarsi in modo proattivo al nuovo contesto normativo. Questa sarebbe una strategia vantaggiosa per tutti. E l’idea proclamata di essere un “assolutista della libertà di parola” ha portato Musk a scontrarsi con la scoperta che ci sono altri diritti umani che devono essere rispettati».

Ma veramente il problema è Twitter?

Come abbiamo scritto nella prima parte FaceBook ha perso molto più di Twitter nonostante le città italiane che maggiormente usano Internet, Bologna e Firenze, lo facciano praticamente passando il tempo incollati ai social — leggi FaceBook e dintorni.

Ma perché non ricordare proprio in pieno Black Friday che la santa Amazon subisce una perdita record con una svalutazione di mille miliardi dai massimi. Una cosa finora mai vista né immaginata! E questa non è tanto una spiacevole notizia per Amazon ma un segnale di caduta a picco della credibilità del mercato consumistico.

Secondo Bloomberg, le prime cinque aziende tecnologiche statunitensi per fatturato hanno perso complessivamente quasi 4.000 miliardi di dollari di valore di mercato.

Se a questa sfiducia perfino caricaturale dovessimo aggiungere la sfiducia per il fattore aggregante e la capacità di condivisione e dialogo, non tanto di Twitter, ma di tutti i social media, compreso il “balengario” di Tik Tok, la questione potrebbe avere dei risvolti drammatici. Se “la gente” (non “le persone”) perdono interesse e fiducia in un fenomeno su cui ormai si basano risparmi, istituzioni, comunicazioni e via dicendo vuol dire che le persone perdono interesse per le persone e diventano definitivamente pessimiste nella possibilità del singolo e del gruppo di influenzare il sistema.

Questo sta già avvenendo in gran parte del pianeta che, bontà nostra, ignoriamo e quindi che ci sarebbe di strano se capitasse a noi, soprattutto in un momento in cui il sistema culturale ed economico si sta frammentando quantomeno in due grandi blocchi?

No, il problema non è Twitter ma la stanchezza per il mondo fasullo della virtualità, il Metaverso, da un lato e la costante speranza di essere qualcuno per tutti mentre sei nessuno per quei pochi che potresti conoscere davvero ma che si disinteressano di te.

I profili certificati e fasulli non sono un attacco a Twitter anche se nel farlo credevano di esserlo, sono una drammatica burla al mondo mediatico e a quello dei sei livelli di socialità che non ci hanno mai consentito di arrivare al Papa o a Berlusconi ma hanno tolto dalla strada quei giovani che lì avrebbero potuto protestare per scimmiottare in una riserva indiana digitale.

No, vecchi miei, vi leggo nella mente: non è vero che non li avete mai usati e soprattutto non è vero che si può tornare indietro, al brick and mortar, alla vita nella foresta, agli anni della sincerità e del libero amore!

È come fossimo imbottigliati in quella strada di Seul dove non riesci ad andare avanti e non puoi più tornare indietro: devi inventarti una vita possibile senza spinte in quel posto dove sei, almeno tenendo duro fino a che non torna giorno.

La bolla che verrà (parte prima)

La bolla che verrà (parte prima)

Da Musk a Zuckerberg fino a FTX, ci sono tutti i segnali che qualcosa sta cambiando nel mondo digitale

Il sogno dell’innovazione eterna sta per essere infranto da molti segnali, fra i quali la crisi energetica conseguente all’aumento di volumi dell’industria delle armi, e le delusioni delle grandi promesse ingegneristiche (si pensi al recente abbandono di IperLoop e altro da parte del magnate Sir Branson di Virgin). Nel suo percorso lascerà sulla strada più homeless e cadaveri del bluff degli yuppies degli anni ’90 e della crisi dei subprime degli anni ’90. Fra loro è possibile ci siano molti di noi che ancora crediamo — spesso mentendo il contrario — ai social media che in questo momento stanno aprendo le danze. Sicuramente a gridare che il re è nudo è il solito Elon Musk che mischia pirateria e rivoluzione prendendo in giro il sistema e ognuno di noi pur senza alla fine rischiare mai di uscire dal gioco. Di lui parleremo nella prossima e ultima parte.

Il sogno infranto della valuta libera (Parte prima)

«L’uso di stimolanti era comune tra coloro che erano al vertice di Bankman-Fried. Caroline Ellison, CEO di Alameda Research, ha twittato l’anno scorso: “Niente come l’uso regolare di anfetamine per farti apprezzare quanto sia stupida un’esperienza umana normale e non medicata”»

Lo speculatore vicino alle lobbies ebraiche Samuel Bankman-Fried noto anche con le sue iniziali SBF , ex CEO di FTX , uno scambiatore di criptovalute ha vissuto una crisi di solvibilità alla fine del 2022, che ha portato a un crollo di FTT, criptovaluta nativa di FTX.

Il patrimonio netto di Bankman-Fried ha raggiunto il picco di $ 26 miliardi. Nell’ottobre 2022, aveva un patrimonio netto stimato di $ 10,5 miliardi. Tuttavia, l’8 novembre 2022, durante la crisi di solvibilità di FTX, si stima che il suo patrimonio netto sia sceso del 94% in un giorno a $ 991,5 milioni, secondo il Bloomberg Billionaires Index , il più grande calo di un giorno nella storia dell’indice che entro l’11 novembre 2022 portava Bankman-Fried ad essere privo di ricchezza materiale. Non va dimenticato che l’allora ventottenne miliardario spendeva $ 5,2 milioni per conquistare il secondo posto fra i donatori individuali di Joe Biden nelle elezioni presidenziali del 2020 e che due anni dopo non ha mancato di profondere altre donazioni per $ 40 milioni ai candidati democratici durante le ultime elezioni di medio termine. Operazioni queste che sembrano accompagnarsi con ha chiari legami con i piani alti del potere mondialista, dal Deep State Usa al Forum di Davos, passando per rapporti opachi con l’Ucraina.

«Il Forum Economico Mondiale fino a pochi giorni fa ostentava sul proprio sito il logo dei FTX e citava tra i suoi partner la società con sede alle Bahamas (un paradiso fiscale), “costruita da operatori commerciali per operatori commerciali”, capace di offrire “prodotti innovativi”. Ci asterremo dunque da sospettare che il sistema criptovalutario possa essere anche un eccellente mezzo di riciclaggio di denaro e di regolazione di transazioni sporche o segrete. Lo stesso SBF è stato tra i relatori a Davos lo scorso maggio: non certo uno sconosciuto per l’élite. I legami con il WEF riguardano anche la famiglia: fa parte dell’organizzazione una zia, epidemiologa (!?!) presso la Columbia University, Linda P. Fried. Bankman Fried- che aveva in portafogli fondi come Black Rock e Soft Bank- è accusato di vare utilizzato il denaro dei clienti per finanziare in operazioni spericolate la società sorella di FTX, Alameda Research. Fin qui, si tratta di film già visti. La novità è l’evidente contiguità tra il livello più alto del potere USA e l’ambizioso giovanotto. Circolano fotografie di Bill Clinton sul palco di un evento alle Bahamas lo scorso aprile accanto a SBF, insieme con l’ex primo ministro britannico Tony Blair.» (Maurizio Blondet)

Il sistema delle criptovalute che vedeva alla sua fondazione il progetto dell’avatar anonimo di Satoshi Nakamoto per il rivolgimento della dittatura monetaria delle banche centrali è stato verosimilmente preso in mano da potentati finanziari di lobbies e mafie varie per nascondere ingenti spostamenti segreti di denaro.

Una delle tante grandi beffe delle rivoluzioni sociali.

Il potere dell’album scolastico

Ma lo scandalo dei $ 25 miliardi persi da SBF rischia di non essere un gran che se paragonato alle enormi operazioni dei social network. In questo precipuo periodo, per fare un primo nome, Mark Zuckerberg ha perso quasi 100 miliardi di dollari.

Attraverso il Center for Technology and Civic Life e il Center for Election Innovation and Research, il patron di Facebook, Instagram e WhatsApp, Mark Zuckerberg ha investito finanziamenti privati ​​per 419,5 milioni di dollari a sostegno del Partito Democratico al voto nel 2020.

È quasi quanto i 479,5 milioni di dollari in fondi federali e statali per le spese elettorali relative a COVID nello stesso anno.

Instagram era una simpatica idea di app che utilizzava uno smartphone come una Kodak Instamatic (da cui il nome) per foto-ricordi familiari (in contrasto con le opere d’arte per cui al limite potevano esistere altre piattaforme). Nel 2012, meno di due anni dalla sua messa sul mercato, venne assorbita dalla società di Mark Zuckerberg per 741 milioni di dollari.

Nel 2009 Jan Koum e Brian Acton, due ex impiegati della società informatica Yahoo!, inventarono un’app di messaggistica per mobile che, diversamente da altre già presenti, poteva funzionare su tutti i cellulari con sistema operativo aperto, compreso i BlackBerry e soprattutto i Nokia con Symbian (un sistema operativo a sua volta derivato dai palmari PSION). 5 anni dopo fu proprio FaceBook, la società che aveva rifiutato di assumerli alla loro uscita da Yahoo! ad appropriarsi di quella che rapidamente era divenuta la vera e propria alternativa agli SMS imperanti, proprio perché, oltre ad essere gratuita, permetteva molte ulteriori operazioni. Lo fece investendo oltre 20 miliardi di dollari, circa la metà di quello che avrebbe speso Musk per un social dove però stavano già da da 16 anni interagendo presidenti di stato, star della musica e del cinema, politici e giornalisti di ogni nazione e praticamente buona parte della popolazione statunitense.

Se queste informazioni possono essere note ai più, ma ritengo siano utili per ricostruire il quadro d’insieme, quanto c’è da dire su FaceBook sarebbe ovvio a tutti. Tuttavia vale la pena ricordare che nel 2003 non era nato né con quel nome ma come Facemash, né grazie a Zuckerberg, né per diventare quello in cui si è trasformato: i suoi creatori lo avevano pensato come un passaparola per studenti e fu quando se ne impossessò Zuckerberg che le sue ambizioni divennero mondiali; all’inizio ci si poteva connettere facilmente con i guru di Internet e non solo, si poteva facilmente parlare con intellettuali e attori o cantanti e non era affatto il social più diffuso al mondo. Ricordo che quando feci la prima registrazione mi sembrava un chiacchiericcio inutile e poco comprensibile fra giovani statunitensi. Fu nell’estate del 2008, quando seppi che un milione e più di italiani si erano improvvisamente iscritti ex abrupto, che lo ripresi in mano e lo vidi passare da un ambiente stimolante ad un mostro di luoghi comuni e masse umane che compresi quanto più dannoso che inutile potesse essere un social network. Non che ci fosse solo FaceBook: ben prima che nascesse ne erano nati e perfino defunti un certo numero, ma più o meno erano circoscritti a regioni o competenze precise. Solo YouTube, presto acquisito da Google, proprio come Blogger poteva competere con la viralità di FaceBook.

Fu alla fine del 2020 che gli Headquarters di FaceBook compresero che arrivati a oltre due miliardi e mezzo di utenti più o meno regolari la curva di crescita andava a calare implacabilmente. TikTok stava erodendo gran parte della popolazione giovanile e di quella ludico-qualunquista che faceva gran parte del successo del social di Zuckerberg. Avevano già tentato con Paper e altro la via delle news ma l’hanno trovata sempre molto impervia, sia per il controllo del cartello delle testate che, soprattutto, per la diffusione del giornalismo alternativo. La cosiddetta pandemia, il legame sempre più stretto con il WEF e la guerra alle fake-news intrapresa già dai controllori scientifici che istruirono Wikipedia a bollare di inattendibilità scientifica tutto ciò che non fosse stato sdoganato dagli accademici al potere fecero il resto e le cose si resero complicate fino all’attuale decisione di snellire le fonti di notizie a quelle da decidere. Fu forse per questo che nel 2021 FaceBook cambiò vestito e si trasformò in Meta, un progetto decisamente transumanista volto a sviluppare tecnologie, software e piattaforme per la realizzazione di un mondo virtuale sempre più digitale a partire dal trasferimento dei sensi in apparati tecnologici. Un progetto già nato e presto fallito ai tempi di Second Life.

Oggi gli 11 mila licenziamenti e le perdite per oltre 100 miliardi di dollari lasciano immaginare che le aspettative verso quella presunta rivoluzione fossero esagerate di certo più della morte di Mark Twain di quella volta. Sarà complicato aggiustare le relazioni nei confronti delle tante imprese che avevano scommesso in quei sogni da ingegneri mitomani. Altrettanto complicato sarebbe fare marcia indietro e tornare alla quotidianità di un social onnipresente ma anche lentamente sempre meno attrattivo.

A questo punto ci tocca però occuparci della sciarada-Musk, ma lo faremo un articolo più in là.

Il Media Fake-Social

Il Media Fake-Social

Tutti addosso a Musk, ma il vero imputato è mr. Social Media

In questi giorni sembra che la questione sia la fuga su Mastodon da parte di migliaia di utenti Twitter che spesso il social cinguettante manco lo usavano ma dovevano fare qualcosa di diverso. Questo era già capitato quando fra la primavera e l’estate il buon Elon aveva manifestato fra il serio e il faceto la sua intenzione di comprare, ma ora che è stato obbligato a farlo i “cargo della speranza” degli esuli sono tornati a lambire le coste dei nostri giornaletti. Presto o quasi subito si accorgeranno che i lidi del “più grande social network decentralizzato facente parte del fediverso, una comunità internazionale composta da oltre 6 milioni di iscritti distribuiti su circa 14000 server indipendenti il cui obiettivo è rimettere il social nelle mani degli utenti” sta a Twitter come LaTeX sta a MS Word e anche peggio.

Lasciamo per ora perdere la questione dei padroni dell’uccello per soffermarci sui contorni che si muovono attorno al socialverso. Intanto Musk sembra aver lanciato una moda in parte già calcata da Telegram quando la società avente sede a Dubai ha promosso la sua versione premium a 3-4€ al mese che di vantaggi veri oltre alla stellina che compare accanto al tuo nome non ne offre più tanti. Musk fa quasi lo stesso “per qualche dollaro in più”. 8$ al mese permetteranno a tanti mr. Smith di avere un segno di spunta blu che qualifica gli account verificati accanto ai loro nomi «proprio come le celebrità, le aziende e i politici che già segui».

Probabilmente poco soddisfatti dei risultati degli abbonamenti premium, quelli di Telegram stanno rilanciando la politica twitteriana del “lei non sa chi sono io” permettendo agli stessi mr. Smith di acquistare e vendere brevi @username riconoscibili da attribuire ad account personali, gruppi e canali pubblici e l’asta per i migliori username come @Luca, @Gaia, o @Club è in corso su Fragment.

Il curioso stile manageriale di Musk si distingue anche nella gestione del personale: prima licenzia metà dei dipendenti per cancellare qualsivoglia odore di clintonismo dalla casta del cinguettio e poi torna sui suoi passi con quelli che servono e che siano pronti a convertirsi ad una linea politica diversa.

E qui arriviamo al paradosso se non al delirio: i social network (e per capirci vorrei citarne alcuni di storici di cui probabilmente ci siamo dimenticati che giocattoli, proprio come FaceBook e Twitter, erano all’inizio MySpace, Orkut, NetLog, ForuSquare, OnlyFans, Vine, SnapChat, ecc…) sono passati dall’essere un passatempo per goliardi e curiosi a una questione di dimensione geopolitica di primo piano se addirittura l’Alto Commissario Onu per i diritti umani, Volker Türk si è sentito in dovere di ricordare a Musk che «la libertà di parola non è un lasciapassare: la diffusione virale di disinformazione dannosa, come quella osservata durante la pandemia di Covid-19 in relazione ai vaccini, provoca danni nel mondo reale. Twitter ha la responsabilità di evitare di amplificare i contenuti che danneggiano i diritti di altre persone» e che «come tutte le aziende, Twitter deve comprendere i danni associati alla sua piattaforma e adottare misure per affrontarli. Il rispetto dei nostri diritti umani condivisi dovrebbe stabilire le barriere per l’uso e l’evoluzione della piattaforma. In breve, vi esorto a garantire che i diritti umani siano centrali nella gestione di Twitter sotto la vostra guida».

Siamo alla follia? Per me sì, ma non per molti burattinai dei media, come talune case farmaceutiche che hanno usato i social proprio per instillare la loro personale versione della comunicazione scientifica e del vocabolario (si pensi all’abuso scorretto della parola “pandemia”). Accanto ad Audi e General Mills, coprattutto la multinazionale farmaceutica Pfizer, preoccupata dalla possibilità che con la nuova gestione del social possano circolare liberamente articoli e studi che mettono in discussione l’efficacia e la sicurezza dei vaccini anti Covid da lei prodotti, ha preso le distanze dal social unendosi al coro di quanti secondo Musk sarebbero gli «attivisti che stanno cercando di distruggere la libertà di parola in America facendo pressione sugli inserzionisti, anche se nulla è cambiato con la moderazione dei contenuti».

Non stupisce che parallelamente all’endorsment di Musk a favore dei Repubblicani anche il traballante presidente democratico sia sceso a criticare aspramente la nuova linea di Twittter asserendo che si tratta di «un’organizzazione che sputa bugie in tutto il mondo». Un po’ come se il Papa condannasse il gioco del Monopoli dicendo che apre la strada all’anticristo.

Il fatto è che siamo stati noi, ognuno di noi a far sì che questa parodia dei sei gradi di prossimità che ha guidato la caricatura dei social media diventasse tale. Siamo noi che non ci siamo resi conto di quando le cose sono passate da un simpatico gioco per tardo-nerd in uno strumento di manipolazione dei cervellini. L’ingresso della medio-tarda età, di quelli che “io non ho mai votato né Berlusconi né la DC” hanno fatto sì che il nostro paese fosse stato da sempre governato da rappresentanti dell’anonimato. Le fotine di micetti, nipotini, amorini e battutine si trovavano accanto a notizie, vere, false, finte-vere e finte-false producendo un condizionamento operante sull’uomo medio.

Allora molti dicevano che per fortuna esisteva FaceBook che ci dava le notizie vere e non quelle dei giornali. Che si fosse così lontani dalla realtà lo dimostrano delle notizie riguardanti il “politicamente corretto” per i DEM Zuckerberg che — guarda caso — non hanno avuto gli onori della prima pagina come la questione-Twitter. A fronte dei 3700 dipendenti di Twitter licenziati da Musk e poi in parte riassunti, Zuck ne va a far fuori 11mila, ossia il 13% della forza lavoro. Evidentemente la diaspora degli investitori coinvolge un po’ tutti (oppure la si tira in ballo per non parlare di speculazioni).

Forse proprio per questo l’antitrust dell’EU in parallelo a un’inchiesta analoga delle autorità britanniche vorrebbe sanzionare Meta per l’utilizzo dei dati dei clienti e di pubblicità «targettizzate» sul social network.

E se le mani dei giocattoli sociali dominati non appaiono granché pulite sul versante commerciale, decisamente più preoccupanti delle antipatie dei democratici per Musk sono le indiscrezioni dal puzzo illiberale simile alla caccia alle streghe di Assange che provengono da Meta proprietaria di FaceBook, Instagram e WhatsApp.

Nonostante questa società mediatica ora sostenga lo scarso peso nei social dell’attività informativa, secondo i dati 2020 del Pew Research Center un terzo degli statunitensi (credo che qualcosa di analogo si possa facilmente ipotizzare anche per gli europei) si tiene informato attraverso Facebook. Se gli editori dei quotidiani potevano lamentarsi delle perdite provenienti proprio dalle notizie dei social dall’altra si facevano forti della campagna contro le fake news alimentata dagli stessi social a favore di discutibili fact checker come quelli anti-Trump oggetto dell’attacco di Musk o dei filo-sistema di casa nostra. Ecco, dunque, che il gruppo di Zuckerberg ha provveduto a tagli nel numero e nei compensi ai propri collaboratori e soprattutto al mondo dei freelance a favore delle testate blasonate e sostenute dal sistema.

Molto più che sullo spauracchio-Twitter, sarà proprio Facebook il social che con ogni probabilità andrà ulteriormente (come se non bastasse la situazione attuale) verso una selezione dei pezzi pubblicati con l’utilizzo del codice informatico dello stesso Facebook. C’è chi dice che lo farà attraverso la creazione di un marketplace per gli NFT o con le Facebook Star, valute digitali con cui sovvenzionare i propri influencer di fiducia.

Insomma, potremmo trovarci di fronte ad un nodo di Gordio che rischia di potersi sciogliere soltanto con il draconiano metodo di Alessandro: un bel colpo di spada! Forse i social sono destinati a diventare la nuova longa manus del potere politico-economico, ma è anche verosimile che il mondo, ormai diviso anche sul piano geopolitico, si stia stancando del concetto stesso sempre più anacronistico del social globale. A suo tempo Orkut era vivo fra i brasiliani come QQ e Wechat fra i cinesi e VKontact fra i russi, MySpace fra i musicisti e LinkedIn fra gli aziendalisti; forse domani ci sarà qualcosa di ancora diverso. Il modello decentrato di Mastodon? Le community di Telegram o WhatsApp? Oppure una rinfrescata del sano vecchio web?

Non sottovaluterei la poco invidiabile via dei NEET paradossalmente indotta proprio da un universo tanto pateticamente paradossale.

Perché “i Patagonia” non sono filantropi

Perché “i Patagonia” non sono filantropi

Del valore di circa 3 miliardi di dollari e con un fatturato che si aggira intorno ai 100 milioni di dollari annui, l’azienda Patagonia è appena stata completamente ceduta dalla famiglia Chouinard, per un nobile fine: salvaguardare il Pianeta. Patagonia non è stata venduta né resa pubblica (entrambe azioni che avrebbero portato ingenti profitti ai proprietari), ma avrà le sembianze di una società privata senza scopo di lucro con sede a Ventura (California), divisa tra un fondo fiduciario e un’organizzazione, appositamente create per allontanare possibili rischi assicurandosi così che le revenue annuali vengano devolute alla lotta contro il cambiamento climatico e alla difesa degli ambienti naturali, fino all’ultimo centesimo.

https://www.lindipendente.online/2022/09/16/patagonia-esempio-di-unazienda-che-vuole-sancire-il-vero-cambiamento/

Sono stati definiti un po’ ovunque “filantropi” quelli della famiglia Chouinard, ma qui spieghiamo perché questa definizione è poco corretta.

Etimologicamente, infatti, la parola filantropo deriva dal greco ϕιλάνϑρωπος, comp. di ϕιλο- (v. filo-) e ἄνϑρωπος «uomo», ossia relativa a colui che agisce per l’amore dell’uomo, dell’umanità, insomma.

Il modello di umanità del capitalismo è in contrasto con la sopravvivenza del pianeta. Infatti, per rendere soddisfatta un’umanità sempre più ingorda per sua stessa natura, dalle lotte fra scimmie, ai grandi conquistatori, ai grandi possidenti, fino alla suprema finzione dell’invenzione del denaro (in ultima un gioco per i potenti), dovremmo distruggere tutte le risorse del pianeta (e già lo stiamo facendo).

Sì perché anche quando pensiamo ai “poveri”, come i tamarri, gli ignoranti-presuntuosi che “infestano” i quartieri periferici possiamo in gran parte a mammiferi che per la maggior parte aspirano soprattutto ad andare a stare nei quartieri “infestati” dagli squallidi manager leccaculo, i quali a loro volta non aspirano ad altro che andare ai ricevimenti che danno i neo aristocratici del capitalismo, sprezzanti tanto del pianeta che dell’umanità i quali, diversamente dai parrucconi francesi di qualche secolo fa, hanno imparato con NATO, Vaccini, Diffusioni di guerre e di ignoranza, ad evitare la tanto, troppo, infinitamente meritata ghigliottina, fra le altre cose facendo eleggere i propri pagliacci dagli stessi tamarri piacevolmente spiaggiati nelle loro panzute riviere dell’ignoranza e dai manager tutti presi dalla loro presunzione a vomitarsi a vicenda i loro “perché io so’ io e tu num sei un cazzo” di Monicelliana memoria.

Per le regole di transizione quindi il filantropo è un antropocida, in quanto con la moltiplicazione del genere — tra l’altro per lo più ammassato in megalopoli sprofondanti su se stesse — e con la totale scomparsa delle risorse planetarie finisce per favorire il completo genocidio dell’umanità.

Quindi, chi tiene tanto agli “anthropos”, che personalmente considero un errore contro il quale, tuttavia, non solleverei mai un dito tanto considero sadico il progetto della vita, dovrebbe certamente apprezzare il gesto di uno che, per quanto già con un piede sulla fossa, sputa in faccia a quel trio di cui sopra tenendosi fuori dei coglioni dal jet set e dal junk set, e soprattutto a quello dei figli che invece il piede nella fossa all’atto della scelta non ce l’hanno proprio, ma che, nonostante ciò, hanno condiviso in toto quella decisione che avrà modificato profondamente il futuro loro e dei loro figli. Io dico in bene!

La cosa che conta di più, però, è che “gli altri”, intendo i Bezos, i Gates e tutti i banchieri, caso vuole, come loro figli del popolo eletto, come Rothschild, Soros, Attali ecc…, si incazzeranno (mostrando ovviamente solo sardonico fastidio sprezzante) per il rischio di contagio e contaminazione che potrebbe avere il gesto presso altri miliardari stanchi del loro stesso milieu sociale — e ce ne sono — e di quel modello di vita.

Quindi, bravi Patagoni. Meritate la libertà di tornare normali!

Normalmente ricchi, ovviamente 😇😊

P.S. : Chouinard, come si può vedere qui sotto, non era nuovo a trarre il minimo vantaggio dalle sue imprese commerciali…

“Attorno al 1970, Chouinard divenne consapevole che l’utilizzo di chiodi d’acciaio prodotti dalla sua azienda stava causando gravi danni alle fessure dello Yosemite. Quindi, ancorché la produzione e la vendita di chiodi costituissero il 70% del suo reddito, tra il 1971 e il 1972, Chouinard e Frost introdussero nuovi dadi in alluminio, chiamati Hexentrics e Stoppers e impegnarono l’azienda nella difesa del nuovo stile di arrampicata chiamato “arrampicata pulita” (che non arreca danni alla roccia). Questo concetto rivoluzionò l’arrampicata e incrementò ulteriormente il successo dell’azienda, a discapito della vendita di chiodi, sua principale fonte di guadagno.

Chouinard e Frost fecero domanda per un brevetto statunitense sugli Hexentrics nel 1974, che gli fu concesso in data 6 aprile 1976. Questi sono ancora prodotti da Black Diamond.

Negli ultimi anni ’60, dopo aver fatto dei viaggi sulle Alpi e sui ghiacciai della Sierra Nevada, Chouinard cercò di apportare significativi cambiamenti alla tecnica e alla tecnologia utilizzata nell’arrampicata su ghiaccio. Tra questi, ha reso i ramponi meno flessibili, appositamente per l’arrampicata frontale.

Nel 1989, Chouinard Equipment, Ltd. presentò un’istanza di bancarotta. I suoi beni vennero acquisiti dai suoi impiegati e l’azienda fu ristabilita come Black Diamond Equipment, Ltd.

Da Wikipedia
Meditazione sulle aure

Meditazione sulle aure

La meditazione sulle aure attraverso Spotify (più in fondo altre risorse)

Chi vi fosse interessato potrà trovare in uno dei miei podcast (disponibile su diverse piattaforme) una meditazione ispirata al lavoro sulla vita fra le vite di Michael Newton.

Dopo una breve sessione di rilassamento si tratterà di visualizzare diverse aure colorate attorno e all’interno del corpo. In realtà la meditazione mira anche all’armonizzazione con energie transpersonali (ognuno attribuisca alla parola la traduzione che più gli si confà).

Sarà per me un piacere raccogliere qui o sui canali Telegram le eventuali esperienze di coloro che vorranno cimentarcisi.

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Occorre un pensiero modulare per affrontare la nuova formazione

Occorre un pensiero modulare per affrontare la nuova formazione

• Da tempo immemorabile la formazione aziendale come pure la didattica convive efficacemente con l’idea dei moduli

• All’inizio — per molti versi ancora adesso — i moduli erano i “blocchi” su cui si articolava un corso

• Con l’e-Learning si è cominciato a parlare di RLO, ovvero di moduli didattici scomponibili e ricomponibili da un corso all’altro per seguire un principio di contenimento dei costi ed efficientamento dei tempi di realizzazione

• Oggi non ci si è ancora abbastanza resi conto che la varietà di strumenti disponibili richiede di sapere generare sinergie originali utilizzando, non tanto componenti didattiche legate cioè ai contenuti, quanto articolazioni del coinvolgimento basate su media, regole, espressione creativa, modalità di relazione… diverse e messe in rapporto efficace e non ovvio

• La nuova formazione modulare “phygital” richiede menti aperte e non dottrinali, né modaiole; ma prima di tutto lontane da logiche sostitutive tipiche del 99% dei webinar in circolazione.

• Un must da risolvere è il rapporto fra sincrono e asincrono dove il secondo assolva il 70% del totale riuscendo a coinvolgere e, quando si può, a divertire ma soprattutto…

• …generare dibattito, communities, gilde di confronto, cultura d’uso, nuovi meme, appartenenza aziendale, combattendo la demotivazione e la spersonalizzazione su cui si basa la problematica più ampia della great resignation

Great Resignation e Miopia aziendale

Great Resignation e Miopia aziendale

Victor Frankl quote
Viktor Frankl

Ho avuto qualche perplessità nello scegliere il titolo: se usare “organizzativa” o “aziendale”.

È vero infatti che il tema è diffuso soprattutto in ambito aziendale, ma la questione travalica abbondantemente i confini delle imprese per coinvolgere ancor più servizi e istituzioni.

Ciononostante queste ultime al momento fanno orecchie da mercante su questa situazione per non disturbare i poteri politici (e quelli economico-finanziari dietro loro) su cui si poggiano.

Da questo punto di vista, nonostante le imprese siano più trasparenti, per loro è difficile comprendere significati che non siano di tipo meccanicistico. Contrariamente all’opinione comune, l’intelligenza delle imprese è banale a prescindere dalla loro complessità. Nonostante sia stato messo in luce da molti studi, a partire da Kurt Lewin per passare dal Tavistock Institute, J. G. March, E. Shein, C. Argyris e così via (si veda il sempre fondamentale lavoro curato da Pasquale Gagliardi, Le imprese come culture), di quali profondità inconsce e transgenerazionali vivano nelle organizzazioni, queste non sono capaci di rappresentare i livelli analogici che si muovono al loro interno.

È un po’ come nelle immagini digitali, hanno rappresentazioni vettoriali (scompongono le linee in vettori, tratti secanti, assi cartesiani principalmente bidimensionali) e non elaborano affatto le bitmap.

Oggi si stanno orientando sempre più ad una delega della loro gestione all’AI che è tutt’altro che analogica, quanto piuttosto una “densificazione” o addensamento della geometria lineare su più piani, così che quanto più tende ad assomigliare alla realtà tanto più allontana le persone da quest’ultima.

Le persone a questo punto pensano di essere inutili perché non servono più essendo quel tipo di realtà (non aumentata, ma di fatto impoverita in quanto normalizzata) molto più affine ed elaborabile dalle macchine. Il peggio però è che finiscono per pensare di essere irreali perché non riconoscono più l’esperienza del mondo all’interno della quale hanno sempre vissuto come “reale”.

Se questo è vero per i boomers, diventa drammatico quanto più ci si avvicina ai millennials i quali spesso non hanno più un rapporto primario con l’esperienza comune o se ce l’hanno è di tipo deformato. E le aziende, sempre alle prese con il loro rendering vettoriale dell’esperienza umana (tramite l’AI che l’ha creata) alla fine vivono al loro interno in una sorta di bolla formale che ha per contraltare una deformazione allucinatoria del contesto geoeconomico e politico.

È questo lo scenario in cui andrebbe collocato il fenomeno della Great Resignation che sta mettendo seriamente alla prova le aziende di tutto il mondo capitalista, dagli Stati Uniti alla Cina, passando per il modesto Vecchio Continente.

Episodio di “Divergente Reloaded” sull’argomento

Ci sarebbe ben poco da aggiungere a quanto detto fino a qui lasciando ai più interessati andare a curiosare fra gli articoli dedicati al fenomeno, a partire da Harvard Business Review per arrivare ai testi delle Big Four come McKinsey.

La questione fondamentale con cui si potrebbe dire che do il via alla discussione mentre chiudo questa introduzione al tema (riguardo al cui reale approfondimento resto nonostante tutto alquanto scettico) può venire espressa nei seguenti termini:

Le imprese e soprattutto la loro gestione organizzativa e del personale stanno dando seguito ad un deleterio peccato di superficialità nel rappresentare una questione di benessere quello che è un problema attinente la dimensione del significato. Detto in altri termini, con la Great Resignation non abbiamo a che fare con una questione di salute ma con una di ordine superiore: una faccenda esistenziale e in alcuni casi ontologica.

Il lavoro può non avere senso in un mondo in cui la vita umana sta perdendo di senso. Le aziende possono avere ancora una parte da giocare in questo “Grande Gioco” ma dovrebbero avere il coraggio di superare la dimensione della competizione per affacciarsi ad uni braccio di ferro con i grandi padroni dei capitali internazionali: in definitiva un cartello delle imprese — più facile a dirsi che a farsi — dalla cui riuscita passa la sopravvivenza dell’uman significato stesso.

Gioco o degenerazione?
Caillos dedica un intero capitolo ad analizzare le forme in cui il gioco può degenerare, cosa che accade quando esso si allontana progressivamente da quella realtà fittizia che lo caratterizza (quella che già Huizinga aveva definito come “cerchio magico”) per invadere pericolosamente il mondo reale. E’ così che l’agon, da competizione pura che trova la sua massima espressione nello sport, può diventare prima antagonismo sociale o lavorativo e poi sconfinare addirittura nell’inganno criminale; l’alea, d’altra parte, può andare ben oltre l’innocuo divertimento e diventare la base di una credenza cieca nel destino fino a trasformarsi in mera superstizione. La mimicry, ancor più pericolosamente, può passare dalle nobili forme dell’arte teatrale alla psicosi e allo sdoppiamento della personalità. Mentre l’ilinx, lo abbiamo visto, trova la sua massima degenerazione nelle tossicodipendenze. Attenzione, quindi, al momento in cui il gioco cessa di essere un attività separata, perché come afferma Caillois, la sua contaminazione con la vita normale rischia di corrompere e guastare la sua stessa natura.

(I giochi secondo Caillois, di Walter “Plautus” Nuccio)

““In nessun momento mai ci è consentito essere interamente persuasi che il mondo in cui ci troviamo sia proprio quello della realtà, e non la scenografia fallace del sogno o dell’incubo”. È per questo che “Jünger ritiene scontato che sia più degno partecipare con ebbrezza alla guerra che lasciarsi passivamente inghiottire da essa..

Roger caillois

Plato in a nutshell

Plato in a nutshell

Quando vivevamo nella caverna guardando la “murovisione” bollavamo di infantilismo chiunque citasse il mito per nulla scientifico dell’esistenza di un Cielo con una fonte di luce chiamata Sole. Erano la setta dei “Solarisiti”.

Poi siamo emersi sulla crosta terrestre e dopo un tempo fatto di generazioni siamo riusciti a superare l’angoscia di una luce tanto intensa e di una realtà tanto irruenta.

Oggi non riusciamo ad accettare le sette che sostengono che possa esserci una platea diversa per attingere alla Luce e chiamiamo infantili quelli che non accettano il fatto che il Sole si possa vedere dalla crosta terrestre, dalla quale quindi rifiutiamo sistematicamente di separarci.

Chi sono le “persone”

Chi sono le “persone”

L’ho detto in diverse salse: c’è il popolo, la gente, le masse… e poi ci sono le “persone”.

Buone o cattive che siano — e, sì, le persone possono essere cattive, in quanto volontà cattive, e ce ne sono davvero molte, moltissime più di quante si professino tali in circolazione! — le “persone” non sono molte.

Non significa che gli altri non abbiano diritti o non siano degni di stima né che non vadano nel paradiso delle loro religioni. Vuol dire solo che non sanno rinunciare al loro sogno, come nel primo Matrix.

E non si tratta nemmeno che l’alternativa sia l’incubo ebraico di quel film, ma solo di poter dire dell’inconfutabile per “la gente”, «Il re è nudo!».

Gli Angeli Caduti che stanno per prendere il dominio del pianeta spirituale questa cosa sola non vogliono: scoprire le regole del gioco.

L’Era dell’Aquario questo è, ostentazione di progresso dietro all’innovazione tecnologica che troppo facilmente vira in meccanica della manipolazione della specie e delle anime.

Qualcuno dice: «Ma se abbiamo a che fare con antagonisti tanto potenti, che potrà mai fare un piccolo uomo, financo il gruppo delle “persone” per ostacolarne il progetto?»

Da un lato la risposta è «Nulla!» sulla larga scala. Si avvicinano gli eoni dei Troni, signori del tempo messi in panchina dagli eventi e il mondo sarà loro. Nel loro piccolo le persone potranno coltivare un germe più o meno dormiente della volontà armoniosa, delle affinità elettive, del cuore che pensa, della tolleranza che non sta né con il santo né con il collaborazionista, ma con sforzi immani cerca di promuovere un dialogo che nessuno dei due desidera.

Questo è essere uomo in quanto “persona”: dentro il ciondolo di un gatto può celarsi un’intera galassia, la cintura d’Orione dell’esperienza umana.

https://youtu.be/xzcoBg0-yi4?t=13
https://youtu.be/1v-QVsO00ik
Può essere detto con il carattere

Può essere detto con il carattere

In molti non l’hanno notato, alcuni fortunatamente perché significa che sono lontani dal rumore dei media, alcuni tristemente perché entra nell’inconscio come un ladro nella notte.

Stiamo parlando dell’uso dei caratteri tipografici. Uno per tutti riguarda lə schwa o e capovolta, un carattere esclusivamente fonetico assurto a simbolo semantico ad indicare la volontà di annullare le differenze di genere. La cosa può sembrare marginale ma proprio per questo finirà per condizionare quella convenzione di normalità che chiamiamo realtà. Vogliamo una realtà priva di distinzioni, la demoniaca grande notte in cui tutte le vacche sono nere, come la dipingeva Hegel? Scegliamo di usare la ə o, peggio ancora, non accorgiamocene. Scriverla è difficile finché non cambieranno anche le tastiere. Nel frattempo spesso si usa il comune asterisco: “lə lunə splende in cielə” oppure “l* lun* splende in ciel*” Penso che presto potremo avere la forma “abbreviata” di «lun splende in ciel», in fondo perché usare gli articoli così desueti propri solo delle lingue romanze?

Siamo in molti ormai ad usare quotidianamente la tastiera fisica o virtuale per scrivere. Per normalizzare la tastiera ha ridotto i caratteri passandone alcuni a combinazioni di tasti o applicazioni ad hoc. Molti Wordprocessor come pure alcuni sistemi operativi consentono il cambio automatico che comunque comporta la rinuncia al carattere sostituito.

Da molti anni ho messo in atto la mia piccola rivolta al comportamento linguistico normalizzato, banalizzato, impoverito. Ogni volta che lo farai anche tu dovrai fare lo sforzo di scegliere invece di accettare la volontà della macchina e dei manipolatori della realtà.

Ecco alcuni spunti:

  • Invece dei tre puntini usare il carattere “…”
  • Per riferire un discorso diretto, sostituisci le virgolette di citazione con quelle del parlato «»
  • In alternativa al carattere suddetto, utile quando si citi un discorso all’interno di un parlato, sono le virgolette specifiche del discorso “„
  • Per riportare un inciso sostituire il carattere aritmetico della sottrazione con quello specifico dell’inciso, da “-” a “—”
  • La e maiuscola accentata che secondo le cariatidi della grammatica non si dovrebbe usare ad inizio frase, invece di cedere al “E'” scegliere la “È”

Potrebbero essercene molti altri ancora di esempi, tuttavia superare la pigrizia che ci spinge a glissare sui dettagli è un quotidiano esercizio di crescita e di permanenza. È l’affermazione del valore della bellezza a scapito della funzionalità fine a se stessa. Ogni volta che sei pratico per evitare un fastidio legato ad un dettaglio, non importa l’incidenza del compito, foss’anche un bigliettino pro-memoria, uccidi la bellezza nelle tue opere e quindi in te stesso.

La vita “pratica” di chi non ha tempo da perdere è diventata insignificante: recuperare la cura del dettaglio, il piacere dell’attenzione, il senso del tempo dedicato a noi stessi e perfino all’oggetto ci restituisce ai valori dell’umanità. Nello scrivere scegli senza alibi. Ogni scorciatoia che prendi è un figlio che perdi.

Foucault e la pedofilia

Foucault e la pedofilia

Riporto qui alcune considerazioni sulla questione che dà titolo al pezzo tratte da un articolo di Valeria Meazza su Ultima Voce. Premesso che, ora come allora, trovo sufficientemente disgustosa la pratica nonostante ritengo vada sempre distinto la portata del pensiero di un autore dal suo valore morale, almeno fintanto che non ci sia una netta consequenzialità dei due aspetti, mi sembra interessante osservare come in questi anni si sia arrivati ad una priorità del gossip sulla capacità critica ed intellettuale in genere. Stiamo parlando di un periodo, quello compreso fra gli anni ’60 e ’70, in cui a fare scalpore sarebbe piuttosto stato un mondo in cui si sarebbero considerate normali categorie come quelle riportate nell’immagine che segue:

Sicuramente la normatività in ambito del corpo è stata da sempre un tema caro al filosofo francese e va detto che è anche grazie a intellettuali come lui che si è riusciti a sconfiggere gran parte dei pregiudizi in materia.
Tuttavia, si può dire che nonostante l’apparenza da questo punto di vista la liberalizzazione ha generato dei mostri ancora più giganteschi in ambito di puritanesimo normativo. Nulla cambia se non in peggio che definisca normale l’eterosessualità e peccaminosa l’omosessualità se poi arrivo a moltiplicare le norme e le tipologie invece di rimuoverle e sconfiggerle.

Dalla descrizione di un Foucault che, come Pasolini, veniva rincorso da ragazzi di vita, in Tunisia (da cui proveniva non essendo quindi un turista sessuale, ma un nativo ben consapevole delle usanze locali) come a Roma si evince piuttosto una maggiore tolleranza verso gli aspetti antropologici delle culture e della vita intellettuale, ma nulla che indichi alcuna violenza. Oggi si considera normale che nelle strade degli stessi la cui povertà accusava la licenziosità sessuale si uccida, ci si droghi, ci si prostituisca o che in nome di una democrazia normativizzata dai detentori del potere si possa radere al suolo interi stati come la Siria o l’Armenia, e nessuno accuserebbe il pensiero politico che sta dietro alla nazione dominante, si combatte per delle battaglie più “orifiziali” che morali. Ricordo solo che la Dolto, firmataria del documento qui citato, oltre ad essere ben lontana da accuse di comportamenti pedofili, ancora oggi è considerata in Francia e non solo una maître-à-penser della psicologia infantile.

Ricordo delle lezioni di psicologia a Padova in cui il docente citava una sua esperienza latina riferendo di un pastore che non essendo mai stato intaccato dalla “civiltà” viveva felicemente scambiando effusioni anche di natura erotica con le proprie figlie. Il professore non definiva certo tali abitudini come un modello da seguire, tuttavia sottolineava come, tanto il pastore che le figlie vivevano la propria condizione con la massima serenità fintanto che non vennero intercettate dai controlli sanitari che gridarono allo scandalo e all’ignominia, instillando il senso di colpa e peccato. Messe alla berlina dalla società civile, le vite del pastore e ancor più delle figlie furono rovinate grazie a questi salvatori, non – evidentemente – delle persone coinvolte, ma del bisogno di legittimazione del gruppo sociale benpensante di appartenenza.

Io oggi definirei discutibile ma orientata al buon senso la società relativista di allora, mentre ritengo che questo scandalismo pettegolo ma anche distruttivo non sia altro che un esempio della definitiva perdita del pensiero orientato al buon senso caratteristico della migliore filosofia a tutto vantaggio di una rimozione del dialogo, della riflessione e della speculazione (financo della ricchezza linguistica) sostituita da una normatività penalista di tipo nazista o bolscevico, ma non certo peripatetico (si pensi a quanto pochi conoscono l’uso corretto di questa parola).

«Storia della sessualità e La legge del pudore: all’origine delle accuse di pedofilia

In realtà, l’ipotesi di un Foucault pedofilo non è propriamente una novità. Nel 1977, insieme con altri illustri intellettuali francesi – quali Jacques Derrida, Louis Althusser e la pediatra Françoise Dolto – Foucault firmò una petizione spinosissima. Quella, cioè, che di fronte al Parlamento si schierava a favore della depenalizzazione di qualsiasi rapporto consenziente tra adulti e minori di quindici anni. Già all’epoca i detrattori di questi intellettuali ne interpretarono la scelta come una schiacciante ammissione di colpevolezza. Apertamente gay, interessato al tema della sessualità nelle sue ricerche e noto per una vita sessuale anticonformista, Foucault sembrava davvero l’incarnazione perfetta del vizio. A peggiorare le cose, inoltre, era intervenuto un dibattito radio del 1978. In esso, interloquendo con lo scrittore Jean Danet, il filosofo e l’attivista omosessuale Guy Hocquenghem spiegavano le ragioni della petizione. Tale dibattito, trascritto dal moderatore – il giornalista Pierre Hahn – sarebbe stato pubblicato con il titolo La Legge del pudore.

(…)

Come affermato in Storia della sessualità I, ciò contro cui Foucault si schierava era l’introduzione di un controllo sociale sulla sessualità e la sua psichiatrizzazione. Esito di tale processo sarebbe stato, secondo il filosofo, l’avvento di una “società dei pericoli” completamente ossessionata dal sesso:

una società con, da un lato, gli individui in pericolo e, dall’altro, gli individui pericolosi. […] La sessualità diventerà una minaccia in qualsiasi relazione sociale. In qualsiasi relazione tra individui di età differente. In tutte le relazioni tra individui, insomma. Essa, inoltre, diventerà una sorta di pericolo vagante: uno spettro onnipresente. Una finzione fra uomini e donne, bambini e adulti, forse anche tra gli adulti stessi.

Un pronostico che, se si guarda all’iper-sessualizzazione della società contemporanea, non sembra poi del tutto infondato.

(…)

Esprimendo la propria perplessità sulla possibilità che il rapporto sessuale con un adulto sia sempre necessariamente traumatico per il bambino, Foucault dice:

Può essere che il bambino, con la sua sessualità, abbia desiderato l’adulto. Magari ha acconsentito o può avere fatto il primo passo. Può aver sedotto l’adulto. Gli psichiatri, però, ritengono che sempre e prima di tutto il bambino debba essere protetto dai suoi stessi desideri.

Ciò significa che il filosofo legittima una violenza sessuale? Assolutamente no. Ciò che Foucault sta sostenendo è che talvolta sono la legge e la psichiatria a configurare come trauma un’esperienza in sé non traumatica. Il filosofo, in altre parole, riconosce nel bambino una soggettività non passiva, da proteggere, ma attiva, da lasciar esplorare e titolata a esprimersi liberamente»


Altre Fonti