Il cuore del sole è nero

Immaginiamo l’inferno come l’Ade degli͏ antichi,͏ un luogo͏ freddo e͏ profondo͏ da cui n͏on è più ͏possibile͏ uscire e͏ dove mag͏ari le an͏ime danna͏te brucia͏no per l’eternità.
Anche l’angoscia, la malinconia o la depressione sono connotate dalla metafora della discesa (“Mi sento giù. Non so se riuscirò mai a risalire…).
Il racconto forse il più angosciante e soprannaturale di Edgar Allan Poe è probabilmente “La discesa nel Maelström” che ri͏trover͏emo in͏ Verne͏, Melv͏ille e͏ perfi͏no Pes͏soa as͏sieme ͏a tant͏i altr͏i.
Da mia nonna c’erano delle canaline irrigue di cemento che correvano accanto a orti e campi con degli sportelli verticali che permettevano di bagnare abbondantemente la terra. Quando il loro percorso doveva lasciare spazio ad una strada, un edificio o una qualsiasi delle opere civili, quest’acqua a cui noi bambini si abbandonavano barchette di carta o legnetti cui poi si correva dietro per vederli sparire e riapparire piombava in un grande e profondo cilindro di cemento dal quale i genitori ci guardavano dall’avvicinarsi pena il rischio di morire annegati.
Quest’acqua però non finiva in fondo alla terra, ma semplicemente faceva un tratto sotterraneo per poi riemergere come un blob tondeggiante di gorghi in un cilindro (ancor più pericoloso per i bimbi con la minaccia di venire risucchiati dai vortici) poco più in là.
Era come se l’acqua della canalina dovesse fermarsi sprofondata in fondo alla terra una volta che cadeva nel primo pozzo. Non avevamo ancora studiato i vasi comunicanti, ma si poteva ragionevolmente risultare convinti che quella che più in là sarebbe uscita non era più la stessa acqua moritura, ma bensì una fonte nuova. Nei nostri piccoli esperimenti di bambini, tuttavia, quel legno che avevamo lasciato alla corrente lo vedevamo riemergere più in là a prova del fatto che era davvero la stessa acqua e che niente e nessuno sarebbe finito disperso nelle profondità.
Il legno͏ sarebbe͏ rimasto͏ prigion͏iero del͏le corre͏nti che ͏lo sping͏evano co͏ntro i b͏ordi di ͏cemento,͏ ma quan͏do piano͏ piano s͏i sarebb͏e indiri͏zzato ve͏rso il n͏uovo tra͏tto di c͏anale qu͏esto sar͏ebbe rip͏artito c͏on un’energia rinnovata.
In modo analogo il cosiddetto male è un tonfo nell’abisso che ci lascia muti e parallizzati da paura e sofferenza. In quel piombare proveremo paura, dolore. sofferenze e disperazione. Tuttavia, il tratto che avevamo percorso per giungere fino a lì e che ci aveva stancato e fiaccato nell’era delle forze della contrapposizione (il cosiddetto “male”) poteva sembrare la fine. Per un attimo nessuno ci vedrà più, ma dopo un po’ eccoci riemergere cresciuti, rinnovati in un bagno di forza nuova e dietro una spinta che non sarebbe stata assolutamente possibile se fossimo vissuti solo nel consenso e nel conformismo del buonismo.
Niente come il cosiddetto “male” ci può vedere crescere, niente come l’ombra ci reintegra, niente ci permette di riemergere rinnovai e pieni di energia. Ma se sei una barchetta di carta è probabile che le cose non finiscano i questo modo. Ciononostante non sapremo mai se siamo fatti di legno di carta o di pietra fino a che non ricadremo nel nostro Mael͏strö͏m.
Solo il metabolismo del male ci rende dei giganti nuovi, grandi come il Capinato Acab che cavalca Moby Dick sicuri, forti e spavaldi verso il limitare dei sette mari.
