23 Avenue de Saint-Roman, 06240 Beausoleil, Francia
Digital Sisyphus
Abbiamo davvero troppo di tutto per poterlo tenere a mente. Solo di app nello smartphone sono più quelle che non ricordo più a che cosa servono e quelle di cui è scaduto o si è rinnovato automaticamente l’abbonamento di quelle che so che cosa fanno e che addirittura ho usato qualche volta. Ogni volta che credo di avere sistemato quella roba pesante, ecco che lei torna punto e a capo.
23 Avenue de Saint-Roman, 06240 Beausoleil, Francia
La fatica di chiamarsi Salvatore
Secondo me Gesù doveva stare antipatico a molti: troppo presuntuoso e intollerante, chi si credeva d’essere? Un vero padreterno! A salvarlo probabilmente era il fatto che se la cavasse male con l’aritmetica e che faticasse a imparare le poesie a memoria.
Questa parola è sopravvalutata nel pensiero di questi anni.
Non voglio dire che non sia importante, anzi!
Il problema è che si può perdonare il fatto che il vaso si sia rotto e si può anche riuscire a reincollarlo senza nutrire rancore per chi lo ha fatto, ma quello che è sbagliato è pensare che quel vaso sia sempre lo stesso, che sia sempre stato così o che non ci sia alcuna differenza fra il prima e il dopo.
L’incidente che mi ha procurato il danno alle ossa è stato perdonato da tempo e posso anche non ricordare chi lo ha causato, ma ad ogni cambio di tempo quel dolore che non se ne va mi ricorda la sua presenza nella mia vita.
Spesso, invece di “perdonare” bisogna usare:
andare oltre
superare
metabolizzare
accettare
Crescere con quel dolore, con quella consapevolezza, con quella comprensione, con la compassione per ogni essere senziente, se stessi compresi: accettare che quella scheggia che si è infilata nella tua storia faccia parte di un nuovo te stesso: poco importa se più bello o più brutto.
Accettare la propria storia, la propria identità, il proprio meme, l’altro che è in noi perché solo quando farà del tutto parte di una nuova identità potremo aver guadagnato il beneficio dell’oblio.
Il 9 è il numero dello spirito perché non ha materia e come quello è un seme di senape, infinitamente piccolo; concettuale come il punto in geometria. Non modifica il numero con cui si accompagna pur offrendone una variante significativa con cui lo arricchisce. Non ha un’identità forte e per questo sopravvive a tutte le sue combinazioni. Di vita in vita.
«Ma come… non hai Whatsapp???». «Non vorrai dirmi che non sei nemmeno su Facebook???». «Se non sei su Linkedin sei tagliato fuori!!!»
Il danno comunicativo maggiore non è costituito dalle fake news, quanto piuttosto dagli One-Dimensional People (parafrasando Marcuse) della rete. La pigrizia intellettuale e lo spirito gregario acefalo non hanno età. E quel che è peggio è che fanno della loro pochezza una pseudo-autoironica motivazione vetero-snob.
«Guarda tutta questa gente che invece di parlarsi a tavola stanno attaccati al cellulare a chattare» (e lo dicono mentre condividono su Facebook in modalità slide il loro “originalissimo” pensiero)
«Ai miei tempi sì che si viveva bene senza tutta questa tecnologia!» sentenziano mentre imperversano i tintinnii delle loro notifiche Whatsapp.
«Ah questi telefoni… sempre lì a squillare. Ma io mica la guardo quella roba. Non ci vado mai su Facebook, quanto a Whatsapp sono gli altri che mi riempiono di stupidaggini. Non sono mica io a farli amici: sono loro che fanno amico me. Che vuoi farci: sta roba me la sono trovata così quando ho comprato il telefono, altrimenti io non ce l’avrei messa. Non ci capisco mica niente di queste diavolerie moderne. È stato mio nipote a mettermici e adesso non saprei come togliermici. Dici che puoi farlo tu? No, guarda, meglio di no, altrimenti mio nipote si offende. Facebook ormai lo usano solo i vecchi: io adesso sono passato a Instagram che non è di Zuckerberg così gli faccio anche un dispetto»
Un tempo il “telefonino” era una iattura per loro e soprattutto non capivano perché la gente si mandasse gli SMS invece di parlarsi. Il mio primo Whatsapplo installai su un Ipod Touch (che i più neppure ricordano che cosa fosse): di roba del genere ce n’era altra, ma questo funzionava su tutti i dispositivi Nokia Symbian compreso. Domandavo alle persone perché pagassero gli SMS se potevano usare quello e tutti mi rispondevano alla Carosone “Tu vu’ fa l’ammericano, ma si nat’in Italy”. Ad un certo punto è esploso come un’epidemia. Afflitto da infinite catene di Sant’Antonio, l’ho rimosso, ma poi ti toccava usarlo costringendoti ad un tira e molla estenuante. Nel frattempo gli SMS sono diventati gratuiti nei contratti telefonici come pure illimitate sono le chiamate possibili, eppure proprio ora la gente ha cominciato ad imperversare con messaggini e tediose quanto inutilizzabili chiamate IP su Whatsapp e simili.
La muffa del futuro
Dopo aver scoperto che aveva più fori del Colosseo e che il programma stesso è diventato un macro malware (infatti gli allegati che manda in giro sono pieni di meta-tag invasivi) ho deciso di eliminarlo di nuovo. Però “gli amici” continuavano imperterriti a scrivermi. Agli appuntamenti persi soggiungevano: «Guarda, ti avevo avvisato su Whatsapp».
Queste giogionate sono diventate “La Gazzetta Ufficiale” della vetero-modernità.
Ho dovuto a questo punto installarlo di nuovo per potere definitivamente rimuovere del tutto l’account per fare in modo che non lo usassero per comunicare a un dispositivo privo del programma.
«Come sarebbe a dire che ti sei tolto da Whatsapp. Non si può mica, sai. E poi devi sempre distinguerti e fare l’originale a tutti i costi. Non puoi essere come tutti? Adesso se uno deve farti sapere qualcosa come fa?»
«Prendo le informazioni e te le giro con Whatsapp, mica con quelle stupide e-mail come i rincoglioniti. Ah, scusa… tu non ce l’hai? Ma come? Uno moderno e all’avanguardia come te che non è su Whatsapp!…»
La legge del minimo sforzo
Siamo arrivati al paradosso che anche le aziende che fino a ieri disdegnavano l’instant messaging e che ora che li hanno sdoganati hanno diverse soluzioni interne per favorire sicurezza e privacy, anche loro hanno dovuto fare marcia indietro e tollerarne l’uso. Non solo: se scrivi ai colleghi usando i mezzi ufficiali facilmente non leggerà nessuno, ma se usi Whatsapp potrai tranquillamente comunicare con CEO e Presidente. Il fine giustifica i mezzi (“di grignolino” Farassino)!
“E il tennis avanza, e i coccodrillini dilagano, perché è giusto espandere le cose, così si corre con la stessa maglietta. E il tennis avanza e non risparmia nessuno, e ora in tutte le fabbriche ci sono i campi da tennis, e si capisce chiaramente che è la base che ha imposto i suoi gusti: praticamente la proletarizzazione (…) Bisognerà pur decidere, o avere dei nemici, o giocare al tennis” (G. Gaber)
Chi come il sottoscritto, pur arrivando con l’ondata dei primi anni novanta, appena “la madre di tutte le reti” era appena evasa dalle colonie universitarie, ha visto passare di tutto su Internet, e ha aperto quella porta grazie ad Howard Rheingold, ha visto ancora i Gopher e Veronica il primo motore di ricerca o i proto-browser come Cello che sdoganavano la tristezza del Telnet, mentre le reti delle BBS, specialmente la OneNet basata su First Class erano molto più interessanti di quel che trovavi su Internet, e Marc Andreessen si faceva soffiare il primo browser basato sul codice adattato dal linguaggio markup per le stampanti di Tim Berners-Lee, quel Mosaic che girava (come tutti i primi programmi interessanti) solo su Mac… e poi Netscape, Altavista, mentre Yahoo riusciva a fare ancora il suo splendido lavoro di catalogo generale del WWW… ecco, uno così che si sente dire: «Ma come?… non sei su Whatsapp?» oppure «Perché non leggi i messaggi che ti mando su Facebook Messenger?!», beh, sente di aver sbagliato tutto e gli sembra di stare ripetendo il patetico monologo di Rutger Hauer / Roy Batty, il quale sotto la pioggia prima di morire:
https://youtu.be/KFq1d6qCyjg?t=84
Ma a questo punto però ricordo anche che ai tempi tanto celebrati della gioventù, i miei coetanei a parole più sfegatati andavano ai cortei per fare un giorno di vacanza in più, per “tacchinare” le compagne femministe o per avere una buona occasione per una rissa, mentre le ragioni politiche le lasciavano agli “intellettuali”, i quali facevano il verso ai critici d’arte per snobberia ma usavano lo stesso criterio nozionistico appreso nella scuola “borghese”; ai concerti andavano a sentire quello che ascoltavano tutti e difficilmente facevano fatica a capire la ricerca e la sperimentazione; facevano di zen, arancioni, harikrishna, sufi, maharishi, marcuse, saibaba, freud, jung… tutta l’erba un fascio e impastavano in un gran polpettone da divorare a tutte l’ore, riducendo i valori ad un cambio di calzature: dalle Barrow’s da gelateria discoteca alle Superga sdrucite per assemblee e occupazione.
Ricerca e approfondimento sono sempre state per pochi, solo che oggi gli allevamenti si sono fatti più pervasivi e perfezionati:
Su questo tema si sono sprecate troppe parole e previsioni. Personalmente credo che di contenuti soltanto sia difficile campare, specialmente quando questi non sono clip di gossip su Youtube o quando non sei diventato di moda come influencer che tutti vanno a curiosare per capirne la ragione.
La questione mi interessa relativamente poco. Quello che mi interessa di più è cercare di capire perché le stesse persone che non vanno a leggere quello che scrivi quando lo pubblichi in un tuo spazio poi non mancano di guardarlo quando le inserisci in un luogo nato per far fare soldi ad altri proprio come questo che stai guardando (che è l’unico che poi stimo anche se un po’ troppo yankee-centrico) e soprattutto Facebook, Youtube, Instagram, LinkedIn e così via. Dunque, visto che con Medium.com si può, ho deciso di inserire gli articoli nel piano a pagamento. Puoi facilmente immaginare la quantità di denaro che ci posso ricavare: il mio pezzo più letto — ben più di 5000 lettori— riguarda uno stupido consiglio su come usare una chiavetta in Ex-FAT. Il fatto è che nessuno va a leggere dove inserisco i pezzi gratuitamente — quasi sempre gli stessi pezzi— preferendo farlo tramite le mangiatoie per bestiole da allevamento.
E poi c’è anche chi ti contesta per questa scelta e soggiunge, un po’ come quando ho rimosso il mio account Whatsapp,
«Ma se tutti fanno così perché non puoi adeguarti anche tu invece di fare l’originale a tutti i costi?».
Cantava Francesco De Gregori in una canzone dei miei tempi, Cercando un altro Egitto: «Amore, amore… portami via: devo ancora svegliarmi».
Se non fosse così sarebbero le imprese e l’economia più in generale ad averli.
Con così tanti manager in circolazione non ci sarà più in giro la competenza che serve per fare le attività.
Se quelli inevitabili verranno pagati sempre meno a fronte di crescenti responsabilità e carico di lavoro, con una prospettiva di impellente turnover prima o poi anche l’ambizione lascerà il posto al disincanto.
L’intelligenza collettiva nelle imprese e nelle reti di imprese sarà più manageriale di loro.
Le scelte, da un lato sono sempre più soggette a dei monopoli internazionali decisamente ristretti ai minimi termini, dall’altro si fanno sempre più obbligate dall’ambiente socio-naturale da renderli dei meri esecutori.
Quella che invece va facendosi strada è un’altra figura: quella del leader non-manageriale, l’influencer.
Nel passato si consideravano veri leader coloro che occupavano posizioni di potere, ma l’avanzata delle organizzazioni olistiche e delle imprese social-based stanno modificando questo concetto.
Quello che non cambia è la legge di Pareto, quella nota anche come 80% 20%. Le organizzazioni olistiche social-based non devono essere viste come realtà plebiscitarie.
Il potere è banale, si sa.
È altrettanto banale il potere dei manager basato sul principio napoleonico del “Dio me l’ha data, guai a chi la tocca!” (riferito alla consegna della Corona ferrea, il 26 maggio 1805), quanto lo è quello delle masse (o “del proletariato al potere”). Nessuno dei due è abbastanza intelligente ed entrambi procedono per imitazione dei luoghi comuni: prevaricazione, egoismo, voracità, ingordigia, moda, eccetera.
Tra le due curve di stadio, spesso in duetto armonico fra loro (“Odio Berlusconi perché vorrei essere io Berlusconi e quindi se un Berlusconi non ci dovesse essere starei peggio perché non potrei mai esserlo io”) esiste una terza e più complessa figura: quella del leader. Un tipo nuovo di leader: il social-influencer che preferisco definire holistic leader.
Intanto leader olistico non si impara a diventarlo: si viene adottati. Poi la cosa non va confusa con il grande successo: non è quello che vende più dischi ad essere leader, ma quello che porta molti musicisti mainstream ad usare i suoi codici, spesso diversi solo di pochi ma determinanti dettagli. Alcuni di questi possono ricevere più successo di quanto aspirassero ad averne, ma la stragrande maggioranza di loro sono sconosciuti e comunque meno interessati all’enorme successo di quanto non si affermi. Si pensi, ad esempio, a Michael Jackson: un bambino diventato cinquantenne senza avere avuto mai una vita propria e libera, un essere che non ha mai vissuto se non nella musica e che è sempre stato usato dalle masse del pettegolezzo e dagli squali delle industrie e della finanza. Siamo sicuri che siano questi i modelli di vita che vorremmo imitare? O forse non preferiremmo essere un Quincy Jones che, per quanto avesse una grande fama fra i meno inesperti, sono molto pochi a sapere l’influenza che ha avuto su diversi artisti a partire dall’album-primato Thriller firmato da Michael Jackson?
E ho usato due esempi clamorosi che potessero essere noti ai più, ma sono un’infinità quelli che potremmo citare, da Doug Engelbarth a Joni Ive, da Pierre Jannet a Mesmer…
Le caratteristiche del futuro leader olistico sono tutte da individuare, tuttavia possiamo già indicarne alcune.
Quasi anonimo. Piuttosto schivo e poco interessato al riconoscimento da parte del top management come della grande massa, si affida alla rete ristretta delle persone che stima spesso con sentimenti prossimi all’affetto, aspettandosi che loro abbiano altre reti di legami non strettamente dipendenti dalla propria persona. Nondimeno, ricorderà bene che anche gli amici cambiano, impazziscono, tradiscono, si innamorano della donna o dell’uomo sbagliati, fanno cattivi investimenti, hanno paura… e tutto questo capita anche all’estraneo che abitiamo in noi stessi. Dà il massimo valore possibile alla maieutica e all’apprendimento, ma quando occorre sa dire di “no e basta”, almeno per quanto riguarda la propria persona e i valori a lui cari.
Ego-free. Consapevole della provvisorietà di ogni cosa, non si aspetta niente indietro perché sa che non arriverà o quantomeno non sarà mai all’altezza della soddisfazione che potrà ricevere da se stesso. Per questo, non tralascia la qualità della sua vita personale, il rispetto della propria privacy, la vicinanza alla famiglia, il tempo per le vacanze e soprattutto quello per il silenzio, sa staccare la spina quando serve e non consente a nessuna impellenza di interromperlo, fa suo il motto “Tutti siamo utili, nessuno è indispensabile”, delega non per generosità ma perché ha altro da fare specialmente al di fuori di lì, sa che i pensieri non arrivano da lui visto che è un’antenna, sa stupirsi e si dimentica delle proprie idee come proprie, anzi, quasi demenzialmente si stupisce di quello che sente anche se l’aveva detto lui anni fa in modo tale da poterne cogliere qualche risvolto aggiornato che gli sarebbe sfuggito, e così via…
Ecologico. Sa mescolare una logica lineare per praticità, privilegiando sempre quella circolare, quella ecologica fondata sull’effetto di ritorno, il feedback, consapevole che la scelta giusta può generare effetti indesiderati da un’altra parte. In quello che fa pensa al “tutto” che è sempre maggiore della somma delle parti. Per questo, non mira ad un’azione totale, ma all’effetto valanga o frana, scegliendo con cura il sasso giusto, la pietra giusta nel punto migliore perché il resto venga da sé e non da una serie di azioni. Poi accudisce e accompagna il processo che si origina, arginando la frana o guidandola quando prenda direzioni indesiderate, anche questo quando sia possibile, non in prima persona, ma attraverso l’influenzamento.
Non disdegna l’automazione soprattutto per le attività non strategiche o che non hanno valore per la crescita delle persone, tuttavia è consapevole che la strategia migliore non consiste nell’automatizzare le procedure, ma nell’eliminarle il più possibile, soprattutto quando comportano che le persone tendano a dare loro valore, a trovare un senso al proprio lavoro occupandosi di loro o, peggio ancora, quando per far “rendere” le procedure si impegnano le persone ad essere le macchine, i terminali stupidi, dei protocolli; quando fanno perdere ad amici e colleghi il senso del valore della cura, quella cantata da Battiato che si applica non solo alle persone, ma al sistema stesso e alle creazioni.
Non ha dei credo, né riguardo agli strumenti e nemmeno alle mode manageriali e sa che quello che si fa in un determinato ambito deve riflettersi nell’ambito complementare. In questo segue i principi del bilanciamento dinamico, ovvero del principio dell’adattamento tramite la gestione attraverso gli opposti, nella simmetria come nella complementarietà [un principio che spiegherò meglio in futuro]. Per fare un esempio frequente, non pensa che le azioni svolte in ambito virtuale (ad esempio su Internet) vada da solo per potenziarsi in rete e che invece quello che si muove nel mondo reale, quello del brick ‘n mortar, sia destinato a restare confinato nel mondo fisico. In questo come in altro ambito segue il principio del biliardo, con il gioco di sponda: non si fanno mai cadere i birilli indirizzando la palla direttamente sul castello, ma si colpiscono un certo numero di sponde e si attivano tutte le biglie possibili perché, colpendosi fra loro, facciano cadere quelle che serve nelle buche mentre buttano giù il maggior numero di birilli possibile.
Ecco perché il leader olistico è un amico per pochi e da pochi riconosciuto, il cui risultato non sarà l’essere famoso o particolarmente amato, ma piuttosto che coloro con cui interagisce si riconoscano fra di loro e nel pensiero che appartiene al loro gruppo, al clan di influenzamento al quale abbiano a cuore di partecipare, costituendo uno stile di pensiero e un’influenza nei valori del mondo in cui si vive.
Sono andato a curiosare per vedere l’effetto che fa il podcast iniziato l’anno scorso e mai proseguito (dal quale fra l’altro, trasse origine l’idea di questo sito).
Alla fine quello più convincente è come appare su Spotify:
A conferma che al momento forse è proprio l’editore svedese che ha comprato Anchor a sembrare il più convinto sulle “radio libere” via web.
Apple, che diede il via al fenomeno circa vent’anni fa invece ora si attesta a malapena sul mainstream, mentre Google non ha app per tutte le piattaforme, concentrandosi solo su Smartphone Android.
Così invece è come appaiono da browser su Stitcher e Anchor.
Infine, chiude la piccola galleria l’interfaccia solo-android di Google Podcast.
Esempi di intervento — Lezioni di Bilanciamento Dinamico
Se negli interventi di tipo 1 sarà piuttosto facile suggerire un comportamento che contrasta la situazione indesiderata, lo stesso non vale per quelli di tipo 2. Un esempio di intervento di tipo 1potrebbe essere: «Visualizza la persona che ti può far stare bene. Guarda come sarai fra vent’anni — senza paura o profezie e senza desiderio o volontà — e ritornando indietro cerca di precisare sempre meglio la persona che ti avrà portato ad essere così fino ad arrivare ad oggi. Guarda ora chi dovrai essere tu per attirare una persona di questo tipo e guarda intorno a te chi assomiglia a quella persona che si trova bene con quel te stessa — che continui a non essere tu».
In definitiva nel tipo1, in una situazione di processi di eccessiva stabilizzazione o immobilità (“mefistofelici”) si introducono elementi di desiderio, di volontà, anche di alienazione e perfino di coraggio (“luciferici”), spingendo le persone a mettere in atto comportamenti molto semplici e per nulla pericolosi per una persona normale ma che possono apparire eccessivamente audaci per il cliente. Oppure, a fronte di pulsioni incontrollabili (siano esse caratterizzate da paura o desiderio o macchinazione), di insaziabile appetito di potere, di realizzazione, di generare attrazione e dipendenza o di realizzare ideali carichi di integralismo (“luciferico”) si può instillare un processo di stabilizzazione e razionalità calcolata e mediata da elementi di concretezza materiale (“mefistofelici”) tali da fare recuperare un equilibrio mobile.
Il più delle volte questi non avranno ragione di essere realizzati, specialmente se durante il setting verranno fatti sperimentare con intensità e veridicità. Quello che ne uscirà sarà probabilmente una situazione di compromesso, un adattamento accettabile che per venire percepito potrà richiedere un insight retrospettivo durante gli incontri successivi. Questo passaggio sarà fondamentale proprio per permettere l’appropriazione dell’intervento di cambiamento da parte del cliente che altrimenti non se ne sentirà affatto autore. È infatti fondamentale che il risultato non sia mai percepito essere il cambiamento in sé, ma piuttosto l’appropriazione del processo di apprendimento da parte del cliente, la sua comprensione e la fiducia nella capacità di poterlo ripetere in altre situazioni.
Come abbiamo detto però gran parte dei nostri casi, anche qualora si presentino come quelli descritti prima, si porta dietro delle situazioni di tipo2. Ad esempio: «Ho fatto quello che mi ha prescritto ma mi sono visto brutto». Oppure: «Quello che mi chiede per me è inaccettabile», o anche «So anch’io che basterebbe fare così, ma se sono qui è perché non mi è possibile». Per evitare di incappare in queste situazioni occorre utilizzare la seconda via del bilanciamento dinamico, quella indiretta o omeopatica, dove l’indirizzo non deve arrivare dal counselor e spesso neppure essere percepito in quanto tale: occorre che l’operatore per primo creda fortemente nel potere dell’inconscio, come pure in altre forme di “ignoranza percettiva attiva”, come interventi angelici o processi neuronali dell’ippocampo, vanno tutti bene e abbia fede nel fatto che avverrà quello che deve avvenire. Se sei scettico e addirittura irritato da queste parole questo lavoro non fa per te.
Bisogna sapere prescrivere il sintomo.
Dove l’enfasi va posta proprio sul savoir faire nell’arte della prescrizione.
«Per riassumere, mi sembra di capire che tu ti stia descrivendo come una persona che non sa dire di no e che per questo ti sia sottoposta a delle situazioni umilianti che ti fanno perdere del tutto la stima di te. Tuttavia, ritengo estremamente importante comprendere come il fatto che tu non apprezzi la tua persona è perché hai iniziato un lavoro e non hai la meticolosità necessaria per portarlo a fondo. Per esempio ora ti potrei chiedere di prendere quel fazzoletto e pulirmi le scarpe. Lo faresti vero? Certo, ora mi diresti che non è possibile, ma nel tuo intimo ti rendi conto che lo potresti benissimo fare. Potresti addirittura leccarmele le scarpe. Non c’è bisogno che ti mostri scandalizzato. Sai che non ti chiederò di farlo. Ciononostante quello che è assurdo è che la tua bocca sta sentendo il gusto del lucido da scarpe e le tue papille gustative percepiscono con un misto di disgusto e di perverso piacere il sapore delle suole. Questo accade perché in questa situazione tu avverti che io sono una persona che ha del potere. Certo, ce l’ho qui ed ora e non in una situazione diversa e ne è la prova il fatto che nonostante pensi che sto facendo un discorso da pazzo arrogante tu sei incollato alla sedia e non hai preso quella porta per uscire. Quello che intendo per andare fino in fondo vuole dire che dovrai identificare delle persone per le quali non nutri alcuna stima, gente che consideri falliti oppure dei tuoi sottoposti, dei deboli, degli imbranati. Sono le loro scarpe che, per modo di dire, dovrai leccare: è a loro che dovrai fare in modo di chiedere di umiliarti di farti sentire uno schiavo disposto a fare qualsiasi cosa ti chiedano. Vorrei che ora identificassi delle persone senza potere, che ne abbiano molto meno di te, che non valgano proprio nulla nella scala evolutiva del tuo entourage e provassimo ad immaginare quello che potresti fare con ognuno di loro. Cominciamo!»
In zona Cesarini — la strategia del contropiede
Anche se qui abbiamo messo in azione numerosi meccanismi non così facili da spiegare in un semplice articolo, quelli che devono essere chiari sono alcuni principi: 1) nei casi di tipo2 è una tecnica spesso importante prescrivere il sintomo; 2) la prescrizione non richiede di essere eseguita; il più delle volte va però esercitata nell’immaginario (possibilmente in sede di seduta stessa) 3) quando si prescrive come homeworking dev’essere in una safe zoneovvero qualcosa di fortemente inconsueto ma a dosi infinitesimali per quanto emotivamente cariche possibilmente tali da spingere a non essere eseguite ma con delle sollecitazioni a pensarci e ripensarci: quanto più si evita un compito tanto più intensamente si sarà eseguito l’esercizio 4) al ritorno va richiesto con una certa premura il ritorno dell’esecuzione del compitolasciando intendere che la cosa era fondamentale e quello che non si è fatto o si è fatto male non sarà più lo stesso la volta dopo, complimentandosi invece dell’ottimo lavoro svolto quando lo si sia eseguito (magari era un’inezia) 5) ma, comunque siano andate le cose, il tema a seguire — trattato come quasi una questione marginale — sarà che cosa è successo durante la settimana, quali cambiamenti casuali siano intervenuti e in che modo l’inconscio (o il sembiante che si preferisce) si sia affacciato nella vita di tutti i giorni al punto di — eventualmente — modificare il contratto di partenza, ovvero la definizione degli obiettivi. In ultima analisi che cos’hai — seppure casualmente — imparato in questo periodo e come potresti riutilizzarlo in futuro, per quanto piccolo possa essere.
Vai alla lezione precedente
Oggi gli amici mi ricordano quel detto socratico a me tanto caro, quel
So di non sapere
Che è anche la sola idea che i più ricordano di lui, la stessa che i più equivocano etichettandola e quindi liquidandola riduttivamente come “scetticismo”.
Dopo millenni il poco che mi sento di modificare di quella frase lo esprimerei così
So ilNonsapere
Ovvero, sono consapevole che esiste il Nonsapere e il Nonsapere è un’entità, un universo o meglio un multiverso, delle dimensioni che sono compresenti e agiscono al di là della nostra capacità di percezione prima ancora che di comprensione. Spazi e soggetti che agiscono nel nostro presente atemporale o extra-temporale e plurispaziale.
E questa consapevolezza, questo sapere mi dà speranza, mi conforta della miseria delle nostre presunzioni. So che agisce nel nostro momento al di fuori, non solo del nostro misero sapere, del povero linguaggio su cui affonda le fragili fondamenta il nostro raziocinio, ma prima ancora delle limitatissime informazioni che traggono origine dalle ridicole capacità percettive della condizione umana.
Non è scetticismo: è sapere che nelNonsapere esistono entità, soggetti o come si vuole chiamare queste “cose” che ci donano pensieri e un sentire che ci accompagna e non ci fa mai sentire soli in mezzo a pericoli anch’essi a noi ignoti. Questa consapevolezza incomunicabile non mi dà ansia: piuttosto mi dona speranza, mi conforta delle nostre misere presunzioni. Confido nel Nonsapere e ad esso dono il mio esistere.
Creare caricature, amplificare con la consapevolezza che gli estremi non esistono: questa via di “apprendimento per mostri” che troviamo nella materia medica omeopatica somiglia all’insegnamento per paradossi del Bilanciamento Dinamico. Uno Zen ruomoroso e pittoresco del tutto anti-ieratico per vecchi Europei disincantati.
Governare gli opposti — Lezione di Bilanciamento Dinamico n.02
Il desiderio di cambiare è comune fra gli esseri umani e spesso non viene neppure precisato, dandolo ingiustamente per implicito, che per “cambiamento” si intende in meglio.
Che questo non sia affatto scontato non è così banale, infatti è molto discutibile che cosa si intenda per “meglio”.
La Programmazione Neurolinguistica (PNL o NLP che dir si voglia), e non solo lei, usa una vecchia tecnica per chiedere al cliente di definire con maggiore precisione possibile l’obiettivo auspicato. Non basta dire “voglio cambiare”, ma occorre sapere rispondere con argomenti concreti, ovvero adducibili ad almeno uno dei cinque sensi, alla domanda: «Da che cosa ti accorgerai quando avrai conseguito il tuo obiettivo?».
Inizialmente è molto probabile che il cliente risponda: “Perché starò meglio” oppure “Perché non avrò più quel problema”, tuttavia questo non sarà che l’inizio di un percorso non proprio brevissimo per proseguire con le domande fino ad arrivare magari a domandare: “Di che colore sarà, che tonalità avrà, che temperatura ti farà provare…”. Si arriverà a domande di questo tipo solo dopo averne attraversate diverse altre più intuitive e generali.
Questo percorso, però, non basta. Occorre proseguire con un’altra indagine di natura ecologica riguardante le retroazioni, gli effetti indotti, ovvero la dimensione ecosistemica o ecologica del cambiamento. Si chiederà inizialmente chi beneficerà della trasformazione individuata, ovvero dei concreti fenomeni descritti precedentemente, ma subito dopo anche chi avrà conseguenze peggiorative per questa e quindi chi ha ragione di osteggiarla e come avverrà l’una e l’altra situazione.
A questo punto, se condotta con metodo stringente, sarà probabile che l’obiettivo si trasformerà in qualcosa che non è necessariamente “meglio” e neppure “peggio”, ma semplicemente un “come” con tutte le problematiche gestionali che ogni “come” comporta.
Omeopatici o allopatici?
Abbiamo già visto che il nostro auriga (in questo caso l’alter ego rappresentato dal counselor) dovrà governare istanze di tipo diverso: una tendenza ad un “sicuro” immobilismo (quindi cambiare senza che niente cambi davvero), da un lato, e un’inquietudine desiderosa e insoddisfatta, dall’altro.
Facilmente la domanda portata sarà banalmente quella di togliere quello che dà fastidio e/o aggiungere quello che pensiamo ci manchi.
Possiamo a questo punto distinguere fra problemi di tipo 1 costituiti da situazioni che richiedono una semplice tattica in grado di superare in qualsiasi modo l’ostacolo. Questo tipo di problemi non vengono portati comunemente in consulenza in quanto in genere trovano soluzioni comuni molto più rapide e facili. Quando arrivano a noi perché verosimilmente celano un problema di tipo 2, ovvero quel qualcosa che verrebbe fuori da un’indagine come quella espressa nel paragrafo precedente.
Se nei problemi di tipo 1 può bastare una sana cura diretta, lineare o allopatica, il cachet che fa passare il dolore, nei problemi di tipo 2 occorre mettere in moto il processo celato sotto il sintomo. E non si tratta di fare i cacciatori delle cause nascoste per comunicarle al cliente come nelle tecniche ermeneutiche tradizionali, ma di fare in modo che emerga dal cliente stesso con le sue parole e le sue sensazioni; con il suo schema di valori e con tutte le convinzioni ed impliciti.
Il più delle volte questa situazione viene alla luce allorquando emergano le contraddizioni su cui poggia lo stallo.
Un gioco a scacchi
Quasi tutte le situazioni croniche, siano esse di natura corporea che mentale, hanno alla radice una situazione di stallo.
Nel gioco degli scacchi, lo stallo è il termine con cui si indica la situazione in cui un giocatore non ha a disposizione mosse legali effettuabili pur non trovandosi sotto scacco. Lo stallo determina la fine immediata della partita con il risultato di patta e spesso il giocatore in netto svantaggio di materiale o di posizione, può cercare di trovare una situazione di stallo per evitare la sconfitta.
Non posso stare con lui/lei ne senza di lui/lei e quindi mi blocco in un non-spazio, non-tempo o non-identità: una non-storia, un time out dove processi ed energie si autofagocitano e/o fermentano, vanno a male. Più a lungo ci si trattiene in questo stallo e più lunga e pesante sarà la possibilità di cambiare.
A lungo andare lo stallo può costituirsi in identità e quindi la propria biografia si trasformerà, per usare un esempio molto comune, in quella del beautiful looser. Che renderà anti-economico o addirittura distruttivo un reale cambiamento, lasciando aperta solo la possibilità di un perfezionamento della nuova immagine seppure di natura secondaria (Il processo secondario, secondo Freud, aveva la funzione di controllare, dirigere, limitare, rinviare e deviare i processi di pensiero secondo le esigenze dell’impatto con la realtà. Il pensiero cerca di raggiungere l’oggetto che dà soddisfazione attraverso una via più lunga, mascherando sia coerenza che nessi spesso contorti tra pensieri rappresentazioni finendo per scendere a patti con il principio di piacere, ovvero generando perversioni emotive e/o cognitive).
L’arcano maggiore dei tarocchi chiamato “Il Carro”, la carta VII, è la rappresentazione del governo degli opposti
Nella terapia come nell’educazione, nel management come nella famiglia, nello sviluppo personale come nel commercio, nel coaching come nello sport, nella spiritualità come nella politica… dovunque è questione di equilibrio. Tuttavia, conseguirlo e mantenerlo è molto meno semplice di quanto ci venga da dire.
Un antico slogan politico recitava: “Avanti al Centro contro gli Opposti Estremismi”. Erano gli anni ’70 e qualcuno stava sfruttando l’idea che tanto l’estrema sinistra che l’estrema destra si somigliassero e che per evitare i danni provenienti da questa finta dialettica la scelta migliore consistesse nel voto alla Democrazia Cristiana e i suoi alleati.
Come tutti gli slogan avevano bisogno che ci fosse del vero per trasmettere il proprio consiglio per gli acquisti. I primi scritti che abbiamo in proposito risalgono, da un lato ai maestri taoisti (dal Tao Te Ching all’I Ching), dall’altro ai frammenti presocratici, sostanzialmente Eraclito con la sua legge dei contrari. Da allora molto si è scritto a proposito dell’Uno, molto sul Due… anche sul Tre c’è molto, ma in verità non così tanto.
Mi spiego meglio.
Quando si parla dell’Uno facciamo riferimento alla causa primaria da cui tutto deriva. Pare che quest’idea traesse origine dall’Antico Egitto e venne poi esportata da un popolo che decise di lasciarlo per tornare alle proprie terre delle origini: quando vennero lasciate seguivano un politeismo sua specie che poi venne integrato in un monoteismo che fece scuola nel mondo. La filosofia seguì questa strada contrapponendo (e in questo già il Due segna un punto in più) la scuola dell’Idealismo unitario a quello della dialettica binaria. Accanto a loro ci furono molti pensatori che si affrancarono da queste lobbies teoretiche ma non molti ebbero grande successo. Probabilmente il più estremo fu Friedrich Nietzsche che decise di sciogliere le briglie del proprio ronzino per lasciarlo libero di scalpitare senza regole ad affermare le radici politeiste e “tragiche” del pensiero libero.
Era attaccato a questo autore uno dei maestri di quanto vado scrivendo, Rudolf Steiner, noto per una corrente dell’occultismo che ha fortemente condizionato molte professioni pratiche, dalla pedagogia alla medicina, dall’arte all’alimentazione, dall’economia all’architettura…
Prima ancora che a Nietzsche (e Stirner con esso) e al suo esaltato mentore, il signor Goethe, Steiner deve le basi di gran parte del suo metodo ad una metafora dell’antico Platone, quella della biga alata presente nel suo Fedro. Anche se si attribuisce questo mito all’uso riguardante la reminiscenza dell’anima, le sue implicazioni superano di gran lunga questo fine. Egli scrive:
«Si raffiguri l’anima come la potenza d’insieme di una pariglia alata e di un auriga. Ora tutti i corsieri degli dèi e i loro aurighi sono buoni e di buona razza, ma quelli degli altri esseri sono un po’ sì e un po’ no. Innanzitutto, per noi uomini, l’auriga conduce la pariglia; poi dei due corsieri uno è nobile e buono, e di buona razza, mentre l’altro è tutto il contrario ed è di razza opposta. Di qui consegue che, nel nostro caso, il compito di tal guida è davvero difficile e penoso.» (Platone, Fedro, 246)
Da qui si comprende la fatica che spetta all’Auriga e quindi il fatto che stare al centro governando i contrari eraclitei è tutt’altro che una luculliana passeggiata come dovette apparire ai democristiani dello slogan.
Steiner fece di più: trasformò quella che chiamò “triarticolazione” (dove occorre stressare, non solo l’idea del 3, ma soprattutto il fulcro dell’articolazione — l’idea di dynamis che affianca la logica del bilanciamento nella nostra teoria — lo snodo, l’attività costante, il governo dell’attrito e così via) in una chiave di volta di tutti gli ambiti che andava studiando, da quello spirituale a quello sociale o terapeutico. In un suo lavoro riguardante “il doppio” ci fa scorgere come la nostra soggettività umana si trovi al centro di due forti energie personificate. Dimentichiamo per un attimo la caratterizzazione diabolica che ne dà di Luciferina e Arimanica per riportarci all’idea platonica. Da un lato a muoverci sono i venti brucianti delle passioni veicolate dal desiderio di affermazione dell’egoità, dall’altro il gelido raziocinio del calcolo che si condensa nell’affermazione del materialismo strumentale.
Queste due entità energetiche oltre che ontologiche sono affermazioni cieche di volontà che perseguono ognuna là propria strada indifferenti alle ragioni dell’altra proprio come i due purosangue platonici. In mezzo il sé (lo chiamo così in sintonia con Jung per evitare l’ambiguità del termine “Io” prediletto da Steiner per evitare di fraintenderlo con l’egoità tipica dei “destrieri diabolici”) è come una esile membrana, priva di densità ma non per questo meno determinante, anzi… Per quanto importante, essa — ovvero, noi umani — non potrebbe esistere se non potesse beneficiare delle due forze contrapposte che le permettono di risalire la ripida china che porta al ritorno alle sorgenti spirituali, a chiudere il viaggio dell’anima presente nel Canto della Perla che si trova negli Atti di Tommaso Vangelo apocrifo gnostico.
Questa logica la ritroviamo ovunque e di sicuro anche nella nostra persona corporea, mentale o olistica che là si voglia vedere: una forza ci spinge ad agire, a incorporare, a volere… l’altra a consolidarci, calcolare, stabilizzarci… Le similitudini non ci devono però spingere a trovare delle concomitanze strette fra un ambito (quello delle forze) è l’altro (quello della persona umana): dobbiamo sapere fermarci alla dinamica illustrata, provando ad usarla in più contesti per evitare a creazione di altri inutili sistemi filosofici tuttologici.
Abbandonando per il momento Steiner arriviamo più vicino ai giorni nostri per ritrovare qualcosa di analogo in molti autori, specialmente di ambito psicologico come soprattutto Piaget, lo psicologo svizzero più noto per le sue teorie dello sviluppo intellettuale in età evolutiva. Nei suoi studi epistemologici, di gran lunga a mio parere più importanti, egli afferma che lo sviluppo umano è la storia delle nostre capacità di adattamento individuale e che questo processo complessivo, la vita stessa, in fondo, flessibile e plastica in gioventù, più rigida con l’avanzare dell’età, noi alterniamo due fasi:
quella dell’assimilazione, ovvero l’incorporazione di un evento o di un oggetto in uno schema comportamentale o cognitivo già acquisito come utilizzare un oggetto per effettuare un’attività che fa già parte del proprio repertorio motorio in base a elementi che gli sono già noti, e…
quella dell’accomodamento consiste nella modifica della struttura cognitiva o dello schema comportamentale per accogliere nuovi oggetti o eventi che fino a quel momento erano ignoti.
I due processi si alternano alla costante ricerca di un equilibrio fluttuante (omeostasi) ovvero di una forma di controllo del mondo esterno. Una logica presente in cibernetica è in sistemica.
Giunti a questo punto comprendo che molti che si aspettavano istruzioni pratiche o perlomeno applicate al quotidiano si sentano a bocca asciutta, insoddisfatti e magari stanchi di tanta teoria. Amici miei, dovrete pazientare ancora un po’.
Sono ormai quasi trent’anni da che ho cominciato a concepire questo modello che vuole soprattutto essere un metodo e quindi offrire diverse applicazioni concrete. Ciononostante non ho mai trovato la pazienza e l’impegno per formularla completamente per iscritto. Nel frattempo ho proseguito in questo lavoro in evoluzioni coerenti che non potevano aspettare.
Oggi, però, voglio riprendere in mano questo lavoro, sia perché sono troppi quelli che non hanno capito quello che intendo, spesso banalizzandolo con l’idea della “via di mezzo” che, non solo ha ben poco a che vedere con il modello, ma soprattutto conduce a errori peggiori della malattia; sia perché, dalle domande e dalle richieste che mi pervengono mi pare che i tempi siano oggi più maturi per riprendere in mano questa tappa strategica del mio percorso.
Quindi, portate pazienza e rimanete sintonizzati su questa lunghezza d’onda: prometto prossimi esempi pratici auspicando che chi ne ha di propri si senta libero di estendere questo lavoro sentendosi libero di farlo proprio.
Il prossimo articolo della serie dedicata al Bilanciamento Dinamico (aka DBM) sarà dedicato alle strategie della complementarietà, ovvero come introdurre il cambiamento, sia esso in direzione di una modifica come di una stabilizzazione. Anche in questo caso vedremo che le cose possono essere molto meno ovvie di quanto si sia portati a pensare e soprattutto osserveremo quanto peso abbiano sottigliezze e sfumature.
A presto.
Altre fonti: https://enniomartignago.it https://www.enniomartignago.com https://www.facebook.com/BilanciamentoDinamico/ https://nuovaipnosi.wordpress.com/ http://www.vie.carmelanardella.com/condizione/omeostasi
#dbm #bilanciamentodinamico #counseling #coaching #terapia #psicoterapia #antroposofia #crescitapersonale
La crescita personale (counseling/coaching) e di gruppo (quindi anche organizzazioni…) si realizza attraverso processi di stabilizzazione (pacificazione, gratitudine, perdono…) mediazione e provocazione (rottura di schemi, paradossi, affrancamento dall’Io…)
Per quanto queste ti imprigionino nessuna di esse è la peggiore.
La droga più potente l’abbiamo dentro di noi.
La nostalgia non ci abbandona mai.
Per quanto sappiamo che tutto in questa vita è solo illusione, non possiamo evitare di provare nostalgia.
Abbiamo nostalgia della gioventù anche se è stata un coacervo di fantasie senza senso e di dolori che ora minimizziamo solo perché sono stati superati – anche se spesso solo in parte.
Proviamo nostalgia dei nostri cari, di un amore senza consistenza, di quel lavoro che ci ha lasciato poco, e così via.
Nell’al di là le anime faranno una fatica infinita ad evitare nostalgia dell’esperienza del mondo e, per quanto sappiano che si tratta solo del regno di Maya, della malia, dell’illusione come il sogno di una fumeria d’oppio, non potranno evitare il desiderio di tornarci, come le falene attratte dalla luce della lampadina che pure le brucerà.
Siamo come quella moglie di Lot che, pur sapendo che verrà trasformata in una statua di sale, non resiste al desiderio di guardarsi indietro avvinta dal rimpianto di Sodoma e Gomorra che stanno bruciando distrutte dall’ira di Dio.
Guardati dalla nostalgia; impara a vincerla oggi mentre sei nella realtà perché domani potrai non riuscirci più.
Il primo evidente traguardo raggiunto da Amazon grazie ad Alexa si scopre essere quello di aver riportato le persone (i miracoli non li fa neppure Echo) ad usare il vocativo.
P.S.: In alcune borgate fanno raccolta firme per aggiungere l’appellativo “Ohu”, dagli apericena si suggerisce “Tipo”, mentre per i panchinari sarebbe meglio “Yo” o “Minchia”.
Oggi ascoltavo un docente universitario che nelle vesti di consulente esponeva in un’azienda i pur interessanti risultati di una ricerca sociologica. Le conclusioni, corredate da molti calcoli anche complessi, portavano a delle valutazioni abbastanza note agli osservatori più attenti e meno stereotipati e comunque comuni in questo genere di aziende.
Spiegava come fosse colpito dal fatto che in un’impresa così apparentemente omologata esistessero miriadi di clan e logiche locali che costituiscono i criteri operanti, quelli autentici, quelli di clan, lobby, “cosche” in barba alle universalissime ricette imposte dalle big three consulting firms: scaling agile, disruption, digital transformation, deep learning, data analysis eccetera, eccetera.
Considerava come fosse inefficiente contrastare un modello gerarchico con quello agile quando poi li fai convivere entrambi nonostante gli imbarazzanti impedimenti che portano a dare il peggio di ognuna delle due.
Io riflettevo su quanto fosse assurdo che l’uomo abbia creato delle tecnologie e dei modelli per replicare e riprodurre la razionalità nei propri modelli sociali, da quelli politici, a quelli economici, dall’istruzione alla sanità. No, non le procedure, né le macchine, né i calcoli possono riprodurre gli aspetti caratteristici dell’umanità. Dimostrano piuttosto un insano desiderio degli essere umani di rappresentarsi come le tecniche e le scienze: razionali, logici, calcolati…
Ora che quest’affermazione si è consolidata e ha contaminato le persone e gli ambienti possiamo finalmente affermarlo: l’irrazionalità, l’impulsività, la mancanza di logica e di buon senso, tutti completamente impermeabili alla formalizzazione, sono i veri principi guida dell’umanità e più l’uomo cerca di affermare il contrario più porterà alle estreme conseguenze questa vera specie specificità e da sempre la massima estremizzazione della razionalità non modellizzata perché basata sul totale arbitrio dell’Assurdo imponderabile perché fondato sulle buffée – va ricordato – ha sempre costituito la fondamenta dell’evoluzione umana: la guerra – la più immediata, distruttiva e spietata.
Tanto vale sostituire il pensiero positivista dalle Organizzazioni e riprendere in mano l’analisi istituzionale e la vivisezione, i sogni, gli incubi, l’Es e il microbiogramma delle comunità economiche e trasformative umane.
Ora che abbiamo con l’aiuto delle macchine portato al massimo estremo la riproduzione programmata della logica che fa funzionare al meglio ogni cosa salvo non sapere a che scopo sarà utile, non ci rimarrà che riconoscerci in quello che resta: la follia!
La Digital Transformation è lotta per la sopravvivenza
Il mondo digitale nelle imprese e per le nuove generazioni dietro il mito dell’innovazione senza fine nasconde un ritorno alle origini della condizione umana.
Da un lato il digitale che nelle grandi imprese il più delle volte non è altro che sostituzione dei processi creativi con routine che dovrebbero sostituire le persone rendendo schiave quelle che rimangono alle logiche formali delle procedure informatiche.
Dall’altro le startup e le astuzie lasciate a singoli o a piccoli gruppi che sono costrette a inventare nuovi modi per sopravvivere o vincere esattamente come facevano o selvaggi che lottavano giorno per giorno per cacciare prede e scoprire territori inesplorati o sconfiggerne gli abitanti attuali.
Per questo un giovane oggi dovrebbe comprendere che conoscere il digitale è importante, ma soprattutto non è il fine, ma solo un mezzo per meglio conquistare il proprio spazio sottraendolo ai presidi del potere combattendo con i concorrenti meno avventurosi e meno divergenti.
Nulla rimane dove si trova: tutto cambia come una figura in mutamento mimetico contro uno sfondo ripetitivo e pieno di luoghi comuni.
Quando trentacinque anni fa, circa, scrissi un articolo per la rivista di Alessandro Meluzzi Essere Secondo Natura in cui mostravo la similitudine fra le tecniche paradossali della psicoterapia sistemica con il metodo su cui si basa l’omeopatia ero troppo giovane per esprimere quello che intendevo senza sentirmi in dovere di tirare in ballo mille teorie e ricerche al punto da rendere quel testo confuso e illeggibile.
Oggi, tra teorie dei campi e abuso dei quanti, abbiamo più teorie che esperienze. Teorie che valgono ben poco in quanto quasi mai generano pratiche, mirando per lo più a trovare una giustificazione aulica ad effetti conclamati ma senza l’agognato bollino della comunità scientifica.
Per quello che va detto possono bastare poche parole.
Le informazioni producono trasformazioni. Queste possono tradursi in comportamenti come pure in effetti somatici. Nel caso in cui queste trasformazioni si verificano in caso di malessere percepito nel corpo come pure nelle emozioni o nel ragionamento possiamo parlare di un intervento terapeutico. Nello stesso modo, gli strumenti per comunicare informazioni trasformative possono essere di natura comunicativa, comportamentale, come pure energetica o materiale. Quello che cambia è sostanzialmente la strategia e il processo utilizzato da chi opera con questi strumenti sulla base di quanto e quali sono quello che si conoscono.
Per troppo tempo si è lavorato con logiche e conoscenze basate sulla quantità: sia sotto il profilo della materia (il dosaggio del principio attivo), sia come energia (l’erogazione di frequenze o il numero di ripetizioni).
Quello che va detto è che:
L’informazionenon è materia e non è energia: è informazione e basta e non richiede di essere ricondotta ad altra natura. Al massimo potremmo dire che l’informazione è coscienza (per altri schemi cognitivi si direbbe spirito).
Personalmente preferirei evitare la questione delle appartenenze, ma temo che non verrebbe accettato. La fisica più avanzata sta andando oltre queste distinzioni obsolete, ma alla fine anche a questi scienziati tocca ritornare a esprimersi in questi termini.
Il fatto che non esista “l’informatone” ovverosia l’unità quantificabile dell’informazione in quanto questa è di natura qualitativa e non quantitativa (il cui correlato in questo caso potrebbe essere il bit, il byte o altre unità di misura oggettuali, in questo caso chiaramente riducibili in materia o energia), non significa che non esista.
In ambito genetico la teoria del meme, ancorché perlopiù nient’altro che descrittiva, ha fatto da apripista al cambiamento epistemologico indispensabile per accedere allo studio di una dimensione alternativa ulteriore a quelle finora consolidate di materia ed energia.
L’informazione è il sapere del “come” invece che quella del “cosa”. Il come è descrivibile ma non quantificabile, in quanto la somma delle parole utilizzate non definisce in nessun modo la comunicazione. Questa si esprime nel rapporto esistente tra:
Messaggio
Relazione
Codice
e fra
a. Spiegazione / Diagnosi
b. Apparato significante (teoria, universo simbolico)
b. Strategia (piano operativo, risorse-vincoli)
4. Sistema di riferimento / ecosistema
5. Previsione / Effetto atteso
Ebbene, l’omeopatia proprio come l’ipnosi o le terapie sistemiche e molte altre pratiche su cui non mi soffermo, non ha a che fare con aspetti massivi, ovverosia di quantità oggettuale, materiale tanto cara alle professioni tradizionali, ma nemmeno con quelli energetici sottili cui fanno ricorso – a torto o a ragione – gli scienziati “divergenti”. Si tratta di un metodo basato sulla risonanza, esattamente come quella che avviene fra due diapason quando le frequenze siano prossime fra di loro.
Il problema di spiegare in termini di scienza tradizionale o non come funzionano l’omeopatia o altre pratiche è un bisogno legittimo di chi si occupa di scienza, ma non di chi si occupa di omeopatia.
Certo, sia omeopati che sistemici hanno la necessità di schemi di riferimento, ma il loro sapere non si riferisce alla cosa in sé, alla realtà o alla verità, ma a dei riferimenti teoretici più attuali di tipo situazionale: modelli e pattern.
Dovere giustificare le tecniche e i metodi dell’informazione in chiave di energia e materia fa perdere la dovuta concentrazione e impegno al corretto approccio epistemologico di una ricerca che deve fare riferimento ad uno schema di spiegazione basato sulla coerenzainterna di legittimazione euristica.
Ahimè, so che a questo punto ho già perso quasi tutti i miei già scarsi lettori, ma, per fare un esempio, va ricordato che non si somministra arnica “contro i traumi” ma quando è il contatto a produrre sofferenza, così come aconitum non è “il rimedio contro la febbre, ma l’informazione necessaria per fare percepire “in modo subliminale” all’ecosistema-paziente lo stato glaciale di perdita di energia in cui versa.
Qualcosa del genere si fa anche in psicoterapia. Da un punto di vista cognitivo la situazione il più delle volte è nota al destinatario; ma non al corpo, non al sistema che genera il disagio, non all’inconscio. E soprattutto non viene trasmesso con il codice riconosciuto dal corpo, dalle emozioni, dall’inconscio. Sia nell’una che nell’altra un’importante efficacia è costituita dalla reazione ad un necessario peggioramento funzionale iniziale.
Per trasmettere l’informazione di cambiamento occorre che il sistema inconscio percepisca una proiezione del peggioramento, un messaggio sul trend patologico che interrompa il ciclo di adattamento alle condizioni penalizzanti caratteristico della cronicità. La reazione a questo messaggio è indicativa del fatto se sia possibile una reale ristrutturazione risolutiva (il cambiamento, la rottura dello stallo – non il trauma, ma il loop – che costituisce il fondamento della cronicità, l’ostacolo al processo evolutivo) o se l’unica risorsa sia quella che Hahnemann chiamava la cura “palliativa”, ovvero la riduzione della sofferenza in assenza di possibilità di trasformazione.
I simboli fondamentali della Nuova Omeopatia di Erich Körbler
Infine, perché mai questo non potrebbe avvenire attraverso l’utilizzo di schemi o simboli, come quelli della Nuova Omeopatia di Körbler anche se imputati ad un’origine radionica (e pertanto “energetica”)?
La vera difficoltà nell’utilizzo dei simboli non è la spiegazione del “perché” questi funzionino, ma piuttosto è il come vadano usati che presenta ancora molte lacune.
Quando ci potrà concentrare su questi aspetti nella massima libertà si potrà anche ragionare su delle serie teorie e pratiche di un sapere trasformativo basato su modelli sostanziali, energetici e relazionali dell’informazione.
La Pulsatilla è un fiore molto particolare: di basso profilo e all’apparenza delicato, pur essendo del tutto originale e particolarmente bello, vive radente il terreno spesso in radure montane esposte al vento. La sua peluria e le foglie anch’esse irsute tengono al caldo i petali violetti cangianti.
Presente in alcuni rimedi erboristici compreso la nota Soluzione di Schum, si usa soprattutto in omeopatia e lì la si trova spesso associata alla tipologia femminile piagnucolosa e pudibonda.
Non so perché certe tipologie abbiano preso piede nella letteratura omeopatica, ma personalmente le trovo particolarmente fuorvianti.
È vero che questo rimedio si abbina facilmente ad una certa tendenza alla timidezza, ma questa non è certo meno frequente fra i maschi che fra le femmine, così com’è normale che lo sia più fra le persone inclini a fantasticare o ad un certo romanticismo, come pure all’idealismo.
È anche facile che una persona così provi un forte legame con la famiglia d’origine senza tuttavia che questo significhi che ne abbia dipendenza.
Trovo piuttosto che sia significativa un certo bisogno di sicurezza e di protezione che porta queste persone ad evitare di esporsi, di uscire dalla “tana” nonostante lo desiderino molto e lo facciano costantemente con la fantasia. Si tratta di casi di “Sindrome Salgariana”, lo scrittore di avventure che ha descritto con enfasi paesi lontani senza essersi mai mosso dalla sua città.
Per questo un utilizzo fra i più importanti di Pulsatilla omeopatica si dà in caso di malanni che si presentano quando la persona è in ambienti chiusi dove il conflitto fra la prigionia trasognante e il timore – o la pigrizia – a risolversi per uscire all’esterno (dove non di rado si tende a raffreddarsi con una certa facilità vista la scarsa capacità di termoregolazione) si esprimono con allergie soprattutto respiratorie, ma anche con stasi circolatorie (la circolazione che sottende al movimento e al cambiamento).
In definitiva, la lentezza a trasformarsi e la tendenza ad autointossicarsi nell’aria viziata della propria fantasticante gabbia dorata fa di Pulsatilla un rimedio che sostiene la resistenza e il coraggio di cambiare, la forza di cambiare l’immagine di se stessi, il bisogno di controllare (del terreno sicotico hannemaniano) a cui si ricorre soprattutto in primavera e nelle fasi di crescita e di mutazione strutturale (come il cambio di lavoro, di casa, di famiglia, di scuola, di città…)
Mi sembra di stare assistendo ad un certo rimescolamento delle appartenenze: fra i gruppi giovanili, intanto, ma anche fra adulti e nella terza età.
Intendo dire che se un tempo le appartenenze, non solo sociali, ma anche di gusti o di pensiero, erano così distinte che ognuno frequentava i suoi cosiddetti simili, noto che non è affatto strano, non che non sia più così, ma che diversi membri di contesti amino incontrare gente al di fuori delle solite appartenenze.
È come se la vena aurifera del clan fosse in esaurimento, che ci si stancasse dei soliti discorsi e si sentisse bisogno di rimescolare le carte, di scompaginare le abitudini e gli impliciti.
Ci si cerca e si prova a riconoscersi soprattutto tra insoddisfatti positivi e cani sciolti non-di-mestiere.
Ci si dice: “Ci troviamo per un caffé?” fra astanti o partecipando a chat o commentando sui social, come pure al break di un improbabile evento (fatti che un tempo avvenivano soltanto in presenza di motivazioni sentimentali, mentre ora queste passano in secondo piano rispetto alle amicizie e all’allargamento dei gruppi).
Questo potrebbe voler dire nuove frange generazionali più libere, aperte e illuminate; ma anche la comprensione che le spiegazioni, tanto quelle dei conservatori che degli innovatori non hanno più valore.
È la matrice di sense making sociale ad essere indebolita, assottigliata, sfilacciata, strappata.
I grandi numeri subiscono la devastazione della legge di Pareto del 20% di una popolazione con l’equivalente delle risorse dell’80%, ma anche di quei termini assoluti che stanno vedendo il genere umano superare la soglia di sostenibilità planetaria, raddoppiando nell’arco di una generazione il numero conseguito in tutte le altre.
Qualcuno cerca di salvarsi da tutto questo e lo fa uscendo dagli schemi.
Si riaccende una speranza: tifiamo per loro, di qualsiasi età essi siano!
La scienza è diventata una narrazione pletorica a somma zero. E questo non è neanche male, anzi…
Molto meglio ragionare per generi e romanzi che per univocità.
La scienza è varietà e quasi mai il presente è in grado di valutare la validità dei discorsi scientifici: è il loro divenire, l’accoppiamento strutturale con la Storia del mondo a segnare, non il valore o la veridicità, ma l’aderenza al sentire delle persone e dei popoli.
Un giorno questo sentire cambierà e potremo riconsiderare come verità nascoste antichi racconti o poesie più o meno scientifici, ma questo sarà dettato, non dalla teoria, ma dall’affinità, dall’empatia, dalle ridondanze dell’accoppiamento strutturale.
Che la terra sia piatta o rotonda conta meno di quello che con questa idea ci si può fare. Se non fosse servito per spiegare nuovi mondi la storia sarebbe potuta rimanere tolemaica senza che nessuno avesse a che lamentarsene.
All’estero Iliad non funziona (con Android Huawei)?
Curiosamente (ma per come vanno le cose di questi tempi neanche troppo), il messaggio di sistema che Iliad invia ai nuovi clienti con la configurazione del terminale è impreciso e, almeno nel mio caso qui dalla Francia, non funziona all’estero. Dopo qualche chiamata le gentili operatrici italiane hanno corretto quello che andava ritoccato e, ora che ha preso a funzionare, penso di fare cosa buona e giusta nel salvare lo screenshot per me e tutti coloro che finiscono nelle peste (se trovano questo link da qualche parte).
Prima di tutto il consiglio di partenza è quello di escludere 4G e adottare la modalità WCDMA. Poi da Impostazioni>Wireless e reti>Rete mobile andate ad aprire “Nomi punti di accesso” e modificate la configurazione “Iliad”; se non dovesse esistere ne create una nuova dai tre pallini.
La parte iniziale non dovrebbe presentare sorprese ma la inserisco lo stesso per coloro ai quali la configurazione mancasse del tutto, mentre quella finale va guardata con attenzione, soprattutto nelle parti evidenziate con la linea rossa.
Una volta salvato il tutto con il simbolo di spunta, riavviate il terminale (caso mai vuotando la cache di sistema).
Alla riaccensione a me ha preso a funzionare a meraviglia.
P.S.: sotto reti 4G dovreste potere ripristinare la configurazione LTE corretta, ma in fondo, almeno all’estero, ci si può accontentare delle prestazioni di un buon 3G. A poco o nulla dovrebbe servire – per chi ce l’ha – la funzione di aggregazione del gestore.