Autore: Ennio Martignago

Apps per scrivere la tesi

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Notepads
Nota 1

Gingko (solo on line)
Nota 2
Ulysses
Scrivener
Nota 3

Publishing

InDesign
Microsoft Word

Apple Pages

Sharing & Social

Slack
Microsoft Teams

Trello

Organizzazione

Time Management

“Focus To-Do: Pomodoro Timer & To Do List”
Nota 4

Todait – Smart study planner
Nota 5

Articoli

Instapaper
Newsreaders
Flipboard
Craiglist
Feedly

Pocket

Bibliografie

Nota 6
Endnote
Nota 7
Mendeley
Nota 8
myBib
Nota 9
EBSCOhost
Nota 10
MyMLA
Nota 11
iSource
Nota 12
EasyBib
Nota 13

Librerie

NDLTD Search
Nota 14
Academy

Metodo

Fonti unipd
Nota 15
Luiss
Nota 16

Ricerca

Copernic Desktop Search

Wolfram Alpha

Fonti

Fonti unipd
Nota 17
UniPi
Nota 18
AIB
Nota 19

Nota 1: Notepads

Mac, Windows, iPad, iPhone – compatibile con qualsiasi programma di text editing
Nota 2: Gingko

Solo on line
Nota 3: Scrivener

Scrivener – App molto famosa usata dalla maggior parte degli scrittori. Si tratta di un editor di testo efficiente e ben strutturato che consente di raggruppare in maniera pratica e veloce i propri scritti permettendo di organizzarli in paragrafi e facilitando la revisione del lavoro finale Mac, Windows, iPad, iPhone
Nota 4: “Focus To-Do: Pomodoro Timer & To Do List”

Consulta “Consulta “Focus To-Do: Pomodoro Timer & To Do List”
https://play.google.com/store/apps/details?id=com.superelement.pomodoro”
https://play.google.com/store/apps/details?id=com.superelement.pomodoro
Nota 5: Todait – Smart study planner

Consulta “Todait – Smart study planner”
https://play.google.com/store/apps/details?id=com.autoschedule.proto
Nota 6: Bibliografie

  1. EasyBib
    Con l’app EasyBib è possibile creare accurate citazioni in stile MLA , APA , e Chicago in pochi secondi attraverso la scansione del codice a barre del libro che si intende cittare, oppure attraverso la digitazione del titolo del testo. Oltre a questo servizio, EasyBib offre la possibilità di archiviare ed organizzare le proprie citazioni in una specifica area di gestione interna all’app
    Nota 7: Endnote

  2. Endnote
    EndNote è un utile strumento per la realizzazione di ricerche di mercato. Grazie a questa app è possibile organizzare e creare le proprie ricerche e trovare informazioni sempre aggiornate, collagandosi alla libreria interna in qualsiasi momento.
    Nota 8: Mendeley

  3. Mendeley
    Mendeley è una biblioteca tascabile, con la quale è possibile portare con sé migliaia di file PDF. L’app dà la possibilità di leggere e fare annotazioni anche mentre si è in viaggio, sincronizzando tutto tra iPhone, iPad e la versione desktop di Mendeley (disponibile per Windows, Mac e Linux).
    Nota 9: myBib

  4. myBib
    myBib è un ottimo tool per la gestione mobile delle bibliografie. Basta inserire un codice ISBN, attraverso la scansione del codice a barre o inserendolo manualmente e tutte le informazioni aggiuntive come titolo, autore, editore verranno aggiunte automaticamente nella libreria mobile.
    Nota 10: EBSCOhost

  5. EBSCOhost
    EBSCOhost è un’enome bancadati che raccoglie le tecnologie più utilizzate nello studio e le più comuni risorse informative online, sia gratis che premium.
    Nota 11: MyMLA

  6. MyMLA
    MyMLA è un buon “compagno di avventure” per tutti queli studenti, ricercatori e studiosi che hanno bisogno di utilizzare lo stile MLA (Modern Language Association). Si tratta dello stile più è più comunemente usato per scrivere documenti e citare fonti all’interno di eleborati accademici. Questa risorsa offre diversi esempi per la formattazione di documenti di ricerca, realizzando citazioni, note di chiusure, appendici, e bibliografie
    Nota 12: iSource

  7. iSource
    Scrivere una bibliografia può essere difficile. Tenere traccia delle proprie risorse e citazioni e formattarle tutte omogeneamente può essere addirittura scoraggiante. Così iSource offre un servizio di formattazione rapido delle voci bibliografiche e delle citazion. All’interno dell’app è possibile inoltre consultare un elenco delle regole di formattazione più comuni e una guida di riferimento
    Nota 13: EasyBib

  8. EasyBib
    Con l’app EasyBib è possibile creare accurate citazioni in stile MLA , APA , e Chicago in pochi secondi attraverso la scansione del codice a barre del libro che si intende cittare, oppure attraverso la digitazione del titolo del testo. Oltre a questo servizio, EasyBib offre la possibilità di archiviare ed organizzare le proprie citazioni in una specifica area di gestione interna all’app
    Nota 14: NDLTD Search

http://search.ndltd.org/
Nota 15: Fonti unipd

http://bibliotecadigitale.cab.unipd.it/news/ti-servono-libri-e-riviste-per-la-tesi-e-non-sai-dove-cercarli-vai-su-moodle-sba-e-scoprirai-come
Nota 16: Luiss

https://biblioteca.luiss.it/guide/come-si-scrive-una-tesi-di-laurea
Nota 17: Fonti unipd

http://bibliotecadigitale.cab.unipd.it/news/ti-servono-libri-e-riviste-per-la-tesi-e-non-sai-dove-cercarli-vai-su-moodle-sba-e-scoprirai-come
Nota 18: UniPi

https://www.sba.unipi.it/it/biblioteche/polo-5/ingegneria/servizi/ricerca-bibliografica/scrivere-una-tesi
Nota 19: AIB

https://www.aib.it/aib/contr/barazia1.htm

L’insostenibile leggerezza dell’Anarchia

L’insostenibile leggerezza dell’Anarchia

Mi capita ormai troppo spesso di sentire attribuire l’appellativo di “anarchici” a quella schiera di bulli da case occupate definibili con maggiore proprietà “black block”, antagonisti, squatters o, tutt’al più, “autonomi” – magari aulicamente situazionisti – come quelli che per primi negli anni ’80 si impossessarono indebitamente di quel titolo.

Ebbi modo di scontrarmici da giovane negli anni ’70 proprio in una sede dei gruppi anarchici è già allora avevano quell’atteggiamento stalinista che per la prima volta spaccava, aggredendo fisicamente il dissenso, la solidarietà che si respirava in generale a sinistra, anche fra le file fra loro più lontane.

Di fatto quello che hanno in comune quelli di oggi con quelli di quarant’anni fa è l’arroganza, la violenza, l’anti-solidarietà, certo, ma più ancora l’egoismo e l’opportunismo che condividono con quelli che di fatto non-combattono, ovvero gli egoisti sistematici ed estremi, gli speculatori senza scrupoli e gli opportunisti presuntuosi. Come quest’ultimi pensano che la parola “libertà” voglia dire: «Io faccio quello che voglio perché sono al di sopra di tutti quei pecoroni». Al di là delle apparenze sono molto più vicini ai figli di papà dei bar dei ricchi, quelli con le auto di lusso e l’indotto dell’apparenza attorno che ai veri abitanti del disagio e delle periferie dove si fanno ospitare (già perché nessuno li ha mai visti occupare un edificio del centro e i controllori urbani li infilano apposta nelle riserve di periferia che mai lì hanno amati e che loro dileggiano più che mai).

Sono transfughi dei bar del centro di cui si sono stufati ma che presto ritroveranno quando, terminata la spacconata giovanile, torneranno fra le schiere degli affaristi, magari opereranno in borsa, come di quelli di una volta ne si trovano tanti fra i politici del centro, come pure fra dirigenti di giornali o fra top manager aziendali. Come mods che dopo le risse giocano al golf o al tennis con i rockers.

Non dimentichiamo però che se esistono loro e se esistono gli speculatori, due facce dall’apparenza differente ma della stessa valenza al cambio della moneta, è perché il cadavere della politica è definitivamente putrefatto.

Assieme ad esso anche e forse ancora prima il concetto puro dell’anarchia, quello che Guccini nella sua mitica Locomotiva ricordava come “fiaccola” ideale e romantica.

L’Anarchia della fiaccola si è estinta proprio a causa di quella assurda tolleranza che ha permesso a qualsiasi balordo in odore di contrapposizione ai luoghi comuni (chiesa, polizia, Stato…) di appropriarsi di un precetto prima di tutto etico e solo dopo militante.
Non si può lasciare aperta la propria casa a tutti perché prima o poi se la prenderanno gli speculatori e i violenti che altrimenti non avrebbero alcun indirizzo dove fare arrivare i corrieri della corruzione.

Povera Anarchia: quanto è facile oggi per un pennivendolo usarti come la donna di tutti, la lebbrosa, l’immonda. Com’è facile essere additata dagli autonomi di ieri oggi al potere come la causa di quello che hanno creato loro e indicare nelle periferie che sia gli uni che gli altri stanno massacrando il terreno di coltura del male quando invece sono solo le vittime del trasformismo dei quartieri borghesi.

Il tuo sbaglio più grande, cara Anarchia, è stato quello stupido credo, quello nella naturale soggiacente bontà di tutte le persone. Come dovevi aver mangiato pesante e che porcherie ti eri fumata, bevuta o iniettata prima di andare a dormire per provocarti una simile allucinazione!

Reincarnando Il tempo

Reincarnando Il tempo

Reincarnando Il tempo

Domandare quanti anni riguardo alle reincarnazioni o alle vite è come discutere dei giorni di apertura del luna park con il padrone delle giostra a cui invece interessano solo il numero di giri che si hanno a disposizione.

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Specchioni di coppia

Specchioni di coppia

Si è fatto un gran parlare dei neuroni specchio al punto che, più della connotazione neurologica, oggi come oggi prevale il valore di metafora.

Si tende ad affermare che queste cellule forniscono la spiegazione per l’empatia. La simulazione imitativa nel laboratorio mentale fa sì che si sperimentino i vissuti dell’altro nel nostro corpo.

Questo andrebbe bene in una situazione inedita, tuttavia che cosa succede quando la simulazione avviene in uno schema consolidato?

Una situazione simile è quella della coppia. Senza neppure ricorrere alle neuroscienze si possono ritrovare degli esempi nello studio condotto da Bandler e Grinder sulle tecniche di terapia della famiglia utilizzate da Virginia Satir. “Se tu me lo dici con quella voce…”, con quello sguardo, facendo quel gesto e così via: il correlato modale (tono di voce, espressione, gesto…), contrariamente a quello che tutti sosterrebbero, nella comunicazione di coppia assume più valore del “testo”, del contenuto della comunicazione.

Quando il partner vede, ascolta, prova le sensazioni della nostra comunicazione assume come senso quello della simulazione nel contesto, nel laboratorio della propria persona. Quest’ultima tuttavia è ben lungi dall’essere “vergine”: precedenti rapporti, amicizie, le comunicazioni nella famiglia d’origine accoppiano il rispecchiamento in un pattern di significato ibrido, tutt’altro che puro come potrebbe essere un laboratorio sperimentale.

Se questo può essere vincente durante l’innamoramento contribuendo a generare il lampo di quel “colpo di fulmine”, è anche vero che può dar luogo ad un’infinità di errori: dalla scelta della persona all’attribuzione di intenzioni il più delle volte ignote al comunicante.

In poche e povere parole: quasi mai quello che pensi essere il senso del paraverbale di tuo marito, moglie… e perfino figlio o madre e padre è “auto evidente”. Solo chi rifiuta il confronto verbale sereno e tollerante ha sicuramente torto. Come dire che il più della volta, almeno nella coppia, hanno torto entrambi.

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Descartes

Descartes

Clear Sky, 22°C

Corso Taranto, 157, 10154 Torino TO, Italia

Descartes

*Adeo ut, omnibus satis superque pensitatis, denique statuendum sit hoc pronuntiatum, Ego sum, ego existo, quoties a me profertur, vel mente concipitur, necessario esse verum

Cartesio, ma il pensiero esiste prima della sua espressione linguistica?

E, se sì, di che cosa è fatto?

(Le neuroscienze direbbero: "impulsi nervosi" ma questo non sarebbe che risolvere il problema con un altro linguaggio artificiale, un pronipote di quello originario)

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Onore al padre

Onore al padre


Scattered Clouds, 10°C

Via Principe Amedeo, 325, 00185 Roma RM, Italia

Onore al padre

Due comportamenti possono essere appresi da bambini:

  • lamentarsi di essere incompresi quando si sostiene di pagare per il fatto di aver ragione a dispetto del mondo
  • assumersi a testa alta le conseguenze dei propri errori come chi difende davanti agli altri un figlio combinaguai – salvo prenderlo a scapaccioni appena girato l’angolo
    Ecco, nel giorno della festa del papà credo che il mio mi abbia insegnato come avere rispetto dei propri errori; e io credo di avere fatto del mio meglio per perfezionarlo. Perché solo quanti hanno l’atteggiamento del primo tipo ben difficilmente potranno imparare dai propri errori; per gli altri sono la guida più importante, anche se il più delle volte faticosa e non di rado dolorosa.
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AAA Badante per burnout cercasi

AAA Badante per burnout cercasi

Overcast Clouds, 25°C

Via Pavone, 12, 10147 Torino TO, Italia

AAA Badante per burnout cercasi

Il mondo sta diventando troppo complicato, tanto complicato che, non solo i meno giovani, ma tutti quanti avremmo bisogno di un badante – che poi però non sapremmo come pagare.
Inoltre, una volta che avessimo il badante, anche lui o lei – soprattutto se venisse messo in regola – avrebbe a sua volta bisogno di un badante che a sua volta non saprebbe come pagare.

Si accettano suggerimenti – rigorosamente NON-ONLINE!!!

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Come cellule pensanti

Come cellule pensanti

La cellula, nel suo piccolo pensa. E mentre muore, colpita dall’ago di una siringa, schiantata in un orgasmo o ghigliottinata dal tagliaunghie, probabilmente in quel momento avrà una teoria – atea o religiosa che sia poco importa – sulla sormontante galassia-mammifero.

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Pensare

Pensare

Pensare è sempre dialogare. In alcuni casi con il corpo («Questa è fame: devo trovare da mangiare»); in altri con l’ego («Loro non sanno chi sono io. Devo farmi pagare di più e sposarmi una bella e ricca»).
Ma quando ti interroghi sul senso delle cose e cerchi di soffermartici guardando la vita da prospettive inusuali, allora stai dialogando con il tuo maestro invisibile.
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La vita che ricevi non ti deve distrarre dal sapere chi sei

La vita che ricevi non ti deve distrarre dal sapere chi sei

La vita che ricevi non ti deve distrarre dal sapere chi sei

Si può essere attori eccezionali di un film orrendo.
A volte questo ti trascinerà in basso con lui, altre ti metterà ancor più sta n evidenza grazie al contrasto, ma tanto l’una che l’altra conseguenza dovranno lasciarti imperturbabile se non vorrai finire prigioniero di un karma perverso.
Fai la tua parte per conoscerti meglio, non per farti conoscere in un mondo che ti ha già dimenticato prima ancora di cominciare.
Non sempre il fine giustifica i mezzi: in molti casi il piacere di un viaggio rende la meta solo un pretesto.

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La farfalla che veste il diamante

La farfalla che veste il diamante

La farfalla che veste il diamante

Tutti i tuoi pensieri sul giusto, lo sbagliato, il bene, il male, il giudizio universale, ateismo o confessioni sono solo rumore, soffio sottile dello spirito nella sua compassionevole indifferenza.
L’anima si posa su di lui per vestirne la cruda luce degli attributi dell’esperienza, ma solo in pochi, per di più non di rado a caso, l’hanno conservata così bene da non richiedere un’ulteriore vita per riprovarci. Non è questione di bene o di male ma di grazia ed equilibrio.

Più esile dell’ala di farfalla è il velo d’organza dell’anima e richiede un’esperienza del vivere nella carne e nel mondo che sia multicolore e innocente sia di peccati che di meriti come polline di fiori che si posi con permanenza e arte ma senza peso alcuno.

Chi di noi ha vissuto con intensità ma senza peso, né di male né di bene, né di rifiuto né di desiderio, né di fuga né di attaccamento?
Ciononostante, a volte è l’anima stessa ad aiutarci, perdonandoci con la sua resilienza se solo sapremo trovare la bellezza riposta nella sue peculiari debolezze e fragilità.

L’anima è come una bambina down e noi di fronte alla morte non dobbiamo desiderare altra figlia, moglie, madre che lei, non per sacrificio o rinuncia, ma per gratitudine verso la luce di gioia e semplicità così perfette da oscurare ai nostri occhi ogni altra forma e creatura.

Un’attrazione armoniosa, uno dei vari possibili matrimoni mistici, il matto dei tarocchi sulla Via della Perla.

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La storia di me

La storia di me

La storia di me

Un tempo, quando non usavano ancora gli smartphone con l’asta, i turisti orientali erano celebri perché facevano le loro vacanze zippate portando con se bazooka fotografici con cui scattavano autentiche vagonate di foto. L’italiano medio che al tempo a malapena usava le Kodak Instamatic ma per lo più passava il tempo ad abbronzarsi pigramente con letture impegnate, dalla Gazzetta dello Sport a Novella 2000, si chiedeva perché mai lo facessero e perché invece non si godessero il panorama riposandosi pigramente. A lui apparivano come degli autentici travet delle località turistiche. Il fatto è che avevano poco tempo per percorrere il maggior numero di località e, con il manuale delle istruzioni geografiche sottobraccio, dovevano incamerare il più possibile. È vero, era estenuante il viaggio, ma la vacanza vera e propria cominciava poi quando arrivavano nelle boom-town patinate. A casa avrebbero potuto ripercorrere con calma tutti i luoghi visitati, comodamente distesi nelle sdraio dell’alloggio, soffermandosi su moltitudini di dettagli come solo un orientale può essere in grado di fare.
Un ciclista solitario può avere affinato fino all’ossessione il proprio piano di percorso, acquistato la migliore bicicletta e l’abbigliamento più adeguato, studiato tutti i dettagli delle strade, perfezionato allenamento, riscaldamento e dieta; poi infine si è lanciato nella sua corsa, ha attraversato difficoltà e imprevisti ed infine è arrivato alla fine e ha preso il tempo che gli è servito.
Ecco. Ora ha fatto tutto. È vero che c’è il ritorno che forse rappresenta la parte meno soddisfacente, però in questo momento è lì, fermo, seduto sulla pietra accanto alla lapide dedicata a Coppi davanti alla Casse Déserte. Che cosa fa? Finalmente il silenzio! Finalmente la calma. Finalmente il vuoto mentale. Riavvolge il nastro. Ripercorre tutto quello che c’è stato prima di arrivare lì. Non c’è nulla da modificare, almeno adesso. Poi ci penserà. Tornando a valle ripercorrerà ogni curva e ogni rettilineo verificando che cosa è successo e che cosa avrebbe potuto succedere e nelle pause durante le ore lavorative o nel fine settimana lavorerà ancora sui dettagli, ma non è questo il momento per farlo. Ora tace, guarda lontano, sorseggia dalla sua borraccia mentre pacatamente la strada fatta corre davanti ai suoi occhi, proprio come il film che aveva girato per tutto quel tempo.
Durante tutta la vita ci hanno insegnato che quello che facevi era "per" qualcosa. Per il tuo futuro, per il tuo prossimo, per la carriera, per il paradiso, per fare del bene, per farti i tuoi interessi, per rimanere nella storia, per i tuoi pronipoti. E tu hai corso e hai corso, hai scattato foto e ne hai accumulate un’infinità. Per il momento non c’è più un dopo e soprattutto non sai chi sarai in quel dopo: di certo non più quel viaggio che è la tua identità e che alla fin fine si identifica con la tua storia. Non con il capitale, materiale o spirituale che sia, accumulato e fatto fruttare, ma semplicemente con quella storia. Rossella O’Hara si guarda indietro e scruta tutte le follie fatte fino ad allora, tutti i valori, le norme, le volontà… Il suo uomo se n’è andato infischiandosene e questo nei suoi presuntuosi presupposti non sarebbe dovuto accadere. Tuttavia è accaduto: è tutto accaduto. Lo sguardo si perde lontano ma non regge tutto il peso della percezione della trama (le 3 ore e 58 minuti del film, pressoché insopportabili per lo spettatore non dovevano sembrare nulla rispetto alle assurdità vissute). Era tutto successo così vorticosamente fino ad allora che non se n’erano neanche resi conto, ma ora con lo sfondo di quel tramonto infuocato arrivava la fatica di tutta quella massa infinita di eventi e lei non ce la fa; distoglie lo sguardo da ogni ricapitolazione e capitolazione e rifiuta di fermarsi: c’è Tara, la sua terra a cui pensare e lei la salva dal ritrovare quel peso.
La nostra identità è una storia, un racconto di milioni di pagine. Se ne apri una a caso potrai riassumerla tutta in poche parole, ma appena la apri da un’altra pagina il riassunto sarà sempre scarno ma di tutt’altro contenuto. Quindi milioni di pagine uguale milioni di riassunti, scarni, simili ma ognuno rivolto a una visione diversa.
Ennio non esiste: è solo la sua storia. Quando Ennio non ci sarà più rimarranno alcuni dei milioni di riassunti della storia ognuno diverso dall’altro sebbene tutti concordi di aver visto lo stesso film. L’anima o lo spirito - su questo dettaglio devo essere alquanto vago - andrà avanti e presto dimenticherà questa storia e con essa Ennio ben prima dei diversi riassunti rimasti sulla terra.
Quindi Ennio capisce che non c’è nessun "per" rivolto ad altro fine che non tessere una trama in forma randomica (una randonnée casuale) l’hai fatto per fare e perché non era ancora ora di morire. Ennio si ferma e guarda la sua trama: bella o brutta che sia è stata fatta con la sua complicità. Non è "da capire", non è stata fatta per una morale o per esportare un apprendimento in termini intellettuali - anche l’intelletto fa parte del trascorso. E allora perché? Perché leggi un libro? Perché guardi un film, ascolti un concerto, riguardi un quadro, specie quando li hai fatti tu? Perché questa sarà l’ultima volta che lo fai. Poi ti avrà stancato e non lo farai più. C’è altro a cui dedicarsi. Però ora che lo contempli in tutta la sua interezza è assoluto. Non c’è giudizio, quel che è fatto è fatto, è lì completa un figlio che appena nato è pronto a lasciarti e tu a lasciare lui. In questo momento la gioia e il dolore si toccano in uno spasimo estremo, ma anche nella pace più distesa e infinita dell’orizzonte stesso. È avvenuto. Me ne porto dietro il sapore. Un sapore di contemplazione e di nulla. Non esiste più alcun "per". Non c’è più bisogno di me. Non c’è più bisogno di nulla.
( Image: https://goo.gl/gTx9Av)

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L’esperienza del corpo

L’esperienza del corpo

“Quando il bambino era bambino, non sapeva di essere un bambino, per lui tutto aveva un’anima e tutte le anime erano un tutt’uno. Si immaginava chiaramente il Paradiso, e adesso riesce appena a sospettarlo, non riusciva a immaginarsi il nulla, e oggi trema alla sua idea.

Quando il bambino era bambino, giocava con entusiasmo, e, adesso, è tutto immerso nella cosa come allora, soltanto quando questa cosa è il suo lavoro. Quando il bambino era bambino, le bacche gli cadevano in mano come solo le bacche sanno cadere, ed è ancora così, le noci fresche gli raspavano la lingua, ed è ancora così” (da Peter Handke, Elogio dell’infanzia)

Quanto sono belli questi passaggi e com’è bello il film di Wenders dove sono riportate, Il Cielo Sopra Berlino.

L’esperienza del corpo, della materialità per delle anime che provengono da una comunanza totale di spiritualità porta a desiderare di sentire se stessa nel corpo come se la sua identità fosse questa nuova ebrezza. Tuttavia, per essa non intende affatto perdere la gioia della comunanza che le appartiene in quanto spirito primigenio e comunità di anime. Però, quando per lo più inconsapevolmente le ritrova vestite di altri corpi e del sentire che è donato da questa immersione fisica, una volta superata la gioia dell’incontro, dell’amicizia, dell’innamoramento, dell’amore, della solidarietà che riscopre nel ritrovarsi in nuove vesti palpabili ed espressive, ecco che ognuno torna al bisogno di continuare a sentire con il corpo, di identificarsi in questa coppia come se l’abbinamento fosse una conquista, una carriera meritata e intoccabile. Disse quel Re o Imperatore che fosse a proposito della propria lustra corona nuova: «Dio me l’ha data e guai a chi me la tocca!». Poi Signora Morte gliela portò via dopo non importa quanti anni. Sciocco il bambino che non vuole scendere dall’auto nuova di papà che ha usato per andare al mare come se il viaggio stesse nel mezzo di trasporto per quanto eccezionale possa essere. Tuttavia, non è quella della morte l’esperienza peggiore che ci regala l’abitare il corpo. Quando gli amici ci lasciano, quando i sensi non ci donano novità, quando desideriamo tornare giovani perché allora i sensi e il corpo erano reattivi e soprattutto curiosi e inclini alla sorpresa per qualunque afflato di vento dimenticando quante paure e angosce si erano vissute da bimbi molto peggiori di quelle del vecchio, beh in quel momento scopri che per stare in questo corpo, sia bello e scattante, sia stabile e contemplativo, hai dovuto rinunciare alla comunanza originaria. Ora vorresti la botte piena e la moglie ubriaca, ma sai che questa possibilità è sempre stata un’illusione e una menzogna: è bellissima la tua Ferrari di fuoco, ma non avresti mai desiderato un corpo di metallo per quanto bello e ora capisci che questo rapporto stretto con il tuo sentire fisico, questa coppia tanto amata del guidatore con il suo bolide è solo finzione fantasiosa e neanche poi così bella perché le linee delle carrozzerie hanno un aspetto diverso dopo che ti sei abituato a quelle nuove. Quindi, attaccarti al tuo sentire, ad un film che una volta che ne conosci la storia ti annoierebbe rivederlo ancora e ancora, capisci che il prezzo di questa coabitazione è la solitudine, una profonda solitudine, quella dello spettatore che rimane l’ultimo a guardare la millesima replica nel rimbombo della sala deserta dopo che se ne sono andati tutti. Prima o poi dovrai uscire e sai che sarà bello ritrovare la gente per strada e tornare ad abbracciare gli amici di sempre, ma ti agganci al sedile e tieni duro anche se hai la nausea e non ne puoi più delle stesse battute e delle stesse inquadrature che non segui più. La solitudine è la pena molto prima della morte e pensi ormai che fuori del cinema e di quel film, di quel noioso Via col vento ci sia uno strappo ancora più solitario e angoscioso.

Ogni bimbo piange quando lo porti via dal gioco, ma la notte il suo riposo angelico è una delizia per chi può goderne e probabilmente anche per lui, nonostante non potrà comprenderlo se non quando si risveglierà nella luce del mattino accanto a tutti gli infiniti suoi cari nell’ovatta dell’anima senza tempo.

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Da artigiani a influencer

Da artigiani a influencer

Da artigiani a influencer

Le aziende hanno sempre meno bisogno di manager eppure senza lo sviluppo di categoria sembra impossibile che il dipendente venga riconosciuto. Si sa che i benefit possono essere molti e chi dispone di personale competente fa bene a tenerselo stretto. Il mercato esterno si va sviluppando in maniera caotica perlopiù disintermediando. È miope affidarsi a batterie di test che lasciano il tempo che trovano. Avere il fiuto per le persone è un talento che solo persone molto competenti – e non solo per uno specifico diploma – possono dimostrare.
Dall’altro lato, anche il meccanismo dell’endorsement è confuso soprattutto al crescere delle specificità della domanda e alla rapida mutazione del mercato. Tuttavia, la strada da percorrere è quella, possibilmente con il supporto degli "sniffer" umani cui si faceva cenno. Un giorno ci saranno sistemi chiari ed esperti lucidi.
Per ora sembra che nelle grandi aziende siano i sistemi sociali a offrire le migliori opportunità: vuoi perché il territorio è noto, vuoi perché un sistema simile realizza i maggiori risultati proprio sul piano organizzativo.
Un primo effetto è sul piano della contrattazione con la possibilità di valorizzare il singolo per le competenze e non per affiliazione e nepotismo. Un simile orientamento toglie potere ai manager intermedi e lo riversa sui professionisti e sul top management.
Inoltre, favorisce approcci agili e la condivisione di appartenenze e stili: in pratica le guild o, se si preferisce, le lobby professionali e le affiliazioni, quelle spontanee, paritarie e non gerarchiche.
Quello a cui il personale deve tuttavia saper rinunciare è la progressione di carriera tradizionale: a contare sarà sempre più il mercato dell’influenzamento. Bisogna sapere scommettere sulla corsa giusta e farlo rapidamente costruendo reti robuste e roccaforti di competenze, da un lato, e di approcci organizzativi, dall’altro.

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Come Potocki

Come Potocki

Clear Sky, 1°C

Via alla Chiesa, 10, 10154 Torino TO, Italia

Come Potocki

Cesellò giorno dopo giorno la sua domanda per renderla perfetta e così priva di imperfezioni o rilievi tali da generare il benché minimo attrito che, quando dopo un tempo infinito la considerò pronta, comprese come anche la più perfetta delle risposte l’avrebbe ignobilmente violata.

Nota a margine: "Ci sono opere così inscindibilmente legate al vissuto del loro autore, da non poterne essere separate. È il caso del “Manoscritto trovato a Saragozza”, che riflette pienamente l’animo, la cultura, le peregrinazioni e l’inquietudine del conte Jan Potocki. Erudito, sostenitore delle idee giacobine, sedotto dal pensiero progressista, il nobiluomo polacco era però affascinato dall’insondabile dinamica dell’inconscio e del misterioso, l’ingovernabile che sfugge a regole precostituite. E così, ogni sera, al capezzale della moglie ammalata, era solito leggerle le storie fantastiche che scriveva durante il giorno, e che poi costituiranno il nucleo centrale del “Manoscritto”. Dopo la morte della moglie, divenuto preda di terribili nevrastenie, Potocki iniziò a limare la palla d’argento del coperchio della sua teiera, fino a darle la forma voluta di una pallottola, con cui si diede la morte nel dicembre del 1815" https://www.sololibri.net/Manoscritto-trovato-a-Saragozza.html

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Ha da passare la nottata

Ha da passare la nottata

Ho trascorso le ore in cui la gente normale è sveglia a lavorare in cose che loro sostengono generare valore. Quando poi loro andavano a letto cominciavo ad occuparmi di quel lavoro che mi facevo convinto avesse valore.

Quando cesseranno sia un lavoro che l’altro è possibile che siano stati inutili entrambi, ma serbo ancora qualche speranza che mi fruttino alcune buone compagnie quando sarò in pensione da me stesso.

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Bene o male, uccidiamo

Bene o male, uccidiamo

Siamo tutti assassini per delega. Viviamo e viviamo in questo modo perché da qualche altra parte qualcuno sta uccidendo altri esseri viventi, compiendo genocidi, estinguendo specie viventi. Poco importa che non ci stiamo sporcando le mani, che non lo si voglia, che lo si combatta, che si sia animalisti o vegani: ogni santo è tale grazie ad un peccatore e se la singola coscienza può crescere è soprattutto grazie alle colpe altrui. Per questo la salvezza dal male su questa terra potrà essere solo un risultato medio statistico basato sul raggiungimento della quiete dal desiderio e dall’attaccamento di tutta la popolazione animata del pianeta.

Ovviamente si tratta di un’utopia, ma è avendo questa utopia nella mente e né la giustizia, la crescita, il benessere, il buonismo, l’indignazione o altre retoriche simili che potremo fare del bene al mondo e ai suoi abitanti.

Paradossalmente, ad ogni santo è stato permesso di diventare tale soprattutto da moltitudini di peccatori dannati, il più delle volte ciechi e stupidi, ma spesso consapevoli della dannazione che accettavano di assumersi.

“Never judge anyone shortly because every saint has a past and every sinner has a future” Oscar Wilde

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Personal Gurus

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Condivisioni

Condivisioni

Se è vero che Internet ha offerto molto spazio alla stupidità che prima era relegata negli spazi non poi così angusti della strada, lo è anche che la cretineria presente nelle istituzioni, nelle scuole, sui giornali e sicuramente anche nelle boriose università era del tutto proporzionale a quella attuale, fatte le debite differenze di volumi con il presente. Lo stesso dicasi dell’intelligenza e della saggezza: poca ne si poteva trovare prima – e ben confinata nel silenzio dal potere del “discorso” istituzionale – e ancora poca è oggi – e ben oscurata dal rumore del potere economico e istituzionale che, alla televisione e sui media in genere, prima che su Internet, ha tutto l’interesse a confondere le opinioni e le valutazioni delle persone.

In compenso, possiamo dire che proprio grazie alla diffusione delle conoscenze represse che ora è consentita dalle reti molte voci altrimenti costrette al silenzio prima ora possono essere conosciute. Gente comune, come lo sono stati quasi sempre perfino i maestri, che non ha certo spazi da “influencer” e nemmeno le attenzioni che ricevono giullari e violenti; gente che non frequenta i social ad alta diffusione e che è reperibile solo tramite il passaparola di chi conosce o ha scoperto; gente che ha pochissimi lettori e meno ancora commentatori e che se li avesse dubiterebbe di ciò che sta facendo.

A gente così mi sento vicino e per questo ringrazio la rete di farmeli conoscere almeno un po’ e sarebbe ancora più bello se, invece di essere separati da un display mobile o fisso, si riuscisse ad uscire dal digitale per potere stare insieme con la condivisione resa possibile solo dalla presenza anche silenziosa, com’era nelle antiche scuole prima della nascita della scrittura e dei caratteri mobili: in fondo la vera rete delle banalità e del sapere prima del digitale.

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Procrastinare l’urgenza

Procrastinare l’urgenza

È più frequente di quanto si pensi l’esternazione di urgenza che non va assecondata. Molti possono pensare che questa considerazione sia cinica o quantomeno opportunista; potrebbe anche esserlo e non me ne vergognerei, ma in ogni caso non è così.
Le telecomunicazioni, molto prima di Internet, anche solo con il telefono fisso, il bigrigio o quello nero a muro, hanno modificato e troppo l’autonomia delle persone. Essere vicini uno all’altro nelle grandi città ha finito per cancellare della vita di campagna, non solo la solitudine, ma con essa anche la vicinanza, la solidarietà del vicinato collaborativo.
Oggi, appena hai qualcosa devi chiamare qualcuno; anzi, appena hai un pensiero, un momento di lieve ansia, un vuoto dalle attività, un attimo di attesa davanti alla scuola di tuo figlio, mentre porti a passeggio il cane, quando sei in coda in auto devi trovare a tutti i costi qualcuno con cui parlare.
La cosa migliore da fare in questi casi è quella di non rispondere al chiamante e di richiamarlo qualche ora, a volte anche solo qualche decina di minuti dopo. Probabilmente il vostro interlocutore in preda all’incontenibile urgenza non potrà più parlare con voi, non risponderà o vi dirà “scusa ma ti richiamo io dopo” (e sarà bene ripetere la cosa). Molti penseranno: “E se per caso era davvero importante?”. State tranquilli: le cose urgenti possono essere dette anche alla segreteria telefonica, per SMS, Whatsapp… e possibilmente non con un “Ho bisogno di parlarti” che replicherebbe soltanto l’insistenza della chiamata, ma con “Ho dimenticato le chiavi in casa?”, ad esempio. Se è urgente tutti trovano un modo per dirlo e se fosse urgentissimo, questione di vita o di morte, beh per quello probabilmente non saresti tu la persona indicata ad intervenire.
Se sei una persona che per professione fornisce aiuto questo dovrebbe esserti ancora più chiaro. Esistono molti modi per procrastinare l’intervento senza lasciare nel panico chi lo richiede e se ci pensi un attimo sai perfettamente come fare e anche come capire senza assecondare l’ansia se si tratta o meno di una situazione disperata.
Non sostituirsi nella situazione di aiuto vuol dire non farlo immediatamente e non esserci subito lo si fa comunicando all’interlocutore la fiducia che è abbastanza forte da far fronte da solo all’urgenza. Questo non significa affatto che saprà cavarsela in tutto e per tutto da solo, ma semplicemente che non deve gettare benzina sulla fiamma dell’agitazione, dell’ansia, di certa disperazione. Spesso non lo si fa per sentirsi indispensabili, dei piccoli supereroi Marvel, ma in questo modo si crea nell’altro una dipendenza, lo si confina nel ruolo della vittima parassita, dell’impotente e dell’incapace.
Non di rado capita che amici di diverso tipo mi cerchino per un problema e subito dopo o, più frequentemente, dopo una breve procrastinazione mi dicano “Anche questa volta è bastato chiamarti perché si risolvesse la situazione”. Naturalmente non sono io ad avere super poteri, ma loro a sapere accedere ai propri. Con il tempo hanno appreso ad avere fiducia in se stessi e nelle proprie capacità e il più delle volte funziona: chiamare serve loro soltanto a ricordarlo, ad interrompere gli automatismi della non-autosufficienza, di quel bisogno di un qualcuno che ti consola e a cui sollevare migliaia di eccezioni per dimostrare la totale irrisolvibilità del proprio problema. Nell’agitarsi mentre quell’altro a cui hai chiesto aiuto per sciogliere i nodi ti ingarbugli sempre di più finendo per legare anche lui alla tua matassa.
Ricordo di aver letto che quando era ancora monaco apprendista il maestro zen Jōshū Jūshin (Zhàozhōu) si arrampicò in un punto inaccessibile da cui era quasi impossibile discendere per sfidare le capacità del suo maestro di allora. Quando lo vide arrivare cominciò a gridare disperato perché quello lo aiutasse. Quando il maestro vide la situazione si fermò e con calma prese a contare finché Jōshū, esaurito il fiato, a grande fatica e sfidando il pericolo non riuscì a scendere e, una volta a terra, onorò il maestro riconoscendo che gli aveva salvato la vita. Le rare volte che racconto questo aneddoto la maggior parte delle persone aspetta come se dovesse arrivare un finale migliore, una morale più evidente. Questa è troppo banale. Che vuol dire? Che razza di storia è?…

«…cinque… sei… sette… otto… nove…»
😉

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Percepire

Percepire

Nei film in originale capisco poco perfino delle lingue che conosco un po’ meglio e generalmente preferisco vederli doppiati. Tuttavia, con le nuove soluzioni televisive e soprattutto con i canali Internet come ad esempio Netflix, sento il bisogno di ascoltare gli attori nella lingua originale. Il più delle volte i doppiatori sono migliori degli interpreti e in genere le loro voci sono perfette. Però, proprio come l’estetica dei volti, del movimento delle mani e dei corpi sono fondamentali per “sentire” quella parte e anche per farsi un’idea della persona che le sta dietro, quando metto l’audio in originale, pur non capendo nulla di quanto dicono se non con i sottotitoli, la voce originale di quell’attrice o di quell’attore muta radicalmente l’idea che mi ero fatto di loro.
Troppo spesso traiamo le nostre impressioni soltanto dal senso della vista sottovalutando quanto in realtà ci influenzino gli altri sensi, come appunto l’udito, il tatto e perfino l’olfatto o il gusto. “Riconoscersi dall’odore” cantava Finardi. Ognuno di noi ha un certo odore e anche la scelta del profumo da indossare dice molto di noi a persone attente e sensibili. Nell’intimità della coppia poi gioca anche il gusto di cui non parlandone ci si disabitua a rendersi conto.
Esiste infine almeno un’ulteriore tipo di percezione, quella in grado di cogliere i campi energetici delle persone e dei luoghi e, anche se è risaputo che si fa dipendere questa sorta di intuito sensitivo a inferenze comuni tipiche della vista e della parola, ormai questa dimensione è sempre più condivisa e gran parte di noi può accedervi seppure in misura differente, solo a saperlo accettare come un fatto normale, senza cercare di volerci ravvisare “effetti speciali”.
Di fatto il riconoscimento dell’altro, il fatto che ci piaccia o meno, che ci si possa fidare o meno passa soprattutto da questa estetica sensoriale che non solo è paralinguistica ma anche subliminale, affidata a quelle funzioni inconsce fondamentali per camminare, digerire, respirare.
Se fossimo maggiormente consapevoli dell’uso di questi canali saremmo più padroni del nostro giudizio e del nostro orientamento interpersonale.
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