Autore: Ennio Martignago

Il Media Fake-Social

Il Media Fake-Social

Tutti addosso a Musk, ma il vero imputato è mr. Social Media

In questi giorni sembra che la questione sia la fuga su Mastodon da parte di migliaia di utenti Twitter che spesso il social cinguettante manco lo usavano ma dovevano fare qualcosa di diverso. Questo era già capitato quando fra la primavera e l’estate il buon Elon aveva manifestato fra il serio e il faceto la sua intenzione di comprare, ma ora che è stato obbligato a farlo i “cargo della speranza” degli esuli sono tornati a lambire le coste dei nostri giornaletti. Presto o quasi subito si accorgeranno che i lidi del “più grande social network decentralizzato facente parte del fediverso, una comunità internazionale composta da oltre 6 milioni di iscritti distribuiti su circa 14000 server indipendenti il cui obiettivo è rimettere il social nelle mani degli utenti” sta a Twitter come LaTeX sta a MS Word e anche peggio.

Lasciamo per ora perdere la questione dei padroni dell’uccello per soffermarci sui contorni che si muovono attorno al socialverso. Intanto Musk sembra aver lanciato una moda in parte già calcata da Telegram quando la società avente sede a Dubai ha promosso la sua versione premium a 3-4€ al mese che di vantaggi veri oltre alla stellina che compare accanto al tuo nome non ne offre più tanti. Musk fa quasi lo stesso “per qualche dollaro in più”. 8$ al mese permetteranno a tanti mr. Smith di avere un segno di spunta blu che qualifica gli account verificati accanto ai loro nomi «proprio come le celebrità, le aziende e i politici che già segui».

Probabilmente poco soddisfatti dei risultati degli abbonamenti premium, quelli di Telegram stanno rilanciando la politica twitteriana del “lei non sa chi sono io” permettendo agli stessi mr. Smith di acquistare e vendere brevi @username riconoscibili da attribuire ad account personali, gruppi e canali pubblici e l’asta per i migliori username come @Luca, @Gaia, o @Club è in corso su Fragment.

Il curioso stile manageriale di Musk si distingue anche nella gestione del personale: prima licenzia metà dei dipendenti per cancellare qualsivoglia odore di clintonismo dalla casta del cinguettio e poi torna sui suoi passi con quelli che servono e che siano pronti a convertirsi ad una linea politica diversa.

E qui arriviamo al paradosso se non al delirio: i social network (e per capirci vorrei citarne alcuni di storici di cui probabilmente ci siamo dimenticati che giocattoli, proprio come FaceBook e Twitter, erano all’inizio MySpace, Orkut, NetLog, ForuSquare, OnlyFans, Vine, SnapChat, ecc…) sono passati dall’essere un passatempo per goliardi e curiosi a una questione di dimensione geopolitica di primo piano se addirittura l’Alto Commissario Onu per i diritti umani, Volker Türk si è sentito in dovere di ricordare a Musk che «la libertà di parola non è un lasciapassare: la diffusione virale di disinformazione dannosa, come quella osservata durante la pandemia di Covid-19 in relazione ai vaccini, provoca danni nel mondo reale. Twitter ha la responsabilità di evitare di amplificare i contenuti che danneggiano i diritti di altre persone» e che «come tutte le aziende, Twitter deve comprendere i danni associati alla sua piattaforma e adottare misure per affrontarli. Il rispetto dei nostri diritti umani condivisi dovrebbe stabilire le barriere per l’uso e l’evoluzione della piattaforma. In breve, vi esorto a garantire che i diritti umani siano centrali nella gestione di Twitter sotto la vostra guida».

Siamo alla follia? Per me sì, ma non per molti burattinai dei media, come talune case farmaceutiche che hanno usato i social proprio per instillare la loro personale versione della comunicazione scientifica e del vocabolario (si pensi all’abuso scorretto della parola “pandemia”). Accanto ad Audi e General Mills, coprattutto la multinazionale farmaceutica Pfizer, preoccupata dalla possibilità che con la nuova gestione del social possano circolare liberamente articoli e studi che mettono in discussione l’efficacia e la sicurezza dei vaccini anti Covid da lei prodotti, ha preso le distanze dal social unendosi al coro di quanti secondo Musk sarebbero gli «attivisti che stanno cercando di distruggere la libertà di parola in America facendo pressione sugli inserzionisti, anche se nulla è cambiato con la moderazione dei contenuti».

Non stupisce che parallelamente all’endorsment di Musk a favore dei Repubblicani anche il traballante presidente democratico sia sceso a criticare aspramente la nuova linea di Twittter asserendo che si tratta di «un’organizzazione che sputa bugie in tutto il mondo». Un po’ come se il Papa condannasse il gioco del Monopoli dicendo che apre la strada all’anticristo.

Il fatto è che siamo stati noi, ognuno di noi a far sì che questa parodia dei sei gradi di prossimità che ha guidato la caricatura dei social media diventasse tale. Siamo noi che non ci siamo resi conto di quando le cose sono passate da un simpatico gioco per tardo-nerd in uno strumento di manipolazione dei cervellini. L’ingresso della medio-tarda età, di quelli che “io non ho mai votato né Berlusconi né la DC” hanno fatto sì che il nostro paese fosse stato da sempre governato da rappresentanti dell’anonimato. Le fotine di micetti, nipotini, amorini e battutine si trovavano accanto a notizie, vere, false, finte-vere e finte-false producendo un condizionamento operante sull’uomo medio.

Allora molti dicevano che per fortuna esisteva FaceBook che ci dava le notizie vere e non quelle dei giornali. Che si fosse così lontani dalla realtà lo dimostrano delle notizie riguardanti il “politicamente corretto” per i DEM Zuckerberg che — guarda caso — non hanno avuto gli onori della prima pagina come la questione-Twitter. A fronte dei 3700 dipendenti di Twitter licenziati da Musk e poi in parte riassunti, Zuck ne va a far fuori 11mila, ossia il 13% della forza lavoro. Evidentemente la diaspora degli investitori coinvolge un po’ tutti (oppure la si tira in ballo per non parlare di speculazioni).

Forse proprio per questo l’antitrust dell’EU in parallelo a un’inchiesta analoga delle autorità britanniche vorrebbe sanzionare Meta per l’utilizzo dei dati dei clienti e di pubblicità «targettizzate» sul social network.

E se le mani dei giocattoli sociali dominati non appaiono granché pulite sul versante commerciale, decisamente più preoccupanti delle antipatie dei democratici per Musk sono le indiscrezioni dal puzzo illiberale simile alla caccia alle streghe di Assange che provengono da Meta proprietaria di FaceBook, Instagram e WhatsApp.

Nonostante questa società mediatica ora sostenga lo scarso peso nei social dell’attività informativa, secondo i dati 2020 del Pew Research Center un terzo degli statunitensi (credo che qualcosa di analogo si possa facilmente ipotizzare anche per gli europei) si tiene informato attraverso Facebook. Se gli editori dei quotidiani potevano lamentarsi delle perdite provenienti proprio dalle notizie dei social dall’altra si facevano forti della campagna contro le fake news alimentata dagli stessi social a favore di discutibili fact checker come quelli anti-Trump oggetto dell’attacco di Musk o dei filo-sistema di casa nostra. Ecco, dunque, che il gruppo di Zuckerberg ha provveduto a tagli nel numero e nei compensi ai propri collaboratori e soprattutto al mondo dei freelance a favore delle testate blasonate e sostenute dal sistema.

Molto più che sullo spauracchio-Twitter, sarà proprio Facebook il social che con ogni probabilità andrà ulteriormente (come se non bastasse la situazione attuale) verso una selezione dei pezzi pubblicati con l’utilizzo del codice informatico dello stesso Facebook. C’è chi dice che lo farà attraverso la creazione di un marketplace per gli NFT o con le Facebook Star, valute digitali con cui sovvenzionare i propri influencer di fiducia.

Insomma, potremmo trovarci di fronte ad un nodo di Gordio che rischia di potersi sciogliere soltanto con il draconiano metodo di Alessandro: un bel colpo di spada! Forse i social sono destinati a diventare la nuova longa manus del potere politico-economico, ma è anche verosimile che il mondo, ormai diviso anche sul piano geopolitico, si stia stancando del concetto stesso sempre più anacronistico del social globale. A suo tempo Orkut era vivo fra i brasiliani come QQ e Wechat fra i cinesi e VKontact fra i russi, MySpace fra i musicisti e LinkedIn fra gli aziendalisti; forse domani ci sarà qualcosa di ancora diverso. Il modello decentrato di Mastodon? Le community di Telegram o WhatsApp? Oppure una rinfrescata del sano vecchio web?

Non sottovaluterei la poco invidiabile via dei NEET paradossalmente indotta proprio da un universo tanto pateticamente paradossale.

Perché “i Patagonia” non sono filantropi

Perché “i Patagonia” non sono filantropi

Del valore di circa 3 miliardi di dollari e con un fatturato che si aggira intorno ai 100 milioni di dollari annui, l’azienda Patagonia è appena stata completamente ceduta dalla famiglia Chouinard, per un nobile fine: salvaguardare il Pianeta. Patagonia non è stata venduta né resa pubblica (entrambe azioni che avrebbero portato ingenti profitti ai proprietari), ma avrà le sembianze di una società privata senza scopo di lucro con sede a Ventura (California), divisa tra un fondo fiduciario e un’organizzazione, appositamente create per allontanare possibili rischi assicurandosi così che le revenue annuali vengano devolute alla lotta contro il cambiamento climatico e alla difesa degli ambienti naturali, fino all’ultimo centesimo.

https://www.lindipendente.online/2022/09/16/patagonia-esempio-di-unazienda-che-vuole-sancire-il-vero-cambiamento/

Sono stati definiti un po’ ovunque “filantropi” quelli della famiglia Chouinard, ma qui spieghiamo perché questa definizione è poco corretta.

Etimologicamente, infatti, la parola filantropo deriva dal greco ϕιλάνϑρωπος, comp. di ϕιλο- (v. filo-) e ἄνϑρωπος «uomo», ossia relativa a colui che agisce per l’amore dell’uomo, dell’umanità, insomma.

Il modello di umanità del capitalismo è in contrasto con la sopravvivenza del pianeta. Infatti, per rendere soddisfatta un’umanità sempre più ingorda per sua stessa natura, dalle lotte fra scimmie, ai grandi conquistatori, ai grandi possidenti, fino alla suprema finzione dell’invenzione del denaro (in ultima un gioco per i potenti), dovremmo distruggere tutte le risorse del pianeta (e già lo stiamo facendo).

Sì perché anche quando pensiamo ai “poveri”, come i tamarri, gli ignoranti-presuntuosi che “infestano” i quartieri periferici possiamo in gran parte a mammiferi che per la maggior parte aspirano soprattutto ad andare a stare nei quartieri “infestati” dagli squallidi manager leccaculo, i quali a loro volta non aspirano ad altro che andare ai ricevimenti che danno i neo aristocratici del capitalismo, sprezzanti tanto del pianeta che dell’umanità i quali, diversamente dai parrucconi francesi di qualche secolo fa, hanno imparato con NATO, Vaccini, Diffusioni di guerre e di ignoranza, ad evitare la tanto, troppo, infinitamente meritata ghigliottina, fra le altre cose facendo eleggere i propri pagliacci dagli stessi tamarri piacevolmente spiaggiati nelle loro panzute riviere dell’ignoranza e dai manager tutti presi dalla loro presunzione a vomitarsi a vicenda i loro “perché io so’ io e tu num sei un cazzo” di Monicelliana memoria.

Per le regole di transizione quindi il filantropo è un antropocida, in quanto con la moltiplicazione del genere — tra l’altro per lo più ammassato in megalopoli sprofondanti su se stesse — e con la totale scomparsa delle risorse planetarie finisce per favorire il completo genocidio dell’umanità.

Quindi, chi tiene tanto agli “anthropos”, che personalmente considero un errore contro il quale, tuttavia, non solleverei mai un dito tanto considero sadico il progetto della vita, dovrebbe certamente apprezzare il gesto di uno che, per quanto già con un piede sulla fossa, sputa in faccia a quel trio di cui sopra tenendosi fuori dei coglioni dal jet set e dal junk set, e soprattutto a quello dei figli che invece il piede nella fossa all’atto della scelta non ce l’hanno proprio, ma che, nonostante ciò, hanno condiviso in toto quella decisione che avrà modificato profondamente il futuro loro e dei loro figli. Io dico in bene!

La cosa che conta di più, però, è che “gli altri”, intendo i Bezos, i Gates e tutti i banchieri, caso vuole, come loro figli del popolo eletto, come Rothschild, Soros, Attali ecc…, si incazzeranno (mostrando ovviamente solo sardonico fastidio sprezzante) per il rischio di contagio e contaminazione che potrebbe avere il gesto presso altri miliardari stanchi del loro stesso milieu sociale — e ce ne sono — e di quel modello di vita.

Quindi, bravi Patagoni. Meritate la libertà di tornare normali!

Normalmente ricchi, ovviamente 😇😊

P.S. : Chouinard, come si può vedere qui sotto, non era nuovo a trarre il minimo vantaggio dalle sue imprese commerciali…

“Attorno al 1970, Chouinard divenne consapevole che l’utilizzo di chiodi d’acciaio prodotti dalla sua azienda stava causando gravi danni alle fessure dello Yosemite. Quindi, ancorché la produzione e la vendita di chiodi costituissero il 70% del suo reddito, tra il 1971 e il 1972, Chouinard e Frost introdussero nuovi dadi in alluminio, chiamati Hexentrics e Stoppers e impegnarono l’azienda nella difesa del nuovo stile di arrampicata chiamato “arrampicata pulita” (che non arreca danni alla roccia). Questo concetto rivoluzionò l’arrampicata e incrementò ulteriormente il successo dell’azienda, a discapito della vendita di chiodi, sua principale fonte di guadagno.

Chouinard e Frost fecero domanda per un brevetto statunitense sugli Hexentrics nel 1974, che gli fu concesso in data 6 aprile 1976. Questi sono ancora prodotti da Black Diamond.

Negli ultimi anni ’60, dopo aver fatto dei viaggi sulle Alpi e sui ghiacciai della Sierra Nevada, Chouinard cercò di apportare significativi cambiamenti alla tecnica e alla tecnologia utilizzata nell’arrampicata su ghiaccio. Tra questi, ha reso i ramponi meno flessibili, appositamente per l’arrampicata frontale.

Nel 1989, Chouinard Equipment, Ltd. presentò un’istanza di bancarotta. I suoi beni vennero acquisiti dai suoi impiegati e l’azienda fu ristabilita come Black Diamond Equipment, Ltd.

Da Wikipedia
Meditazione sulle aure

Meditazione sulle aure

La meditazione sulle aure attraverso Spotify (più in fondo altre risorse)

Chi vi fosse interessato potrà trovare in uno dei miei podcast (disponibile su diverse piattaforme) una meditazione ispirata al lavoro sulla vita fra le vite di Michael Newton.

Dopo una breve sessione di rilassamento si tratterà di visualizzare diverse aure colorate attorno e all’interno del corpo. In realtà la meditazione mira anche all’armonizzazione con energie transpersonali (ognuno attribuisca alla parola la traduzione che più gli si confà).

Sarà per me un piacere raccogliere qui o sui canali Telegram le eventuali esperienze di coloro che vorranno cimentarcisi.

Read More Read More

In ricordo di Michail Gorbačëv

In ricordo di Michail Gorbačëv

A proposito della figura, un po’ Shakespeariana e un po’ Dostoevskiana, di Michail Gorbačëv voglio permettermi di dire anche la mia.

Troppo concentrati sulle visioni del proprio personaggio, quasi tutti i grandi rivoluzionari della storia hanno sottovalutato l’umiltà del lavoro di padre. Influenzati dal protagonismo, vorrebbero eredi simili a se stessi — un sé che non hanno mai veramente conosciuto pensando di essere tutto e il contrario di tutto — invece di figure complementari e non inclini all’imitazione.

Chi opera l’inevitabile compito di minare la diga per rimuovere l’intasamento lascia in eredità il lavoro sisifico di separare il bambino dal fango e, soprattutto, che cosa farne dell’uno e dell’altro.

Quanto al popolo… beh quello trova più facile ricordare con entusiasmo le imprese di un Maradona che sapere chi fosse stato Napoleone, nonostante il primo avesse solo tirato una palla in una porta e il secondo, con grande controversia, cambiato l’onda lunga degli eventi dopo di lui.

Occorre un pensiero modulare per affrontare la nuova formazione

Occorre un pensiero modulare per affrontare la nuova formazione

• Da tempo immemorabile la formazione aziendale come pure la didattica convive efficacemente con l’idea dei moduli

• All’inizio — per molti versi ancora adesso — i moduli erano i “blocchi” su cui si articolava un corso

• Con l’e-Learning si è cominciato a parlare di RLO, ovvero di moduli didattici scomponibili e ricomponibili da un corso all’altro per seguire un principio di contenimento dei costi ed efficientamento dei tempi di realizzazione

• Oggi non ci si è ancora abbastanza resi conto che la varietà di strumenti disponibili richiede di sapere generare sinergie originali utilizzando, non tanto componenti didattiche legate cioè ai contenuti, quanto articolazioni del coinvolgimento basate su media, regole, espressione creativa, modalità di relazione… diverse e messe in rapporto efficace e non ovvio

• La nuova formazione modulare “phygital” richiede menti aperte e non dottrinali, né modaiole; ma prima di tutto lontane da logiche sostitutive tipiche del 99% dei webinar in circolazione.

• Un must da risolvere è il rapporto fra sincrono e asincrono dove il secondo assolva il 70% del totale riuscendo a coinvolgere e, quando si può, a divertire ma soprattutto…

• …generare dibattito, communities, gilde di confronto, cultura d’uso, nuovi meme, appartenenza aziendale, combattendo la demotivazione e la spersonalizzazione su cui si basa la problematica più ampia della great resignation

Great Resignation e Miopia aziendale

Great Resignation e Miopia aziendale

Victor Frankl quote
Viktor Frankl

Ho avuto qualche perplessità nello scegliere il titolo: se usare “organizzativa” o “aziendale”.

È vero infatti che il tema è diffuso soprattutto in ambito aziendale, ma la questione travalica abbondantemente i confini delle imprese per coinvolgere ancor più servizi e istituzioni.

Ciononostante queste ultime al momento fanno orecchie da mercante su questa situazione per non disturbare i poteri politici (e quelli economico-finanziari dietro loro) su cui si poggiano.

Da questo punto di vista, nonostante le imprese siano più trasparenti, per loro è difficile comprendere significati che non siano di tipo meccanicistico. Contrariamente all’opinione comune, l’intelligenza delle imprese è banale a prescindere dalla loro complessità. Nonostante sia stato messo in luce da molti studi, a partire da Kurt Lewin per passare dal Tavistock Institute, J. G. March, E. Shein, C. Argyris e così via (si veda il sempre fondamentale lavoro curato da Pasquale Gagliardi, Le imprese come culture), di quali profondità inconsce e transgenerazionali vivano nelle organizzazioni, queste non sono capaci di rappresentare i livelli analogici che si muovono al loro interno.

È un po’ come nelle immagini digitali, hanno rappresentazioni vettoriali (scompongono le linee in vettori, tratti secanti, assi cartesiani principalmente bidimensionali) e non elaborano affatto le bitmap.

Oggi si stanno orientando sempre più ad una delega della loro gestione all’AI che è tutt’altro che analogica, quanto piuttosto una “densificazione” o addensamento della geometria lineare su più piani, così che quanto più tende ad assomigliare alla realtà tanto più allontana le persone da quest’ultima.

Le persone a questo punto pensano di essere inutili perché non servono più essendo quel tipo di realtà (non aumentata, ma di fatto impoverita in quanto normalizzata) molto più affine ed elaborabile dalle macchine. Il peggio però è che finiscono per pensare di essere irreali perché non riconoscono più l’esperienza del mondo all’interno della quale hanno sempre vissuto come “reale”.

Se questo è vero per i boomers, diventa drammatico quanto più ci si avvicina ai millennials i quali spesso non hanno più un rapporto primario con l’esperienza comune o se ce l’hanno è di tipo deformato. E le aziende, sempre alle prese con il loro rendering vettoriale dell’esperienza umana (tramite l’AI che l’ha creata) alla fine vivono al loro interno in una sorta di bolla formale che ha per contraltare una deformazione allucinatoria del contesto geoeconomico e politico.

È questo lo scenario in cui andrebbe collocato il fenomeno della Great Resignation che sta mettendo seriamente alla prova le aziende di tutto il mondo capitalista, dagli Stati Uniti alla Cina, passando per il modesto Vecchio Continente.

Episodio di “Divergente Reloaded” sull’argomento

Ci sarebbe ben poco da aggiungere a quanto detto fino a qui lasciando ai più interessati andare a curiosare fra gli articoli dedicati al fenomeno, a partire da Harvard Business Review per arrivare ai testi delle Big Four come McKinsey.

La questione fondamentale con cui si potrebbe dire che do il via alla discussione mentre chiudo questa introduzione al tema (riguardo al cui reale approfondimento resto nonostante tutto alquanto scettico) può venire espressa nei seguenti termini:

Le imprese e soprattutto la loro gestione organizzativa e del personale stanno dando seguito ad un deleterio peccato di superficialità nel rappresentare una questione di benessere quello che è un problema attinente la dimensione del significato. Detto in altri termini, con la Great Resignation non abbiamo a che fare con una questione di salute ma con una di ordine superiore: una faccenda esistenziale e in alcuni casi ontologica.

Il lavoro può non avere senso in un mondo in cui la vita umana sta perdendo di senso. Le aziende possono avere ancora una parte da giocare in questo “Grande Gioco” ma dovrebbero avere il coraggio di superare la dimensione della competizione per affacciarsi ad uni braccio di ferro con i grandi padroni dei capitali internazionali: in definitiva un cartello delle imprese — più facile a dirsi che a farsi — dalla cui riuscita passa la sopravvivenza dell’uman significato stesso.

Gioco o degenerazione?
Caillos dedica un intero capitolo ad analizzare le forme in cui il gioco può degenerare, cosa che accade quando esso si allontana progressivamente da quella realtà fittizia che lo caratterizza (quella che già Huizinga aveva definito come “cerchio magico”) per invadere pericolosamente il mondo reale. E’ così che l’agon, da competizione pura che trova la sua massima espressione nello sport, può diventare prima antagonismo sociale o lavorativo e poi sconfinare addirittura nell’inganno criminale; l’alea, d’altra parte, può andare ben oltre l’innocuo divertimento e diventare la base di una credenza cieca nel destino fino a trasformarsi in mera superstizione. La mimicry, ancor più pericolosamente, può passare dalle nobili forme dell’arte teatrale alla psicosi e allo sdoppiamento della personalità. Mentre l’ilinx, lo abbiamo visto, trova la sua massima degenerazione nelle tossicodipendenze. Attenzione, quindi, al momento in cui il gioco cessa di essere un attività separata, perché come afferma Caillois, la sua contaminazione con la vita normale rischia di corrompere e guastare la sua stessa natura.

(I giochi secondo Caillois, di Walter “Plautus” Nuccio)

““In nessun momento mai ci è consentito essere interamente persuasi che il mondo in cui ci troviamo sia proprio quello della realtà, e non la scenografia fallace del sogno o dell’incubo”. È per questo che “Jünger ritiene scontato che sia più degno partecipare con ebbrezza alla guerra che lasciarsi passivamente inghiottire da essa..

Roger caillois

Plato in a nutshell

Plato in a nutshell

Quando vivevamo nella caverna guardando la “murovisione” bollavamo di infantilismo chiunque citasse il mito per nulla scientifico dell’esistenza di un Cielo con una fonte di luce chiamata Sole. Erano la setta dei “Solarisiti”.

Poi siamo emersi sulla crosta terrestre e dopo un tempo fatto di generazioni siamo riusciti a superare l’angoscia di una luce tanto intensa e di una realtà tanto irruenta.

Oggi non riusciamo ad accettare le sette che sostengono che possa esserci una platea diversa per attingere alla Luce e chiamiamo infantili quelli che non accettano il fatto che il Sole si possa vedere dalla crosta terrestre, dalla quale quindi rifiutiamo sistematicamente di separarci.

Chi sono le “persone”

Chi sono le “persone”

L’ho detto in diverse salse: c’è il popolo, la gente, le masse… e poi ci sono le “persone”.

Buone o cattive che siano — e, sì, le persone possono essere cattive, in quanto volontà cattive, e ce ne sono davvero molte, moltissime più di quante si professino tali in circolazione! — le “persone” non sono molte.

Non significa che gli altri non abbiano diritti o non siano degni di stima né che non vadano nel paradiso delle loro religioni. Vuol dire solo che non sanno rinunciare al loro sogno, come nel primo Matrix.

E non si tratta nemmeno che l’alternativa sia l’incubo ebraico di quel film, ma solo di poter dire dell’inconfutabile per “la gente”, «Il re è nudo!».

Gli Angeli Caduti che stanno per prendere il dominio del pianeta spirituale questa cosa sola non vogliono: scoprire le regole del gioco.

L’Era dell’Aquario questo è, ostentazione di progresso dietro all’innovazione tecnologica che troppo facilmente vira in meccanica della manipolazione della specie e delle anime.

Qualcuno dice: «Ma se abbiamo a che fare con antagonisti tanto potenti, che potrà mai fare un piccolo uomo, financo il gruppo delle “persone” per ostacolarne il progetto?»

Da un lato la risposta è «Nulla!» sulla larga scala. Si avvicinano gli eoni dei Troni, signori del tempo messi in panchina dagli eventi e il mondo sarà loro. Nel loro piccolo le persone potranno coltivare un germe più o meno dormiente della volontà armoniosa, delle affinità elettive, del cuore che pensa, della tolleranza che non sta né con il santo né con il collaborazionista, ma con sforzi immani cerca di promuovere un dialogo che nessuno dei due desidera.

Questo è essere uomo in quanto “persona”: dentro il ciondolo di un gatto può celarsi un’intera galassia, la cintura d’Orione dell’esperienza umana.

https://youtu.be/xzcoBg0-yi4?t=13
https://youtu.be/1v-QVsO00ik
Può essere detto con il carattere

Può essere detto con il carattere

In molti non l’hanno notato, alcuni fortunatamente perché significa che sono lontani dal rumore dei media, alcuni tristemente perché entra nell’inconscio come un ladro nella notte.

Stiamo parlando dell’uso dei caratteri tipografici. Uno per tutti riguarda lə schwa o e capovolta, un carattere esclusivamente fonetico assurto a simbolo semantico ad indicare la volontà di annullare le differenze di genere. La cosa può sembrare marginale ma proprio per questo finirà per condizionare quella convenzione di normalità che chiamiamo realtà. Vogliamo una realtà priva di distinzioni, la demoniaca grande notte in cui tutte le vacche sono nere, come la dipingeva Hegel? Scegliamo di usare la ə o, peggio ancora, non accorgiamocene. Scriverla è difficile finché non cambieranno anche le tastiere. Nel frattempo spesso si usa il comune asterisco: “lə lunə splende in cielə” oppure “l* lun* splende in ciel*” Penso che presto potremo avere la forma “abbreviata” di «lun splende in ciel», in fondo perché usare gli articoli così desueti propri solo delle lingue romanze?

Siamo in molti ormai ad usare quotidianamente la tastiera fisica o virtuale per scrivere. Per normalizzare la tastiera ha ridotto i caratteri passandone alcuni a combinazioni di tasti o applicazioni ad hoc. Molti Wordprocessor come pure alcuni sistemi operativi consentono il cambio automatico che comunque comporta la rinuncia al carattere sostituito.

Da molti anni ho messo in atto la mia piccola rivolta al comportamento linguistico normalizzato, banalizzato, impoverito. Ogni volta che lo farai anche tu dovrai fare lo sforzo di scegliere invece di accettare la volontà della macchina e dei manipolatori della realtà.

Ecco alcuni spunti:

  • Invece dei tre puntini usare il carattere “…”
  • Per riferire un discorso diretto, sostituisci le virgolette di citazione con quelle del parlato «»
  • In alternativa al carattere suddetto, utile quando si citi un discorso all’interno di un parlato, sono le virgolette specifiche del discorso “„
  • Per riportare un inciso sostituire il carattere aritmetico della sottrazione con quello specifico dell’inciso, da “-” a “—”
  • La e maiuscola accentata che secondo le cariatidi della grammatica non si dovrebbe usare ad inizio frase, invece di cedere al “E'” scegliere la “È”

Potrebbero essercene molti altri ancora di esempi, tuttavia superare la pigrizia che ci spinge a glissare sui dettagli è un quotidiano esercizio di crescita e di permanenza. È l’affermazione del valore della bellezza a scapito della funzionalità fine a se stessa. Ogni volta che sei pratico per evitare un fastidio legato ad un dettaglio, non importa l’incidenza del compito, foss’anche un bigliettino pro-memoria, uccidi la bellezza nelle tue opere e quindi in te stesso.

La vita “pratica” di chi non ha tempo da perdere è diventata insignificante: recuperare la cura del dettaglio, il piacere dell’attenzione, il senso del tempo dedicato a noi stessi e perfino all’oggetto ci restituisce ai valori dell’umanità. Nello scrivere scegli senza alibi. Ogni scorciatoia che prendi è un figlio che perdi.

Foucault e la pedofilia

Foucault e la pedofilia

Riporto qui alcune considerazioni sulla questione che dà titolo al pezzo tratte da un articolo di Valeria Meazza su Ultima Voce. Premesso che, ora come allora, trovo sufficientemente disgustosa la pratica nonostante ritengo vada sempre distinto la portata del pensiero di un autore dal suo valore morale, almeno fintanto che non ci sia una netta consequenzialità dei due aspetti, mi sembra interessante osservare come in questi anni si sia arrivati ad una priorità del gossip sulla capacità critica ed intellettuale in genere. Stiamo parlando di un periodo, quello compreso fra gli anni ’60 e ’70, in cui a fare scalpore sarebbe piuttosto stato un mondo in cui si sarebbero considerate normali categorie come quelle riportate nell’immagine che segue:

Sicuramente la normatività in ambito del corpo è stata da sempre un tema caro al filosofo francese e va detto che è anche grazie a intellettuali come lui che si è riusciti a sconfiggere gran parte dei pregiudizi in materia.
Tuttavia, si può dire che nonostante l’apparenza da questo punto di vista la liberalizzazione ha generato dei mostri ancora più giganteschi in ambito di puritanesimo normativo. Nulla cambia se non in peggio che definisca normale l’eterosessualità e peccaminosa l’omosessualità se poi arrivo a moltiplicare le norme e le tipologie invece di rimuoverle e sconfiggerle.

Dalla descrizione di un Foucault che, come Pasolini, veniva rincorso da ragazzi di vita, in Tunisia (da cui proveniva non essendo quindi un turista sessuale, ma un nativo ben consapevole delle usanze locali) come a Roma si evince piuttosto una maggiore tolleranza verso gli aspetti antropologici delle culture e della vita intellettuale, ma nulla che indichi alcuna violenza. Oggi si considera normale che nelle strade degli stessi la cui povertà accusava la licenziosità sessuale si uccida, ci si droghi, ci si prostituisca o che in nome di una democrazia normativizzata dai detentori del potere si possa radere al suolo interi stati come la Siria o l’Armenia, e nessuno accuserebbe il pensiero politico che sta dietro alla nazione dominante, si combatte per delle battaglie più “orifiziali” che morali. Ricordo solo che la Dolto, firmataria del documento qui citato, oltre ad essere ben lontana da accuse di comportamenti pedofili, ancora oggi è considerata in Francia e non solo una maître-à-penser della psicologia infantile.

Ricordo delle lezioni di psicologia a Padova in cui il docente citava una sua esperienza latina riferendo di un pastore che non essendo mai stato intaccato dalla “civiltà” viveva felicemente scambiando effusioni anche di natura erotica con le proprie figlie. Il professore non definiva certo tali abitudini come un modello da seguire, tuttavia sottolineava come, tanto il pastore che le figlie vivevano la propria condizione con la massima serenità fintanto che non vennero intercettate dai controlli sanitari che gridarono allo scandalo e all’ignominia, instillando il senso di colpa e peccato. Messe alla berlina dalla società civile, le vite del pastore e ancor più delle figlie furono rovinate grazie a questi salvatori, non – evidentemente – delle persone coinvolte, ma del bisogno di legittimazione del gruppo sociale benpensante di appartenenza.

Io oggi definirei discutibile ma orientata al buon senso la società relativista di allora, mentre ritengo che questo scandalismo pettegolo ma anche distruttivo non sia altro che un esempio della definitiva perdita del pensiero orientato al buon senso caratteristico della migliore filosofia a tutto vantaggio di una rimozione del dialogo, della riflessione e della speculazione (financo della ricchezza linguistica) sostituita da una normatività penalista di tipo nazista o bolscevico, ma non certo peripatetico (si pensi a quanto pochi conoscono l’uso corretto di questa parola).

«Storia della sessualità e La legge del pudore: all’origine delle accuse di pedofilia

In realtà, l’ipotesi di un Foucault pedofilo non è propriamente una novità. Nel 1977, insieme con altri illustri intellettuali francesi – quali Jacques Derrida, Louis Althusser e la pediatra Françoise Dolto – Foucault firmò una petizione spinosissima. Quella, cioè, che di fronte al Parlamento si schierava a favore della depenalizzazione di qualsiasi rapporto consenziente tra adulti e minori di quindici anni. Già all’epoca i detrattori di questi intellettuali ne interpretarono la scelta come una schiacciante ammissione di colpevolezza. Apertamente gay, interessato al tema della sessualità nelle sue ricerche e noto per una vita sessuale anticonformista, Foucault sembrava davvero l’incarnazione perfetta del vizio. A peggiorare le cose, inoltre, era intervenuto un dibattito radio del 1978. In esso, interloquendo con lo scrittore Jean Danet, il filosofo e l’attivista omosessuale Guy Hocquenghem spiegavano le ragioni della petizione. Tale dibattito, trascritto dal moderatore – il giornalista Pierre Hahn – sarebbe stato pubblicato con il titolo La Legge del pudore.

(…)

Come affermato in Storia della sessualità I, ciò contro cui Foucault si schierava era l’introduzione di un controllo sociale sulla sessualità e la sua psichiatrizzazione. Esito di tale processo sarebbe stato, secondo il filosofo, l’avvento di una “società dei pericoli” completamente ossessionata dal sesso:

una società con, da un lato, gli individui in pericolo e, dall’altro, gli individui pericolosi. […] La sessualità diventerà una minaccia in qualsiasi relazione sociale. In qualsiasi relazione tra individui di età differente. In tutte le relazioni tra individui, insomma. Essa, inoltre, diventerà una sorta di pericolo vagante: uno spettro onnipresente. Una finzione fra uomini e donne, bambini e adulti, forse anche tra gli adulti stessi.

Un pronostico che, se si guarda all’iper-sessualizzazione della società contemporanea, non sembra poi del tutto infondato.

(…)

Esprimendo la propria perplessità sulla possibilità che il rapporto sessuale con un adulto sia sempre necessariamente traumatico per il bambino, Foucault dice:

Può essere che il bambino, con la sua sessualità, abbia desiderato l’adulto. Magari ha acconsentito o può avere fatto il primo passo. Può aver sedotto l’adulto. Gli psichiatri, però, ritengono che sempre e prima di tutto il bambino debba essere protetto dai suoi stessi desideri.

Ciò significa che il filosofo legittima una violenza sessuale? Assolutamente no. Ciò che Foucault sta sostenendo è che talvolta sono la legge e la psichiatria a configurare come trauma un’esperienza in sé non traumatica. Il filosofo, in altre parole, riconosce nel bambino una soggettività non passiva, da proteggere, ma attiva, da lasciar esplorare e titolata a esprimersi liberamente»


Altre Fonti

La conversazione e il cambiamento

La conversazione e il cambiamento

L’Home Page da iPad

Poche parole per dire che ho acceso un nuovo dominio. In realtà sono già due o tre anni che l’ho creato, ma è rimasto appeso in attesa di valutare il da farsi.

Qualche giorno fa pensavo a dove mettere dei post molto sintetici costituiti da suggerimenti, osservazioni e considerazioni sul mestiere del terapeuta, del counselor, del coach… che però possono essere utili anche a chi ha motivazioni nel gestire i rapporti interpersonali.

È sempre più difficile trovare una definizione per questo tipo di attività.

Pur essendo psicoterapeuta da anni, oltre che “naturopata” considero siano tutte pessime definizioni. Credo che l’idea di terapia sia fuorviante e perfino dannosa, non di rado gravemente dannosa. D’altronde, per quanto sia vero che fra counselor e coach ci siano non pochi pessimi improvvisatori, anche essere usciti dall’università e da costose scuole di formazione e da esami statali condotti da partigiani della loro disciplina e della parrocchia di appartenenza, avere a che fare con psicologi, psichiatri e terapeuti in genere non fornisce alcuna certezza. Per di più non tutti i curanderos vanno bene per tutti i questuanti (mi si perdoni l’ironia) e viceversa, sottoscritto compreso, ovviamente; quindi ognuno è costretto a farsi l’idea migliore possibile ai primi contatti.

L’idea che sta dietro alla proposta del sito conversationalcoaching.it è che tramite la conversazione, senza una diagnosi filo-medicale e senza nessuna tecnica di colonizzazione dell’altro si possano favorire aperture, crescite e cambiamenti. Naturalmente qui si troverà il mio modo di intendere “conversazione” e cambiamento e quindi anche un riferimento a delle tecniche, ma conoscerle non significa avere una pelle, ma solo dei vestiti. Ognuno potrà scegliere se e quali usare solo se faranno al caso loro.

Insomma, Conversational Coaching è un taccuino: non un trattato, né un libro, ma neppure degli articoli. Degli appunti di lavoro, piuttosto. Chi ha bisogno di capire meglio può sempre provare a domandare, commentare… conversare. 🥳😎🤗

Il libro smarrito

Il libro smarrito

La copertina

Era il primo quinquennio del 2010 quando un po’ per sperimentare una nuova piattaforma editoriale scrissi un breve saggio o un lungo articolo, non so dire, su come potevano essere compresi e sperimentati i tanto vituperati selfie in un gruppo di sviluppo personale.

La piattaforma fece poi la fine di tante bolle e con essa, non solo gli acquisti (neanche un euro se non ricordo male) dei risicatissimi lettori ma lo stesso materiale dell’autore andò perso.

Sono riuscito a recuperare il testo di base (non le foto salvo un paio né filmati, link, box e tutto il materiale ipermediale di contorno di quel particolare modello editoriale molto dissimile da pdf, epub, mobi ecc…) e ne ho fatto una pagina di questo sito.

Chi ne fosse interessato la può trovare qui (un po’ grezza lo so, ma meglio che niente, no? 😉 ).

Vai a Selfiefulness

Sesto Potere — 25 anni e sentirne a malapena 5 o 10

Sesto Potere — 25 anni e sentirne a malapena 5 o 10

Un libro immeritatamente dimenticato è oggi recuperabile proprio grazie ad una biblioteca irregolare quanto amata da intellettuali inascoltati e rimossi dal potere massificante delle buzzword e dei social (sull’argomento si ascolti uno degli ultimi episodi di Divergente).

Quelle che seguono solo le parole con cui il testo è stato presentato all’interno del portale. Buona lettura a tutti. Questa volta proprio a tutti.

Download da formato epub e altri per e-reader

Download in formato Acrobat PDF per la simulazione tipografica

«In un quarto di secolo le professioni hanno subito una trasformazione imprevedibile ancora diversi anni dopo l’uscita di questo lavoro che, pur essendo stato adottato come libro di testo complementare da diverse università, per la maggior parte delle persone, primi fra tutti i manager i più illuminati dei quali riuscivano a vedere nella Intranet a malapena dei surrogati dei FAX (allora top della comunicazione digitale). In un quarto di secolo il mondo è cambiato con una velocità superiore a quella che avrebbe richiesto più di un secolo – guerre a parte – giusto alcuni anni prima. Il cambiamento non è mai in sé un male, ma non è neppure quel bene che tanti possono avere sbandierato. Rileggere quello che si poteva comprendere già 25 anni fa e che in parte non è ancora stato compreso (si prenda uno per tutti il capitolo “Sogni e incubi”) potrebbe suggerire a malapena oggi delle risposte che all’epoca non si era neppure lontanamente in grado di percepire nella loro interezza: i messaggi c’erano per chi leggeva l’americano Wired e dintorni bibliografici, ma era molto raro che si fosse in grado di collegarli direttamente e soprattutto di coniugarli con quell’organismo strano e naturalmente irrazionale che era l’essere umano. Anche questo recupero grazie ad un sito “irregolare”, un’iperbiblioteca selvaggia, in grado tuttavia di salvare molte parole da una almeno parzialmente immeritata obsolescenza è segno che male e bene non hanno oggi contorni così netti e non di rado possono ragionevolmente essere interpretati in senso inverso. Buona lettura.»

Il libro, oltre a potere essere scaricato normalmente può essere inviato per posta o con il metodo da me preferito, attraverso Telegram
Può essere scaricato in formato epub consultabile da molti e-book reader come “Libri” di Apple, in formati consultabili da computer come txt, rtf e soprattutto pdf, ma anche inviato ai dispositivi Kindle di Amazon spedendolo al proprio indirizzo kindle che trovate nel vostro account Amazon trasferendolo elettivamente nel formato mobi.

Portate pazienza per gli sbavi che potrete trovare a causa della conversione automatica. Quando il libro verrà richiesto per la sua collocazione nella collana delle Pleiades prometto che mi dedicherò nella paziente operazione di riordino 😉

La Psicologia è troppo spicciola

La Psicologia è troppo spicciola

Lucy dei Peanuts

Dedico giusto un trafiletto ad una considerazione che mi sta tormentando negli ultimi giorni. È vero che come psicologo rifuggo da tempo gli aggiornamenti perché da un lato sono “fantaermeneutici” e dall’altro sono ”tachipsiconeologistici”, però mi è capitato recentemente di organizzare una raccolta di feed delle pubblicazioni a carattere psicologico che si trovano in circolazione e mi sono cadute le braccia.

Se oggi vuoi trovare fonti di medicina, di astronomia, di economia, di storia perfino, ne troverai parecchie e ricche di stimoli interessanti. Di alcuni temi poi non riesci neppure a stare dietro alle novità.

Per quel che riguarda i temi psicologici i colleghi sembrano volere talmente andare incontro al potenziale cliente rendendo tutto più semplice financo a trasformare quella che Moscovici aveva individuato come la rappresentazione di senso comune di psicologia, psicoterapia, psicanalisi, psichiatria… in una congerie di banalità tali da compiacere piuttosto il lettore cosicché possa affermare di essere anch’egli uno psicologo.

Senza essere riduttivo – materiali seri ce ne sono sempre anche se troppo spesso partigiani ed eccessivamente particolari – nelle fonti accademiche, voglio mettere in guardia i colleghi a non banalizzare troppo la propria disciplina per renderla comprensibile così da attirare i lettori.

Facendo così si rischia di distruggere l’immagine di una disciplina che di per sé ha già una difficile collocazione, ma che si fonda su studi seri e necessariamente impegnativi. Rivolgersi ad uno specialista divulgativo può far piacere ma essere scarsamente motivante e attendibile.

Il valore della vita risiede nella sua negazione

Il valore della vita risiede nella sua negazione

La vita oltre la vita?

Per comprendere il valore dell’esistenza umana occorre negare la vita.

Quest’affermazione apparentemente paradossale è l’esatto contrario di quella che può apparire un’incitazione al nihilismo e al rifiuto dell’esistenza.

Quella “vita” che suggerisco di negare è piuttosto l’idea che abbiamo di essa.

Ci viene facile domandarci che cosa ci sarà dopo la nostra morte e una tale domanda nasce dalla superstizione che non si sappia che cos’è la vita che stiamo interpretando, anche se non è così.

Arriviamo addirittura a definire “morte” non solo i momenti generalmente angosciosi che culminano nell’attimo dell’abbandono del nostro corpo fisico e quindi della nostra identità storica attuale, la nostra persona, ma persino tutto ciò che si trova dopo quell’evento. Come se chiamassimo “morte” quello che avviene prima della venuta al mondo di una persona.

Negare la vita significa esorcizzare la morte. Fino ad oggi si è sempre più insistito nella rimozione della dimensione della morte e questo processo ha offerto solo come risultato che si vivesse senza alcun impegno, come se si fosse eterni in questa persona che interpretiamo qui e ora. Il fatto che essa muoia è incontrovertibile. Il fatto che noi si sia in tutto e per tutto quella persona non lo è affatto. E il fatto che per “vita” si intenda l’esistenza di quella persona è una vera e propria favoletta immaginaria e disorientante.

Quella persona. l’ho ripetuto spesso, è un condominio di presenze e di parti. Noi invece siamo sempre qui e altrove.

Per questo il mio “negare la vita” significa prendere in considerazione che la separazione… la discontinuità… il dualismo fra una dimensione chiamata “vita” e una chiamata “morte” non ha senso.

E “non ha senso”, non solo per chi vive una rappresentazione di una “realtà” che supera questa esistenza, ma neppure per chi la nega sostenendo che alla fin fine è tutto qua: infatti a quel punto un fuoco fatuo che esplode dal buio per ritornare al buio non ha alcun valore se non nel momento dell’esplosione, mancando di ricordi senza lasciare ricordi in quanto in assenza di testimoni dal buio. Ovverosia, in quel caso negheremmo la vita in quanto fondata sulla sua assenza, ovverosia su una dialettica artificiosa priva di una dimensione che darebbe senso all’altra.

Per quanti, come colui che scrive, l’evento della morte è un esercizio terribile che suggella una transizione di stato, si può dire che la vita continua in quanto dopo l’evento stesso non si troverebbe affatto la morte, ma piuttosto un’ “altra vita”, lo “hereafter” inglese che non si riferisce solo ad un altrove, ma al “qui” “dopo, altrove, di là”, un po’ come nell”attraverso lo specchio” di Carrol, uno sguardo dall’inverso come prosecuzione, continuità vissuta a partire, non tanto da un’antimateria, ma piuttosto da una “dis-materia” un’affermazione dell’io al netto della sua materialità.

E con questo passaggio temo di avervi persi tutti 🙂

Esiste però un modo per farla semplice:

Dimenticati che esista la morte al di là dell’interruzione di continuità costituita dal “momento mori”, come se fosse una separazione da un matrimonio dopo la quale entrambi i coniugi continuano ad esistere e a frequentarsi da “amici” invece che da “coniugi” proprio perché la “coniugalità” non esiste più. In tal caso, perché mai dovresti credere che il “matrimonio” debba essere una realtà al di fuori della sua contrattualità, in quanto tale artificiosa?

La vita in alternativa alla morte non esiste, ma la vita, in quanto condizione di essere e perfezionamento della consapevolezza attraverso il suo divenire, il suo essere storie, palestre dell’anima, quella sì che esiste, anche se per non fare confusione con il nostro linguaggio, non dovremmo più chiamarla “vita”!.

Fuori dai denti — I miei (presunti) saperi | L’indice

Fuori dai denti — I miei (presunti) saperi | L’indice

2:42 / 9:57

Fuori dai denti — I miei saperi | Trailer introduttivo

SI tratta di registrazioni libere, un po’ selvagge di un “lupo della steppa”, un orso o un orco (come direbbe qualcuno che mi conosce bene) a proposito delle cose che ho imparato e che sono quantomai inattuali, ma che mi serve intanto annotare per me stesso e poi lasciare al mondo come un messaggio in bottiglia approfittando di questi enormi contenitori che paghiamo ogni giorno con la cessione di parte delle nostre identità, quelle che provengono dai comportamenti.

Quella depressione che non è una malattia

Alcune dritte per gli amici che amano credere di essere depressi riguardo a dei farmaci che hanno riqualificato una sofferenza che prima era “normale”. Alcuni elementi qui descritti si ritrovano nel mio sito all’indirizzo. 1 feb 2022

A proposito di Psicologia e Sociologia

Che cosa qualifica la differenza fra le due discipline, quella sociologica e quella psicologica così spesso considerate strettamente apparentate tanto da venire confuse fra loro? Neppure la nascita della psicosociologia e degli studi psicosociali possono esaurire un argomento ancora potenzialmente ricco di potenziali contributi. 3 feb 2022

Che cosa diciamo quando parliamo di psicologia?

Chi sono gli psicologi e con che tipo di sapere dovrebbero identificarsi andando alle origini di questa disciplina? Probabilmente l’idea che se ne può avere è molto diversa dalle origini della pratica psicologica. 4 feb 2022

La nascita del Bilanciamento Dinamico

È la sfida a mettere in discussione se stessi e il proprio stile la tecnica clinica o terapeutica più importante. Formare a diventare ciò che si è e non ad assumere istruzioni e vita di altri. 7 feb 2022

Quanti sono i pensieri che ci pensano?

Ci piacerebbe che una psicologia qualsiasi o una neuroscienza fosse in grado di concludere quello che c’è da sapere sul pensiero… Ci piacerebbe soprattutto perché il pensiero denuncia il fatto che chi siamo potrebbe essere la “cosa” di cui lui si serve invece di come abbiamo la presunzione di affermare, ovvero che quello stesso pensiero sia una “nostra cosa”. 8 feb 2022

Le applicazioni dei 3 pensieri

New normal e devianza; esempi in azienda; oppositive thinking e varietà adattiva 9 feb 2022

L’atto di volontà

Che cosa vuoi veramente? Da che parte sta il tuo cuore? 12 feb 2022

L’azione di sorridere

La descrizione di come la psicologia dell’azione generi consapevolezza e cambiamento 11 feb 2022

Gli elementi dell’anima

L’astrologia ben prima di spiegarci chi siamo, ci restituisce i linguaggi originari del nostro corpo e della nostra anima. Non bisogna leggerla: occorre “praticarla”. 16 feb 2022

Anomia e Dissonanza Cognitiva

Che cosa capita quando i fondamenti alla base del cambiamento sociale vanno in conflitto con le spiegazioni dei comportamenti? Quando le scelte e le decisioni ci colgono impreparati e separati nelle nostre motivazioni? Un concetto sociologico della fine ‘800 recuperato a metà del ‘900 quando contemporaneamente nasceva quello della psicologia sociale che hanno risvolti, sia nelle decisioni organizzative, aziendali e istituzionali che nel momento di non-sense e non-luogo che stiamo attraversando. 18 feb 2022

Piccole cose

Il Dio che si nasconde nelle “piccole cose” è il portale per scoprire il vero significato del nostro essere più autentico. Le piccole cose non sono cose. Sono forse Cinture di Orione, galassie custodite nel ciondolo di un gatto, proprio come in Men in Black 21 feb 2022

La Paura

Studiando la Programmazione NeuroLinguistica (PNL o NLP all’inglese) potremmo farci un’idea diversa di quella che normalmente chiamiamo paura e, come spesso capita, a chiamarla con il nome giusto le cose possono apparirci diverse da come siamo soliti pensarle. 23 feb 2022

L’Uno

I numeri sono simboli viventi. Dobbiamo insegnarli così ai bambini, prima di insegnare loro le operazioni che si possono compiere con essi. 24 feb 2022

Crisi e stallo

I problemi psicologici si affrontano in chiave di apprendimento purché si sappia riconoscere quando sono generati da una situazione critica o da uno stato di stallo perdurante da parecchio tempo. 28 feb 2022

L’impertinenza

Carl Whitaker, Bradford Keeney, Gianfranco Cecchin, Virginia Satir, Fritz Pearls sono alcuni fra i diversi terapeuti che hanno saputo usare l’improvvisazione e l’impertinenza nella loro arte. L’impertinenza amorevole e scevra dal giudizio presuntuoso è un modo di relazionarsi onestamente di cui si sente sempre più il bisogno. 28 feb 2022

La coscienza di sé

Familiarizziamo con un’idea difficile con cui tutti crediamo di saperci destreggiare ma che forse è la parola più difficile da comprendere davvero, presi come siamo dalle nostre ambizioni, dalle nostre delusioni e dalla nostra voracità quotidiana. Prova a domandarti che cos’è “Coscienza”. Qui di seguito metto una definizione “ufficiale”, ma ascoltando bene potresti essere in contatto con il tuo vero essere al netto della tua persona. «Cosciènza (letter. ant. consciènza, consciènzia) s. f. [dal lat. conscientia, der. di conscire; v. cosciente]. – 1. a. Consapevolezza che il soggetto ha di sé stesso e del mondo esterno con cui è in rapporto, della propria identità e del complesso delle proprie attività interiori». 17 mar 2022


Episodi disponibili su podcast usando…

Sofferenza psichica: Allarme Rosso!

Sofferenza psichica: Allarme Rosso!

Van Gogh: la disperazione

Chi mi segue sa come abbia scelto, non prima di aver segnalato la natura reale e le conseguenze di quanto stava avvenendo fin dai suoi albori per quanto possa mai valere il patetico primato di Cassandra, di smettere di parlare, almeno in prima persona, del Covid e della macchina inquisitoria costruita attorno ad un fenomeno per la maggior parte artificiale e indotto.

I toni del dibattito (le gag che anticipavano l’escalation)

Viene però un momento in cui occorre alzare la mano quando l’assemblea non fa altro che urlare e provare a dire poche parole nella speranza che qualcuno le ascolti e provi a uscire dalla stanza solo per affermare che aprire la porta è possibile e che per quanto possa essere rigido o rovente il clima fuori almeno si respira aria invece che odio e allucinazioni. Le poche parole – poi posso anche spiegarle meglio – sono queste:

I problemi politici, economici e perfino di malattie fisiche in questo momento sono meno gravi della situazione psicotica o proto-psicotica altamente diffusa in una fascia davvero imponente di popolazione che attualmente ha superato e di molto la soglia di guardia.

La sofferenza psichica e l’allucinazione privata e sociale è altamente diffusa e più che mai allarmante. E il fatto più preoccupante è che non si denunci con toni adeguati la situazione chiamandola con il suo nome: stato di pazzia! (la scelta di un termine “popolano” è fatta per renderlo chiaro a tutti, ma non dev’essere equivocato con il modo di dire banale: qui è una notazione patologica!)

Pazzia mascherata diffusa ovunque come un virus residente attivo e mascherato da anticorpi, proprio come un retrovirus.

Certamente tutto trova fondamento in un delirio sistemico, un veleno entropico che – detto per inciso – si genera molto prima dell’effetto Covid (che ha fatto solo da acceleratore esacerbante del fenomeno).

Quello che preoccupa maggiormente è il disancoramento psicosociale, quello che Durkheim nel suo studio sul suicidio chiamava anomia. I fenomeni emergenti sono la perdita di fiducia nella società introiettata come perdita di fiducia in se stessi e quindi fenomeni allucinatori e distruzione della progettualità. In una parola, disperazione irrazionale disfattista.

Tutto ciò viene altresì aggravato dalla diffusa destituzione di credito nelle professioni di aiuto sostituite da strumenti materiali che delegittimano l’ambito dei significati di cui fino ad oggi sono state portatrici le professioni e i saperi scientifico-umanistici ivi comprese quelle mediche e psicologiche. che finiscono rapidamente per autosqualificarsi identificandosi nel persecutore (cedendo cioè al confinarsi in assoggettamenti materiali e burocratici)

Esse subiscono così la sostituzione delle prassi e delle esperienze con delle regole e dei ruoli normativi per di più irrazionali, confusivi, incoerenti e persecutori.

La prognosi di una situazione simile in mancanza di risorse a cui attingere non può che essere infausta.

La cura, se mai possibile, proviene dalla calma e la concentrazione sui fondamentali a partire dalla fede nella propria natura spirituale (qui non voglio neppure scendere nel dettaglio, ma dico semplicemente: attenti a non vivere la cosa attraverso un ulteriore ricerca di dogmi, regole, norme… di burocrazia delle anime!).

Fondamentale sarà la riscoperta della prossimità come valore: o parti da chi hai vicino rinunciando al prometeico impossibile istinto di cambiare il mondo se non per contaminazione dalle piccole cose.

Diversamente finiremo naufraghi in un oceano ostile e allucinatorio carico di ombre disperate.

Shipwreck Crime, le foto degli oggetti dei naufraghi
Fuori dai denti! Una raccolta di clip psicologiche

Fuori dai denti! Una raccolta di clip psicologiche

Fori dai denti — I miei saperi

Una raccolta di clip psicologiche

Sto registrando alcuni appunti delle mie attività. Sono stato psicologo clinico, delle organizzazioni, della comunicazione e dell’apprendimento degli adulti, docente di counseling e di coaching… ma anche esperto di terapie alternative e cultore della spiritualità, fra le tante cose. Nel frattempo mi sono dimenticato molti dei miei pensieri. Mi piace andare a recuperarli ma non lo farei più assolutamente per iscritto – non ne avrei tempo né scopo. E allora, piuttosto che non far niente, registro. Un pezzo alla volta e poi vedremo che cosa ne esce (se ne esce…).

Ho inserito le registrazioni nel mio account di YouTube, tuttavia, travandolo farraginoso, poco pratico e anche di incerta autonomia e sicurezza, ho preferito salvare i lavori anche su Rumble. Vedremo quale delle due soluzioni prenderà il sopravvento.

A questo proposito, chi è interessato farà bene ad iscriversi ad uno o ad entrambi.

Accesso al primo degli episodi su Rumble
Accesso alla Playlist su Youtube

Naturalmente, come sempre, gli aggiornamenti delle mie attività si trovano nel mio canale personale su Telegram e lo spazio per discutere di questi ed altri contributi, esprimere domande, richieste, considerazioni personali e il corrispettivo gruppo di discussione sempre ovviamente su Telegram.

Aggiornamento: con un certo delay, un effetto in differita di alcuni giorni, l’audio dei filmati può essere più comodamente seguito come podcast dai principali distributori come Spotify, Amazon, Apple Podcast, Google Podcast, il sito di Anchor e se usi altre app aperte, quasi sicuramente anche in quelle.

Che tipo di depresso sei?… 

Che tipo di depresso sei?… 

Francesco Nuti: una delle espressioni della depressione

   Ennio Martignago 

Originariamente pubblicato sul sito Massa Critica

Segnali comuni Secondo il dottor Rafael Euba, uno psichiatra consulente del London Psychiatry Center, bisogna individuare alcuni segnali.

  1. Intanto la perdita di interesse
    L’incapacità di godere delle cose per cui una volta si sarebbe provato piacere assieme ad una simile perdita di interesse per le tue attività sociali, come trascorrere del tempo con gli amici, è uno dei segnali più importanti che ci si sta ritirando in se stessi.
  2. Fatica e insonnia
    Che ne si sia o meno consapevoli il peso delle preoccupazioni affatica e conduce all’insonnia sviluppando un circolo vizioso
  3. Ingigantimento della risposta negativa
    Si potrebbe riscontrare lo sviluppo di una reazione alle notizie negative che normalmente avrebbero al più prodotto indifferenza o senso di disagio, in direzione di preoccupazioni sempre più intense.
  4. Persistente ombrosità disfattista
    Anche se i sentimenti di disperazione, irritabilità e tristezza fanno comunque parte dell’esperienza umana, in questo caso si trascinano più a lungo del solito.

C’è depressione e depressione

Eppure la depressione è un luogo comune di questo periodo.

A fronte di numeri complessivi più ampi, appare realistico che la quota di Italiani che in un anno soffre di sindromi depressive sia pari a circa il 5% della popolazione adulta, vale a dire più o meno 3 milioni di persone. Eppure le depressioni non sono tutte uguali.

Intanto ci sono…

  • Le Depressioni Reattive il più delle volte qualificabili come nevrosi depressive o depressioni ansiose caratterizzate dal risultare una conseguenza di condizioni esistenziali (lavorative, relazionali, ambientali…). Siamo in una situazione più complessa quando chi viene colpito è soggetto ad oscillazioni di umore in cui una passività pessimista si alterna ad un euforico attivismo senza che per nessuno dei due cambiamenti sussista una vera e propria motivazione. Non sono trascurabili e possono condurre a situazioni esasperanti, inizialmente per la salute del fisico, ma con l’andare del tempo per l’usura cognitiva, una sorta di assuefazione al disagio che porta a non riuscire più a reagire alle condizioni penalizzanti e neppure a quelle possibilisticamente felici. Questa è sicuramente una condizione di elevato valore epidemiologico di questi tempi e colpisce soprattutto le persone con maggiore senso di responsabilità morale e cognitivamente refrattarie a dimensioni umanamente e razionalmente meno accettabili. Se non si interviene per tempo, il danno risulta sempre più difficile da riparare con un peso sociale non indifferente.
Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è couple-sitting-by-ocean-350-1-300x180.jpg
  • Le Depressioni Relazionali possono sussistere nei casi più o meno gravi, laddove la relazione familiare si impronta sullo scambio del ruolo di caregiver. Una delle persone, o più frequentemente a turno, si assume il ruolo di sostenitore o badante del malato. Questa è la regola del gruppo familiare che spesso viene fatta risalire alle famiglie di origine di almeno uno dei due membri della coppia e che può venire trasferita alla progenie. Sai di essere in questo copione (script) quando ti trovi a rinfacciarti più o meno reciprocamente la colpa di chi fa stare male l’altro o di chi non sta aiutando l’altro che soffre.
  • Le Depressioni Gravi (borderline o psicotiche) sono tali quando si vive interiormente in un buio profondo dell’anima anche se è molto frequente che si mascheri la cosa con un sorriso affettuoso, a volte perfino ebete. In questi casi ci si sta ritirando dal mondo verso i cui turbamenti si prova una crescente indifferenza. In situazioni di questo tipo chi soffre è generalmente poco consapevole del suo stato in quanto lo considera una condizione esistenziale immutabile e universale. Ne esistono di due tipi: quella in cui la persona assume uno sguardo vuoto ed inespressivo in certi momenti perfino impressionante e quella in cui a uno stato incline ad un pianto ed una disperazione senza tregua, per quanto mascherata di dolcezza o autoironia si alternano idee grandiose e progetti intensi il più delle volte irrealizzabili con un’attivazione decisamente maggiore nel corso della notte (stato noto con il termine ultimamente in voga di “disturbo bipolare”). In questi casi non è raro che si cada nella tentazione del suicidio: non per rabbia o per vendetta e men che meno per esibizionismo, ma per spegnere il dramma della disperazione spesso intrisa di sensi di colpa e di impossibilità di salvezza senza altra via d’uscita che il gesto improvviso ed estremo o quello ritualizzato (come la pallottola levigata giorno per giorno da Potocki con cui si sarebbe un giorno suicidato), al punto che si suole definire alcuni di questi casi “fame di morte”.

Come si vede, quando si parla di depressioni si ha a che fare con degli stati molto diversi fra di loro e per fortuna sono ben pochi quelli dell’ultimo tipo, nonostante non vadano sottovalutati neppure gli altri, soprattutto quelli del primo tipo, per la loro diffusione e per i numeri alti di persone coinvolte.

L’unico caso in cui i farmaci sono d’obbligo è il terzo, ma alla fine l’anti-depressivo è divenuto per molti di noi un complemento alimentare (anche per molti minori), complici le nuove (di qualche decennio) generazioni di farmaci. Una bassa tolleranza alla sofferenza? L’incapacità di dare risposte sociali libere e creative? Certamente una forte frustrazione a vivere ed una scarsa integrazione in un modello culturale comune e comunemente accettabile.

L’ipnosi e il tempo

L’ipnosi e il tempo

Reverse psychology parte quarta e ultima

Una delle caratteristiche scarsamente sondate del fenomeno dell’ipnosi è il suo rapporto con la dimensione temporale. Qualcuno potrà trovare assurda questa affermazione perché nulla come l’ipnosi lavora da sempre usando il tempo in lungo e in largo, ma quello che andiamo dicendo è che lo fa dandolo per scontato, senza cioè soffermarsi a riflettere su ciò che essa può insegnarci al suo proposito.

Quello che gran parte di chi lavora soprattutto in ambito clinico-terapeutico con l’ipnosi è solito fare è andare a ritrovare nel tempo trascorso eventi o risorse utili a superare la situazione difficile che il postulante presenta se non addirittura a guidare alla scoperta di un sé sconosciuto o più autentico.

Questo percorso lo si conduce perlopiù attraverso un percorso di regressione temporale fino ad un momento dove, per l’appunto, si può rinvenire l’energia, la lucidità e la verità più profonde che possono correre in aiuto, oppure usando un percorso più tradizionale, il trauma da cui la sofferenza può essersi originata. A volte la regressione può essere spinta più in là alla ricerca di eventi, esperienze e identità che non appartengono più alla persona e alla vita attuali, ma ad una delle cosiddette precedenti incarnazioni. Quest’ultima traccia viene definita impropriamente “ipnosi regressiva”; dico “impropriamente” proprio perché non è meno regressiva di quella che ripercorre la vita attuale ed in entrambi i casi può appartenere altrettanto propriamente più alla dimensione delle rappresentazioni che a quella della “cosa in sé” ovvero della presunta “realtà”. Tutto ciò senza nulla togliere ai benefici che queste esperienze possono comunque produrre, come pure alla dipendenza dall’esperienza stessa e dalla “maladie d’ailleurs”, dal bisogno di un “altrove” che essa comporta.

Abbiamo spesso dell’ipnosi la rappresentazione che la cinematografia e certa letteratura nel corso dei secoli e dei decenni ci hanno consegnato in eredità, ovvero la perdita di controllo e la capacità di esprimere comportamenti inediti e del tutto improbabili quali lo sdraiarsi fra due schienali di sedia o compiere furti se non addirittura assassini. Niente di meno frequente e perfino probabile di questi casi estremi. L’ipnosi ha come prima e più importante finalità permetterci di prendere consapevolezza di quanto dilatata sia quotidianamente quella nostra coscienza e il “sapere” che ne deriva che noi del tutto irragionevolmente reputiamo oggettivo quando non addirittura “vero”. Oltre a questo fenomeno, essa permette di prendere atto di quanto scarsamente uniforme sia la nostra identità e di come essa sia costituita di parti e addirittura di frammenti, andando a coincidere almeno parzialmente con l’idea di impermanenza.

In definitiva, si può dire che molte delle esperienze che potremmo citare all’apparenza straordinarie possono essere vissute in uno stato che potremmo definire ordinario seppure ad un altro piano della nostra mente esse funzionino come se ci trovassimo in uno stato di trance, e questo per delle ragioni che esulano dai fini di questo scritto rispetto al quale è utile solo sapere che quanto andremo a descrivere è qualcosa che possiamo vivere anche senza crederci minimamente.

La pratica del tempo inverso

Esiste un esercizio psicologico tutt’altro che ignoto consistente nel considerare la propria vita seguendo un percorso inverso, che è in fondo il tema riportato nei titoli di questi quattro articoli, ovvero la Reverse Psychology nello specifico significato che vado attribuendole.

Un primo passaggio è comunemente noto almeno alle persone della mia generazione. Genitori, insegnanti e sacerdoti erano soliti chiamarlo “esame di coscienza”. La scelta dei termini era corretta, mentre il significato che sia attribuiva loro lo era molto meno. L’idea moralistica di “coscienza” è quella che abbiamo più frequentemente incontrato e non di rado “odiato”, ovvero coscienza come comportamento consono ai dettami sociali o religiosi: avere la “coscienza a posto”, la “coscienza sporca”, “chiedilo alla tua coscienza”, eccetera. La coscienza non è un contenitore ma un processo. Possiamo immaginarlo come un discorso che non si capitalizza ma piuttosto si perfeziona nel fluire. La coscienza può esistere a prescindere dalla nostra consapevolezza, tuttavia è essere consapevoli della nostra coscienza uno dei momenti più importanti per il “rafforzamento” del sé o, se preferiamo, dell’anima.

L’esame di coscienza veniva insegnato ai bambini in questo modo: nel metterti a letto (magari in ginocchio ai piedi del letto — più che altro per non addormentarti dopo pochi secondi) dovevi ripercorrere a ritroso la tua giornata con la maggiore precisione di cui eri capace, considerando che nel succedersi degli esercizi questa si affinava naturalmente, fino ad arrivare al momento del risveglio.

Molti di noi hanno smesso molto precocemente questo esercizio, salvo riprenderlo da adulti e oltre avendolo incontrato in qualche libro, come quelli di Rudolf Steiner dedicati all’iniziazione. E lo hanno interrotto a mano a mano che si prendeva distanza dai catechismi per aderire ad un vissuto laico “concreto”. Eppure, effettivamente questo esercizio ha un potere eccezionale nel rinsaldare la mente e l’identità. Come se non bastasse, esso insegna al nostro inconscio come la unilateralità del percorrere del tempo sia vera e non-vera allo stesso tempo; e quindi di come si possa e con quanta proficuità usare il tempo in direzioni difformi dalla convenzione sociale.

L’errore più frequente che si compie nel riprendere in mano questo esercizio consiste nella rigidità del perfezionismo. Solo uno stupido può pensare che abbia senso ancor prima del fatto che sia possibile riprodurre ogni istante della nostra giornata a ritroso. Se fossimo perfetti — nessuno di noi lo sarebbe, neppure i guru! — avremmo sprecato un giorno, perché rivivere una giornata durerebbe una giornata con un ulteriore effetto specchio per cui il giorno dopo sarebbe dedicato a rivedere due giorni prima e così via fino a vivere sempre lo stesso giorno come in certi film. Ma anche se così fosse, in realtà ritrovare un momento dura moltissime volte di più di quanto non sia durato il momento a causa della durata stessa dello sforzo di recupero e di quello della riproduzione stessa. Quindi, nel farlo…

siamo sempre molto, ma moltissimo, gentili con noi stessi!

Dolcemente, ritorniamo indietro nella nostra giornata avendo tuttavia la cura di non attaccarci mai a nulla di quanto rivissuto. Nel ripassare la giornata tendiamo a sentirci in colpa per quel fatto, arrabbiati per quell’altro o amorevoli per quell’altro ancora. Al contrario, dovremmo osservarlo con spirito di atarassia, come se seduti sulla riva vedessimo scorrere il torrente calmo fra gli alberi, mentre trasporta su di sé alcune foglie, degli insetti, dei rami… creando qua e là dei mulinelli o insaccandosi in delle crune degli argini. Non hanno importanza gli eventi, non più di tanto, almeno, ma ne ha la “tara” la costante che si riesce a percepire al netto di tutti i fatti e di tutti i giudizi possibili. Quella “tara” è il tuo “sé” o la tua “anima” con la quale giorno dopo giorno impari ad entrare in contatto scoprendo che non è qualcosa di cui si possa parlare o giudicare con i codici formali del linguaggio o della misura, ma una dimensione ontologica che va al di là del tempo stesso e della persona che si trova a viverlo. Impari cioè a sentire meno il bisogno di affermare e difendere te stesso come persona scoprendo che non hai bisogno di essa per esistere e soprattutto per essere.

Esercitare il Benjamin Button che è in noi

Un secondo esercizio noto a molti psicologi e counselor consiste nel chiedere al postulante (continuo ad utilizzare con consapevolezza provocatoria questo termine che richiama religioni e pratiche superstiziose proprio in contrasto con altre definizioni di matrice medicale per me più fastidiose) di procedere nell’immaginazione lungo la propria esistenza fino ad arrivare all’età più estrema di cui è capace.

Lo si fa spesso guidandolo passo passo, in modo da vincere la sofferenza dell’invecchiamento come pure la normale incertezza riguardo all’ovvia incapacità di prevedere il futuro. Non ha infatti nessuna importanza la precisione di quello che si vede. In realtà se ci fosse bisogno di questo ci si troverebbe ad agire ancora nell’ambito della persona (sull’uso che sto facendo di questo termine si faccia pure una ricerca nell’intero mio sito, a partire dal primo di questa serie di articoli per soffermarsi in particolare su “La separazione dal sé”) mentre quello su cui vogliamo lavorare è piuttosto la presa di contatto con l’anima, il sé e uno sguardo il più possibile imparziale su questa vita e sulla nostra identità attuale.

Immaginiamo o facciamo immaginare di trovarci in una posizione panoramica, affacciati ad un terrazzo, sopra una torre o un grattacielo, ma anche a sfogliare le pagine di un album fotografico o quelle di un libro autobiografico. Non importa che quello che si vede sia quello che è veramente accaduto e ci si può perfino immaginare dei romanzieri che usano la fantasia invece dei fatti. Scriviamo la storia di quello che è accaduto fino a risalire al momento attuale e poi all’indietro fino alle esperienze già vissute in passato. Poi riavvolgiamo la storia nel senso tradizionale e soffermiamoci sulle differenze fra come l’avremmo raccontata prima, come l’abbiamo raccontata a ritroso e come la stiamo raccontando ora. Le differenze il più delle volte sono minime, ma quelle “inezie” hanno un grande peso anche se a tutta prima possiamo non esserne consapevoli. Dopo essere arrivati ad “oggi” nella direzione normale, spingiamoci ancora una volta avanti nel tempo e scorgiamo i dettagli che si fanno avanti nel momento in cui abbiamo imparato a non essere necessariamente fedeli ai “fatti”. Quello che sta accadendo, per quanto possa spazientirci, è davvero interessante!

Portiamoci avanti ancora una volta fino all’estremo e cerchiamo di percepire ancora una volta il panorama generale. A questo punto puoi fare due cose: ritornare al qui ed ora e scoprire come questo sia cambiato; oppure percepire la dimensione della cosiddetta “tara”, ossia della costante al di fuori dell’impermanenza.

Se ci pensiamo bene, quello che abbiamo esercitato è un percorso lungo la pista del nostro nastro di Mobius, dell’eterno ritorno del medesimo di cui abbiamo parlato nell’articolo precedente come alternativa alla retta dell’Universo. Siamo però così usciti dalla teoria per entrare nell’esperienza. E l’esperienza è sempre una “storia”!

C’era una volta un tale che chiese al suo calcolatore: “Calcoli che sarai mai capace di pensare come un essere umano?”. Dopo vari gemiti e cigolii dal calcolatore uscì un foglietto che diceva: “La tua domanda mi fa venire in mente una storia…”

G. Bateson, M. C. Bateson, Dove gli angeli esitano. Verso un’epistemologia del sacro, Adelphi, 1989

Di ipnosi regressive inverse

Chiamo l’esperienza con cui voglio concludere questi articoli con l’espressione apparentemente contorta di “regressione inversa” per distinguerla dal termine spesso utilizzato di “ipnosi progressiva”.

Molti vedono l’ipnosi regressiva come una pratica da sensitivi o veggenti e ancor più possono aspettarsi da quella progressiva. Le cose non stanno così, non tanto perché quelle siano irreali diversamente dal quotidiano, ma perché entrambe, futuro, passato, ma anche attuale sono solo dimensioni diverse di un sogno, o di una maya.

«Anche noi siamo fatti della materia di cui sono fatti i sogni; e la nostra breve vita è circondata da un sonno.»

W. Shakespeare, La Tempesta Prospero: atto IV, scena I

Quando eravamo giovani alle prime esperienze dell’ipnosi, con l’amico e collega Marco facevamo talora pratica e sperimentazioni con degli amici. Una volta, Elisa, un’amica che al tempo studiava medicina abitando a Torino, lontano dalla sua casa nel Friuli, che aveva certamente una sensibilità fuori dal comune, ci chiese di prendere parte alle nostre sperimentazioni partecipando come soggetto di ricerca.

In un primo passaggio saggiammo gli effetti della tradizionale ipnosi di tipo regressivo indirizzata alle vite precedenti. I risultati furono molto interessanti perché la sua percezione era netta, ovvero non condizionata né dall’identità attuale né da quella dell’episodio dell’altra vita. Era come se osservasse qualcosa che accadeva dal di fuori, senza coinvolgimenti ma con molta coerenza alla situazione.

Dopo avere ripetuto questa ricerca più volte decidemmo di sfidare il tempo per scoprire che cosa sarebbe accaduto se fossimo andati alla ricerca degli episodi della vita futura.

Entrammo in un treno della notte senza viaggiatori che correva attraverso gli anni senza posa fino al mattino. Poi la facemmo scendere alla fermata di Elisa numerosi anni dopo. Le chiedemmo di cercare dove fosse la sua persona attraversando i luoghi dov’era scesa con il treno.

Finalmente trovò questa Elisa del futuro.

Le chiedemmo come si vedesse.

Rispose che era in una baita in mezzo ad un bosco.

Era sposata con dei figli.

Era serena.

Stava stendendo i panni fuori della casa e si guardava attorno nella natura, lontano da ogni altro centro abitato.

È opportuno a questo punto dire che la nostra amica in quegli anni immaginava di ritornare alla sua terra; manteneva i suoi studi lavorando in una struttura di sostegno per giovani con handicap e pensava che sarebbe diventata un medico e che quindi avrebbe svolto questa professione verosimilmente in un centro urbano. Per queste ragioni trovammo bizzarro, financo divertente questo esperimento e la chiudemmo lì con qualche risata.

Diversi anni dopo passai a trovare nuovamente questa ragazza che viveva in coppia con il suo uomo e con la sua figlia essendosi trasferita però lontano dalla città, in un paese di montagna. Fu un incontro conviviale e non ripensammo mai all’esperienza fatta in passato.

Più in là nel tempo non ricordo più come ebbi ulteriori sue notizie, ma venni a sapere che il marito aveva una baita spersa in mezzo ai boschi sempre da quelle parti e che la stavano riattando per andarci a vivere.

Dovette passare dell’ulteriore tempo perché, una volta che ci eravamo ritrovati con Marco a parlare delle nostre esperienze, rievocassimo quell’esperimento di lavoro sul tempo fatto con Elisa.

Solo in quel momento unii i puntini e colsi come quello scherzo avrebbe avuto un futuro per quanto per molti sia considerato casuale.

Tuttavia, per parafrasare un’aforisma frusto:

“Caso” è il nome che i superstiziosi danno a Dio!

Quando rividi casualmente Elisa più di trent’anni dopo lei non ricordava assolutamente quella circostanza e io certo non insistetti perché lo facesse.

Gli eventi della vita è giusto che siano consegnati all’oblio, purché noi non si cessi mai di ricordarci di noi.

Temette che suo figlio meditasse su questo strano privilegio e scoprisse in qualche modo la sua condizione di mero simulacro. Non essere un uomo, essere la proiezione del sogno di un altr’uomo: che umiliazione incomparabile, che vertigine! A ogni padre interessano i figli che ha procreato (che ha permesso) in una mera confusione o felicità; è naturale che il mago temesse per l’avvenire di quel figlio, pensato viscere per viscere e lineamento per lineamento, in mille e una notte segrete.

Il termine del suo rimuginare fu brusco, ma lo precedettero alcuni segni. Primo (dopo una lunga siccità) una remota nube sopra un colle, leggera come un uccello; poi, verso Sud, un cielo rosa come la gengiva del leopardo; poi le fumate, che arrugginirono il metallo delle notti; infine la fuga impazzita delle bestie. Poiché si ripeté ciò che era già accaduto nei secoli. Le rovine del santuario del dio del fuoco furono distrutte dal fuoco. In un’alba senza uccelli il mago vide avventarsi contro le mura l’incendio concentrico. Pensò, un istante, di rifugiarsi nell’acqua; ma comprese che la morte veniva a coronare la sua vecchiezza e ad assolverlo dalle sue fatiche. Andò incontro ai gironi di fuoco: che non morsero la sua carne, che lo accarezzarono e inondarono senza calore e senza combustione. Con sollievo, con umiliazione, con terrore, comprese che era anche lui una parvenza, che un altro stava sognandolo.

J. L. Borges, “Le rovine circolari” da Finzioni
Siamo un po’ tutti Benjamin Button?

Siamo un po’ tutti Benjamin Button?

Reverse psychology parte terza

«Questo racconto fu ispirato da un’osservazione di Mark Twain: cioè, che era un peccato che la parte migliore della nostra vita venisse all’inizio e la peggiore alla fine. Io ho tentato di dimostrare la sua tesi, facendo un esperimento con un uomo inserito in un ambiente perfettamente normale. Parecchie settimane dopo che ebbi terminato questo racconto, scoprii un intreccio quasi identico negli appunti di Samuel Butler» (Francis S. Fitzgerald, Racconti dell’Età del Jazz, Milano, Mondadori, 2013)

Non si sa né come né perché, ma Benjamin nasce con l’aspetto di un uomo anziano – si stabilisce che la sua età corrisponde a quella di un settantenne. (…) Passano circa vent’anni, Benjamin ora è ringiovanito e ha l’aspetto di un cinquantenne, ma, grazie al radersi i capelli e a sistemi di tintura qualora non li tagliasse […così] fa la conoscenza di Hildegarde Moncrief, la figlia di un rispettabile generale. Tra i due nasce una relazione sentimentale che sfocerà nel matrimonio qualche tempo dopo (…) Il rapporto con Hildegarde, però, va deteriorandosi col trascorrere degli anni, perché se il giovane Ben è sempre più ammaliato dalla ricerca dell’estasi e del divertimento, lei passa sempre più tempo in casa e non sopporta il comportamento del marito (…) Le vicende riprendono nel 1910: si viene a sapere che a Hildegarde e Ben è nato un figlio, Roscoe. Intanto, il protagonista ha ormai vent’anni e dimostra la qualità che lo ha sempre caratterizzato, il sapersi distinguere dalla massa. Passano altri anni, e Benjamin acquista la vitalità di un sedicenne, ma questo lo penalizza in molte situazioni dove non riesce più a reggere il confronto con uomini adulti. Roscoe non lo riconosce come padre; non accetta il fatto di essere chiamato da Benjamin per nome, soprattutto in pubblico, tant’è che gli chiede di chiamarlo “zio”. Trascorrono altri anni e Benjamin, oramai poco più che infante, ha perso la memoria della stagioni trascorse della sua vita: gioventù, maturità e vecchiaia; intanto Roscoe ha avuto anch’egli un figlio e Ben si ritrova nonno di un nipote ormai suo coetaneo, col quale si sente a proprio agio e si intrattiene a giocare ogni volta che gli è possibile. Infine, viene narrato di come, ormai diventato neonato, Ben viene curato da una badante che gli insegna di nuovo a parlare; per il protagonista inizia una nuova vita, l’ultima forse… (fonte:

Wikipedia )

Il tempo e l’anima

Naturalmente le sorgenti etimologiche delle parole che seguono sono le più diverse, ma è di ispirazione l’idea che secondo diverse tradizioni esoteriche la parola “Universo” sottenda una direzione univoca in quanto lo scopo della volontà “divina” sarebbe uni-lineare. Proprio come la figura geometrica della retta “è illimitata in entrambe le direzioni e contiene infiniti punti cioè è infinita” anche dell’Universo si può dire che la sua origine è indefinita e che nessun essere vivente o no potrà mai vederne il termine. Ciononostante, per quanto irraggiungibili siano i suoi estremi, la “retta” dell’Universo si può dire che segua una direzione: un “destino” o un

creode .

L’idea di “Infinito” si suole rappresentare con il simbolo del numero otto, ma per così dire “sdraiato”. Mentre l’Universo, come abbiamo appena detto, sottende ad un destino, ad una direzione deterministica, l’idea di una volontà è irrilevante nell’idea di “Infinito”. Meglio ancora dell’otto rovesciato a rappresentare l’infinito è il simbolo del nastro di Möbius. Invece di essere espresso con un tratto, come nel numero ordinario, in questa figura l’otto rovesciato è delineato da un nastro curvato. Questa torsione esprime la caratteristica di non potere definire un lato interno e uno esterno: ruotando, il lato che in un primo momento si posiziona all’interno, nel lato opposto si trova all’esterno e viceversa.

Queste due figure ci riportano a due distinti modi di intendere il percorso degli eventi: da un lato un divenire progressivo e privo di “marcia indietro”; dall’altro un eterno ritorno dove la duplicità che caratterizza il nostro esistere (giorno e notte, maschile e femminile, positivo e negativo, e via dicendo) si trasforma costantemente l’una nell’altra, perché accanto alla dimensione dei due lati ne esiste una terza, quella della torsione, del movimento. Perché l’infinito esista deve muoversi esattamente come l’universo sulla sua retta. Tuttavia, nel primo esempio il moto è ricorsivo, è una ripetizione, nel secondo è successivo, ma non per questo meno inconcludente.

Entrambe le figure sembrano non lasciare spazio al libero arbitrio dell’essere vivente eppure non è così. Come una partitura di musica classica, se il direttore d’orchestra o lo strumentista non intendono stravolgere quello che si trova sul pentagramma, rimane il fatto che – almeno ad un orecchio addestrato – una grande differenza proviene dalla loro interpretazione. Molto diversa è la stessa sinfonia quando la si senta eseguita da Herbert von Karajan o da Zubin Mehta, nonostante nessuno dei due l’abbia modificata e nonostante nessuno dei due sia meno valido dell’altro.

Com’è noto Friedrich Nietzsche a Sils Maria ricevette quella che ebbe modo di ritenere essere l’illuminazione più importante della sua esistenza, ovvero che le nostre vite siano soggette all’eterno ritorno del medesimo. Le stesse esperienze, gli stessi scopi tornano a ripetersi nelle nostre vite e di vita in vita, ma questo ritorno non è fine a se stesso, essendo piuttosto un principio evolutivo. In questo modo, diversamente da come siamo portati a pensare, nulla finisce mai davvero, nulla si distrugge del tutto, niente soggiace definitivamente all’entropia, alla dispersione della capacità di tenere unito e ordinato il tutto o l’identità. Un’identità si consuma, certo, ma lo fa per permettere che il gioco ricominci, che il nastro di Möbius si ribalti nel ritornare sui propri passi. Il destino dell’uomo è nel perfezionarsi di un divenire fisso, destinato a compiersi al proprio interno, non nel progredire su una retta infinita, per quanto sia parte anche di essa; ma se sulla prima agisce come l’artista o l’artigiano che interpreta la sua partitura, nell’ultima non può che accettare una logica che è estranea, sia alla sua finitudine, sia alla comprensione dello spirituale che lo partecipa.

L’essere umano cerca di esprimersi ed evolve recitando la sua parte nell’Infinito, mentre invece si dona e si abbandona nella trama ignota dell’Universo. Questa è la sua “tragedia”.

(segue)

Il tempo è una conve/inzione

Il tempo è una conve/inzione

Reverse psychology parte seconda

Fonte: https://materiaincognita.com.br/antigos-relogios-com-as-horas-contadas-o-calculo-do-tempo-pelo-calor/

Che quella cosa che chiamiamo “tempo” sia una convenzione dovrebbe essere chiaro ai più, non foss’altro che ci sono una notevole varietà di modi per misurarlo e pesarne il valore. In realtà sono decisamente ottimista perché per molte persone non è così: ti farebbero tante domande riguardo a questi fantomatici modi di misurarli, mentre penserebbero che solo un pazzo considererebbe che possano esserci pesi e valori diversi a tale proposito.

«Tutte masturbazioni da intellettuali! L’uomo pratico non fa di questi discorsi».

Su questo non c’è dubbio. Tutti noi vogliamo avere più tempo e che il nostro tempo duri il più a lungo e intensamente possibile. Ad esempio, nel pieno di un orgasmo felice, oh quanto vorresti che fosse intenso e lungo quel tempo. Oppure, quando devi finire un lavoro e non hai abbastanza tempo, come ti sarebbe utile averne di più (e già a questo proposito ti accorgi come si possa avere tanto tempo e usarlo con scarsa intensità o poco e riuscire al meglio perché ti ci concentri di più o sfruttando tutte le tue risorse)!

Tuttavia, uomo pratico, prova ad immaginare di soffrire di mal di mare (se non patisci le onde, pensa al mal di testa, al mal di denti) e di trovarti in mezzo all’oceano senza un porto a disposizione per giorni interi e con burrasche e onde lunghe continuate mentre non riesci a smettere di dar di stomaco, a fare cessare la nausea, le vertigini e il senso di claustrofobia. Un secondo di quel tempo pesa come una giornata fastidiosa qualsiasi. Allora sì che il tempo diventa “relativo”!

Però molte persone ritengono che quello non sia un problema di tempo, ma di maledizioni, di sfortuna, di malattia, di nave e così via.

Il fatto è che tutti noi viviamo il tempo ma nessuno è consapevole che ci sia il tempo mentre lo sta vivendo: il tempo è ovvio, qualcosa che c’è e basta e di cui non c’è bisogno di pensare, non è mica un lavoro! È come l’acqua: c’è sempre stata e sempre ci sarà. Una volta c’erano boschi e fontane proprio là dove oggi ci sono le pendici del Sahara e per gli abitanti di gran parte delle popolazioni del pianeta, la buona acqua vale molto più dello Chateau Mouton Rothschild del ‘45.

Già fino a qui si comprende bene come il confine convenzionale del significato del tempo ci può rendere più confusi riguardo alle nostre certezze, conducendoci per mano a questa seconda parte del nostro discorso, ovvero che il tempo è un’illusione, o meglio…

una convinzione delle più profonde su cui si basa la vita dell’uomo!

Secondo voi, il vostro animale di compagnia o un animale qualunque sa che cos’è “il tempo”? Conosce il suo tempo? Sa che il tempo è l’unità di misura della sua età? Sa di avere un’età?

Se non sa nulla di tutto ciò, pensate che sarebbe utile per lui saperlo? Utile vorrebbe dire che lo rende più intelligente o che lo fa più felice? Essere consapevole di qualche cosa di convenzionale e non indispensabile come il tempo o l’età lo renderebbe più felice?

Se la risposta fosse un “No”, allora mi domanderei: «Ma perché mai l’essere umano dev’essersene fatto convinto? Perché dovrebbe credere a qualcosa che lo rende infelice?»

Tempo e spazio sono due variabili su cui si basano tutti i nostri sistemi formali come il linguaggio o il calcolo. Come si può pensare ad un’umanità al netto del linguaggio e del calcolo? Al netto del tempo e dello spazio?

Eppure, mentre lo spazio è una dimensione più oggettiva (l’aspetto relativo è dovuto perché anche sullo spazio sono davvero tantissime le cose che un fisico teorico ci potrebbe insegnare non essere fondate), riguardo al tempo le dimostrazioni sono del tutto infondate.

Per l’essere umano il tempo è la misura del segmento compreso fra la sua nascita e la sua morte. Se non avessimo consapevolezza della nostra nascita e della nostra morte non ci sarebbe necessità di ipotizzare la dimensione temporale.

A questo punto potremmo affermare che…

il tempo è una dimensione della consapevolezza umana.

In questo caso, perché non potremmo pensare che ciò che sappiamo sul tempo e sul suo percorso ci lascia ancora molto spazio per dei cambiamenti.

(segue)