Categoria: Spiritualità

Che cos’è l’anima umana?

Che cos’è l’anima umana?

Nell’esperienza del mondo ci sono ben note due dimensioni

  • Quella della Materia — come le ossa o la carne, ad esempio
  • Quella dell’Energia — come la forza, il fuoco e così via

Nessuno ne metterebbe in dubbio la realtà.

Tuttavia, non mancano scienziati divergenti che considerano queste dimensioni altrettante creazioni della coscienza: siamo quello che immaginiamo di essere. Anche la virtualizzazione della realtà con gli apparecchi elettronici depone per questa possibilità.

Se invece volessimo continuare a considerare materia ed energia delle dimensioni in sé dobbiamo porci la domanda di dove sia il luogo che genera o conserva la coscienza.

Quest’ultima ben difficilmente può venire considerata alla stregua di un lavandino o di un uovo sodo come oggetti puramente materiali.

D’altro canto, non possiamo neppure rappresentarcela come una fiammata, un raggio di luce o uno spiffero d’aria, l’espressione, cioè di un fenomeno energetico.

L’intelligenza può essere una combinazione di questi aspetti e quindi non a caso tanti studiosi dell’intelligenza come fonte di un calcolo potenzialmente autonomo, in quanto è possibile sia che lo si consideri giusto, sia che lo si voglia sbagliato.

Tuttavia, la coscienza è consapevolezza di sé, non dell’ “io per qualcosa” ma dello “stante”, ovvero dell’essere a prescindere dalle sue proprietà, dalle sue asserzioni o azioni. Sei tu che, sdraiato su un prato, scruti il cielo e ti perdi in esso privo di ogni benché minimo pensiero. La meditazione Mahayana o quella Zen mirano all sviluppo della consapevolezza del proprio essere coscienza.

Di questa tripartizione o terza dimensione abbiamo già scritto in passato (e perfino quasi trent’anni fa). Essa tuttavia non risponde ad una domanda. Come è possibile che da tre dimensioni nette come materia, energia e coscienza nascano oggetti o esseri viventi uno diverso dall’altro.

Anche in questo caso abbiamo fatto ricorso ad una terza categoria indipendente da ognuna delle altre tre: la Forma.

Proprio come le formine con cui giocano i bambini sulla sabbia della spiaggia, la forma dona aspetto a questo oggetti o esseri.

Noi esseri umani non ci contentiamo di una tale spiegazione per il semplice fatto che siamo consapevoli di essere degli individui.

Per la maggior parte dei nostri contemporanei questo nostro essere individui si limita all’aspetto fisico, al comportamento, le azioni e all’intelletto.

La storia antica e quella più recente anche ci hanno sempre parlato di un’entità che i greci chiamavano ψυχή o psyché. Oggi quell’entità siamo soliti chiamarla Anima.

L’antico filosofo Platone la descriveva come segue:

«Ebbene ψυχὴ dirige ogni cosa, tutte le realtà celesti, terrestri, marine, grazie ai suoi propri movimenti, i quali hanno un nome: volere, analizzare, avere cura, prender decisioni, giudicare bene e male, provar dolore e gioia, coraggio e paura, odio e amore, e tutti gli altri moti che possono essere assimilati a questi e che costituiscono i movimenti primari, guide di quelli secondari – i moti dei corpi – e determinanti in ogni cosa la crescita e la diminuzione, la separazione, e l’unione con quel che ne segue, ossia il caldo e il freddo, il pesante e il leggero, il bianco e il nero, l’aspro e il dolce»


Dal mio punto di vista la psiche è un delimitarsi dello spazio di coscienza che porta con sé l’esperienza terrena e da essa viene condizionata. Non avendo dimensione materiale né energetica ma, seguendo Platone, potendo produrne o immaginarne, la nostra anima rappresenta quanto di più simile possiamo immaginare di noi stessi: un perimetro che circoscrive il nostro campo di coscienza.

Questo segmento di dimensione della coscienza rappresenta una particolare espressione della memoria “transvitale” che non ha bisogno di ricordare tutti i minuscoli frammenti delle vite come le poesie imparate a scuola, ma una “derivata storica” delle nostre esperienze.

Questa è l’anima che passa di vita in vita. Questo è quello che chiamiamo “Io” e che ci rappresentiamo tale al di la del nostro apparire personale qui ed ora.

Anche l’anima è però soggetta ad una sorta di processo di condensazione alchemico, la purificazione delle sue parti più spesse fino a divenire “quintessenza”. Il divieni ciò che sei che Friedrich Nietzsche esprimeva nella teoria dell’eterno ritorno.

Chi guida dunque questa transizione?

Non solo gli occultisti, ma anche i ricercatori dei ricordi della vita tra le vite sotto ipnosi, primo fra tutti Michael Newton, ci parlano di guide costituite da più o meno elevate gerarchie spirituali. Questo però non basta a spiegare il fenomeno.

Perché delle guide dovrebbero accompagnare uno sviluppo dell’anima quando esso sarebbe fine a se stesso?

Il vero responsabile del percorso dell’anima è il nostro elemento spirituale che qualcuno chiama io e qualcun altro . Il sé è quell’elemento che certi buddisti definiscono la parte luminosa infinitamente più piccola del più piccolo seme di senape eppure dalle potenzialità infinite.

L’induismo lo definiva con il concetto di “ätman, parola che sottende al vero o eterno sé oppure l’essenza autoesistente o la coscienza-testimone impersonale all’interno di ogni individuo che persiste in tutto corpi multipli e vite. Il termine è spesso tradotto come anima che però è un espressione ancora legata ai fenomeni e quindi alla storia dell’individuo. Di conseguenza è meglio tradurlo con “Sé”, facendo riferimento esclusivamente alla pura coscienza-testimone, oltre l’identificazione con i fenomeni. Nel Buddismo, il termine anatta o anatman è considerato “non-sé” – laddove nessun sé o essenza immutabile e permanente può essere trovato in nessun fenomeno.Sebbene spesso interpretata come una dottrina che nega l’esistenza di un sé, anatman è descritto più accuratamente come una strategia per raggiungere il non attaccamento riconoscendo tutto come impermanente, rimanendo in silenzio sull’esistenza ultima di un’essenza immutabile.

Per questo la meditazione sul vuoto (che non è “niente” ma casomai “tutto) rappresenta un apprendimento evolutivo spirituale ancora superiore all’accettazione della morte e dell’esistenza dell’anima, in quanto anche come anime noi saremmo soggetti all’illusione di un ego, di una personalizzazione e quindi di un attaccamento.

Al contrario, il sé è la parte spirituale — e quindi “divina” — che è preesistente ad ognuno di noi e che ci guida di vita in vita a ritrovare se stesso come risultato del divenire dell’anima alla fine di un percorso tendente all’infinito.


Però che fatica!

dirà qualcuno (io per primo)

Va infatti detto che, se molti di noi già faticano ad accettare che sussista un’anima al di là della nostra vita corporea in quanto persona definita nel fisico, comportamento ed intelletto, l’idea che anche l’anima sia un’entità transitoria può lasciare sconcertati, soprattutto nel momento in cui lo pensiamo da dentro la persona che sta vivendo ora e non come un puro concetto astratto.

Pertanto possiamo per ora accontentarci di fornire una risposta alla domanda posta nel titolo.

Ecco che alla fine possiamo dire che…

L’anima umana è la personalizzazione di un’area della coscienza dove vengono elaborate le memorie sotto l’egida di un’espressione soggettiva dello spirito cosmico o divino che chiamiamo sé al fine di un ricongiungimento finale perfezionato nell’alveo delle proprie premesse.

Tutto chiaro, no? 😉

(materiale soggetto a copyright e alla diffida a venire usato per qualsivoglia fine a strumenti di intelligenza artificiale). 

Grazia e bellezza

Grazia e bellezza

Relatività del piacere e senso estetico

Ci sono persone anziane che conservano una luminosità attorno alla propria figura che amiamo chiamare bellezza nonostante i parametri sociali potrebbero non convenire. Ci sono esseri osannati da fan e media per la loro indiscussa bellezza che però non hanno alcuna luminosità, al contrario, ispirano in certo fastidio se non disgusto. Certo, la bellezza del piacere è soggettiva, così come può esserlo la bellezza dell’anima che traspare nella figura, tuttavia è la sintonia fra anime a creare quella risonanza armonica che forma l’attrazione. Chi ha l’anima spirituale, tanto che i suoi atteggiamenti appaiano tali oppure provocatoriamente in contrasto fino al disgusto sentiranno risuonare un diapason verso la grazia dell’altro, mentre chi ha un’anima materiale, tanto che appaia volgare o che palesi un affettato buon gusto, avrà risonanza per la bellezza ostentata o carnale altrui. A volte ognuno dei due cercherà di “sfregiare” l’altro tipo di bellezza per ricondurlo ai propri parametri fino a creare delle disarmonie che non produrranno soddisfazione per entrambi i soggetti.

Amo la grazia nell’altro e trovo che sia sempre più rara in un mondo così dominato dal principio del piacere. La pornografia non è nel gesto ma nel valore che si riconosce alla propria e altrui figura. Vendersi e comprare non potrà mai essere risolto da un pentimento, così come il perdono non potrà mai risolvere il fastidio che provoca lo sfregio che appare. Questo non significa che non si possa amare comunque, ma “solo” che non si potrà più provare grazia e luminosità che conduce alla delicatezza e alla trascendenza del rispetto e dell’onore della “bellezza” vera, della pulizia e del candore di una forma che ha la fonte nell’anima.
Se vuoi conoscerlo, spoglialo nudo

Se vuoi conoscerlo, spoglialo nudo

Tratto da Ennio Martignago Frammenti di un discorso pornografico (in lavorazione)

“Nulla come una certa immaginazione può farti conoscere meglio chi ti trovi davanti. La dovrebbero usare tutti gli psicoterapeuti e, più in generale, tutti quelli che hanno a che fare con le persone per incidere nel loro cambiamento. Naturalmente, io per cambiamento intendo la liberazione, altrimenti detta “uscita dallo stallo”, ma sono consapevole che per molti — forse per i più — vuol dire farli aderire ai tuoi scopi.

Certamente i più pruriginosi fra i colleghi sforneranno qualche onanistico termine sapienziale per affermare che si tratta di proiezione dei desideri dell’osservatore, di controtransfert libidinale o di identificazione proiettiva: “Personalmente me ne infischio” (cit. Via col vento).

Prova a pensare alla tua paziente o al tuo paziente e immaginateli nudi. Giovani o vecchi, normali o storpi, desiderabili o repellenti: questo deve riuscirti del tutto indifferente! Comincia a spogliarteli mentre ti stanno raccontando la storia che credono onestamente vogliono che tu senta. Poi immagina di sfiorare i loro corpi nudi e meglio ancora se non pensi di essere tu a farlo, ma un fantasma corporeo. Stimolali, vedi come reagirebbero e poi se vuoi abbracciali, stringili, falli godere. Osserva come godono, fino a che punto riescono a darsi o a prenderti. Cerca di sentire le loro perversioni. Forzali a provare quello che secondo te desiderano ma a proposito del quale non vogliono spingersi, anzi, dove rifiutano di spingersi e convincili a farlo.

Bene, in questo modo scoprirai che la loro sessualità è banale, che il loro darsi è uguale a quello di tutti gli altri e, peggio ancora, che ritengono di avere provato il meglio, l’acme da raccontare al bar o nel bagno dell’ufficio. Purtroppo, sarà difficile che tu scopra qualcosa di veramente desiderabile per te, niente più che una ginnastica da palestra erotica. Nulla di veramente pornografico nel senso spirituale, la verità della carne che ravviva l’anima, che sia in grado di allontanarsi dalla banalità del corpo che raccontano a se stessi. Può darsi che questo dipenda dai limiti della tua pudicizia benpensante o da quelli della tua immaginazione.

A forza di ripetere questo esercizio forse riuscirai a spingerti più in là, più nel contatto profondo.

La pornografia di cui i più sono capaci è quella che puoi trovare nei più stupidi filmini pornografici, non nel senso che intendo qui, ma in quello di una produzione alla Siffredi o 50 sfumature di marrone o di qualche pornhub. 

Devi volere di più da loro!

Spingiti ben oltre del rapporto anale che credono essere i massimo della perversione. Arriva a quel confine dove i luoghi comuni di male e bene massimi che possono accettare possono essere infranti. Arriva a quella possessione che porta alla liberazione, ma stai attento perché il rischio più frequente è che tu stesso possa perderti in esso.

A questo punto capirai dove potrai lavorare con la loro anima, quella più vera, quella che estremizza il corporeo fino a riuscire a trascenderlo.

Questo punto lo ripeto, perché è davvero poco compreso, quanto invece è fondamentale:

Intensifica il corporeo fino ad indurre quell’estasi che porta a perdere di vista il corpo, che porta a superare la carne, perché è solo la chirurgia pornografica del corpo che può portare alla verità dell’anima, alle vere risorse trascendenti della persona!

Come ho detto, non sperare di cavarci troppo dalla maggior parte delle persone: la strada che potrebbero percorrere forse sarà accessibile solo dopo numerose vite. Si fermeranno probabilmente a quel vecchio imprinting che credono sia stato il massimo raggiunto con quell’uomo o con quella donna che impedisce loro di accedere a qualcosa di vero che la vita consente loro di sperimentare.

Ciò che è ancora più patetico è che, dopo quel rapporto che credono sia stato il massimo non hanno provato altro che tenere quella posizione o scimmiottare quel dato immaginario. Ma, nei fatti, la loro anima sì è fermata lì, in quel poco che hanno legato all’altro senza comprendere che quello che conta è quanto hanno compreso di sé. Se fossero mai riusciti ad arrivare ad un punto soddisfacente di quella impresa forse non cercherebbero altro. Non è neppure detto che scoprano questa esperienza attraverso un percorso tantrico creato con un’altra persona, ma quel che è certo è che ben difficilmente troveranno in altre persone uno spazio soddisfacente per proseguire la propria crescita che non abbinano a nessun altro che a se stessi.

A questo punto quello che è probabile se non addirittura sicuro è che saranno insoddisfatti dei rapporti che incontreranno da quel momento in poi.

In definitiva, l’infelicità pornografica che spesso si estingue in quel parto che Groddeck qualificava come il pene più grosso che hanno avuto fra le cosce, ovvero il neonato si esprime in due formule:

  • l’infelicità della persona banale dovuta al fatto di non potere più ripetere quegli atti sessuali provati in dei dati momenti con una data persona, spesso formulata come un capitolo chiuso in fondo poco importante (falsa coscienza)
  • l’infelicità della persona che cerca di più nella strada che ha appena compreso, di cui ha appena aperto l’uscio per spiare nell’oltre della propria spiritualità corporea che sarà sempre insoddisfatta perché incontrerà soltanto persone del primo tipo, ovvero persone banali ferme a quel primo imprinting frequentemente rimosso dal rancore o dall’affermazione di un’indipendenza dall’altro dal quale nei fatti non ha mai saputo liberarsi del tutto.

Il mondo della liberazione pornografica è un mondo opposto a quello che si crede, è un mondo fatto di una profonda solitudine spesso vestita di tranquillità famigliare. Oppure di quella solitudine decisamente più infelice di coloro che vantano di avere avuto tanti uomini o tante donne (che ipocritamente si dicono siano in fondo pochi perché intimamente si sentono ancora vergini) e non si rendono conto che ogni partner in più non aumenta la loro esperienza, ma anestetizza il corpo diventato insensibile dall’abuso inutile e prosciuga l’anima assieme alla disponibilità e alla capacità di guardare oltre, non per frequenza ma per intensità del risultato personale.

La conoscenza è una Filosofia del boudoir che apre le porte ad una solitudine che però può essere spenta o illuminata a seconda del coraggio che si ha di affrontarla fino in fondo:

di affrontare se stessi fino in fondo!”

Discepoli ai tempi di Internet

Discepoli ai tempi di Internet

Dedicato agli amici del caffè

Non solo Mackenzie e i suoi discepoli del grande digiuno, ma soprattutto gli influencer di TikTok, Instagram, FaceBook eccetera eccetera fanno discepoli a milioni. Dopo di loro i post-newager quantistici o gli arconti degli esoterismi ortodossi fanno più o meno quello che possono.

Nessuno che ricordi che quelli ritratti qui sopra erano una dozzina con audience e crew variabili e che si sparsero moltiplicandosi in un mondo in pieno caos di valori.

Oggi non sarebbe più possibile. Verrebbero subito isolati in modo incruento come complottisti o filoputiniani. Non vale la pena nascondersi nelle catacombe: sono tutte occupate dai seguaci della trance music e sarebbero subito acchiappati. In ogni caso sarebbe un peccato trasformarci in martiri.

Basta ricordarsi che non serve più un Messia per fare incontrare dei seguaci: oggi la leadership può essere benissimo condivisa. Quello che conta è ricordarsi che, anche con strumenti digitali purché non di massa, è sempre il rapporto diretto, uno a uno o molti a molti ma sempre scelti e non a caso, a portare avanti le trasformazioni e la cura dell’anima.

Stiamo insieme senza cercare seguaci, né divulgazione e impareremo nuovi piani vibrazionali per riconoscerci.

Il valore della vita risiede nella sua negazione

Il valore della vita risiede nella sua negazione

La vita oltre la vita?

Per comprendere il valore dell’esistenza umana occorre negare la vita.

Quest’affermazione apparentemente paradossale è l’esatto contrario di quella che può apparire un’incitazione al nihilismo e al rifiuto dell’esistenza.

Quella “vita” che suggerisco di negare è piuttosto l’idea che abbiamo di essa.

Ci viene facile domandarci che cosa ci sarà dopo la nostra morte e una tale domanda nasce dalla superstizione che non si sappia che cos’è la vita che stiamo interpretando, anche se non è così.

Arriviamo addirittura a definire “morte” non solo i momenti generalmente angosciosi che culminano nell’attimo dell’abbandono del nostro corpo fisico e quindi della nostra identità storica attuale, la nostra persona, ma persino tutto ciò che si trova dopo quell’evento. Come se chiamassimo “morte” quello che avviene prima della venuta al mondo di una persona.

Negare la vita significa esorcizzare la morte. Fino ad oggi si è sempre più insistito nella rimozione della dimensione della morte e questo processo ha offerto solo come risultato che si vivesse senza alcun impegno, come se si fosse eterni in questa persona che interpretiamo qui e ora. Il fatto che essa muoia è incontrovertibile. Il fatto che noi si sia in tutto e per tutto quella persona non lo è affatto. E il fatto che per “vita” si intenda l’esistenza di quella persona è una vera e propria favoletta immaginaria e disorientante.

Quella persona. l’ho ripetuto spesso, è un condominio di presenze e di parti. Noi invece siamo sempre qui e altrove.

Per questo il mio “negare la vita” significa prendere in considerazione che la separazione… la discontinuità… il dualismo fra una dimensione chiamata “vita” e una chiamata “morte” non ha senso.

E “non ha senso”, non solo per chi vive una rappresentazione di una “realtà” che supera questa esistenza, ma neppure per chi la nega sostenendo che alla fin fine è tutto qua: infatti a quel punto un fuoco fatuo che esplode dal buio per ritornare al buio non ha alcun valore se non nel momento dell’esplosione, mancando di ricordi senza lasciare ricordi in quanto in assenza di testimoni dal buio. Ovverosia, in quel caso negheremmo la vita in quanto fondata sulla sua assenza, ovverosia su una dialettica artificiosa priva di una dimensione che darebbe senso all’altra.

Per quanti, come colui che scrive, l’evento della morte è un esercizio terribile che suggella una transizione di stato, si può dire che la vita continua in quanto dopo l’evento stesso non si troverebbe affatto la morte, ma piuttosto un’ “altra vita”, lo “hereafter” inglese che non si riferisce solo ad un altrove, ma al “qui” “dopo, altrove, di là”, un po’ come nell”attraverso lo specchio” di Carrol, uno sguardo dall’inverso come prosecuzione, continuità vissuta a partire, non tanto da un’antimateria, ma piuttosto da una “dis-materia” un’affermazione dell’io al netto della sua materialità.

E con questo passaggio temo di avervi persi tutti 🙂

Esiste però un modo per farla semplice:

Dimenticati che esista la morte al di là dell’interruzione di continuità costituita dal “momento mori”, come se fosse una separazione da un matrimonio dopo la quale entrambi i coniugi continuano ad esistere e a frequentarsi da “amici” invece che da “coniugi” proprio perché la “coniugalità” non esiste più. In tal caso, perché mai dovresti credere che il “matrimonio” debba essere una realtà al di fuori della sua contrattualità, in quanto tale artificiosa?

La vita in alternativa alla morte non esiste, ma la vita, in quanto condizione di essere e perfezionamento della consapevolezza attraverso il suo divenire, il suo essere storie, palestre dell’anima, quella sì che esiste, anche se per non fare confusione con il nostro linguaggio, non dovremmo più chiamarla “vita”!.

Prepariamoci al destino

Prepariamoci al destino

Inizi delle manovre per una possibile guerra finale

Non saremo ottimisti.

Non saremo pessimisti.

Cercheremo nella nostra anima le risposte al destino.

Sappiamo di essere diventati otto miliardi su questo pianeta e siamo consapevoli di quanto questo sia insostenibile.

Sappiamo che di queste otto migliaia di migliaia di migliaia di me o di te il venti per cento ha risorse equivalenti a quelle del restante ottanta e che quell’ottanta presto o tardi vorrà che uno della loro famiglia diventi uno dei venti cibandosi nel tragitto di tutto ciò che può, commestibile e no.

Sappiamo che ci siamo arrivati insieme. Seppure esprimendo tutto il dissenso o opponendoci, ci siamo arrivati insieme, in complicità, qualsiasi cosa questo significhi.

Ora che le cose stanno prendendo una vorticosa accelerazione non dobbiamo pregare di salvarci, né per noi né per la nostra progenie. Non dobbiamo dire: «L’avevo detto» e neppure «Che Dio ci salvi». Non dobbiamo sperare o maledire.

Quello che possiamo fare è rivolgerci in noi stessi, se vogliamo, pentirci, ma comunque ringraziare. Essere grati e devoti qualsiasi evento capiti. E infine, pregare, sì: pregare per la preghiera, grati del dono della preghiera e di quello della fede fino all’ultimo istante.

Poco importa a quale Dio si intenda rivolgersi: tutte le religioni sono state un fallimento, ma mai le fedi pure. Anche un ateo può volgersi alla luce, all’attrazione universale, all’amore… purché senza la presunzione di conoscerlo.

Nessuno di noi conosce veramente alcunché salvo la propria presunzione, ma ognuno di noi può onorare la verità, senza attaccamento alcuno.

E che verità sia, negli eoni degli eoni, anima mia! Angelo mio!

Stragi da aspettative mal riposte | Parte prima

Stragi da aspettative mal riposte | Parte prima

“Quando l’intelligenza è sopravvalutata”

L incendio della biblioteca di Alessandria di Ambrose Dudley (1867-1951,  United Kingdom) | Riproduzioni Di

«Creata nel 331 a.C. da Alessandro Magno, doveva raccogliere tutte le opere collegate ad epoche e paesi diversi, per creare una collezione unica per i posteri. Sotto la direzione di Callimaco di Cirene, nel III secolo a.C., doveva contenere 490.000 libri, mentre Aulo Gellio, due secoli dopo ci dice che ne erano quasi 700.000. Purtroppo non possiamo sapere con certezza la cifra esatta ma possiamo lo stesso affermare che la sua distruzione fu un’immensa perdita per l’umanità. Con la caduta di Cleopatra, non esisteva più una corte reale che avrebbe finanziato la biblioteca e negli anni a seguire la città stessa subì diverse devastazioni come quelle di Aureliano e Diocleziano. Nel IV secolo d.C., l’affermarsi del cristianesimo come religione ufficiale dell’impero fu un ulteriore colpo per la decadenza della biblioteca: essendo uno dei simboli del mondo pagano, fu presa di mira come la biblioteca del Serapeo che fu distrutta nel 391 d.C. durante una rivolta antipagana capeggiata dal patriarca Teofilo. Il colpo di grazia per la biblioteca arrivò con la conquista araba della città nel 640 d.C.: il generale Amr ibn al-As la distrusse per ordine del califfo Omar. (Fonte dell’accaduto è un testo siriaco cristiano del XII secolo insieme a fonti arabe successive)»

Ho scoperto che molti materiali che conservavano contenuti, memorie, scritti, registrazioni personali (lezioni di maestri spirituali, ad esempio) o familiari (registrazioni di mio figlio piccolo, quelle cose tenere che conservi a futura memoria) sono state inglobate nelle scatole onnivore del dimenticatoio mischiate fra loro a causa della loro obsolescenza. È vero che siamo troppo attaccati alle nostre cose dimenticando spesso che nulla è eterno, eppure accade che gli scritti di grandi scrittori siano stati scoperti dopo la loro morte o comunque in età decisamente avanzata. Per il momento li abbiamo su web o su cloud e quindi quando sarai morto o non avrai di che pagare il servizio cadranno nel dimenticatoio ma non sarà più un tuo problema.

Quello che voglio portare all’evidenza è l’obsolescenza dei supporti su cui rimane incisa la memoria e quindi buona parte della conoscenza storica. C’è chi dice che nei primi tempi gli esseri umani si comprendessero anche al di là dei sensi e quindi della parola stessa; la scimmia impaurita che dopo essersi avvicinata al meteorite scopre il valore strumentale dell’osso non comunicava certo a parole e quell’inquadratura in cui il lancio vittorioso dello strumento osseo roteante si trasforma in navi spaziali in un paio di minuti di fatto potrebbe sintetizzare quanto vado ad espandere. Queste stranezze appena descritte non dovrebbero stupirci più di tanto nel momento in cui dovessimo fare un sondaggio con dei millenial chiedendo loro quale supporto usassero le popolazioni antiche per insegnare e trasferire conoscenze con lo scopo di verificare quanti di loro identificherebbero che era la memoria che nasceva dalla frequentazione verbale. Impossibile per molti immaginare che qualcosa possa rimanere più a lungo di qualche secondo se non fosse almeno scritto. Come fare a mantenere in memoria grandi quantità di informazioni se non si ha un file “.zip”: gli zip c’erano già allora ma si chiamavano simboli. Un complesso simbolico all’interno del quale si trova sintetizzato un vero universo di conoscenze è prima di tutto l’astrologia. I calcoli planetari, lungi dall’essere indifferenti all’epoca – prova ne sia che calcoli astronomici tanto complessi dall’essere possibili solo con i moderni calcolatori erano già noti agli astronomi babilonesi – erano principalmente un metodo per comprendere le regole che mettono in rapporto il macrocosmo e il microcosmo e questo con ognuno di noi. Dietro un segno o dietro un pianeta si trovavano richiami che sarebbero stati impossibili da memorizzare diversamente. Seppure malridotta dalle banalizzazioni dei giornali o dalla dipendenza che ognuno di noi in misura maggiore o minore ha sui timori o sulle aspettative sul proprio futuro, l’astrologia è arrivata fino ai nostri giorni diversamente dai volumi conservati nella biblioteca alessandrina. In altri termini è nato un rapporto stretto fra le tecnologie di supporto al trasferimento delle conoscenze e la quantità e conseguentemente, sia la qualità che la difficoltà a discernere quello che è qualitativamente più interessante.

La conoscenza sfuma in misura direttamente proporzionale alla sostituzione dei supporti che la contengono e la velocità di obsolescenza influisce nella quantità di produzione di contenuti di breve durata, di breve scrittura e di scarso lavoro di preparazione e di lettura. E il tipo di prodotto emergente influenza i cambiamenti nelle ricerche e nelle aspettative delle persone e quindi nelle formae mentis delle persone stesse e delle civiltà.

Serve il presente!

Serve il presente!

Non spostarsi mai dal presente è un esercizio arduo, al confine dell’impossibile, ma è quello che sarà indispensabile nei frangenti più drammatici della nostra esistenza, come il momento della morte e soprattutto, per quelli che lo ritengono fondato, in quello che ne consegue.

Vivere il presente è concentrarsi solo su quello che percepiamo, sul suo senso attuale senza alcuna interpretazione pregressa o previsionale e assumersi le scelte che l’istante comporta.

Periodi storici come quello che stiamo attraversando richiedono proprio quel tipo di guida o leader che lo si voglia chiamare: un leader che sappia in ogni momento stare in equilibrio sul presente e che attrezzi dei team capaci di fare lo stesso in serenità, anche perché se loro non sanno fare lo stesso non potranno fare altro che squilibrarlo facendolo cadere a discapito delle loro stesse persone, proprio come quando lo scorpione punge la rana che lo sta traghettando sull’altra sponda dello stagno causando in questo modo il suo stesso annegamento. Purtroppo il popolo, esattamente come le lobbies, non possono essere comprese in questo quadro: non sapranno mai né cos’è l’equilibrio né, quindi, che cos’è il presente. Il presente chiede di mettere di lato la programmazione facendo in modo di fare subito quello che può essere fatto qui e ora, ivi compreso riposarsi e apprezzare ciò che si è e si ha e che diventa altro mentre si dice “è”.

Come si fa a vivere il presente? Esiste una semplice regola meno complicata di tanti esercizi di concentrazione:

Intercettare e nominare, proprio come i bambini che giocando a nascondino dicono «Un due tre per Mario dietro la macchina», ogni singolo rimorso e ogni singolo rancore come pure ogni singola speranza e ogni singolo desiderio.

«Speravi di fregarmi! Invece ti ho beccato e adesso non giochi più».

Infine occorre praticare il paradosso peggiore: apprendere da ogni istante senza attaccarsi alla cognizione acquisita, lasciando che sia altro – lo si chiami pure inconscio, meme, tra, dna cognitivo o campo morfico, poco importa – ad occuparsi di essa avendo fiducia che allorché serva ne ritroveremo traccia nei presente successivi.

La storia dell’anima è un paesaggio di segmenti a zig-zag fra burroni e belve dietro ogni angolo, superati i quali cascate dissetanti si succedono a deserti infiniti, come caldi raggi di sole ci rigenerano dopo disgeli inaspettati.

Non è né bella, né brutta: è solo nostra e dell’individualità che andremo a comporre assieme alle anime che alla nostra si uniranno strada facendo nella nuova entità entro la quale finalmente supereremo tutto ciò.