Categoria: openorg

Il leader olistico

Il leader olistico

Joseph Schumpeter

I manager hanno i giorni contati.

Se non proprio i giorni, quanto meno gli anni.

Le ragioni sono poche ma radicali:

  1. Se non fosse così sarebbero le imprese e l’economia più in generale ad averli.
  2. Con così tanti manager in circolazione non ci sarà più in giro la competenza che serve per fare le attività.
  3. Se quelli inevitabili verranno pagati sempre meno a fronte di crescenti responsabilità e carico di lavoro, con una prospettiva di impellente turnover prima o poi anche l’ambizione lascerà il posto al disincanto.
  4. L’intelligenza collettiva nelle imprese e nelle reti di imprese sarà più manageriale di loro.
  5. Le scelte, da un lato sono sempre più soggette a dei monopoli internazionali decisamente ristretti ai minimi termini, dall’altro si fanno sempre più obbligate dall’ambiente socio-naturale da renderli dei meri esecutori.

Quella che invece va facendosi strada è un’altra figura: quella del leader non-manageriale, l’influencer.

Nel passato si consideravano veri leader coloro che occupavano posizioni di potere, ma l’avanzata delle organizzazioni olistiche e delle imprese social-based stanno modificando questo concetto.

Quello che non cambia è la legge di Pareto, quella nota anche come 80% 20%. Le organizzazioni olistiche social-based non devono essere viste come realtà plebiscitarie.

Il potere è banale, si sa.

È altrettanto banale il potere dei manager basato sul principio napoleonico del “Dio me l’ha data, guai a chi la tocca!” (riferito alla consegna della Corona ferrea, il 26 maggio 1805), quanto lo è quello delle masse (o “del proletariato al potere”). Nessuno dei due è abbastanza intelligente ed entrambi procedono per imitazione dei luoghi comuni: prevaricazione, egoismo, voracità, ingordigia, moda, eccetera.

Tra le due curve di stadio, spesso in duetto armonico fra loro (“Odio Berlusconi perché vorrei essere io Berlusconi e quindi se un Berlusconi non ci dovesse essere starei peggio perché non potrei mai esserlo io”) esiste una terza e più complessa figura: quella del leader. Un tipo nuovo di leader: il social-influencer che preferisco definire holistic leader.

Intanto leader olistico non si impara a diventarlo: si viene adottati. Poi la cosa non va confusa con il grande successo: non è quello che vende più dischi ad essere leader, ma quello che porta molti musicisti mainstream ad usare i suoi codici, spesso diversi solo di pochi ma determinanti dettagli. Alcuni di questi possono ricevere più successo di quanto aspirassero ad averne, ma la stragrande maggioranza di loro sono sconosciuti e comunque meno interessati all’enorme successo di quanto non si affermi. Si pensi, ad esempio, a Michael Jackson: un bambino diventato cinquantenne senza avere avuto mai una vita propria e libera, un essere che non ha mai vissuto se non nella musica e che è sempre stato usato dalle masse del pettegolezzo e dagli squali delle industrie e della finanza. Siamo sicuri che siano questi i modelli di vita che vorremmo imitare? O forse non preferiremmo essere un Quincy Jones che, per quanto avesse una grande fama fra i meno inesperti, sono molto pochi a sapere l’influenza che ha avuto su diversi artisti a partire dall’album-primato Thriller firmato da Michael Jackson?
E ho usato due esempi clamorosi che potessero essere noti ai più, ma sono un’infinità quelli che potremmo citare, da Doug Engelbarth a Joni Ive, da Pierre Jannet a Mesmer…

Le caratteristiche del futuro leader olistico sono tutte da individuare, tuttavia possiamo già indicarne alcune.

  1. Quasi anonimo. Piuttosto schivo e poco interessato al riconoscimento da parte del top management come della grande massa, si affida alla rete ristretta delle persone che stima spesso con sentimenti prossimi all’affetto, aspettandosi che loro abbiano altre reti di legami non strettamente dipendenti dalla propria persona. Nondimeno, ricorderà bene che anche gli amici cambiano, impazziscono, tradiscono, si innamorano della donna o dell’uomo sbagliati, fanno cattivi investimenti, hanno paura… e tutto questo capita anche all’estraneo che abitiamo in noi stessi. Dà il massimo valore possibile alla maieutica e all’apprendimento, ma quando occorre sa dire di “no e basta”, almeno per quanto riguarda la propria persona e i valori a lui cari.
  2. Ego-free. Consapevole della provvisorietà di ogni cosa, non si aspetta niente indietro perché sa che non arriverà o quantomeno non sarà mai all’altezza della soddisfazione che potrà ricevere da se stesso. Per questo, non tralascia la qualità della sua vita personale, il rispetto della propria privacy, la vicinanza alla famiglia, il tempo per le vacanze e soprattutto quello per il silenzio, sa staccare la spina quando serve e non consente a nessuna impellenza di interromperlo, fa suo il motto “Tutti siamo utili, nessuno è indispensabile”, delega non per generosità ma perché ha altro da fare specialmente al di fuori di lì, sa che i pensieri non arrivano da lui visto che è un’antenna, sa stupirsi e si dimentica delle proprie idee come proprie, anzi, quasi demenzialmente si stupisce di quello che sente anche se l’aveva detto lui anni fa in modo tale da poterne cogliere qualche risvolto aggiornato che gli sarebbe sfuggito, e così via…
  3. Ecologico. Sa mescolare una logica lineare per praticità, privilegiando sempre quella circolare, quella ecologica fondata sull’effetto di ritorno, il feedback, consapevole che la scelta giusta può generare effetti indesiderati da un’altra parte. In quello che fa pensa al “tutto” che è sempre maggiore della somma delle parti. Per questo, non mira ad un’azione totale, ma all’effetto valanga o frana, scegliendo con cura il sasso giusto, la pietra giusta nel punto migliore perché il resto venga da sé e non da una serie di azioni. Poi accudisce e accompagna il processo che si origina, arginando la frana o guidandola quando prenda direzioni indesiderate, anche questo quando sia possibile, non in prima persona, ma attraverso l’influenzamento.
  4. Non disdegna l’automazione soprattutto per le attività non strategiche o che non hanno valore per la crescita delle persone, tuttavia è consapevole che la strategia migliore non consiste nell’automatizzare le procedure, ma nell’eliminarle il più possibile, soprattutto quando comportano che le persone tendano a dare loro valore, a trovare un senso al proprio lavoro occupandosi di loro o, peggio ancora, quando per far “rendere” le procedure si impegnano le persone ad essere le macchine, i terminali stupidi, dei protocolli; quando fanno perdere ad amici e colleghi il senso del valore della cura, quella cantata da Battiato che si applica non solo alle persone, ma al sistema stesso e alle creazioni.
  5. Non ha dei credo, né riguardo agli strumenti e nemmeno alle mode manageriali e sa che quello che si fa in un determinato ambito deve riflettersi nell’ambito complementare. In questo segue i principi del bilanciamento dinamico, ovvero del principio dell’adattamento tramite la gestione attraverso gli opposti, nella simmetria come nella complementarietà [un principio che spiegherò meglio in futuro]. Per fare un esempio frequente, non pensa che le azioni svolte in ambito virtuale (ad esempio su Internet) vada da solo per potenziarsi in rete e che invece quello che si muove nel mondo reale, quello del brick ‘n mortar, sia destinato a restare confinato nel mondo fisico. In questo come in altro ambito segue il principio del biliardo, con il gioco di sponda: non si fanno mai cadere i birilli indirizzando la palla direttamente sul castello, ma si colpiscono un certo numero di sponde e si attivano tutte le biglie possibili perché, colpendosi fra loro, facciano cadere quelle che serve nelle buche mentre buttano giù il maggior numero di birilli possibile.

Ecco perché il leader olistico è un amico per pochi e da pochi riconosciuto, il cui risultato non sarà l’essere famoso o particolarmente amato, ma piuttosto che coloro con cui interagisce si riconoscano fra di loro e nel pensiero che appartiene al loro gruppo, al clan di influenzamento al quale abbiano a cuore di partecipare, costituendo uno stile di pensiero e un’influenza nei valori del mondo in cui si vive.

#openorg #holistic

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Il continuo sforzo per mantenere l’equilibrio

Il continuo sforzo per mantenere l’equilibrio

Il continuo sforzo per mantenere l’equilibrio

Le basi del bilanciamento dinamico

L’arcano maggiore dei tarocchi chiamato “Il Carro”, la carta VII, è la rappresentazione del governo degli opposti
Nella terapia come nell’educazione, nel management come nella famiglia, nello sviluppo personale come nel commercio, nel coaching come nello sport, nella spiritualità come nella politica… dovunque è questione di equilibrio. Tuttavia, conseguirlo e mantenerlo è molto meno semplice di quanto ci venga da dire.

Un antico slogan politico recitava: “Avanti al Centro contro gli Opposti Estremismi”. Erano gli anni ’70 e qualcuno stava sfruttando l’idea che tanto l’estrema sinistra che l’estrema destra si somigliassero e che per evitare i danni provenienti da questa finta dialettica la scelta migliore consistesse nel voto alla Democrazia Cristiana e i suoi alleati. Come tutti gli slogan avevano bisogno che ci fosse del vero per trasmettere il proprio consiglio per gli acquisti. I primi scritti che abbiamo in proposito risalgono, da un lato ai maestri taoisti (dal Tao Te Ching all’I Ching), dall’altro ai frammenti presocratici, sostanzialmente Eraclito con la sua legge dei contrari. Da allora molto si è scritto a proposito dell’Uno, molto sul Due… anche sul Tre c’è molto, ma in verità non così tanto. Mi spiego meglio. Quando si parla dell’Uno facciamo riferimento alla causa primaria da cui tutto deriva. Pare che quest’idea traesse origine dall’Antico Egitto e venne poi esportata da un popolo che decise di lasciarlo per tornare alle proprie terre delle origini: quando vennero lasciate seguivano un politeismo sua specie che poi venne integrato in un monoteismo che fece scuola nel mondo. La filosofia seguì questa strada contrapponendo (e in questo già il Due segna un punto in più) la scuola dell’Idealismo unitario a quello della dialettica binaria. Accanto a loro ci furono molti pensatori che si affrancarono da queste lobbies teoretiche ma non molti ebbero grande successo. Probabilmente il più estremo fu Friedrich Nietzsche che decise di sciogliere le briglie del proprio ronzino per lasciarlo libero di scalpitare senza regole ad affermare le radici politeiste e “tragiche” del pensiero libero. Era attaccato a questo autore uno dei maestri di quanto vado scrivendo, Rudolf Steiner, noto per una corrente dell’occultismo che ha fortemente condizionato molte professioni pratiche, dalla pedagogia alla medicina, dall’arte all’alimentazione, dall’economia all’architettura… Prima ancora che a Nietzsche (e Stirner con esso) e al suo esaltato mentore, il signor Goethe, Steiner deve le basi di gran parte del suo metodo ad una metafora dell’antico Platone, quella della biga alata presente nel suo Fedro. Anche se si attribuisce questo mito all’uso riguardante la reminiscenza dell’anima, le sue implicazioni superano di gran lunga questo fine. Egli scrive:
«Si raffiguri l’anima come la potenza d’insieme di una pariglia alata e di un auriga. Ora tutti i corsieri degli dèi e i loro aurighi sono buoni e di buona razza, ma quelli degli altri esseri sono un po’ sì e un po’ no. Innanzitutto, per noi uomini, l’auriga conduce la pariglia; poi dei due corsieri uno è nobile e buono, e di buona razza, mentre l’altro è tutto il contrario ed è di razza opposta. Di qui consegue che, nel nostro caso, il compito di tal guida è davvero difficile e penoso.» (Platone, Fedro, 246)
Da qui si comprende la fatica che spetta all’Auriga e quindi il fatto che stare al centro governando i contrari eraclitei è tutt’altro che una luculliana passeggiata come dovette apparire ai democristiani dello slogan. Steiner fece di più: trasformò quella che chiamò “triarticolazione” (dove occorre stressare, non solo l’idea del 3, ma soprattutto il fulcro dell’articolazione — l’idea di dynamis che affianca la logica del bilanciamento nella nostra teoria — lo snodo, l’attività costante, il governo dell’attrito e così via) in una chiave di volta di tutti gli ambiti che andava studiando, da quello spirituale a quello sociale o terapeutico. In un suo lavoro riguardante “il doppio” ci fa scorgere come la nostra soggettività umana si trovi al centro di due forti energie personificate. Dimentichiamo per un attimo la caratterizzazione diabolica che ne dà di Luciferina e Arimanica per riportarci all’idea platonica. Da un lato a muoverci sono i venti brucianti delle passioni veicolate dal desiderio di affermazione dell’egoità, dall’altro il gelido raziocinio del calcolo che si condensa nell’affermazione del materialismo strumentale. Queste due entità energetiche oltre che ontologiche sono affermazioni cieche di volontà che perseguono ognuna là propria strada indifferenti alle ragioni dell’altra proprio come i due purosangue platonici. In mezzo il sé (lo chiamo così in sintonia con Jung per evitare l’ambiguità del termine “Io” prediletto da Steiner per evitare di fraintenderlo con l’egoità tipica dei “destrieri diabolici”) è come una esile membrana, priva di densità ma non per questo meno determinante, anzi… Per quanto importante, essa — ovvero, noi umani — non potrebbe esistere se non potesse beneficiare delle due forze contrapposte che le permettono di risalire la ripida china che porta al ritorno alle sorgenti spirituali, a chiudere il viaggio dell’anima presente nel Canto della Perla che si trova negli Atti di Tommaso Vangelo apocrifo gnostico. Questa logica la ritroviamo ovunque e di sicuro anche nella nostra persona corporea, mentale o olistica che là si voglia vedere: una forza ci spinge ad agire, a incorporare, a volere… l’altra a consolidarci, calcolare, stabilizzarci… Le similitudini non ci devono però spingere a trovare delle concomitanze strette fra un ambito (quello delle forze) è l’altro (quello della persona umana): dobbiamo sapere fermarci alla dinamica illustrata, provando ad usarla in più contesti per evitare a creazione di altri inutili sistemi filosofici tuttologici. Abbandonando per il momento Steiner arriviamo più vicino ai giorni nostri per ritrovare qualcosa di analogo in molti autori, specialmente di ambito psicologico come soprattutto Piaget, lo psicologo svizzero più noto per le sue teorie dello sviluppo intellettuale in età evolutiva. Nei suoi studi epistemologici, di gran lunga a mio parere più importanti, egli afferma che lo sviluppo umano è la storia delle nostre capacità di adattamento individuale e che questo processo complessivo, la vita stessa, in fondo, flessibile e plastica in gioventù, più rigida con l’avanzare dell’età, noi alterniamo due fasi:
  • quella dell’assimilazione, ovvero l’incorporazione di un evento o di un oggetto in uno schema comportamentale o cognitivo già acquisito come utilizzare un oggetto per effettuare un’attività che fa già parte del proprio repertorio motorio in base a elementi che gli sono già noti, e…
  • quella dell’accomodamento consiste nella modifica della struttura cognitiva o dello schema comportamentale per accogliere nuovi oggetti o eventi che fino a quel momento erano ignoti.
I due processi si alternano alla costante ricerca di un equilibrio fluttuante (omeostasi) ovvero di una forma di controllo del mondo esterno. Una logica presente in cibernetica è in sistemica. Giunti a questo punto comprendo che molti che si aspettavano istruzioni pratiche o perlomeno applicate al quotidiano si sentano a bocca asciutta, insoddisfatti e magari stanchi di tanta teoria. Amici miei, dovrete pazientare ancora un po’. Sono ormai quasi trent’anni da che ho cominciato a concepire questo modello che vuole soprattutto essere un metodo e quindi offrire diverse applicazioni concrete. Ciononostante non ho mai trovato la pazienza e l’impegno per formularla completamente per iscritto. Nel frattempo ho proseguito in questo lavoro in evoluzioni coerenti che non potevano aspettare. Oggi, però, voglio riprendere in mano questo lavoro, sia perché sono troppi quelli che non hanno capito quello che intendo, spesso banalizzandolo con l’idea della “via di mezzo” che, non solo ha ben poco a che vedere con il modello, ma soprattutto conduce a errori peggiori della malattia; sia perché, dalle domande e dalle richieste che mi pervengono mi pare che i tempi siano oggi più maturi per riprendere in mano questa tappa strategica del mio percorso. Quindi, portate pazienza e rimanete sintonizzati su questa lunghezza d’onda: prometto prossimi esempi pratici auspicando che chi ne ha di propri si senta libero di estendere questo lavoro sentendosi libero di farlo proprio. Il prossimo articolo della serie dedicata al Bilanciamento Dinamico (aka DBM) sarà dedicato alle strategie della complementarietà, ovvero come introdurre il cambiamento, sia esso in direzione di una modifica come di una stabilizzazione. Anche in questo caso vedremo che le cose possono essere molto meno ovvie di quanto si sia portati a pensare e soprattutto osserveremo quanto peso abbiano sottigliezze e sfumature. A presto. Altre fonti:
https://enniomartignago.it
https://www.enniomartignago.com
https://www.facebook.com/BilanciamentoDinamico/
https://nuovaipnosi.wordpress.com/
http://www.vie.carmelanardella.com/condizione/omeostasi #dbm #bilanciamentodinamico #counseling #coaching #terapia #psicoterapia #antroposofia #crescitapersonale
Riconoscersi nella pazzia

Riconoscersi nella pazzia

Oggi ascoltavo un docente universitario che nelle vesti di consulente esponeva in un’azienda i pur interessanti risultati di una ricerca sociologica. Le conclusioni, corredate da molti calcoli anche complessi, portavano a delle valutazioni abbastanza note agli osservatori più attenti e meno stereotipati e comunque comuni in questo genere di aziende.

Spiegava come fosse colpito dal fatto che in un’impresa così apparentemente omologata esistessero miriadi di clan e logiche locali che costituiscono i criteri operanti, quelli autentici, quelli di clan, lobby, “cosche” in barba alle universalissime ricette imposte dalle big three consulting firms: scaling agile, disruption, digital transformation, deep learning, data analysis eccetera, eccetera.
Considerava come fosse inefficiente contrastare un modello gerarchico con quello agile quando poi li fai convivere entrambi nonostante gli imbarazzanti impedimenti che portano a dare il peggio di ognuna delle due.

Io riflettevo su quanto fosse assurdo che l’uomo abbia creato delle tecnologie e dei modelli per replicare e riprodurre la razionalità nei propri modelli sociali, da quelli politici, a quelli economici, dall’istruzione alla sanità. No, non le procedure, né le macchine, né i calcoli possono riprodurre gli aspetti caratteristici dell’umanità. Dimostrano piuttosto un insano desiderio degli essere umani di rappresentarsi come le tecniche e le scienze: razionali, logici, calcolati…

Ora che quest’affermazione si è consolidata e ha contaminato le persone e gli ambienti possiamo finalmente affermarlo: l’irrazionalità, l’impulsività, la mancanza di logica e di buon senso, tutti completamente impermeabili alla formalizzazione, sono i veri principi guida dell’umanità e più l’uomo cerca di affermare il contrario più porterà alle estreme conseguenze questa vera specie specificità e da sempre la massima estremizzazione della razionalità non modellizzata perché basata sul totale arbitrio dell’Assurdo imponderabile perché fondato sulle buffée – va ricordato – ha sempre costituito la fondamenta dell’evoluzione umana: la guerra – la più immediata, distruttiva e spietata.

Tanto vale sostituire il pensiero positivista dalle Organizzazioni e riprendere in mano l’analisi istituzionale e la vivisezione, i sogni, gli incubi, l’Es e il microbiogramma delle comunità economiche e trasformative umane.

Ora che abbiamo con l’aiuto delle macchine portato al massimo estremo la riproduzione programmata della logica che fa funzionare al meglio ogni cosa salvo non sapere a che scopo sarà utile, non ci rimarrà che riconoscerci in quello che resta: la follia!

La Digital Transformation è lotta per la sopravvivenza

La Digital Transformation è lotta per la sopravvivenza

Il mondo digitale nelle imprese e per le nuove generazioni dietro il mito dell’innovazione senza fine nasconde un ritorno alle origini della condizione umana.

Da un lato il digitale che nelle grandi imprese il più delle volte non è altro che sostituzione dei processi creativi con routine che dovrebbero sostituire le persone rendendo schiave quelle che rimangono alle logiche formali delle procedure informatiche.

Dall’altro le startup e le astuzie lasciate a singoli o a piccoli gruppi che sono costrette a inventare nuovi modi per sopravvivere o vincere esattamente come facevano o selvaggi che lottavano giorno per giorno per cacciare prede e scoprire territori inesplorati o sconfiggerne gli abitanti attuali.

Per questo un giovane oggi dovrebbe comprendere che conoscere il digitale è importante, ma soprattutto non è il fine, ma solo un mezzo per meglio conquistare il proprio spazio sottraendolo ai presidi del potere combattendo con i concorrenti meno avventurosi e meno divergenti.

Nulla rimane dove si trova: tutto cambia come una figura in mutamento mimetico contro uno sfondo ripetitivo e pieno di luoghi comuni.

Personal Gurus

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Aggiornamenti ricorrenti

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J. M. March, E. Schein, K. Weick, H. Mintzberg

Secondo livello

H. Simon, C. Argyris, T. Berger, Luhmann, Hoffman, Durkheim, Nonaka, Siegel

Terzo livello

M. Foucault, C. M. Cipolla, J. A. Schumpeter

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Condivisioni

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Se è vero che Internet ha offerto molto spazio alla stupidità che prima era relegata negli spazi non poi così angusti della strada, lo è anche che la cretineria presente nelle istituzioni, nelle scuole, sui giornali e sicuramente anche nelle boriose università era del tutto proporzionale a quella attuale, fatte le debite differenze di volumi con il presente. Lo stesso dicasi dell’intelligenza e della saggezza: poca ne si poteva trovare prima – e ben confinata nel silenzio dal potere del “discorso” istituzionale – e ancora poca è oggi – e ben oscurata dal rumore del potere economico e istituzionale che, alla televisione e sui media in genere, prima che su Internet, ha tutto l’interesse a confondere le opinioni e le valutazioni delle persone.

In compenso, possiamo dire che proprio grazie alla diffusione delle conoscenze represse che ora è consentita dalle reti molte voci altrimenti costrette al silenzio prima ora possono essere conosciute. Gente comune, come lo sono stati quasi sempre perfino i maestri, che non ha certo spazi da “influencer” e nemmeno le attenzioni che ricevono giullari e violenti; gente che non frequenta i social ad alta diffusione e che è reperibile solo tramite il passaparola di chi conosce o ha scoperto; gente che ha pochissimi lettori e meno ancora commentatori e che se li avesse dubiterebbe di ciò che sta facendo.

A gente così mi sento vicino e per questo ringrazio la rete di farmeli conoscere almeno un po’ e sarebbe ancora più bello se, invece di essere separati da un display mobile o fisso, si riuscisse ad uscire dal digitale per potere stare insieme con la condivisione resa possibile solo dalla presenza anche silenziosa, com’era nelle antiche scuole prima della nascita della scrittura e dei caratteri mobili: in fondo la vera rete delle banalità e del sapere prima del digitale.

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*The Franti’s Leadership Model*

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The Franti’s Leadership Model

Quando un membro di un gruppo non segue lo stesso metodo procedurale, non usa le stesse parole di moda del periodo, parla utilizzando categorie, soggetti, termini, discipline non-standard, non dà per implicito che ci sia solo quel determinato modo per fare le cose, il resto dei membri sospetta di lui e finisce per catalogarlo come diverso: in genere un personaggio che tende alla contrapposizione, un "guastafeste" oppure uno "scansafatiche", un "furbetto" opportunista.
La colpa, non solo non è del Franti, ma alla fine neppure troppo degli altri: il problema è solo quello di non rendersi conto che chi pensa diversamente non deve spaventare perché mette in discussione sicurezze implicite di scarsa consistenza, ma può casomai stimolare a prendere in considerazione la varietà delle esperienze e delle soluzioni possibili per vivere meglio.

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The Franti’s Leadership Model

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The Franti’s Leadership Model

When a member of a group does not follow the same procedural method, does not use the same buzzwords, speaks using categories, subjects, terms, non-standard disciplines, does not imply that there is only that particular way to do the things, the rest of the members suspect him and ends up cataloging it as different: usually a character who tends to the opposition, a "damper" or a "slacker", an opportunistic "cunning".
The fault is not only of Franti, but eventually even too much of the other: the problem is just not to realize that those who think differently should not scare because it calls into question implicit security of low consistency, but may possibly stimulate to take considering the variety of experiences and possible solutions to live better.

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Innovation or tradition are not in themselves good or bad. Like everything else, they have their day side and the night side. You cannot marry one without have the other too. It depends on how you use them to express who you are and the will that you interpret that constitutes their real value.

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Who has wondered about spirituality in the company? The soul of the organization? The Hereafter of the Enterprise?

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L’innovazione o la tradizione non sono di per sé buone o cattive. Come ogni cosa hanno il loro lato diurno e quello notturno. Non si può sposarne uno senza assumere anche l’altro. È come li usi per esprimere chi sei e la volontà che interpreti che ne costituisce il valore.

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