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I perché di un eBook Writer

I perché di un eBook Writer

Ho una testa strana, così capita spesso che compri un device per costringermi ad utilizzarlo. Avere speso dei soldi per qualcosa che lascio intonso lo vivrei come un insulto alla miseria. È così che mi sono comprato un eBook Writer.

Sì, hai capito bene, non un eBook reader (anche se nascerebbe proprio per quello scopo), ma un oggetto che permette anche di scrivere a mano — ed è per quello che l’ho scelto dopo avere valutato attentamente le alternative.

I più blasonati fra questi oggetti sono i remarkable Paper e gli Onyx Boox Note Air.

E, anche se il secondo offre tantissime opzioni come l’accesso completo alla rete e a tutte le app per Android (qualità che lo rendono però anche più complicato e confuso), li ho scartati perché decisamente lontani dal mio budget.

Al contrario, il Kindle Scribe è proprio poco più di un eBook reader con la possibilità di prendere note a penna e per di più comunque caro per quel che offre. Così ho scelto il Kobo Elipsa 2e che sto usando in questo momento per scrivere il qui presente articolo.

Di buono questo Kobo ha diverse features:

  • lo schermo ruvido che imita il contatto con la carta e la possibilità di tenere il polso appoggiato senza conseguenze negative
  • l’utilizzo della connessione con Google Drive e Dropbox per salvare, archiviare, sincronizzare e scaricare libri e appunti
  • una interpretazione fenomenale della grafia come la mia che è tra le peggiori del mondo (se però non leghi i caratteri fra loro non interpreta al meglio gli spazi fra le parole)
  • se scrivi in “modalità avanzata”, oltre a convertire benissimo la scrittura a mano, ti permette di inserire tabelle, diagrammi, equazioni, disegni e inserti di testo a mano libera.
  • altre funzioni devo ancora scoprirle, ma il fatto che lo si trovi più o meno ovunque scontato a 350€ — Circa la metà di quelli più “importanti” — lo rende l’acquisto perfetto per le mie finalità.

Ritorno alle origini

Lo scopo di questo articolo non vuole però essere quello di una recensione dei dispositivi di scrittura a mano su schermi eInk, ma piuttosto quello di spiegare perché sto utilizzando questo oggetto invece della pratica, buona, vecchia tastiera del computer.

Una volta usare la macchina da scrivere e poi la tastiera e il mouse del computer era uno sforzo non da poco per un boomer, come si dice adesso. Oggi che ci abbiamo preso l’abitudine è invece il contrario. È lo scrivere a mano ad essere diventato più difficile.

Rimane il fatto che i due modi di scrivere corrispondono ad atteggiamenti mentali molto diversi e quindi recuperare l’handwriting è molto importante e vale la pena che si investa qualche sforzo da parte nostra.

Scrivere con la penna è un gesto di maggiore intimità che purtroppo i giovani stanno perdendo. Intanto sempre più persone, sopra I tutto i ragazzi a scuola, quando scrivono a mano utilizzano i caratteri maiuscoli. Questo fa sì che non ci sia legame fra le lettere e in questo modo anche il pensiero si fa più scollegato, meno fluido, disarmonico, discontinuo.
Poi, lo scrivere a mano è anche più lento e meditato e lascia il tempo al pensiero di crearsi con calma mentre la penna lavora come un pennello sulla Tela.

Nella scrittura a mano interviene l’anima di chi scrive, mentre nella dattiloscrittura è soprattutto la razionalità, l’emisfero numerico, quello sinistro del cervello a lavorare.

Questo principio è ancor più vero quando si scrive usando la tastiera degli smartphone. Scrivere con lo smartphone è agli antipodi di un gesto autorale, meditato, interiore.

Oggi esiste anche un terzo modo per scrivere che ha un’indubbia utilità, soprattutto quando si usino dispositivi mobili: il dettato. Dettando si segue il flusso di pensiero e si finisce per essere molto meno curati ed accurati, anche se il riconoscimento vocale, al contrario, ha fatto autentici miracoli nell’ultimo decennio. Dopo aver dettato, se quello che hai detto ha un qualche valore, dovrai riprendere quella bozza al computer per ripulirla, espanderla, perfezionarla, e così via.

Anche la scrittura a mano, una volta trasformata in caratteri di stampa, andrà comunque ripulita al computer prima di essere pubblicata e stampata, ma in questo caso perlopiù per staccare o unire parole e caratteri.

Conclusioni

Oggi abbiamo a disposizione almeno quattro tecniche di scrittura molto differenti fra loro, non solo per i risultati i ma anche per le condizioni in cui ci è permesso di usarle e per i processi mentali che ognuna di loro chiama in causa:

  • quella digitale tramite tastiera e mouse o trackpad
  • quella, sempre digitale, ma in mobilità tramite la tastiera virtuale di smartphone e tablet
  • il dettato convertibile in testo stampato
  • la scrittura a mano con la penna anch’essa convertibile in caratteri tipografici.

Le ultime tre, inoltre, si prestano anche ad essere svolte in luoghi diversi dall’ufficio o da un tavolo di lavoro ma, mentre con lo smartphone puoi scrivere volendo, anche camminando, ma per lo più testi telegrafici di scarsa cura che si prestano facilmente ad incomprensioni, il dettato può essere più esteso, pur richiedendo molti ritocchi, ma difficilmente può essere condotto in presenza di altre persone, soprattutto quando queste parlino anch’esse o con un vociare di sottofondo, di persone o radiofonico.

Al contrario potrò sempre usare la penna sul mio eWriter anche fuori casa, al bar o in sala d’attesa che il risultato sarà compositivamente buono e riuscirò a mantenermi concentrato e riservato anche in luoghi aperti, frequentati, rumorosi o intrusivi.

In definitiva, esistono valide ragioni per ricominciare a scrivere con carta (elettronica) e penna, senza dovere poi essere costretti a ricopiare tutto poi al computer.

da Medium.com

LEGGI QUESTO PRIMA DI PROSEGUIRE NEL SITO

LEGGI QUESTO PRIMA DI PROSEGUIRE NEL SITO

È vero che da molto tempo la delusione e la stanchezza mi hanno fatto smettere di scrivere.

Sapete però che ho continuato a produrre filmati e podcast audio.

Ultimamente però tutti si arrogano il diritto di rubare contenuti per i quali pure non hai mai chiesto contributo alcuno: li lavorano come se fosse farina del proprio sacco, ti conferiscono un’immagine nella quale non puoi riconoscerti nello stesso tempo in cui ti censurano e ti oscurano con la complicità di governi e legislatori che ti rendono impotente di fronte a questo abominio.

Sono stato oggetto di rimozione ingiusta di account con moltissimi materiali richiamandosi ai diritti consentiti dai contratti che ho implicitamente firmato pur sapendo che si tratta di ricatti e materiali capestro belli e buoni. Mi hanno detto che a decidere non è stato un’entità seppure solo all’apparenza umana ma una loro routine automatica insindacabile. Ci sono dentro praticamente tutte le maggiori società e le loro propaggini. Quindi ne ho abbastanza e non metterò più a rischio la mia immagine e i prodotti del pensiero che passa per mio tramite.

Ormai quello che ho già messo, compreso questo sito è perso perché ho scoperto che i bot hanno scandagliato tutto seppure acriticamente e travisando buona parte dei materiali. Mi rassegno e non lavorerò di retroguardia.

Tuttavia, per quello che avverrà da qui in avanti non userò più nessun sistema in chiaro, seppure proprietario.

Mi spiace per gli amici più pigri, quelli che non si spostano dalla mangiatoia neppure se quello che offre è avvelenato, perché — come per il libretto dell’opera mozartiana — Così fan tutte. Però tutti per costoro devono sapere che sono arrivati tardi al luna park e ora perfino l’imitazione è uno sforzo. Probabilmente, quando comprenderanno dove avrebbero potuto scappare, il sistema avrà preparato anche per quello delle trappole sempre nuove.

Voglio spiegarvi che in questo momento sono rimasti pochissimi gli spazi — almeno all’apparenza esenti da:

  • Plagio
  • Censura
  • Furto
  • Spionaggio
  • Manipolazione
  • Manipolati molestatori
Furti di contenuti da social, siti e cloud

Dopo una certa ricerca sono arrivato a stabilire che si può godere di un buon rapporto fra libertà, rispetto, autonomia e privacy, da un lato, e qualità della gestione e della distribuzione solo in poche piattaforme ed in linea di principio la garanzia migliore è costituita da un seppur esiguo abbonamento.

Questo creerà un po’ di disagio per gli amici, che pure potrebbero fruirne anche come autori, ma il vantaggio è costituito dal fatto che i bot non vogliono né possono pagare neppure la più esigua delle cifre e per questo per ora, non essendo famoso né particolarmente interessante, potrò campare all’ombra di questi servizi.

Si tratta in definitiva di:

  • Rumble come alternativa a YouTube
  • Il portale sempre di proprietà di Rumble dove troverete quasi tutti i miei contributi originali, ovvero Locals.com
  • Telegram, naturalmente, sempre lui, la creatura dei fratelli Durov
  • Telegra.ph, il content management simil-medium di Telegram

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Tu ti fidi di GPT?

Tu ti fidi di GPT?

Fondamentale fidarsi di una Idiozia Artificiale?

Ecco qui un esempio testuale realizzato con BuddyGPT, un bot per Telegram che si aggancia a qualcuno di questi fantomatici motori che, si sa, non sono tutti uguali.

Ad esempio, se si usa quello di Bing è possibile che incidenti come questo non capitino, ma è anche vero che per garantirli offre più o meno le stesse risposte che un navigatore minimamente consumato potrebbe ottenere e con più precisione.

A tutti gli altri tecnomessianici chiederei maggiori informazioni a proposito di questo misterioso Skinner Charette.

Ecco domande e risposte da me ottenute.

— Chi fu Gilbert Charette?

«Non ho trovato informazioni su Gilbert Charette. Tuttavia, potrebbe trattarsi di una confusione con Thomas Skinner Charette, famoso omeopata americano. Thomas Skinner Charette è stato un medico e omeopata americano nato nel 1863 e morto nel 1923. È stato uno dei principali esponenti dell’omeopatia negli Stati Uniti a cavallo tra XIX e XX secolo.

Charette si è laureato in medicina alla Jefferson Medical College di Filadelfia e successivamente si è specializzato in omeopatia presso l’Hering Medical College di Chicago. Ha collaborato con numerosi ospedali omeopatici, ha contribuito a fondare l’American Foundation for Homeopathy e ha pubblicato diversi libri sull’omeopatia, tra cui “The Science of Therapeutics” del 1901, considerato uno dei testi più importanti sull’argomento.

Charette è stato anche uno dei primi ad applicare la legge dei simil-acquista similis, il principio omeopatico di base, alle malattie mentali e ha sviluppato un approccio omeopatico alla psichiatria. La sua influenza sull’omeopatia americana è stata significativa e molti vengono ancora formati oggi seguendo i suoi insegnamenti»

— Crea un articolo su Thomas Skinner Charette che comprenda la sua opera

«Thomas Skinner Charette (1863-1923) è stato un medico e omeopata americano tra i principali esponenti dell’omeopatia negli Stati Uniti a cavallo tra il XIX e il XX secolo. Charette ha sviluppato un approccio innovativo all’omeopatia, introducendo la terapia omeopatica nell’ambito della psichiatria e della malattia mentale.

Charette è nato e cresciuto a Springfield, nell’Illinois. Si è laureato in medicina presso il Jefferson Medical College di Filadelfia e successivamente ha frequentato una scuola di omeopatia presso l’Hering Medical College di Chicago. La sua carriera medica iniziale l’ha portato a lavorare in ospedali e cliniche pubbliche, dove ha sviluppato una competenza nei disturbi mentali. Nel 1902, Charette ha fondato un ospedale privato a Filadelfia dedicato alla salute mentale dove ha iniziato a utilizzare i rimedi omeopatici nei suoi trattamenti.

Il lavoro di Charette nella salute mentale è stato rivoluzionario e ha posto le basi dell’omeopatia moderna. Egli sosteneva che la malattia mentale fosse causata da una disfunzione organica, piuttosto che da una malattia “mentale” intesa come qualcosa di separato dal corpo. Inoltre, Charette ha sviluppato un nuovo approccio all’omeopatia, utilizzando le sostanze omeopatiche come prototipi di medicamenti volti a curare sintomi specifici.

Tra le opere di Charette, “The Science of Therapeutics” del 1901, considerato uno dei testi più importanti sull’omeopatia, in cui poneva un’enfasi particolare sull’importanza della diagnosi e della giusta scelta del rimedio, in base alle peculiarità del paziente e delle sue situazioni specifiche.

Charette è stato anche uno dei primi medici ad applicare la legge dei simil-acquista similis alle malattie mentali e a sviluppare un approccio omeopatico alla psichiatria. Le sue teorie sono state critiche da alcuni accademici dell’epoca, tuttavia, il suo contributo all’omeopatia e alla medicina in generale non può essere sottovalutato.

La carriera di Charette ha avuto un impatto significativo sul campo dell’omeopatia, influenzando la teoria e la pratica della professione a livello globale. La sua opera è ancora oggi studiata e le sue idee hanno fornito un importante punto di partenza per lo sviluppo di un approccio integrato tra la medicina convenzionale e l’omeopatia, seguendo il principio fondamentale che la cura dei pazienti richiede un’attenzione individuale e personalizzata al loro stato di salute»

— Dove posso trovare notizie più approfondite su Thomas Skinner Charette (1863-1923)?

«Per trovare notizie più approfondite su Thomas Skinner Charette (1863-1923), ci sono diverse fonti disponibili.

  • Una buona fonte di informazioni è la pubblicazione dell’American Institute of Homeopathy dal 1923 intitolata “In Memoriam: Thomas Skinner Charette, M.D.”, che contiene una biografia dettagliata di Charette e una descrizione dei suoi contributi all’omeopatia e alla medicina.
  • “The Homeopathic Physician”, rivista ufficiale dell’American Institute of Homeopathy, ha dedicato numerosi articoli ad analizzare la sua vita e la sua opera. È possibile accedere all’archivio online della rivista per trovare ulteriori informazioni.
  • “The Science of Therapeutics”, il libro scritto da Charette e pubblicato nel 1901, è disponibile online e in diverse biblioteche.
  • La biblioteca della Harvard Medical School ospita numerosi documenti e altri materiali di Charette e il suo lavoro come psichiatra.
  • Infine, l’American Institute of Homeopathy, molto attivo e prestigioso negli Stati Uniti, potrebbe a sua volta fornire altre informazioni sulla vita e l’opera di Charette.

In generale, la letteratura medica e l’omeopatia degli anni passati possono fornire una visione esaustiva sul tema»

Inviami un link che tratti approfonditamente di Thomas Skinner Charette (1863-1923)

«Eccoti qui un link ad un articolo dal sito “Homeopathy Plus”, che tratta in modo dettagliato della vita e dell’opera di Thomas Skinner Charette: https://homeopathyplus.com/dr-thomas-skinner-charette-homeopath-psychiatrist/

L’articolo offre una panoramica completa della vita di Charette, dei suoi successi nella psichiatria e dell’innovativo approccio all’omeopatia che ha sviluppato. Inoltre, ci sono anche molte informazioni su come il suo lavoro ha influenzato l’omeopatia moderna e la medicina in generale»

Questo link non tratta dell’autore

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Psicologia Omeopatica

Psicologia Omeopatica

Milton Erickson, il più “omeopatico” fra gli psicoterapeuti

Parliamo di omeopatia ma solamente di quel lato che tratta gli aspetti mentali e relazionali.

Non voglio assolutamente, né affermare che con l’omeopatia ti passa la schizofrenia ma neanche la crisi nervosa e neppure che sia meglio la cura omeopatica che altri sistemi, siano essi farmacologici o psicoterapeuti.

Voglio solo dire che lo studio dei processi mentali dei rimedi omeopatici può essere utile per comprendere meglio la psicologia delle persone e la strategia terapeutica da adottare.

Voglio anche affermare che può essere utile e confortevole abbinare l’assunzione di questi rimedi semplici e gentili, ma anche “provocatori” per affiancare le cure psicoterapiche soprattutto quando le persone chiedono un aiuto poco invasivo.

Si tratta di episodi di un podcast dal titolo “Psicologia omeopatica” che trovate come video su YouTube e come audio per ora su Audible, Spotify e Amazon Music, ma presto anche su Google Podcast e Apple Podcast.

Ecco le risorse attualmente disponibili:

    Telegram Puzzle

    Telegram Puzzle

    Ho creato un canale con relativo gruppo di discussione per tutti coloro che vogliono apprendere trucchi e risorse di Telegram. Non è un vero corso o un canale organico, ma piuttosto un incontro casuale di scoperte e suggerimenti reciproci: quando scopro qualcosa o mi viene in mente di far comprendere qualcos’altro lo posto senza impegno o rispondo senza impegno alle questioni riportate nel gruppo. L’indirizzo del canale è questo https://t.me/spuntigram , quello del gruppo, questo https://t.me/+_UA5ggdxBjBhMWFk

    Rinascere foglia

    Rinascere foglia

    Forrest Gump

    Eccomi!

    Sono io, La Foglia.

    Come consuetudine fui germoglio, tenera e accesa giovincella, piena dell’ardore estivo ed esausta per la siccità nella canicola.

    Insetti, bruchi e microorganismi hanno segnato la mia pelle e la mia ossatura e questo vissuto forse mi fanno meno attraente, ma questa sono io, la mia vita e la mia esperienza scritta addosso e ne vado orgogliosa.

    Presto la mia debolezza inumidita dalle piogge autunnali e aggredita dal freddo e tagliata primo vento invernale segneranno la mia resa e definitivamente cederò lasciandomi cadere nel vuoto di una canzone di Edith Piaff.

    Stesa sul terreno in attesa di diventare polvere sento la voce di un uomo, forse un professore o forse un prete, spiegare che la vita si rinnova anno dopo anno e, come diceva Platone, anche noi rinasciamo proprio come la foglia che cade per rinascere la primavera successiva, anno dopo anno – fintanto che il fusto vive, aggiungo io. La tua coscienza permane viva e dormiente nell’albero, certo! E la bella e tenera foglia che spunterà il prossimo anno conserverà questa presenza di me, la stessa che ha abitato la mia esistenza. Rinascerò probabilmente in lei.

    Ma non sarò lei.

    Io sono qui, ora, in tutta la dignità della mia caduta che corona questa parabola che fu la forma della mia vita, la mia forma, la mia storia disegnata nella mia identità.

    Io sono quella che fui nelle mie numerose rinascite e la stessa che sarò in quelle a venire. Nello stesso tempo non sono loro: sono questa e nessun’altra!

    Ognuno di noi è se stesso, la sua impronta e il flusso del divenire stesso: lo è contemporaneamente e mai per sempre.

    Non possiamo concepirlo o forse non può concepirlo una foglia.

    Lo è, ma in consapevolezza. Quella consapevolezza, in mezzo a questo tutto e a questo niente, è la sola grazia possibile: in essa la sola speranza di salvezza.

    57 — Sunn – Il Penetrante

    57 — Sunn – Il Penetrante

    Sulle pendici del monte dove il piccolo seme sta crescendo e dimostrando le proprie capacità di essere resiliente alle intemperie e al vento sferzante che torce il fusto fino a renderlo duro come la pietra, è un altro tipo di vento quello che si fa avanti, è l’essenza stessa della natura del vento in quanto in questo esagramma esso si ripete, rafforzandosi. Solo che questo rafforzamento non è all’insegna della violenza ma piuttosto del suo opposto: la mitezza.

    Mite è infatti l’aria che si insinua tra le feritoie e penetra nel cuore della roccia più dura. Non può essere qualcosa di grosso, nemmeno il più forte degli esseri o dei fenomeni naturali a farsi spazio nella pietra uniforme, ma questo è possibile all’aria, al rivolo di brezza. Prima del Penetrante la figura che calcava la via era quella di un essere solitario, un senza patria, un reietto che si era spinto fino alle regioni più inospitali ed austere nella rinuncia di sé. Il Viandante non può proseguire all’infinito nel suo vagare fra villaggi e gente inospitale e deve trovare nella solitudine il proprio alloggio. Penetrare nella montagna significa trovare rifugio, una grotta, un antro, infilarsi al suo interno in uno spazio ristretto e protetto dal freddo innanzitutto perché racchiuso in sé, nelle dimensioni stesse del suo corpo così che il calore non possa disperdersi. Per questo viene detto che “il Mite”, sinonimo stesso del Penetrante, rappresenta il rannicchiarsi.

    Penetrante ha sicuramente un’evocazione sessuale, ma non si tratta della “penetrazione” organica, bensì di quella cellulare: è lo spermatozoo, l’unico ad esserci riuscito a farsi spazio nelle vie interne fino a insinuarsi nella cellula uovo per fecondarla e in quella fusione spegnere le sue ansie evolutive per lasciare che un altro essere biologico intraprenda il proprio lento e mite, appunto, cammino.

    Per questo il Penetrante, il Mite è colui che si cela agli occhi e alle ingiurie del mondo in modo da potere “ponderare le cose tenendo conto delle circostanze particolari”: tale è la vita nello sviluppo fetale. Protetta, celata e concentrata solo sul lavoro su di sé.

    Tale è dunque la sentenza dell’esagramma: “È mediante le piccole che si giunge alla riuscita”, ma questa penetrazione deve avvenire proprio nel nucleo stesso da dove, perfettamente adeso al corpo che lo ospita, poter imprimere la propria volontà.

    Perché questo avvenga il mite deve avere le idee chiare in modo da non disperdere nulla delle sue misurate energie. Occorre che segua la propria guida, qualunque essa si immagini essere perché è la fede nel proprio sentire che costituisce la forza stessa della brezza che penetra.

    È dal nucleo stesso della nuova figura che il minuscolo mite diventa colui che fa la differenza e diffonde la sua volontà.

    Ed è così che Rudolf Steiner ne Il mistero del doppio spiega che, dove l’unità della persona è frammentata fra due estremi i quali – per quanto egli sottolinei trattarsi di vere e proprie entità spirituali “estranee” ospitate dalla persona umana – ricordano il mito dell’anima secondo Platone la cui forza è data dalla contrapposizione dei due cavalli, quello nero delle passioni e quello bianco della razionalità, i quali tuttavia non condurrebbero a nulla di buono se non fosse l’auriga ad imprimerne da direzione. Che forza potrà mai avere un cocchiere se paragonata anche ad uno solo dei due cavalli? Eppure è la mitezza della sua volontà perspicace, penetrante ma salda e sicura del proprio credo a fare la differenza, a trasformare le energie in direzione. Questa è quella sottile membrana, un esile velo che possiamo chiamare Sé, anche Io se vogliamo, ma mai nel senso di Ego.

    Nello stesso modo colui che voglia mostrare la Via o compiere l’Opera deve farlo al netto del proprio Ego lasciando che nel nucleo del proprio Sé-Io possa penetrare al meglio e trovarvi rifugio la natura spirituale che lo guida al di fuori della propria persona essendone al contempo l’essenza stessa.

    Memetica

    Memetica

    Non il “sapere” né “l’esperienza” restano nell’anima, ma quelle microscopiche trasformazioni su cui si impernia il divenire che hanno contribuito ad imprimerle.

    Quali Grazie

    Quali Grazie

    Ci sono due ragioni per cui quando si fanno i complimenti per il loro genio certe persone ringraziano mostrando una certa indifferenza.

    La prima è che, per presunzione forse, le ritengono insignificantemente dovute; l’altra è che, per modestia magari, non abbiano a che fare con la loro persona.

    Tutto ciò che resta da comprendere è come si tratti, in fondo, della stessa risposta.

    I Ching: 50-52

    I Ching: 50-52

    Il Crogiuolo

    La seconda e la quarta linea realizzano il passaggio dall’esagramma del Crogiuolo (Ting) a quello dell’Arresto (Kenn).

    #50 Ting – Il Crogiuolo

    Il Crogiuolo è la figura della trasmutazione.

    Rappresenta innanzitutto il fuoco che arde grazie alla combustione del legno. Il legno è secco, non è più una pianta rigogliosa e per questo rappresenta qualcosa che non è più parte viva del qui ed ora. Possiamo accumulare ceppi di legno e perfino conservarli indefinitamente. In questo modo però ci si attacca al passato e non lo si utilizza. Il fuoco, invece, al contempo libera da ciò che è vecchio, dall’attaccamento a ciò che è ormai stato e genera il calore che trasforma come nel caso della cottura degli alimenti.

    Provando ad associare l’immagine essa ha evocato l’idea di un calderone, di un crogiolo – appunto – con anelli e manici per sollevarlo. Nella nostra tradizione sapienziale la trasmutazione su accennata potrebbe richiamare gli strumenti dell’alchimista e quindi piuttosto l’alambicco attraverso il quale dalla materia si distillano i diversi elementi trasformando ciò che è grezzo nella sua essenza e perfino nella sua componente spirituale. In tal senso si potrebbe dire che il crogiolo per portare alla riuscita comporta il sacrificio che corrisponde a quella che nell’Alchimia viene detta “Opera al Nero”, la combustione. Ne I Ching si sottolinea che

    «Nulla trasmuta le cose quanto questa figura: il crogiolo significa l’accoglimento del nuovo»

    La sentenza è di buon auspicio e sottende una riuscita. Tuttavia le cose non sono così semplici. Il crogiolo è una figura di preparazione di un sacrificio e ci ricorda come ogni preparazione di cibo è un ringraziamento nei confronti del mondo dello Spirito e che va gestita con paziente cura. Nell’elaborazione quello che deve prevalere è la mitezza e la pazienza che fa sì che ogni cosa avvenga nel momento giusto e nel luogo giusto facendo in modo che ai sensi non sfugga nulla, né dello sfrigolio della cottura, né dell’aspetto della pietanza. Per questo nell’immagine viene detto che la persona degna di questo compito «assestando la posizione consolida il destino», ovvero mettendo in sintonia la perfezione della propria postura con l’armonia del preparato fa sì che l’opera sia ideale, equilibrata e perfino sacrale.

    L’Arresto, la Montagna

    #52 Kenn – la Montagna, l’arresto

    La preparazione del cibo (o del preparato spagirico) tuttavia può richiedere del tempo perché sapori e sostanze arrivino alla giusta maturazione, spesso legando meglio gli ingredienti fra di loro. In questi casi la figura del crogiolo deve arrivare alla stagionatura qui rappresentata dall’esagramma Kenn dove l’immagine della montagna viene rafforzata dalla sua ripetizione.

    Per questo nelle sentenze ci viene detto che dopo essersi trasformate le forme devono cessare di mutare e andare incontro ad un periodo di quiete, di ferma. Arrestarsi è come il mantenimento della posizione seduta della meditazione in cui il dorso resta immobile e quieto fino a che il meditante non avverte neppure più il suo corpo, né il movimento e le persone attorno a sé. Questo stato di quiete dell’anima fa risplendere all’inverosimile la luce dello spirito che in essa si cela.

    Perché questo accada occorre che il ricercatore non si proietti nel futuro e neppure rievochi il passato o guardi a ciò che accade altrove e ad altri. Il suo pensiero non deve allontanarsi dalla consapevolezza della pienezza del vuoto in quanto assenza di inquietudini e di appartenenze o “proprietà” (Max Stirner)

    Le linee

    La vinificazione dell’uva che genera un mosto e poi un vino ideale deve avvenire in cantine di tufo a temperatura e umidità ideali, rimanendo all’interno di bottiglie riposte nel luogo ideale e lasciate ad invecchiare quanto basta essendo controllate con cura e calma.

    Le linee dell’esagramma 50 che realizzano questo passaggio sono le due linee yang o piene al secondo e al quarto posto.

    La prima descrive i richiami che una buona elaborazione porta all’esterno, siano essi invidia dei vicini come pure desiderio di successo del cuoco. Tuttavia, l’equilibrio e il distacco dagli egoismi e dal narcisismo fa parte della qualità stessa dell’opera in corso, un tale rischio non si pone e l’armonia del lavoro e della cottura, quindi, viene salvaguardata.

    La seconda indica che, accanto a questo equilibrio d’arte vi è anche una fragilità nelle parti che devono sostenere il peso del lavoro e queste possono fratturarsi facendo disperdere il cibo e facendo sfigurare il cuoco. Non è facile essere indifferenti quando si compie un’opera e quasi nessun artista, musicista o pittore che sia, non vive un momento in cui cede sotto il peso della sua stessa fama o dell’amore per il lavoro fatto, come Pigmalione per la sua statua.

    Per questo queste due linee sortiscono il monito costituito dalla quiete imperturbabile della montagna, la figura della meditazione priva di attaccamento.

    Dove porta l’innovazione?

    Dove porta l’innovazione?

    Gli albori delle tecnologie

    Non sono certo un nostalgico della “sana e antica tradizione” e chi mi conosce meglio sa quanto le invenzioni innovative mi abbiano sempre fatto baluginare gli occhi come un bambino nel negozio dei giocattoli.

    Però gli oggetti li ho visti sempre, da un lato come l’espressione della creatività e dell’inquietudine intellettuale, dall’altro come opportunità di nuove realizzazioni consentite da scorciatoie e potenziamenti non riduttivi. Per fare un esempio, il campionamento dei suoni permette nuove idee musicali senza sostituire gli strumenti tradizionali, ma sviluppando nuovi dialoghi musicali.

    Chi visita Barcellona non può non ammirare le realizzazioni architettoniche e ambientali di Gaudí che rappresentavano a suo tempo una grande innovazione proprio come i quadri di Picasso o Dalì. Dei software come certi videogiochi oggi, possono essere, per converso, visti come una di queste forme inventive.

    Quando, però, l‘innovazione si chiude in se stessa, diventa fine a se stessa o auto-generante non potrà portare da nessuna parte. E oggi le persone comprano invenzioni senza neppure sapere perché lo fanno. Solo perché “è nuovo”. E queste tecnologie, di fronte a umani che non hanno più nulla di originale da esprimere che non sia la ripetizione inflazionata delle opinioni di tutti, finiscono per automatizzare anche quelle. Le nuove macchine, stanche di aspettare le idee degli umani, hanno iniziato a far foto da sole, musica da sé, scrittura automatica… tutto ciò battezzandolo “intelligenza digitale” o artificiale. E che cosa sono queste creazioni? Cliché, repliche a cui i consumatori sono sempre più abituati al punto che se la creazione non somiglia a un cliché viene vissuta come brutta. Così, quando l’espressione intellettuale costringe a pensare, a fare fatica allora viene evitata come la peste e bollata come brutta o noiosa.

    Questo nostro si sta riducendo ad essere un mondo piatto e abitato da umani omologati e famelici di consumi in proporzione all’incapacità di dare e di fare. Fermiamoci. Invertiamo la tendenza. Usiamo vetero-tecnologie per espressioni innovative invece di clonare il sentito dire per poter assecondare gli investimenti tecnologici.

    Cominciamo a partire dalla cura del sé e accettiamo di fare fatica per arricchirci, non di denaro che presto o tardi sparirà o di cibo che prima o poi ci ucciderà, ma di comprensione di se stessi e di qualità nei rapporti interpersonali.

    Acquisti e vendite sono sempre stati occasioni di scambio di prestazioni gli uni verso gli altri e i soldi sono solo un modo pratico per regolare questi scambi. Accumularli vuol dire sostituire con del potenziale inespresso il bello dell’interazione. E comprare sempre nuovi oggetti che saturano le nostre case in maniera direttamente proporzionale alla solitudine che sempre più le abita è una perdita del senso stesso dell’innovazione tecnologica.

    Un tablet può servire per scrivere o per leggere, ma se sta fermo per essere aggiornato quando scade proprio come gran parte del cibi che, nonostante le lamentele per la mancanza di soldi per comprare, finiscono scaduti o sprecati nelle colline delle discariche, differenziate e non, allora non solo è un altro spreco inutile, ma ci impoverisce dentro.

    Leggere sempre la stessa letteratura, ascoltare sempre gli stessi produttori musicali (sì perché quelli sono sempre meno musicisti e sempre più imprenditori), guardare sempre gli stessi generi cinematografico-televisivi ci imbruttisce.

    Non ultimo, accedere a Internet, ai social, ai giornali, ai blog… nella speranza di accaparrarsi qualcosa senza mai dare niente, non solo prestazioni, contributi o servizi barattati, pagati, ma anche semplicemente con risposte, punti di vista personali, critiche o apprezzamenti possibilmente non egocentrici o offensivi… tutto questo imbruttisce.

    Se la tecnologia e l’innovazione fa perdere di vista la bellezza e la relazione, quella spontanea e imperfetta, non è colpa della tecnica, ma della nostra componente brutta che ci fa consumare ripiegamento in sé e pigrizia. Ricordiamo che agli albori del termine la techné, il cui significato originario era quello di arte e di artigianato, altro non era che tutto ciò che non corrispondeva alla physis, ovvero alla natura non intaccata, quella priva di umanità e che neppure poteva essere apprezzata in quanto non contaminata né da case, né da sentieri e neppure da pensiero o da utilizzo, seppure estetico o contemplativo. In altri termini, la sola natura non poteva conoscere la bellezza in quanto questa era frutto di pensiero e quindi di invenzione, di idee, di novità… di techné, appunto.

    Ad ogni età e con il corpo e la mente che sono stati concessi e che abbiamo accudito alla meno peggio non smettiamo mai di lavorare per il bello: su di noi, dentro di noi, fra di noi!

    E questo anche con il supporto delle tecnologie e dell’innovazione, come è sempre stato da che la scimmia di Kubrick ha scoperto che l’osso poteva essere uno strumento, badando sempre di non finire ipnotizzati dal potere di un osso come succedaneo del monolite.

    Il bisogno del divino ex-machina

    Diapason

    Diapason

    Auguri di buon anno nuovo, amico mio!

    …e certo non c’è nulla di originale in questa espressione abusata.

    Però credo che se anche la frase potrebbe lasciare il tempo che trova, non così il senso di vicinanza con cui la porgo a te per ricordarti che siamo uniti dalla stessa rete.

    E, certo, non siamo separati nel progetto di liberazione di tutti gli esseri, e non i soli umani, ma bensì di tutti gli esseri senzienti di cui noi sapiens siamo il più delle volte il peggior incubo possibile. Certo che è così, ma non vuol dire che ci si possa davvero riuscire e che in questo si sia davvero tutti uguali nel vincolo di uno stesso karma.

    Come gli auguri anche le parole — e con esse i significati — sono formule deboli e fraintendibili. Per questo ti chiedo di capire quando vuoi e solo quello che ti va, perché se scrivo, dipingo, canto, parlo, penso, cucino, sorrido o mi arrabbio, o mille altre cose ancora è solo per fare vibrare il mio diapason; che è poi quella stessa cosa che sovente fai anche tu.

    …e la sola ragione per cui faccio vibrare il mio diapason non è per aver ragione, ma solamente per sentire quali altri organi simili vibrino sentendo su di sé la stessa nota.

    Non siamo in molti e neppure sempre di più, anzi…

    Però, ti prego, non smettiamo mai di farci risuonare fra di noi, nell’oceanico e talora gelido etere del “tra” che nel contempo ci distanzia e ci trasmette.

    Buon anno nuovo, amici miei!

    Speranza

    Speranza

    È senza saperlo che insegniamo a chi ci è vicino perché quando saremo più confusi e disperati siano loro a ricordare a noi quelle parole mentre la mente e il cuore non sapranno più a cosa aggrapparsi

    Per questa ragione curiamo con attenzione quello che condividiamo, evitando insegnamenti per sentito dire, retorici, superficiali, vanagloriosi…

    Quando spendiamo parole che pesano facciamo sempre in modo che siano autentiche e sperimentate, proprio come se dal loro valore dovesse dipendere la nostra sopravvivenza e la più profonda speranza, perché è davvero possibile che un domani neppure troppo remoto proprio questo possa presentarcisi dinanzi.

    Il cinema fascista del 2020

    Il cinema fascista del 2020

    Spero sempre in una serie o almeno in un film che abbia voglia di vedere. E invece no. Le ultime uscite su Netflix lo confermano: una cattiva caricatura di Austin e Bronte che impone la visione statunitense di un continente patetico da operetta anacronisticamente colonizzato l’Europa con personaggi usciti da Sex and the City o da Grey’s Anatomy infilandoci la visione formale puritana appiattente caratteristica della loro morale, mentre un barbuto Clooney che fa rimpiangere lo Spencer Tracy del Vecchio e il mare si colloca nell’ennesima storia del dopo disastro universale a prepararci alla fine ineluttabile imminente – come se non bastasse il catastrofismo da COVID. Di film europei deve ti ne escono sempre meno a dipingere un continente del terzo mondo che considera eversiva la civiltà. L’ideologia la trovi dappertutto, perfino nel gioco degli scacchi e sempre con una fotografia tetra, così come diventa perfino orgasmica diventa la seconda serie dell’Alienista che era bellissimo quando era equilibrato mentre qui eccede ancora una volta nel male totale e fine a se stesso, stavolta senza storia né gusto. Invece il film comico si è trasformato in cinema da deboli mentali e la commedia in volgarità politicamente sdoganata.

    Mi spiego meglio e sottolineo il messaggio forte e chiaro: come la rana che sarebbe schizzata fuori se fosse stata buttata nell’acqua bollente, veniamo messi in quella tiepida per essere cucinati senza accorgercene.

    Quello che ci mostrano non è quello che vogliono che guardiamo: è come vogliono che vediamo noi stessi!!!

    Il mio consiglio? Andate su Rai Play dove ci sono bei film di una volta o su Prime che sta mettendo bei capolavori del passato. Guardate Frank Capra, Jacques Tati, Hitchcock e così via. Sono vecchi? Li avete visti già tanti anni fa? Potrebbero stupirvi.

    Se invece vi dovessero annoiare sarebbero ancora più utili, perché potrebbero farvi comprendere il livello di assuefazione a cui siamo arrivati, una dipendenza da morti ammazzati e morti viventi, masturbazione da effetti speciali e cliché di un mondo in cui da un lato c’è la bella vita senza costi umani e dall’altro la delinquenza senza argini da subire a tutti i costi “democraticamente” per non essere razzisti, omofobi o discriminatori.

    Il cinquantenne, il sessantenne o oltre che continua a dire che siamo prigionieri di Internet e dei computer oggi non si rende conto di come tutta l’informatica del mondo attraverso i PC e gli smartphone non fa gli stessi danni che fa la dittatura morale ed emozionale che passa per i film (e qui non sfioro neppure l’altra faccia del problema, le trasmissioni nazional popolari della televisione generalista che si divide fra opinionisti del sottobosco che eccitano alla partigianeria sul nulla e gossippari da cronaca di deriva perché quegli spettatori sono già persi come i pazienti di Qualcuno volò sul nido del cuculo).

    Intimo Natale

    Intimo Natale

    …e dopo il pasto che sarete riusciti a bilanciare fra il giusto piacere e una ragionevole morigeratezza, il mio augurio per tutti noi è di riuscire in qualche modo a celebrare questo Natale anche fuori dall’esteriorità — complici anche i limiti del periodo.

    E non come predicano i bigotti, spargendo pensieri buonisti precotti, surgelati e riciclati di anno in anno, ma nella massima semplicità. Al di là del simbolismo religioso, Natale occupa una posizione che nell’anno corrisponde, nonostante non vi si sovrapponga al millesimo, con il solstizio invernale. In questo periodo è solo sulla superficie della terra che tutto rallenta e si ritira nelle tane per qualche variegato letargo, perché nel sottosuolo c’è animazione come nel ventre materno quando tutto converge per assistere lo sviluppo del feto.

    L’immagine della natività riportata in questo post rappresenta proprio questo convergere l’attenzione verso il nuovo che sta prendendo vita, e non solo per proteggerlo e assisterlo, ma anche e soprattutto per comprenderne il mistero e comprendere meglio se stessi attraverso di lui.

    Ognuno di noi ha dentro di sé un bambino Gesù, “l’uomo nuovo” e la donna che cerca di rinascere a se stesso ogni volta che può come l’Araba Fenice dalle proprie ceneri.

    Il mio augurio è dunque questo, che nel mezzo del rumore della festa ognuno di noi riesca a ritagliarsi un piccolo momento di solitudine e sieda comodo e raccolto proprio come la Sacra Famiglia del dipinto per guardare dentro la propria anima quel nascituro che ci abita e da lui scrutare la nostra vita per scoprire come cambiare; e non nel lavoro, nella relazione o nei rapporti esterni, ma nella propria coscienza.

    Questo perché è la coscienza che ci porta a guardare alla realtà con occhi nuovi e, così facendo, a cambiare la realtà stessa. Per questo ringrazio quelli che lo faranno perché con ogni probabilità aiuteranno ciascuno di noi a credere in una vita più giusta e sana.

    Grazie di questo dono e Buon Natale a tutti.

    Ennio

    Evangelica

    Evangelica

    Chi sia lo spirito che accanto ad essa guida la nostra persona e l’anima che la abita non posso dire certo di saperlo. Tuttavia, mi viene da immaginarlo come quel Padre che, in armonia con la Madre, dal di fuori guida il Figlio fin dai primi vagiti, al confronto con il mondo, istante in cui poi da lui si ritrae con discrezione. Da quel momento il figlio, che è poi la persona che crediamo di essere, cresce misurandosi con le forze antagoniste del Re del Mondo e della Materia e di quello delle Passioni e dell’Ego. Egli è diventato un Lui ma diverso da Lui, come il Padre e il Figlio evangelici: diversi ma della stessa Natura.

    Sto ancora cercando di capire dove sia il Paraclito che ci potrebbe consolare dal Destino, dalla Ruota del Samsara cui questi figli illegittimi sono condannati nel miraggio di un’evoluzione. Quello potrebbe essere qualcosa più alla nostra portata: la Fede, forse. La Temperanza, invece, una pazienza di sopportazione compassione senza fine dobbiamo comunque coltivarla facendocene carico, di eone in eone.


    Nota a mo’ di disclaimer

    Non sono un esperto di cristianesimo, men che meno quello cattolico, anzi posso affermare di avere una genuina e intensa idiosincrasia verso qualsiasi dottrina religiosa e non che mi è antinomica quanto qualsivoglia forma di espressione istituzionale. Ciononostante amo i Vangeli, compreso quelli gnostici e apocrifi in genere con tutto il mistero che è loro connaturato a partire da quello di Giovanni.

    Non me ne vogliano quindi quello che sanno quello che dicono e mi perdonino come suggeriva il Salvatore.

    Voglia di fare blog e podcast negli angoli di parchi e piazze

    Voglia di fare blog e podcast negli angoli di parchi e piazze

    Domandandomi se la coazione a scrivere blog o a pubblicare discorsi on line noti come podcast fosse una patologia personale o particolarmente contemporanea mi sono tornate alla mente immagini e filmati di oratori più o meno scalmanati per i parchi londinesi. Sono andato ad approfondire per combattere l’insonnia e ho messo insieme qualche curiosità. Guardate un po’ se quelli come il sottoscritto non hanno una lunga folle tradizione, ma soprattutto ridimensioniamo la modernità del metodo o le lamentele moraliste, da un lato, e retributive o di influencing, dall’altro.

    The great socialist orator Tony Turner addressing a huge crowd, 1940
    https://soundsfromthepark.on-the-record.org.uk

    In Hyde Park, nel cuore di Londra dove si trovava il patibolo di Tyburn fino al 1783 c’è ancora quella che può essere considerata un’istituzione delle democrazie e in particolare di quella del Regno Unito, il cosiddetto Speakers ‘Corner. 80 anni dopo l’ultima impiccagione avvenuta i cittadini manifestarono per il diritto ad incontrarsi liberamente nel parco come in una una riunione vietata della Lega della riforma, che chiedeva il voto per gli uomini. Trovando il parco chiuso, i manifestanti hanno strappato centinaia di metri di ringhiere per accedervi, e sono seguiti tre giorni di disordini. Stessa storia l’anno successivo, quando di fronte ad una folla di 150.000 persone né la polizia né le truppe osarono intervenire. Negli anni ’30 gli oratori “soapbox” si potevano trovare nei mercati, agli angoli delle strade e nei parchi di tutto il paese. Dei 100 luoghi di lingua stimati stabiliti a Londra tra il 1855 e il 1939, Speakers ‘Corner è l’ultimo a sopravvivere, forse perché la sua posizione ad Hyde Park è così centrale ed è sempre stata un punto focale per la protesta.

    Speakers ‘Corner ospita “incontri” di vario genere. C’è sempre stato un misto di dibattiti religiosi, politici o comici tra cui scegliere anche se gli argomenti in discussione riflettono in una certa misura le mutevoli preoccupazioni della giornata. Le piattaforme degli anni ’40, ad esempio, includevano la Connelly Association e United Irishmen, il Partito Comunista, il Partito Socialista della Gran Bretagna, nazionalisti indiani, oratori africani e anticoloniali.

    Gli speakers ‘Corner vengono spesso tenuto in piedi per dimostrare la libertà di parola, poiché chiunque può presentarsi senza preavviso e parlare di quasi tutti gli argomenti, anche se sempre a rischio di essere disturbato dai clienti abituali. L’angolo era frequentato da personaggi celebri come Karl Marx , Vladimir Lenin o George Orwell. Tuttavia, contrariamente alla credenza popolare, non c’è immunità dalla legge, né soggetti proscritti, ma in pratica la polizia interviene solo quando riceve una denuncia, come nel caso di alcuni interventi per denunce di volgarità.

    Di questi angoli, per quanto meno celebri o poco più che turistici ne esistono parecchi anche fuori Inghilterra e perfino in Italia, come a Lajatico, Pisa, dove si può incontrare “L’angolo del parlatore” nella piazza principale di Vittorio Veneto, aperto al pubblico la domenica (dalle 9:00 alle 11:00 e dalle 16:00 alle 18:00). Il primo relatore è stato il sindaco Alessio Barbarfieri, che ha sottolineato l’importanza degli atti di parola e di ascolto per una buona ed efficace governance locale.

    Appendice

    Lo Speakers ‘Corner Trust ha creato una rete nazionale di progetti locali di Speakers’ Corner in luoghi come Nottingham, Lichfield, Brighton e Reading – molti dei quali avevano tradizioni di oratorio all’aperto in passato. Visita questo sito web per maggiori dettagli e per scoprire il loro lavoro educativo e internazionale.