Disruption leadership
La turbolenza non può essere forzata. Per questo buon leader è un dolce interprete e un ispirato mediatore.
La turbolenza non può essere forzata. Per questo buon leader è un dolce interprete e un ispirato mediatore.

Creare caricature, amplificare con la consapevolezza che gli estremi non esistono: questa via di “apprendimento per mostri” che troviamo nella materia medica omeopatica somiglia all’insegnamento per paradossi del Bilanciamento Dinamico. Uno Zen ruomoroso e pittoresco del tutto anti-ieratico per vecchi Europei disincantati.
«Sembra facile fare un buon caffè…»

Il desiderio di cambiare è comune fra gli esseri umani e spesso non viene neppure precisato, dandolo ingiustamente per implicito, che per “cambiamento” si intende in meglio.
Che questo non sia affatto scontato non è così banale, infatti è molto discutibile che cosa si intenda per “meglio”.
La Programmazione Neurolinguistica (PNL o NLP che dir si voglia), e non solo lei, usa una vecchia tecnica per chiedere al cliente di definire con maggiore precisione possibile l’obiettivo auspicato. Non basta dire “voglio cambiare”, ma occorre sapere rispondere con argomenti concreti, ovvero adducibili ad almeno uno dei cinque sensi, alla domanda: «Da che cosa ti accorgerai quando avrai conseguito il tuo obiettivo?».
Inizialmente è molto probabile che il cliente risponda: “Perché starò meglio” oppure “Perché non avrò più quel problema”, tuttavia questo non sarà che l’inizio di un percorso non proprio brevissimo per proseguire con le domande fino ad arrivare magari a domandare: “Di che colore sarà, che tonalità avrà, che temperatura ti farà provare…”. Si arriverà a domande di questo tipo solo dopo averne attraversate diverse altre più intuitive e generali.
Questo percorso, però, non basta. Occorre proseguire con un’altra indagine di natura ecologica riguardante le retroazioni, gli effetti indotti, ovvero la dimensione ecosistemica o ecologica del cambiamento. Si chiederà inizialmente chi beneficerà della trasformazione individuata, ovvero dei concreti fenomeni descritti precedentemente, ma subito dopo anche chi avrà conseguenze peggiorative per questa e quindi chi ha ragione di osteggiarla e come avverrà l’una e l’altra situazione.
A questo punto, se condotta con metodo stringente, sarà probabile che l’obiettivo si trasformerà in qualcosa che non è necessariamente “meglio” e neppure “peggio”, ma semplicemente un “come” con tutte le problematiche gestionali che ogni “come” comporta.
Omeopatici o allopatici?
Abbiamo già visto che il nostro auriga (in questo caso l’alter ego rappresentato dal counselor) dovrà governare istanze di tipo diverso: una tendenza ad un “sicuro” immobilismo (quindi cambiare senza che niente cambi davvero), da un lato, e un’inquietudine desiderosa e insoddisfatta, dall’altro.

Facilmente la domanda portata sarà banalmente quella di togliere quello che dà fastidio e/o aggiungere quello che pensiamo ci manchi.
Possiamo a questo punto distinguere fra problemi di tipo 1 costituiti da situazioni che richiedono una semplice tattica in grado di superare in qualsiasi modo l’ostacolo. Questo tipo di problemi non vengono portati comunemente in consulenza in quanto in genere trovano soluzioni comuni molto più rapide e facili. Quando arrivano a noi perché verosimilmente celano un problema di tipo 2, ovvero quel qualcosa che verrebbe fuori da un’indagine come quella espressa nel paragrafo precedente.
Se nei problemi di tipo 1 può bastare una sana cura diretta, lineare o allopatica, il cachet che fa passare il dolore, nei problemi di tipo 2 occorre mettere in moto il processo celato sotto il sintomo. E non si tratta di fare i cacciatori delle cause nascoste per comunicarle al cliente come nelle tecniche ermeneutiche tradizionali, ma di fare in modo che emerga dal cliente stesso con le sue parole e le sue sensazioni; con il suo schema di valori e con tutte le convinzioni ed impliciti.
Il più delle volte questa situazione viene alla luce allorquando emergano le contraddizioni su cui poggia lo stallo.

Un gioco a scacchi
Quasi tutte le situazioni croniche, siano esse di natura corporea che mentale, hanno alla radice una situazione di stallo.
Nel gioco degli scacchi, lo stallo è il termine con cui si indica la situazione in cui un giocatore non ha a disposizione mosse legali effettuabili pur non trovandosi sotto scacco. Lo stallo determina la fine immediata della partita con il risultato di patta e spesso il giocatore in netto svantaggio di materiale o di posizione, può cercare di trovare una situazione di stallo per evitare la sconfitta.
Non posso stare con lui/lei ne senza di lui/lei e quindi mi blocco in un non-spazio, non-tempo o non-identità: una non-storia, un time out dove processi ed energie si autofagocitano e/o fermentano, vanno a male. Più a lungo ci si trattiene in questo stallo e più lunga e pesante sarà la possibilità di cambiare.
A lungo andare lo stallo può costituirsi in identità e quindi la propria biografia si trasformerà, per usare un esempio molto comune, in quella del beautiful looser. Che renderà anti-economico o addirittura distruttivo un reale cambiamento, lasciando aperta solo la possibilità di un perfezionamento della nuova immagine seppure di natura secondaria (Il processo secondario, secondo Freud, aveva la funzione di controllare, dirigere, limitare, rinviare e deviare i processi di pensiero secondo le esigenze dell’impatto con la realtà. Il pensiero cerca di raggiungere l’oggetto che dà soddisfazione attraverso una via più lunga, mascherando sia coerenza che nessi spesso contorti tra pensieri rappresentazioni finendo per scendere a patti con il principio di piacere, ovvero generando perversioni emotive e/o cognitive).
Nel prossimo episodio faremo alcuni esempi abbastanza coloriti e scandalosamente inaccettabili di interventi clinici o di counseling attraverso il metodo DBM© (Dynamic Balancing Method) e se fino a qui potevi pensare che fosse un vaniloquio vedrai che invece è un vero delirio furioso.

La crescita personale (counseling/coaching) e di gruppo (quindi anche organizzazioni…) si realizza attraverso processi di stabilizzazione (pacificazione, gratitudine, perdono…) mediazione e provocazione (rottura di schemi, paradossi, affrancamento dall’Io…)

Cocaina? Eroina? Psicofarmaci?
Per quanto queste ti imprigionino nessuna di esse è la peggiore.
La droga più potente l’abbiamo dentro di noi.
La nostalgia non ci abbandona mai.
Per quanto sappiamo che tutto in questa vita è solo illusione, non possiamo evitare di provare nostalgia.
Abbiamo nostalgia della gioventù anche se è stata un coacervo di fantasie senza senso e di dolori che ora minimizziamo solo perché sono stati superati – anche se spesso solo in parte.
Proviamo nostalgia dei nostri cari, di un amore senza consistenza, di quel lavoro che ci ha lasciato poco, e così via.
Nell’al di là le anime faranno una fatica infinita ad evitare nostalgia dell’esperienza del mondo e, per quanto sappiano che si tratta solo del regno di Maya, della malia, dell’illusione come il sogno di una fumeria d’oppio, non potranno evitare il desiderio di tornarci, come le falene attratte dalla luce della lampadina che pure le brucerà.
Siamo come quella moglie di Lot che, pur sapendo che verrà trasformata in una statua di sale, non resiste al desiderio di guardarsi indietro avvinta dal rimpianto di Sodoma e Gomorra che stanno bruciando distrutte dall’ira di Dio.
Guardati dalla nostalgia; impara a vincerla oggi mentre sei nella realtà perché domani potrai non riuscirci più.

Il primo evidente traguardo raggiunto da Amazon grazie ad Alexa si scopre essere quello di aver riportato le persone (i miracoli non li fa neppure Echo) ad usare il vocativo.
P.S.: In alcune borgate fanno raccolta firme per aggiungere l’appellativo “Ohu”, dagli apericena si suggerisce “Tipo”, mentre per i panchinari sarebbe meglio “Yo” o “Minchia”.

Quando trentacinque anni fa, circa, scrissi un articolo per la rivista di Alessandro Meluzzi Essere Secondo Natura in cui mostravo la similitudine fra le tecniche paradossali della psicoterapia sistemica con il metodo su cui si basa l’omeopatia ero troppo giovane per esprimere quello che intendevo senza sentirmi in dovere di tirare in ballo mille teorie e ricerche al punto da rendere quel testo confuso e illeggibile.
Oggi, tra teorie dei campi e abuso dei quanti, abbiamo più teorie che esperienze. Teorie che valgono ben poco in quanto quasi mai generano pratiche, mirando per lo più a trovare una giustificazione aulica ad effetti conclamati ma senza l’agognato bollino della comunità scientifica.
Per quello che va detto possono bastare poche parole.
Le informazioni producono trasformazioni. Queste possono tradursi in comportamenti come pure in effetti somatici. Nel caso in cui queste trasformazioni si verificano in caso di malessere percepito nel corpo come pure nelle emozioni o nel ragionamento possiamo parlare di un intervento terapeutico. Nello stesso modo, gli strumenti per comunicare informazioni trasformative possono essere di natura comunicativa, comportamentale, come pure energetica o materiale. Quello che cambia è sostanzialmente la strategia e il processo utilizzato da chi opera con questi strumenti sulla base di quanto e quali sono quello che si conoscono.
Per troppo tempo si è lavorato con logiche e conoscenze basate sulla quantità: sia sotto il profilo della materia (il dosaggio del principio attivo), sia come energia (l’erogazione di frequenze o il numero di ripetizioni).
Quello che va detto è che:
L’informazione non è materia e non è energia: è informazione e basta e non richiede di essere ricondotta ad altra natura. Al massimo potremmo dire che l’informazione è coscienza (per altri schemi cognitivi si direbbe spirito).
Personalmente preferirei evitare la questione delle appartenenze, ma temo che non verrebbe accettato. La fisica più avanzata sta andando oltre queste distinzioni obsolete, ma alla fine anche a questi scienziati tocca ritornare a esprimersi in questi termini.
Il fatto che non esista “l’informatone” ovverosia l’unità quantificabile dell’informazione in quanto questa è di natura qualitativa e non quantitativa (il cui correlato in questo caso potrebbe essere il bit, il byte o altre unità di misura oggettuali, in questo caso chiaramente riducibili in materia o energia), non significa che non esista.
In ambito genetico la teoria del meme, ancorché perlopiù nient’altro che descrittiva, ha fatto da apripista al cambiamento epistemologico indispensabile per accedere allo studio di una dimensione alternativa ulteriore a quelle finora consolidate di materia ed energia.
L’informazione è il sapere del “come” invece che quella del “cosa”. Il come è descrivibile ma non quantificabile, in quanto la somma delle parole utilizzate non definisce in nessun modo la comunicazione. Questa si esprime nel rapporto esistente tra:
e fra
a. Spiegazione / Diagnosi
b. Apparato significante (teoria, universo simbolico)
b. Strategia (piano operativo, risorse-vincoli)
4. Sistema di riferimento / ecosistema
5. Previsione / Effetto atteso
Ebbene, l’omeopatia proprio come l’ipnosi o le terapie sistemiche e molte altre pratiche su cui non mi soffermo, non ha a che fare con aspetti massivi, ovverosia di quantità oggettuale, materiale tanto cara alle professioni tradizionali, ma nemmeno con quelli energetici sottili cui fanno ricorso – a torto o a ragione – gli scienziati “divergenti”. Si tratta di un metodo basato sulla risonanza, esattamente come quella che avviene fra due diapason quando le frequenze siano prossime fra di loro.
Il problema di spiegare in termini di scienza tradizionale o non come funzionano l’omeopatia o altre pratiche è un bisogno legittimo di chi si occupa di scienza, ma non di chi si occupa di omeopatia.
Certo, sia omeopati che sistemici hanno la necessità di schemi di riferimento, ma il loro sapere non si riferisce alla cosa in sé, alla realtà o alla verità, ma a dei riferimenti teoretici più attuali di tipo situazionale: modelli e pattern.
Dovere giustificare le tecniche e i metodi dell’informazione in chiave di energia e materia fa perdere la dovuta concentrazione e impegno al corretto approccio epistemologico di una ricerca che deve fare riferimento ad uno schema di spiegazione basato sulla coerenza interna di legittimazione euristica.
Ahimè, so che a questo punto ho già perso quasi tutti i miei già scarsi lettori, ma, per fare un esempio, va ricordato che non si somministra arnica “contro i traumi” ma quando è il contatto a produrre sofferenza, così come aconitum non è “il rimedio contro la febbre, ma l’informazione necessaria per fare percepire “in modo subliminale” all’ecosistema-paziente lo stato glaciale di perdita di energia in cui versa.
Qualcosa del genere si fa anche in psicoterapia. Da un punto di vista cognitivo la situazione il più delle volte è nota al destinatario; ma non al corpo, non al sistema che genera il disagio, non all’inconscio. E soprattutto non viene trasmesso con il codice riconosciuto dal corpo, dalle emozioni, dall’inconscio. Sia nell’una che nell’altra un’importante efficacia è costituita dalla reazione ad un necessario peggioramento funzionale iniziale.
Per trasmettere l’informazione di cambiamento occorre che il sistema inconscio percepisca una proiezione del peggioramento, un messaggio sul trend patologico che interrompa il ciclo di adattamento alle condizioni penalizzanti caratteristico della cronicità. La reazione a questo messaggio è indicativa del fatto se sia possibile una reale ristrutturazione risolutiva (il cambiamento, la rottura dello stallo – non il trauma, ma il loop – che costituisce il fondamento della cronicità, l’ostacolo al processo evolutivo) o se l’unica risorsa sia quella che Hahnemann chiamava la cura “palliativa”, ovvero la riduzione della sofferenza in assenza di possibilità di trasformazione.

I simboli fondamentali della Nuova Omeopatia di Erich Körbler
Infine, perché mai questo non potrebbe avvenire attraverso l’utilizzo di schemi o simboli, come quelli della Nuova Omeopatia di Körbler anche se imputati ad un’origine radionica (e pertanto “energetica”)?
La vera difficoltà nell’utilizzo dei simboli non è la spiegazione del “perché” questi funzionino, ma piuttosto è il come vadano usati che presenta ancora molte lacune.
Quando ci potrà concentrare su questi aspetti nella massima libertà si potrà anche ragionare su delle serie teorie e pratiche di un sapere trasformativo basato su modelli sostanziali, energetici e relazionali dell’informazione.

La Pulsatilla è un fiore molto particolare: di basso profilo e all’apparenza delicato, pur essendo del tutto originale e particolarmente bello, vive radente il terreno spesso in radure montane esposte al vento. La sua peluria e le foglie anch’esse irsute tengono al caldo i petali violetti cangianti.
Presente in alcuni rimedi erboristici compreso la nota Soluzione di Schum, si usa soprattutto in omeopatia e lì la si trova spesso associata alla tipologia femminile piagnucolosa e pudibonda.
Non so perché certe tipologie abbiano preso piede nella letteratura omeopatica, ma personalmente le trovo particolarmente fuorvianti.
È vero che questo rimedio si abbina facilmente ad una certa tendenza alla timidezza, ma questa non è certo meno frequente fra i maschi che fra le femmine, così com’è normale che lo sia più fra le persone inclini a fantasticare o ad un certo romanticismo, come pure all’idealismo.
È anche facile che una persona così provi un forte legame con la famiglia d’origine senza tuttavia che questo significhi che ne abbia dipendenza.
Trovo piuttosto che sia significativa un certo bisogno di sicurezza e di protezione che porta queste persone ad evitare di esporsi, di uscire dalla “tana” nonostante lo desiderino molto e lo facciano costantemente con la fantasia. Si tratta di casi di “Sindrome Salgariana”, lo scrittore di avventure che ha descritto con enfasi paesi lontani senza essersi mai mosso dalla sua città.
Per questo un utilizzo fra i più importanti di Pulsatilla omeopatica si dà in caso di malanni che si presentano quando la persona è in ambienti chiusi dove il conflitto fra la prigionia trasognante e il timore – o la pigrizia – a risolversi per uscire all’esterno (dove non di rado si tende a raffreddarsi con una certa facilità vista la scarsa capacità di termoregolazione) si esprimono con allergie soprattutto respiratorie, ma anche con stasi circolatorie (la circolazione che sottende al movimento e al cambiamento).
In definitiva, la lentezza a trasformarsi e la tendenza ad autointossicarsi nell’aria viziata della propria fantasticante gabbia dorata fa di Pulsatilla un rimedio che sostiene la resistenza e il coraggio di cambiare, la forza di cambiare l’immagine di se stessi, il bisogno di controllare (del terreno sicotico hannemaniano) a cui si ricorre soprattutto in primavera e nelle fasi di crescita e di mutazione strutturale (come il cambio di lavoro, di casa, di famiglia, di scuola, di città…)

Mi sembra di stare assistendo ad un certo rimescolamento delle appartenenze: fra i gruppi giovanili, intanto, ma anche fra adulti e nella terza età.
Intendo dire che se un tempo le appartenenze, non solo sociali, ma anche di gusti o di pensiero, erano così distinte che ognuno frequentava i suoi cosiddetti simili, noto che non è affatto strano, non che non sia più così, ma che diversi membri di contesti amino incontrare gente al di fuori delle solite appartenenze.
È come se la vena aurifera del clan fosse in esaurimento, che ci si stancasse dei soliti discorsi e si sentisse bisogno di rimescolare le carte, di scompaginare le abitudini e gli impliciti.
Ci si cerca e si prova a riconoscersi soprattutto tra insoddisfatti positivi e cani sciolti non-di-mestiere.
Ci si dice: “Ci troviamo per un caffé?” fra astanti o partecipando a chat o commentando sui social, come pure al break di un improbabile evento (fatti che un tempo avvenivano soltanto in presenza di motivazioni sentimentali, mentre ora queste passano in secondo piano rispetto alle amicizie e all’allargamento dei gruppi).
Questo potrebbe voler dire nuove frange generazionali più libere, aperte e illuminate; ma anche la comprensione che le spiegazioni, tanto quelle dei conservatori che degli innovatori non hanno più valore.
È la matrice di sense making sociale ad essere indebolita, assottigliata, sfilacciata, strappata.
I grandi numeri subiscono la devastazione della legge di Pareto del 20% di una popolazione con l’equivalente delle risorse dell’80%, ma anche di quei termini assoluti che stanno vedendo il genere umano superare la soglia di sostenibilità planetaria, raddoppiando nell’arco di una generazione il numero conseguito in tutte le altre.
Qualcuno cerca di salvarsi da tutto questo e lo fa uscendo dagli schemi.
Si riaccende una speranza: tifiamo per loro, di qualsiasi età essi siano!

La scienza è diventata una narrazione pletorica a somma zero. E questo non è neanche male, anzi…
Molto meglio ragionare per generi e romanzi che per univocità.
La scienza è varietà e quasi mai il presente è in grado di valutare la validità dei discorsi scientifici: è il loro divenire, l’accoppiamento strutturale con la Storia del mondo a segnare, non il valore o la veridicità, ma l’aderenza al sentire delle persone e dei popoli.
Un giorno questo sentire cambierà e potremo riconsiderare come verità nascoste antichi racconti o poesie più o meno scientifici, ma questo sarà dettato, non dalla teoria, ma dall’affinità, dall’empatia, dalle ridondanze dell’accoppiamento strutturale.
Che la terra sia piatta o rotonda conta meno di quello che con questa idea ci si può fare. Se non fosse servito per spiegare nuovi mondi la storia sarebbe potuta rimanere tolemaica senza che nessuno avesse a che lamentarsene.
Versione Mindly (si legge con app esterna gratuita)

Markdown
Byword
Latex
Notepads
Nota 1
Gingko (solo on line)
Nota 2
Ulysses
Scrivener
Nota 3
InDesign
Microsoft Word
Apple Pages
Slack
Microsoft Teams
Trello
“Focus To-Do: Pomodoro Timer & To Do List”
Nota 4
Todait – Smart study planner
Nota 5
Instapaper
Newsreaders
Flipboard
Craiglist
Feedly
Nota 6
Endnote
Nota 7
Mendeley
Nota 8
myBib
Nota 9
EBSCOhost
Nota 10
MyMLA
Nota 11
iSource
Nota 12
EasyBib
Nota 13
NDLTD Search
Nota 14
Academy
Fonti unipd
Nota 15
Luiss
Nota 16
Copernic Desktop Search
Wolfram Alpha
Fonti unipd
Nota 17
UniPi
Nota 18
AIB
Nota 19
Nota 1: Notepads
Mac, Windows, iPad, iPhone – compatibile con qualsiasi programma di text editing
Nota 2: Gingko
Solo on line
Nota 3: Scrivener
Scrivener – App molto famosa usata dalla maggior parte degli scrittori. Si tratta di un editor di testo efficiente e ben strutturato che consente di raggruppare in maniera pratica e veloce i propri scritti permettendo di organizzarli in paragrafi e facilitando la revisione del lavoro finale Mac, Windows, iPad, iPhone
Nota 4: “Focus To-Do: Pomodoro Timer & To Do List”
Consulta “Consulta “Focus To-Do: Pomodoro Timer & To Do List”
https://play.google.com/store/apps/details?id=com.superelement.pomodoro”
https://play.google.com/store/apps/details?id=com.superelement.pomodoro
Nota 5: Todait – Smart study planner
Consulta “Todait – Smart study planner”
https://play.google.com/store/apps/details?id=com.autoschedule.proto
Nota 6: Bibliografie
Endnote
EndNote è un utile strumento per la realizzazione di ricerche di mercato. Grazie a questa app è possibile organizzare e creare le proprie ricerche e trovare informazioni sempre aggiornate, collagandosi alla libreria interna in qualsiasi momento.
Nota 8: Mendeley
Mendeley
Mendeley è una biblioteca tascabile, con la quale è possibile portare con sé migliaia di file PDF. L’app dà la possibilità di leggere e fare annotazioni anche mentre si è in viaggio, sincronizzando tutto tra iPhone, iPad e la versione desktop di Mendeley (disponibile per Windows, Mac e Linux).
Nota 9: myBib
myBib
myBib è un ottimo tool per la gestione mobile delle bibliografie. Basta inserire un codice ISBN, attraverso la scansione del codice a barre o inserendolo manualmente e tutte le informazioni aggiuntive come titolo, autore, editore verranno aggiunte automaticamente nella libreria mobile.
Nota 10: EBSCOhost
EBSCOhost
EBSCOhost è un’enome bancadati che raccoglie le tecnologie più utilizzate nello studio e le più comuni risorse informative online, sia gratis che premium.
Nota 11: MyMLA
MyMLA
MyMLA è un buon “compagno di avventure” per tutti queli studenti, ricercatori e studiosi che hanno bisogno di utilizzare lo stile MLA (Modern Language Association). Si tratta dello stile più è più comunemente usato per scrivere documenti e citare fonti all’interno di eleborati accademici. Questa risorsa offre diversi esempi per la formattazione di documenti di ricerca, realizzando citazioni, note di chiusure, appendici, e bibliografie
Nota 12: iSource
iSource
Scrivere una bibliografia può essere difficile. Tenere traccia delle proprie risorse e citazioni e formattarle tutte omogeneamente può essere addirittura scoraggiante. Così iSource offre un servizio di formattazione rapido delle voci bibliografiche e delle citazion. All’interno dell’app è possibile inoltre consultare un elenco delle regole di formattazione più comuni e una guida di riferimento
Nota 13: EasyBib
EasyBib
Con l’app EasyBib è possibile creare accurate citazioni in stile MLA , APA , e Chicago in pochi secondi attraverso la scansione del codice a barre del libro che si intende cittare, oppure attraverso la digitazione del titolo del testo. Oltre a questo servizio, EasyBib offre la possibilità di archiviare ed organizzare le proprie citazioni in una specifica area di gestione interna all’app
Nota 14: NDLTD Search
http://search.ndltd.org/
Nota 15: Fonti unipd
http://bibliotecadigitale.cab.unipd.it/news/ti-servono-libri-e-riviste-per-la-tesi-e-non-sai-dove-cercarli-vai-su-moodle-sba-e-scoprirai-come
Nota 16: Luiss
https://biblioteca.luiss.it/guide/come-si-scrive-una-tesi-di-laurea
Nota 17: Fonti unipd
http://bibliotecadigitale.cab.unipd.it/news/ti-servono-libri-e-riviste-per-la-tesi-e-non-sai-dove-cercarli-vai-su-moodle-sba-e-scoprirai-come
Nota 18: UniPi
https://www.sba.unipi.it/it/biblioteche/polo-5/ingegneria/servizi/ricerca-bibliografica/scrivere-una-tesi
Nota 19: AIB
https://www.aib.it/aib/contr/barazia1.htm

L’io non esiste al di fuori della prima persona del predicato verbale
Non è altro che una delle prospettive attraverso le quali la vita guarda a se stessa.

Domandare quanti anni riguardo alle reincarnazioni o alle vite è come discutere dei giorni di apertura del luna park con il padrone delle giostra a cui invece interessano solo il numero di giri che si hanno a disposizione.

Si è fatto un gran parlare dei neuroni specchio al punto che, più della connotazione neurologica, oggi come oggi prevale il valore di metafora.
Si tende ad affermare che queste cellule forniscono la spiegazione per l’empatia. La simulazione imitativa nel laboratorio mentale fa sì che si sperimentino i vissuti dell’altro nel nostro corpo.
Questo andrebbe bene in una situazione inedita, tuttavia che cosa succede quando la simulazione avviene in uno schema consolidato?
Una situazione simile è quella della coppia. Senza neppure ricorrere alle neuroscienze si possono ritrovare degli esempi nello studio condotto da Bandler e Grinder sulle tecniche di terapia della famiglia utilizzate da Virginia Satir. “Se tu me lo dici con quella voce…”, con quello sguardo, facendo quel gesto e così via: il correlato modale (tono di voce, espressione, gesto…), contrariamente a quello che tutti sosterrebbero, nella comunicazione di coppia assume più valore del “testo”, del contenuto della comunicazione.
Quando il partner vede, ascolta, prova le sensazioni della nostra comunicazione assume come senso quello della simulazione nel contesto, nel laboratorio della propria persona. Quest’ultima tuttavia è ben lungi dall’essere “vergine”: precedenti rapporti, amicizie, le comunicazioni nella famiglia d’origine accoppiano il rispecchiamento in un pattern di significato ibrido, tutt’altro che puro come potrebbe essere un laboratorio sperimentale.
Se questo può essere vincente durante l’innamoramento contribuendo a generare il lampo di quel “colpo di fulmine”, è anche vero che può dar luogo ad un’infinità di errori: dalla scelta della persona all’attribuzione di intenzioni il più delle volte ignote al comunicante.
In poche e povere parole: quasi mai quello che pensi essere il senso del paraverbale di tuo marito, moglie… e perfino figlio o madre e padre è “auto evidente”. Solo chi rifiuta il confronto verbale sereno e tollerante ha sicuramente torto. Come dire che il più della volta, almeno nella coppia, hanno torto entrambi.

Clear Sky, 22°C
*Adeo ut, omnibus satis superque pensitatis, denique statuendum sit hoc pronuntiatum, Ego sum, ego existo, quoties a me profertur, vel mente concipitur, necessario esse verum
Cartesio, ma il pensiero esiste prima della sua espressione linguistica?
E, se sì, di che cosa è fatto?
(Le neuroscienze direbbero: "impulsi nervosi" ma questo non sarebbe che risolvere il problema con un altro linguaggio artificiale, un pronipote di quello originario)


Scattered Clouds, 10°C
Due comportamenti possono essere appresi da bambini:

Overcast Clouds, 25°C
Il mondo sta diventando troppo complicato, tanto complicato che, non solo i meno giovani, ma tutti quanti avremmo bisogno di un badante – che poi però non sapremmo come pagare.
Inoltre, una volta che avessimo il badante, anche lui o lei – soprattutto se venisse messo in regola – avrebbe a sua volta bisogno di un badante che a sua volta non saprebbe come pagare.
Si accettano suggerimenti – rigorosamente NON-ONLINE!!!

La cellula, nel suo piccolo pensa. E mentre muore, colpita dall’ago di una siringa, schiantata in un orgasmo o ghigliottinata dal tagliaunghie, probabilmente in quel momento avrà una teoria – atea o religiosa che sia poco importa – sulla sormontante galassia-mammifero.


Si può essere attori eccezionali di un film orrendo.
A volte questo ti trascinerà in basso con lui, altre ti metterà ancor più sta n evidenza grazie al contrasto, ma tanto l’una che l’altra conseguenza dovranno lasciarti imperturbabile se non vorrai finire prigioniero di un karma perverso.
Fai la tua parte per conoscerti meglio, non per farti conoscere in un mondo che ti ha già dimenticato prima ancora di cominciare.
Non sempre il fine giustifica i mezzi: in molti casi il piacere di un viaggio rende la meta solo un pretesto.

Tutti i tuoi pensieri sul giusto, lo sbagliato, il bene, il male, il giudizio universale, ateismo o confessioni sono solo rumore, soffio sottile dello spirito nella sua compassionevole indifferenza.
L’anima si posa su di lui per vestirne la cruda luce degli attributi dell’esperienza, ma solo in pochi, per di più non di rado a caso, l’hanno conservata così bene da non richiedere un’ulteriore vita per riprovarci. Non è questione di bene o di male ma di grazia ed equilibrio.
Più esile dell’ala di farfalla è il velo d’organza dell’anima e richiede un’esperienza del vivere nella carne e nel mondo che sia multicolore e innocente sia di peccati che di meriti come polline di fiori che si posi con permanenza e arte ma senza peso alcuno.
Chi di noi ha vissuto con intensità ma senza peso, né di male né di bene, né di rifiuto né di desiderio, né di fuga né di attaccamento?
Ciononostante, a volte è l’anima stessa ad aiutarci, perdonandoci con la sua resilienza se solo sapremo trovare la bellezza riposta nella sue peculiari debolezze e fragilità.
L’anima è come una bambina down e noi di fronte alla morte non dobbiamo desiderare altra figlia, moglie, madre che lei, non per sacrificio o rinuncia, ma per gratitudine verso la luce di gioia e semplicità così perfette da oscurare ai nostri occhi ogni altra forma e creatura.
Un’attrazione armoniosa, uno dei vari possibili matrimoni mistici, il matto dei tarocchi sulla Via della Perla.

Un tempo, quando non usavano ancora gli smartphone con l’asta, i turisti orientali erano celebri perché facevano le loro vacanze zippate portando con se bazooka fotografici con cui scattavano autentiche vagonate di foto. L’italiano medio che al tempo a malapena usava le Kodak Instamatic ma per lo più passava il tempo ad abbronzarsi pigramente con letture impegnate, dalla Gazzetta dello Sport a Novella 2000, si chiedeva perché mai lo facessero e perché invece non si godessero il panorama riposandosi pigramente. A lui apparivano come degli autentici travet delle località turistiche. Il fatto è che avevano poco tempo per percorrere il maggior numero di località e, con il manuale delle istruzioni geografiche sottobraccio, dovevano incamerare il più possibile. È vero, era estenuante il viaggio, ma la vacanza vera e propria cominciava poi quando arrivavano nelle boom-town patinate. A casa avrebbero potuto ripercorrere con calma tutti i luoghi visitati, comodamente distesi nelle sdraio dell’alloggio, soffermandosi su moltitudini di dettagli come solo un orientale può essere in grado di fare.
Un ciclista solitario può avere affinato fino all’ossessione il proprio piano di percorso, acquistato la migliore bicicletta e l’abbigliamento più adeguato, studiato tutti i dettagli delle strade, perfezionato allenamento, riscaldamento e dieta; poi infine si è lanciato nella sua corsa, ha attraversato difficoltà e imprevisti ed infine è arrivato alla fine e ha preso il tempo che gli è servito.
Ecco. Ora ha fatto tutto. È vero che c’è il ritorno che forse rappresenta la parte meno soddisfacente, però in questo momento è lì, fermo, seduto sulla pietra accanto alla lapide dedicata a Coppi davanti alla Casse Déserte. Che cosa fa? Finalmente il silenzio! Finalmente la calma. Finalmente il vuoto mentale. Riavvolge il nastro. Ripercorre tutto quello che c’è stato prima di arrivare lì. Non c’è nulla da modificare, almeno adesso. Poi ci penserà. Tornando a valle ripercorrerà ogni curva e ogni rettilineo verificando che cosa è successo e che cosa avrebbe potuto succedere e nelle pause durante le ore lavorative o nel fine settimana lavorerà ancora sui dettagli, ma non è questo il momento per farlo. Ora tace, guarda lontano, sorseggia dalla sua borraccia mentre pacatamente la strada fatta corre davanti ai suoi occhi, proprio come il film che aveva girato per tutto quel tempo.
Durante tutta la vita ci hanno insegnato che quello che facevi era "per" qualcosa. Per il tuo futuro, per il tuo prossimo, per la carriera, per il paradiso, per fare del bene, per farti i tuoi interessi, per rimanere nella storia, per i tuoi pronipoti. E tu hai corso e hai corso, hai scattato foto e ne hai accumulate un’infinità. Per il momento non c’è più un dopo e soprattutto non sai chi sarai in quel dopo: di certo non più quel viaggio che è la tua identità e che alla fin fine si identifica con la tua storia. Non con il capitale, materiale o spirituale che sia, accumulato e fatto fruttare, ma semplicemente con quella storia. Rossella O’Hara si guarda indietro e scruta tutte le follie fatte fino ad allora, tutti i valori, le norme, le volontà… Il suo uomo se n’è andato infischiandosene e questo nei suoi presuntuosi presupposti non sarebbe dovuto accadere. Tuttavia è accaduto: è tutto accaduto. Lo sguardo si perde lontano ma non regge tutto il peso della percezione della trama (le 3 ore e 58 minuti del film, pressoché insopportabili per lo spettatore non dovevano sembrare nulla rispetto alle assurdità vissute). Era tutto successo così vorticosamente fino ad allora che non se n’erano neanche resi conto, ma ora con lo sfondo di quel tramonto infuocato arrivava la fatica di tutta quella massa infinita di eventi e lei non ce la fa; distoglie lo sguardo da ogni ricapitolazione e capitolazione e rifiuta di fermarsi: c’è Tara, la sua terra a cui pensare e lei la salva dal ritrovare quel peso.
La nostra identità è una storia, un racconto di milioni di pagine. Se ne apri una a caso potrai riassumerla tutta in poche parole, ma appena la apri da un’altra pagina il riassunto sarà sempre scarno ma di tutt’altro contenuto. Quindi milioni di pagine uguale milioni di riassunti, scarni, simili ma ognuno rivolto a una visione diversa.
Ennio non esiste: è solo la sua storia. Quando Ennio non ci sarà più rimarranno alcuni dei milioni di riassunti della storia ognuno diverso dall’altro sebbene tutti concordi di aver visto lo stesso film. L’anima o lo spirito - su questo dettaglio devo essere alquanto vago - andrà avanti e presto dimenticherà questa storia e con essa Ennio ben prima dei diversi riassunti rimasti sulla terra.
Quindi Ennio capisce che non c’è nessun "per" rivolto ad altro fine che non tessere una trama in forma randomica (una randonnée casuale) l’hai fatto per fare e perché non era ancora ora di morire. Ennio si ferma e guarda la sua trama: bella o brutta che sia è stata fatta con la sua complicità. Non è "da capire", non è stata fatta per una morale o per esportare un apprendimento in termini intellettuali - anche l’intelletto fa parte del trascorso. E allora perché? Perché leggi un libro? Perché guardi un film, ascolti un concerto, riguardi un quadro, specie quando li hai fatti tu? Perché questa sarà l’ultima volta che lo fai. Poi ti avrà stancato e non lo farai più. C’è altro a cui dedicarsi. Però ora che lo contempli in tutta la sua interezza è assoluto. Non c’è giudizio, quel che è fatto è fatto, è lì completa un figlio che appena nato è pronto a lasciarti e tu a lasciare lui. In questo momento la gioia e il dolore si toccano in uno spasimo estremo, ma anche nella pace più distesa e infinita dell’orizzonte stesso. È avvenuto. Me ne porto dietro il sapore. Un sapore di contemplazione e di nulla. Non esiste più alcun "per". Non c’è più bisogno di me. Non c’è più bisogno di nulla.
( Image: https://goo.gl/gTx9Av)

“Quando il bambino era bambino, non sapeva di essere un bambino, per lui tutto aveva un’anima e tutte le anime erano un tutt’uno. Si immaginava chiaramente il Paradiso, e adesso riesce appena a sospettarlo, non riusciva a immaginarsi il nulla, e oggi trema alla sua idea.
Quando il bambino era bambino, giocava con entusiasmo, e, adesso, è tutto immerso nella cosa come allora, soltanto quando questa cosa è il suo lavoro. Quando il bambino era bambino, le bacche gli cadevano in mano come solo le bacche sanno cadere, ed è ancora così, le noci fresche gli raspavano la lingua, ed è ancora così” (da Peter Handke, Elogio dell’infanzia)
Quanto sono belli questi passaggi e com’è bello il film di Wenders dove sono riportate, Il Cielo Sopra Berlino.
L’esperienza del corpo, della materialità per delle anime che provengono da una comunanza totale di spiritualità porta a desiderare di sentire se stessa nel corpo come se la sua identità fosse questa nuova ebrezza. Tuttavia, per essa non intende affatto perdere la gioia della comunanza che le appartiene in quanto spirito primigenio e comunità di anime. Però, quando per lo più inconsapevolmente le ritrova vestite di altri corpi e del sentire che è donato da questa immersione fisica, una volta superata la gioia dell’incontro, dell’amicizia, dell’innamoramento, dell’amore, della solidarietà che riscopre nel ritrovarsi in nuove vesti palpabili ed espressive, ecco che ognuno torna al bisogno di continuare a sentire con il corpo, di identificarsi in questa coppia come se l’abbinamento fosse una conquista, una carriera meritata e intoccabile. Disse quel Re o Imperatore che fosse a proposito della propria lustra corona nuova: «Dio me l’ha data e guai a chi me la tocca!». Poi Signora Morte gliela portò via dopo non importa quanti anni. Sciocco il bambino che non vuole scendere dall’auto nuova di papà che ha usato per andare al mare come se il viaggio stesse nel mezzo di trasporto per quanto eccezionale possa essere. Tuttavia, non è quella della morte l’esperienza peggiore che ci regala l’abitare il corpo. Quando gli amici ci lasciano, quando i sensi non ci donano novità, quando desideriamo tornare giovani perché allora i sensi e il corpo erano reattivi e soprattutto curiosi e inclini alla sorpresa per qualunque afflato di vento dimenticando quante paure e angosce si erano vissute da bimbi molto peggiori di quelle del vecchio, beh in quel momento scopri che per stare in questo corpo, sia bello e scattante, sia stabile e contemplativo, hai dovuto rinunciare alla comunanza originaria. Ora vorresti la botte piena e la moglie ubriaca, ma sai che questa possibilità è sempre stata un’illusione e una menzogna: è bellissima la tua Ferrari di fuoco, ma non avresti mai desiderato un corpo di metallo per quanto bello e ora capisci che questo rapporto stretto con il tuo sentire fisico, questa coppia tanto amata del guidatore con il suo bolide è solo finzione fantasiosa e neanche poi così bella perché le linee delle carrozzerie hanno un aspetto diverso dopo che ti sei abituato a quelle nuove. Quindi, attaccarti al tuo sentire, ad un film che una volta che ne conosci la storia ti annoierebbe rivederlo ancora e ancora, capisci che il prezzo di questa coabitazione è la solitudine, una profonda solitudine, quella dello spettatore che rimane l’ultimo a guardare la millesima replica nel rimbombo della sala deserta dopo che se ne sono andati tutti. Prima o poi dovrai uscire e sai che sarà bello ritrovare la gente per strada e tornare ad abbracciare gli amici di sempre, ma ti agganci al sedile e tieni duro anche se hai la nausea e non ne puoi più delle stesse battute e delle stesse inquadrature che non segui più. La solitudine è la pena molto prima della morte e pensi ormai che fuori del cinema e di quel film, di quel noioso Via col vento ci sia uno strappo ancora più solitario e angoscioso.
Ogni bimbo piange quando lo porti via dal gioco, ma la notte il suo riposo angelico è una delizia per chi può goderne e probabilmente anche per lui, nonostante non potrà comprenderlo se non quando si risveglierà nella luce del mattino accanto a tutti gli infiniti suoi cari nell’ovatta dell’anima senza tempo.