Tratto da Ennio Martignago Frammenti di un discorso pornografico (in lavorazione)
“Nulla come una certa immaginazione può farti conoscere meglio chi ti trovi davanti. La dovrebbero usare tutti gli psicoterapeuti e, più in generale, tutti quelli che hanno a che fare con le persone per incidere nel loro cambiamento. Naturalmente, io per cambiamento intendo la liberazione, altrimenti detta “uscita dallo stallo”, ma sono consapevole che per molti — forse per i più — vuol dire farli aderire ai tuoi scopi.
Certamente i più pruriginosi fra i colleghi sforneranno qualche onanistico termine sapienziale per affermare che si tratta di proiezione dei desideri dell’osservatore, di controtransfert libidinale o di identificazione proiettiva: “Personalmente me ne infischio” (cit. Via col vento).
Prova a pensare alla tua paziente o al tuo paziente e immaginateli nudi. Giovani o vecchi, normali o storpi, desiderabili o repellenti: questo deve riuscirti del tutto indifferente! Comincia a spogliarteli mentre ti stanno raccontando la storia che credono onestamente vogliono che tu senta. Poi immagina di sfiorare i loro corpi nudi e meglio ancora se non pensi di essere tu a farlo, ma un fantasma corporeo. Stimolali, vedi come reagirebbero e poi se vuoi abbracciali, stringili, falli godere. Osserva come godono, fino a che punto riescono a darsi o a prenderti. Cerca di sentire le loro perversioni. Forzali a provare quello che secondo te desiderano ma a proposito del quale non vogliono spingersi, anzi, dove rifiutano di spingersi e convincili a farlo.
Bene, in questo modo scoprirai che la loro sessualità è banale, che il loro darsi è uguale a quello di tutti gli altri e, peggio ancora, che ritengono di avere provato il meglio, l’acme da raccontare al bar o nel bagno dell’ufficio. Purtroppo, sarà difficile che tu scopra qualcosa di veramente desiderabile per te, niente più che una ginnastica da palestra erotica. Nulla di veramente pornografico nel senso spirituale, la verità della carne che ravviva l’anima, che sia in grado di allontanarsi dalla banalità del corpo che raccontano a se stessi. Può darsi che questo dipenda dai limiti della tua pudicizia benpensante o da quelli della tua immaginazione.
A forza di ripetere questo esercizio forse riuscirai a spingerti più in là, più nel contatto profondo.
La pornografia di cui i più sono capaci è quella che puoi trovare nei più stupidi filmini pornografici, non nel senso che intendo qui, ma in quello di una produzione alla Siffredi o 50 sfumature di marrone o di qualche pornhub.
Devi volere di più da loro!
Spingiti ben oltre del rapporto anale che credono essere i massimo della perversione. Arriva a quel confine dove i luoghi comuni di male e bene massimi che possono accettare possono essere infranti. Arriva a quella possessione che porta alla liberazione, ma stai attento perché il rischio più frequente è che tu stesso possa perderti in esso.
A questo punto capirai dove potrai lavorare con la loro anima, quella più vera, quella che estremizza il corporeo fino a riuscire a trascenderlo.
Questo punto lo ripeto, perché è davvero poco compreso, quanto invece è fondamentale:
Intensifica il corporeo fino ad indurre quell’estasi che porta a perdere di vista il corpo, che porta a superare la carne, perché è solo la chirurgia pornografica del corpo che può portare alla verità dell’anima, alle vere risorse trascendenti della persona!
Come ho detto, non sperare di cavarci troppo dalla maggior parte delle persone: la strada che potrebbero percorrere forse sarà accessibile solo dopo numerose vite. Si fermeranno probabilmente a quel vecchio imprinting che credono sia stato il massimo raggiunto con quell’uomo o con quella donna che impedisce loro di accedere a qualcosa di vero che la vita consente loro di sperimentare.
Ciò che è ancora più patetico è che, dopo quel rapporto che credono sia stato il massimo non hanno provato altro che tenere quella posizione o scimmiottare quel dato immaginario. Ma, nei fatti, la loro anima sì è fermata lì, in quel poco che hanno legato all’altro senza comprendere che quello che conta è quanto hanno compreso di sé. Se fossero mai riusciti ad arrivare ad un punto soddisfacente di quella impresa forse non cercherebbero altro. Non è neppure detto che scoprano questa esperienza attraverso un percorso tantrico creato con un’altra persona, ma quel che è certo è che ben difficilmente troveranno in altre persone uno spazio soddisfacente per proseguire la propria crescita che non abbinano a nessun altro che a se stessi.
A questo punto quello che è probabile se non addirittura sicuro è che saranno insoddisfatti dei rapporti che incontreranno da quel momento in poi.
In definitiva, l’infelicità pornografica che spesso si estingue in quel parto che Groddeck qualificava come il pene più grosso che hanno avuto fra le cosce, ovvero il neonato si esprime in due formule:
l’infelicità della persona banale dovuta al fatto di non potere più ripetere quegli atti sessuali provati in dei dati momenti con una data persona, spesso formulata come un capitolo chiuso in fondo poco importante (falsa coscienza)
l’infelicità della persona che cerca di più nella strada che ha appena compreso, di cui ha appena aperto l’uscio per spiare nell’oltre della propria spiritualità corporea che sarà sempre insoddisfatta perché incontrerà soltanto persone del primo tipo, ovvero persone banali ferme a quel primo imprinting frequentemente rimosso dal rancore o dall’affermazione di un’indipendenza dall’altro dal quale nei fatti non ha mai saputo liberarsi del tutto.
Il mondo della liberazione pornografica è un mondo opposto a quello che si crede, è un mondo fatto di una profonda solitudine spesso vestita di tranquillità famigliare. Oppure di quella solitudine decisamente più infelice di coloro che vantano di avere avuto tanti uomini o tante donne (che ipocritamente si dicono siano in fondo pochi perché intimamente si sentono ancora vergini) e non si rendono conto che ogni partner in più non aumenta la loro esperienza, ma anestetizza il corpo diventato insensibile dall’abuso inutile e prosciuga l’anima assieme alla disponibilità e alla capacità di guardare oltre, non per frequenza ma per intensità del risultato personale.
La conoscenza è una Filosofia del boudoir che apre le porte ad una solitudine che però può essere spenta o illuminata a seconda del coraggio che si ha di affrontarla fino in fondo:
Poche parole per dire che ho acceso un nuovo dominio. In realtà sono già due o tre anni che l’ho creato, ma è rimasto appeso in attesa di valutare il da farsi.
Qualche giorno fa pensavo a dove mettere dei post molto sintetici costituiti da suggerimenti, osservazioni e considerazioni sul mestiere del terapeuta, del counselor, del coach… che però possono essere utili anche a chi ha motivazioni nel gestire i rapporti interpersonali.
È sempre più difficile trovare una definizione per questo tipo di attività.
Pur essendo psicoterapeuta da anni, oltre che “naturopata” considero siano tutte pessime definizioni. Credo che l’idea di terapia sia fuorviante e perfino dannosa, non di rado gravemente dannosa. D’altronde, per quanto sia vero che fra counselor e coach ci siano non pochi pessimi improvvisatori, anche essere usciti dall’università e da costose scuole di formazione e da esami statali condotti da partigiani della loro disciplina e della parrocchia di appartenenza, avere a che fare con psicologi, psichiatri e terapeuti in genere non fornisce alcuna certezza. Per di più non tutti i curanderos vanno bene per tutti i questuanti (mi si perdoni l’ironia) e viceversa, sottoscritto compreso, ovviamente; quindi ognuno è costretto a farsi l’idea migliore possibile ai primi contatti.
L’idea che sta dietro alla proposta del sito conversationalcoaching.it è che tramite la conversazione, senza una diagnosi filo-medicale e senza nessuna tecnica di colonizzazione dell’altro si possano favorire aperture, crescite e cambiamenti. Naturalmente qui si troverà il mio modo di intendere “conversazione” e cambiamento e quindi anche un riferimento a delle tecniche, ma conoscerle non significa avere una pelle, ma solo dei vestiti. Ognuno potrà scegliere se e quali usare solo se faranno al caso loro.
Insomma, Conversational Coaching è un taccuino: non un trattato, né un libro, ma neppure degli articoli. Degli appunti di lavoro, piuttosto. Chi ha bisogno di capire meglio può sempre provare a domandare, commentare… conversare. 🥳😎🤗
Friedrich Nietzsche, Rudolf Steiner, Georges Gurdjieff
Ci sono delle esperienze nella vita che sono come un suono di trombe, che annunciano l’arrivo del re»
Giuseppe Leonelli
«Divieni ciò che sei!»
Il qui presente motto, «Divieni ciò che sei!», arriva al culmine della ricerca filosofica di Friedrich Nietzsche, quando durante la villeggiatura a Sils-Maria ebbe quella che si potrebbe definire un’illuminazione o una visione ispirata, quella che tutto è soggetto alla legge dell’Eterno Ritorno. Occorre però essere più precisi in proposito di quanto siano i luoghi comuni scolastici. Come ben spiegato da Pierre Klossowski in un libro dedicato al filosofo di Weimar, egli non parlava di un ritorno qualsiasi, come la reincarnazione, il karma o altre routine religiose, ma bensì di quello di un elemento preciso che definiva “il medesimo” e che per molti versi ricorda la variante metafisica dell’Unico di Stirner. Detto in altri termini non esiste un’evoluzione “narrativa”, ovvero qualcosa che prosegue per infinite varianti nelle varie fasi di un’esistenza e in quelle delle diverse esistenze, bensì di un perfezionamento simile all’Opera Alchemica che prosegue fino a giungere alla quintessenza dell’elemento, a quel punto ripulito, purificato, perfezionato dall’eliminazione di tutto ciò che non appartiene esclusivamente alla sua identità. Di vita in vita il medesimo ritorna per l’eternità e trascende se stesso nella ricordanza di sé espressa appunto dalla frase:
Divieni ciò che sei
Un percorso analogo se non addirittura identico lo troviamo nell’occultista, filosofo e guida spirituale Georges Gurdjieff. Egli usava una frase differente ma per molti versi assimilabile, il suo:
Ricordati di te!
Con essa egli intendeva che coloro che saranno in grado di evolvere in questa vita sono coloro in grado di recuperare l’identità che ha attraversato le esistenze, un percorso vicino a quello che Carl Gustav Jung chiamava il processo di individuazione, ovvero l’incontro con il proprio sé al netto dell’egoità (dell’egoismo e dell’egotismo, della maschera con cui ci presentiamo al mondo e dell’attaccamento al simulacro della propria persona. Per Gurdjeff l’attività di ricordanza e quindi di conoscenza di quel sé che vive nella consapevolezza della costante che è presente in tutte le trasformazioni che subiscono le nostre vite è la cosa più importante che possiamo fare e che ci mette anche in grado di agire, non come il mondo vorrebbe, da replicanti ciechi gregari di valori senza realtà, ma partendo dal ricordo, dal ritorno dell’anima che può fecondare di valore i nostri costrutti mondani e spirituali.
Infine per Rudolf Steiner era altrettanto importante l’esercizio della ricordanza retroattiva. Seppure egli insistesse perché durante la giornata ci riservassimo del tempo per risalire la nostra giornata gradualmente e meticolosamente a partire da quanto avvenuto il secondo prima fino al risveglio. Va da sé che se facessimo così, oltre ad aver bisogno di una seconda giornata o anche di più per rivivere del tutto la prima, ma soprattutto entreremmo in un loop perché poi ci troveremmo a ricordare di aver ricordato che si aveva ricordato di aver ricordato e così via. Il processo da lui individuato è ben studiato da Bernard Lievegoed e altri come Michaela Glöckler (si confronti anche l’interessante seminario sulla biografia tenuto da Marcus Fingerle al Centro per l’Antroposofia di Torino). Il percorso umano che secondo il padre dell’Antroposofia raggiungeva il suo culmine al quinto settenario (35 anni) e che per altri oggi si sarebbe spostato al sesto (42 anni) fino a quel momento mirerebbe alla realizzazione del proprio progetto nel mondo. Il che non dovrebbe affatto escludere che la consapevolezza del sé che si realizza dal ripercorrere la propria storia consente possa essere ricercata molto prima di quel momento, ma si dà di per certo che da lì in avanti essa debba diventare un lavoro pressoché quotidiano. Va chiarito con assoluta decisione che non si tratta affatto di un lavoro autobiografico, anzi… Proprio come ebbe a scrivere Foucault, l’opera omnia dell’autore (di un pensiero, di scritti, ma anche della vita personale al netto di tutto ciò) non è un continuum coerente, ma piuttosto lo zigzagare di una rana, la mossa del cavallo degli scacchi di contraddizione in contraddizione. Questo per quanto ha a che fare con la storia di quella che chiamo persona, ovvero la manifestazione temporale dell’essere umano attraverso le condizioni che incontra, proprio come un attore che passi di rappresentazione in rappresentazione rimane se stesso al di là dei ruoli che incarna. Nella vita, purtuttavia, chi più chi meno, ognuno di noi tende ad identificarsi soprattutto nell’ultimo di questi spettacoli e per lo più ricapitola quello che ha vissuto, ovvero la propria persona, sulla base di questo come se egli fosse sempre stato lo stesso Cyrano o lo stesso Faust. Il sé invece trascende le varie persone e la persona che sembra ricapitolarle.
La maturazione di una mentorship
Vi sarà certamente capitato di rivedere vecchie, se non antiche, foto. Passi quando eravamo quella cosa che chiamavamo neonato, ma quelle foto scolastiche alle elementari, alle medie, alle superiori e perfino all’università vi mostrano un altro dal te di oggi. È solo l’insieme mentale attuale a permettere di riconoscerti, ma quando le mostri agli altri in quasi tutti i casi si fa molta fatica quando addirittura non si rivela impossibile il riconoscimento. Se da giovani poi avevate l’abitudine di scrivere o se solo vi capita di incrociare i vecchi temi scolastici quell’estraneità nei confronti dell’essere di allora si fa decisamente netta. Tipicamente si fanno allora spalluce e con una risatina si dice: ma pensa che strano ma simpatico! Chi l’avrebbe mai detto? Invece proprio in momenti come questi dovremmo comprendere l’importanza di alcune cose:
Che dietro a quella persona esista un’anima presente alle azioni ma che non si identifica in esse
Che ogni interpretazione del copione scritto dal mondo aveva una volontà individuale in grado con maggiore o minore determinazione di influenzare e personalizzare gli eventi proprio come ogni attore di forte levatura ed esperienza caratterizza di sé ogni parte
Che il senso che deriva dalla ricerca di sé al netto della parte e quello che è presente in ognuna delle parti deve essere colto a fondo il prima possibile perché la vita può aver termine in ogni momento e occorre comprenderlo il meglio possibile prima di passare oltre.
Se questo ha un valore nella vita di ognuno di noi lo ha, mutata mutandis, anche per l’uomo al lavoro, per il professionista e per l’esperienza che è in grado di cogliere dalla sua storia lavorativa e dalle relazioni che vi ha vissuto nel momento in cui quelle trascorse hanno perso di importanza attuale, ma possono trasferire significato – o metasignificato – a chi in questo momento non riesce a cogliere la propria esperienza attuale in un’ottica prospettica, ma bensì assoluta, come se i modelli gestionali attuali fossero quelli più giusti rispetto al prima quanto verso il futuro. Oppure per far capire che l’innovazione e il cambiamento hanno solo un senso adattivo e nient’affatto progressivo.
Il posto del mentore nella trasformazione
Veniamo così all’aspetto più spiccatamente aziendale della riflessione. Ho sentito spuntare le parole mentor e mentorship quando insegnavo counseling e coaching ai corsi di ipnosi costruttivista forse una ventina di anni fa e sinceramente mi sembrava l’ennesima proposta commerciale per vendere consulenze. Ricordo che un’altra decina di anni prima Domenico De Masi, allora presidente dell’Associazione Italiana Formatori, aveva lanciato un’iniziativa per favorire l’incontro fra l’allievo formatore ed il maestro per il reciproco riconoscimento. Quella per me era una vera iniziativa di promozione di dei rapporti di mentorship, anche se non voglio dire che ci sia solo un modo per fare questo tipo di cose.
Ho rincontrato nuovamente il termine in azienda dove la mentorship veniva intesa come uno – scomodo – riconoscimento per dei capi che affiancavano i neo assunti in quello che oggi viene grossolanamente definito onboarding, Credo che niente sia più lontano dal senso dell’esperienza.
Il bravo manager ha in comune con il bravo coach una difficile scelta: Un signore dei tempi andati domandò al proprio medico personale, membro di una famiglia di guaritori, chi di loro fosse il più versato nella propria arte. Il medico, la cui reputazione era tale che il suo nome era diventato sinonimo della scienza medica cinese, rispose: “Il primogenito vede lo spirito della malattia e lo rimuove prima che prenda forma; perciò il suo nome non varca i confini della casa. “Il secondogenito cura la malattia quand’è ancora agli inizi; perciò suo nome non è conosciuto al di là del vicinato. “Per quanto mi riguarda, pratico l’agopuntura, prescrivo pozioni e massaggio il corpo; così talvolta il mio nome giunge alle orecchie dei potenti”. Tu cosa sceglieresti: la bravura o la fama? Una scelta veramente difficile! (da Il Franti | Appunti di uno psicologo delle organizzazioni e psicoterapeuta tra la riconquista della fiducia e la difesa dell’etica)
Il rimpianto Franco Battiato, fra le varie iniziative, tempo fa aprì una casa editrice chiamata “L’ottava” fra i cui libri, uno più importante dell’altro, pubblicò le memorie di un giovane ospite del Prieuré di Fontainbleu-Avon che intitolò La rasatura del prato e la costruzione di sé, dove si racconta come il maestro per insegnare al giovane adepto indicava di giorno in giorno dove e come doveva rasare il prato, un’operazione utile anche se in fondo probabilmente non interessava a nessuno. Quell’attività, tuttavia, permise al giovane di fare pulizia dell’inquinamento che la sua vita aveva imposto alle sue emozioni e quindi alla sua mente.
Oggi più che mai ci sono due necessità formative ma soprattutto strategiche nelle organizzazioni:
La prima e la più difficile consiste nel disimparare quello che si crede di sapere. Questo processo ha due lati: il primo rivolto a chi conosce troppo il proprio lavoro e la propria azienda. Ricordo ad un corso fatto 35 anni fa un partecipante che nei commenti di chiusura commentava che aveva ormai visto tutto dall’alto della sua quarantina d’anni e che nulla ormai lo avrebbe più sorpreso. Ricordo che quando fu il mio turno raccontai un mito ebraico dove Satana riprendeva il Creatore perché aveva favorito un essere infimo come l’uomo per governare la sua creazione. Egli rispose che la ragione stava nel fatto che l’uomo era in grado di dare un nome alle sue creature. Ora, per riconoscere le creature a cui dare il nome l’uomo deve essere in grado di sorprendersi proprio come sa fare un bambino piccolo e chi non sa sorprendersi è perché non riconosce più il suo tempo e la realtà del suo tempo. Quindi chi pensa di aver visto tutto e di non sapersi più sorprendere di niente può tranquillamente morire perché a quel punto la sua vita è inutile. Per spostarsi dal medio all’estremo Oriente, ricordo una storia Zen dove “Nan-in, un maestro giapponese dell’era Meiji (1868-1912), ricevette la visita di un professore universitario che era andato da lui per interrogarlo sullo Zen. Nan-in servì il tè. Colmò la tazza del suo ospite, e poi continuò a versare. Il professore guardò traboccare il tè, poi non riuscì più a contenersi, «E’ ricolma. Non ce ne entra più!» «Come questa tazza,» disse Nan-in «tu sei ricolmo delle tue opinioni e congetture. Come posso spiegarti lo Zen, se prima non vuoti la tua tazza?». La tazza la devono svuotare tanto i senior che gli junior, spesso presuntuosamente ricolmi di buzzword assorbite durante i corsi, fra studenti, su LinkedIn ecc. Purtroppo, spesso il top management quella tazza non l’ha mai svuotata, anzi, se la fa riempire di giorno in giorno dall’opificio parolaio delle Big Three. Ne consegue che il mentoring si trasforma subito in un’intossicazione da società di consulenza, tagliando fuori le persone reali che dalla loro hanno l’esperienza dei tempi, dei luoghi, delle persone… La mentorship reale, invece, è quella fatta di risorse importanti nascoste nei ranghi delle squadre dei colletti blu o fra i corridoi dei colletti bianchi.
La seconda, apparentemente meno difficile, consiste nel far uscire le persone dalle loro zone di comfort costringendoli a guardare fuori nel mondo. Troppe organizzazioni e imprese si sono abituate alle routine interne e a giudicare sulla base delle persone che hanno intorno, preoccupandosi sempre soprattutto della categoria, del balletto delle poltrone o dei profitti da MBO. Intorno a noi il mondo cambia nella totale indifferenza di chi vive nella scatola. Lavoro per un’azienda dove per decine d’anni si prendeva in giro chi come il sottoscritto parlava dell’importanza di prendere in considerazione le energie alternative al termico e al nucleare, cominciando a lavorarci dentro perché il tempo perché le cose maturino non è immediato e la ricerca è un settore importante che non va messo da parte rispetto al management. Oggi che le cose si sono ribaltate, nessuno più ricorda quei tempi e quelle parole i cui testimoni non sono affatto ancora tutti andati in pensione e molti di costoro si sentono presi in contropiede da eventi che non hanno ancora compreso del tutto. La memoria è una cosa strana, basti pensare che – fortunatamente – nessuno di noi ricorda l’esperienza corporea delle sofferenze. Eppure, solo chi ha una memoria disincantata da ricercatore (della vita e non di laboratorio) ha maggiore facilità, sia a disimparare che ad accedere al nuovo coniugandolo con la saggezza del tempo.
Vedete, è inutile parlare di come va fatta la mentorship perché la si può fare in mille modi ma se si intende la necessità come un tool o un algoritmo si è del tutto fuori strada: si vuole ignorare che non stiamo parlando né di tecniche, né di metodi, ma di sense making! Purtroppo, troppo spesso il trasferimento invece che da esperienze costruttive di persone positive, avviene a partire da carrieristi strumentali, falsi o disfattisti, ma dotati di un qualsivoglia gallone di arrampicata.
Costruire programmi e filosofie della mentorship è un modo per collegare le generazioni e fare in modo che l’una fertilizzi l’altra lasciando ringiovanire i senior perché guardino all’esterno, al mercato reale e ai progetti innovativi più improbabili mentre si ancora alla saggezza a volte pesante della presa a terra i più giovani facendo loro capire che non hanno la verità in tasca per il solo fatto di avere assorbito un numero maggiore di parole alla moda. Spingere entrambi a capire che lavorare significa certo incamerare dei profitti in grado di far sopravvivere l’azienda, ma lavorare significa per le persone che lavorano essenzialmente essere capaci di convivialità, di scambio reciproco e di rispettare le reciproche realtà comprendendo che a prescindere dall’età siamo tutti immersi nel bagno primordiale della condizione umana e che solo noi, persona per persona, possiamo fare in modo che questa immersione sia più confortevole che corrosiva.
Tutto il resto è social e automazione.
Del rigore della scienza «… In quell’impero, l’Arte della Cartografia raggiunse una tale Perfezione che la mappa di una sola provincia occupava tutta una Città e la mappa dell’Impero tutta una Provincia. Col tempo codeste Mappe Smisurate non soddisfecero e i Collegi dei Cartografi eressero una mappa dell’Impero che uguagliava in grandezza l’Impero e coincideva puntualmente con esso. Meno Dedite allo studio della cartografia, le Generazioni Successive compresero che quella vasta Mappa era inutile e non senza Empietà la abbandonarono all’Inclemenze del Sole e degl’Inverni. Nei deserti dell’Ovest rimangono lacere rovine della mappa, abitate da Animali e Mendichi; in tutto il paese non è altra reliquia delle Discipline Geografiche. (Suarez Miranda, Viaggi di uomini prudenti, libro quarto, cap. XLV, Lérida, 1658)» Da Jeorge Luis Borges, L’artefice Ed. Mondadori i Meridiani vol. 1, pg. 1253
Ci sono periodi in cui leggi per condividere; altri naturalmente che non leggi e non condividi; altri in cui scrivi per pensare e poi, già che ci sei, condividi. Infine ce ne sono alcuni in cui ti si obbliga a leggere o a condividere perché ti torni quel minimo di voglia di scrivere e così cominci con nulla e poi torni a pensare. In genere perché il pensiero ti sveglia verso le quattro del mattino, spesso abbinato al mal di pancia.
Non spostarsi mai dal presente è un esercizio arduo, al confine dell’impossibile, ma è quello che sarà indispensabile nei frangenti più drammatici della nostra esistenza, come il momento della morte e soprattutto, per quelli che lo ritengono fondato, in quello che ne consegue.
Vivere il presente è concentrarsi solo su quello che percepiamo, sul suo senso attuale senza alcuna interpretazione pregressa o previsionale e assumersi le scelte che l’istante comporta.
Periodi storici come quello che stiamo attraversando richiedono proprio quel tipo di guida o leader che lo si voglia chiamare: un leader che sappia in ogni momento stare in equilibrio sul presente e che attrezzi dei team capaci di fare lo stesso in serenità, anche perché se loro non sanno fare lo stesso non potranno fare altro che squilibrarlo facendolo cadere a discapito delle loro stesse persone, proprio come quando lo scorpione punge la rana che lo sta traghettando sull’altra sponda dello stagno causando in questo modo il suo stesso annegamento. Purtroppo il popolo, esattamente come le lobbies, non possono essere comprese in questo quadro: non sapranno mai né cos’è l’equilibrio né, quindi, che cos’è il presente. Il presente chiede di mettere di lato la programmazione facendo in modo di fare subito quello che può essere fatto qui e ora, ivi compreso riposarsi e apprezzare ciò che si è e si ha e che diventa altro mentre si dice “è”.
Come si fa a vivere il presente? Esiste una semplice regola meno complicata di tanti esercizi di concentrazione:
Intercettare e nominare, proprio come i bambini che giocando a nascondino dicono «Un due tre per Mario dietro la macchina», ogni singolo rimorso e ogni singolo rancore come pure ogni singola speranza e ogni singolo desiderio.
«Speravi di fregarmi! Invece ti ho beccato e adesso non giochi più».
Infine occorre praticare il paradosso peggiore: apprendere da ogni istante senza attaccarsi alla cognizione acquisita, lasciando che sia altro – lo si chiami pure inconscio, meme, tra, dna cognitivo o campo morfico, poco importa – ad occuparsi di essa avendo fiducia che allorché serva ne ritroveremo traccia nei presente successivi.
La storia dell’anima è un paesaggio di segmenti a zig-zag fra burroni e belve dietro ogni angolo, superati i quali cascate dissetanti si succedono a deserti infiniti, come caldi raggi di sole ci rigenerano dopo disgeli inaspettati.
Non è né bella, né brutta: è solo nostra e dell’individualità che andremo a comporre assieme alle anime che alla nostra si uniranno strada facendo nella nuova entità entro la quale finalmente supereremo tutto ciò.
Esempi di intervento — Lezioni di Bilanciamento Dinamico
Se negli interventi di tipo 1 sarà piuttosto facile suggerire un comportamento che contrasta la situazione indesiderata, lo stesso non vale per quelli di tipo 2. Un esempio di intervento di tipo 1potrebbe essere: «Visualizza la persona che ti può far stare bene. Guarda come sarai fra vent’anni — senza paura o profezie e senza desiderio o volontà — e ritornando indietro cerca di precisare sempre meglio la persona che ti avrà portato ad essere così fino ad arrivare ad oggi. Guarda ora chi dovrai essere tu per attirare una persona di questo tipo e guarda intorno a te chi assomiglia a quella persona che si trova bene con quel te stessa — che continui a non essere tu».
In definitiva nel tipo1, in una situazione di processi di eccessiva stabilizzazione o immobilità (“mefistofelici”) si introducono elementi di desiderio, di volontà, anche di alienazione e perfino di coraggio (“luciferici”), spingendo le persone a mettere in atto comportamenti molto semplici e per nulla pericolosi per una persona normale ma che possono apparire eccessivamente audaci per il cliente. Oppure, a fronte di pulsioni incontrollabili (siano esse caratterizzate da paura o desiderio o macchinazione), di insaziabile appetito di potere, di realizzazione, di generare attrazione e dipendenza o di realizzare ideali carichi di integralismo (“luciferico”) si può instillare un processo di stabilizzazione e razionalità calcolata e mediata da elementi di concretezza materiale (“mefistofelici”) tali da fare recuperare un equilibrio mobile.
Il più delle volte questi non avranno ragione di essere realizzati, specialmente se durante il setting verranno fatti sperimentare con intensità e veridicità. Quello che ne uscirà sarà probabilmente una situazione di compromesso, un adattamento accettabile che per venire percepito potrà richiedere un insight retrospettivo durante gli incontri successivi. Questo passaggio sarà fondamentale proprio per permettere l’appropriazione dell’intervento di cambiamento da parte del cliente che altrimenti non se ne sentirà affatto autore. È infatti fondamentale che il risultato non sia mai percepito essere il cambiamento in sé, ma piuttosto l’appropriazione del processo di apprendimento da parte del cliente, la sua comprensione e la fiducia nella capacità di poterlo ripetere in altre situazioni.
Come abbiamo detto però gran parte dei nostri casi, anche qualora si presentino come quelli descritti prima, si porta dietro delle situazioni di tipo2. Ad esempio: «Ho fatto quello che mi ha prescritto ma mi sono visto brutto». Oppure: «Quello che mi chiede per me è inaccettabile», o anche «So anch’io che basterebbe fare così, ma se sono qui è perché non mi è possibile». Per evitare di incappare in queste situazioni occorre utilizzare la seconda via del bilanciamento dinamico, quella indiretta o omeopatica, dove l’indirizzo non deve arrivare dal counselor e spesso neppure essere percepito in quanto tale: occorre che l’operatore per primo creda fortemente nel potere dell’inconscio, come pure in altre forme di “ignoranza percettiva attiva”, come interventi angelici o processi neuronali dell’ippocampo, vanno tutti bene e abbia fede nel fatto che avverrà quello che deve avvenire. Se sei scettico e addirittura irritato da queste parole questo lavoro non fa per te.
Bisogna sapere prescrivere il sintomo.
Dove l’enfasi va posta proprio sul savoir faire nell’arte della prescrizione.
«Per riassumere, mi sembra di capire che tu ti stia descrivendo come una persona che non sa dire di no e che per questo ti sia sottoposta a delle situazioni umilianti che ti fanno perdere del tutto la stima di te. Tuttavia, ritengo estremamente importante comprendere come il fatto che tu non apprezzi la tua persona è perché hai iniziato un lavoro e non hai la meticolosità necessaria per portarlo a fondo. Per esempio ora ti potrei chiedere di prendere quel fazzoletto e pulirmi le scarpe. Lo faresti vero? Certo, ora mi diresti che non è possibile, ma nel tuo intimo ti rendi conto che lo potresti benissimo fare. Potresti addirittura leccarmele le scarpe. Non c’è bisogno che ti mostri scandalizzato. Sai che non ti chiederò di farlo. Ciononostante quello che è assurdo è che la tua bocca sta sentendo il gusto del lucido da scarpe e le tue papille gustative percepiscono con un misto di disgusto e di perverso piacere il sapore delle suole. Questo accade perché in questa situazione tu avverti che io sono una persona che ha del potere. Certo, ce l’ho qui ed ora e non in una situazione diversa e ne è la prova il fatto che nonostante pensi che sto facendo un discorso da pazzo arrogante tu sei incollato alla sedia e non hai preso quella porta per uscire. Quello che intendo per andare fino in fondo vuole dire che dovrai identificare delle persone per le quali non nutri alcuna stima, gente che consideri falliti oppure dei tuoi sottoposti, dei deboli, degli imbranati. Sono le loro scarpe che, per modo di dire, dovrai leccare: è a loro che dovrai fare in modo di chiedere di umiliarti di farti sentire uno schiavo disposto a fare qualsiasi cosa ti chiedano. Vorrei che ora identificassi delle persone senza potere, che ne abbiano molto meno di te, che non valgano proprio nulla nella scala evolutiva del tuo entourage e provassimo ad immaginare quello che potresti fare con ognuno di loro. Cominciamo!»
In zona Cesarini — la strategia del contropiede
Anche se qui abbiamo messo in azione numerosi meccanismi non così facili da spiegare in un semplice articolo, quelli che devono essere chiari sono alcuni principi: 1) nei casi di tipo2 è una tecnica spesso importante prescrivere il sintomo; 2) la prescrizione non richiede di essere eseguita; il più delle volte va però esercitata nell’immaginario (possibilmente in sede di seduta stessa) 3) quando si prescrive come homeworking dev’essere in una safe zoneovvero qualcosa di fortemente inconsueto ma a dosi infinitesimali per quanto emotivamente cariche possibilmente tali da spingere a non essere eseguite ma con delle sollecitazioni a pensarci e ripensarci: quanto più si evita un compito tanto più intensamente si sarà eseguito l’esercizio 4) al ritorno va richiesto con una certa premura il ritorno dell’esecuzione del compitolasciando intendere che la cosa era fondamentale e quello che non si è fatto o si è fatto male non sarà più lo stesso la volta dopo, complimentandosi invece dell’ottimo lavoro svolto quando lo si sia eseguito (magari era un’inezia) 5) ma, comunque siano andate le cose, il tema a seguire — trattato come quasi una questione marginale — sarà che cosa è successo durante la settimana, quali cambiamenti casuali siano intervenuti e in che modo l’inconscio (o il sembiante che si preferisce) si sia affacciato nella vita di tutti i giorni al punto di — eventualmente — modificare il contratto di partenza, ovvero la definizione degli obiettivi. In ultima analisi che cos’hai — seppure casualmente — imparato in questo periodo e come potresti riutilizzarlo in futuro, per quanto piccolo possa essere.
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