Categoria: politica

In ricordo di Michail Gorbačëv

In ricordo di Michail Gorbačëv

A proposito della figura, un po’ Shakespeariana e un po’ Dostoevskiana, di Michail Gorbačëv voglio permettermi di dire anche la mia.

Troppo concentrati sulle visioni del proprio personaggio, quasi tutti i grandi rivoluzionari della storia hanno sottovalutato l’umiltà del lavoro di padre. Influenzati dal protagonismo, vorrebbero eredi simili a se stessi — un sé che non hanno mai veramente conosciuto pensando di essere tutto e il contrario di tutto — invece di figure complementari e non inclini all’imitazione.

Chi opera l’inevitabile compito di minare la diga per rimuovere l’intasamento lascia in eredità il lavoro sisifico di separare il bambino dal fango e, soprattutto, che cosa farne dell’uno e dell’altro.

Quanto al popolo… beh quello trova più facile ricordare con entusiasmo le imprese di un Maradona che sapere chi fosse stato Napoleone, nonostante il primo avesse solo tirato una palla in una porta e il secondo, con grande controversia, cambiato l’onda lunga degli eventi dopo di lui.

Riconoscersi nella pazzia

Riconoscersi nella pazzia

Oggi ascoltavo un docente universitario che nelle vesti di consulente esponeva in un’azienda i pur interessanti risultati di una ricerca sociologica. Le conclusioni, corredate da molti calcoli anche complessi, portavano a delle valutazioni abbastanza note agli osservatori più attenti e meno stereotipati e comunque comuni in questo genere di aziende.

Spiegava come fosse colpito dal fatto che in un’impresa così apparentemente omologata esistessero miriadi di clan e logiche locali che costituiscono i criteri operanti, quelli autentici, quelli di clan, lobby, “cosche” in barba alle universalissime ricette imposte dalle big three consulting firms: scaling agile, disruption, digital transformation, deep learning, data analysis eccetera, eccetera.
Considerava come fosse inefficiente contrastare un modello gerarchico con quello agile quando poi li fai convivere entrambi nonostante gli imbarazzanti impedimenti che portano a dare il peggio di ognuna delle due.

Io riflettevo su quanto fosse assurdo che l’uomo abbia creato delle tecnologie e dei modelli per replicare e riprodurre la razionalità nei propri modelli sociali, da quelli politici, a quelli economici, dall’istruzione alla sanità. No, non le procedure, né le macchine, né i calcoli possono riprodurre gli aspetti caratteristici dell’umanità. Dimostrano piuttosto un insano desiderio degli essere umani di rappresentarsi come le tecniche e le scienze: razionali, logici, calcolati…

Ora che quest’affermazione si è consolidata e ha contaminato le persone e gli ambienti possiamo finalmente affermarlo: l’irrazionalità, l’impulsività, la mancanza di logica e di buon senso, tutti completamente impermeabili alla formalizzazione, sono i veri principi guida dell’umanità e più l’uomo cerca di affermare il contrario più porterà alle estreme conseguenze questa vera specie specificità e da sempre la massima estremizzazione della razionalità non modellizzata perché basata sul totale arbitrio dell’Assurdo imponderabile perché fondato sulle buffée – va ricordato – ha sempre costituito la fondamenta dell’evoluzione umana: la guerra – la più immediata, distruttiva e spietata.

Tanto vale sostituire il pensiero positivista dalle Organizzazioni e riprendere in mano l’analisi istituzionale e la vivisezione, i sogni, gli incubi, l’Es e il microbiogramma delle comunità economiche e trasformative umane.

Ora che abbiamo con l’aiuto delle macchine portato al massimo estremo la riproduzione programmata della logica che fa funzionare al meglio ogni cosa salvo non sapere a che scopo sarà utile, non ci rimarrà che riconoscerci in quello che resta: la follia!

L’insostenibile leggerezza dell’Anarchia

L’insostenibile leggerezza dell’Anarchia

Mi capita ormai troppo spesso di sentire attribuire l’appellativo di “anarchici” a quella schiera di bulli da case occupate definibili con maggiore proprietà “black block”, antagonisti, squatters o, tutt’al più, “autonomi” – magari aulicamente situazionisti – come quelli che per primi negli anni ’80 si impossessarono indebitamente di quel titolo.

Ebbi modo di scontrarmici da giovane negli anni ’70 proprio in una sede dei gruppi anarchici è già allora avevano quell’atteggiamento stalinista che per la prima volta spaccava, aggredendo fisicamente il dissenso, la solidarietà che si respirava in generale a sinistra, anche fra le file fra loro più lontane.

Di fatto quello che hanno in comune quelli di oggi con quelli di quarant’anni fa è l’arroganza, la violenza, l’anti-solidarietà, certo, ma più ancora l’egoismo e l’opportunismo che condividono con quelli che di fatto non-combattono, ovvero gli egoisti sistematici ed estremi, gli speculatori senza scrupoli e gli opportunisti presuntuosi. Come quest’ultimi pensano che la parola “libertà” voglia dire: «Io faccio quello che voglio perché sono al di sopra di tutti quei pecoroni». Al di là delle apparenze sono molto più vicini ai figli di papà dei bar dei ricchi, quelli con le auto di lusso e l’indotto dell’apparenza attorno che ai veri abitanti del disagio e delle periferie dove si fanno ospitare (già perché nessuno li ha mai visti occupare un edificio del centro e i controllori urbani li infilano apposta nelle riserve di periferia che mai lì hanno amati e che loro dileggiano più che mai).

Sono transfughi dei bar del centro di cui si sono stufati ma che presto ritroveranno quando, terminata la spacconata giovanile, torneranno fra le schiere degli affaristi, magari opereranno in borsa, come di quelli di una volta ne si trovano tanti fra i politici del centro, come pure fra dirigenti di giornali o fra top manager aziendali. Come mods che dopo le risse giocano al golf o al tennis con i rockers.

Non dimentichiamo però che se esistono loro e se esistono gli speculatori, due facce dall’apparenza differente ma della stessa valenza al cambio della moneta, è perché il cadavere della politica è definitivamente putrefatto.

Assieme ad esso anche e forse ancora prima il concetto puro dell’anarchia, quello che Guccini nella sua mitica Locomotiva ricordava come “fiaccola” ideale e romantica.

L’Anarchia della fiaccola si è estinta proprio a causa di quella assurda tolleranza che ha permesso a qualsiasi balordo in odore di contrapposizione ai luoghi comuni (chiesa, polizia, Stato…) di appropriarsi di un precetto prima di tutto etico e solo dopo militante.
Non si può lasciare aperta la propria casa a tutti perché prima o poi se la prenderanno gli speculatori e i violenti che altrimenti non avrebbero alcun indirizzo dove fare arrivare i corrieri della corruzione.

Povera Anarchia: quanto è facile oggi per un pennivendolo usarti come la donna di tutti, la lebbrosa, l’immonda. Com’è facile essere additata dagli autonomi di ieri oggi al potere come la causa di quello che hanno creato loro e indicare nelle periferie che sia gli uni che gli altri stanno massacrando il terreno di coltura del male quando invece sono solo le vittime del trasformismo dei quartieri borghesi.

Il tuo sbaglio più grande, cara Anarchia, è stato quello stupido credo, quello nella naturale soggiacente bontà di tutte le persone. Come dovevi aver mangiato pesante e che porcherie ti eri fumata, bevuta o iniettata prima di andare a dormire per provocarti una simile allucinazione!