Categoria: holistic

Psicologia Omeopatica

Psicologia Omeopatica

Milton Erickson, il più “omeopatico” fra gli psicoterapeuti

Parliamo di omeopatia ma solamente di quel lato che tratta gli aspetti mentali e relazionali.

Non voglio assolutamente, né affermare che con l’omeopatia ti passa la schizofrenia ma neanche la crisi nervosa e neppure che sia meglio la cura omeopatica che altri sistemi, siano essi farmacologici o psicoterapeuti.

Voglio solo dire che lo studio dei processi mentali dei rimedi omeopatici può essere utile per comprendere meglio la psicologia delle persone e la strategia terapeutica da adottare.

Voglio anche affermare che può essere utile e confortevole abbinare l’assunzione di questi rimedi semplici e gentili, ma anche “provocatori” per affiancare le cure psicoterapiche soprattutto quando le persone chiedono un aiuto poco invasivo.

Si tratta di episodi di un podcast dal titolo “Psicologia omeopatica” che trovate come video su YouTube e come audio per ora su Audible, Spotify e Amazon Music, ma presto anche su Google Podcast e Apple Podcast.

Ecco le risorse attualmente disponibili:

    La conversazione e il cambiamento

    La conversazione e il cambiamento

    L’Home Page da iPad

    Poche parole per dire che ho acceso un nuovo dominio. In realtà sono già due o tre anni che l’ho creato, ma è rimasto appeso in attesa di valutare il da farsi.

    Qualche giorno fa pensavo a dove mettere dei post molto sintetici costituiti da suggerimenti, osservazioni e considerazioni sul mestiere del terapeuta, del counselor, del coach… che però possono essere utili anche a chi ha motivazioni nel gestire i rapporti interpersonali.

    È sempre più difficile trovare una definizione per questo tipo di attività.

    Pur essendo psicoterapeuta da anni, oltre che “naturopata” considero siano tutte pessime definizioni. Credo che l’idea di terapia sia fuorviante e perfino dannosa, non di rado gravemente dannosa. D’altronde, per quanto sia vero che fra counselor e coach ci siano non pochi pessimi improvvisatori, anche essere usciti dall’università e da costose scuole di formazione e da esami statali condotti da partigiani della loro disciplina e della parrocchia di appartenenza, avere a che fare con psicologi, psichiatri e terapeuti in genere non fornisce alcuna certezza. Per di più non tutti i curanderos vanno bene per tutti i questuanti (mi si perdoni l’ironia) e viceversa, sottoscritto compreso, ovviamente; quindi ognuno è costretto a farsi l’idea migliore possibile ai primi contatti.

    L’idea che sta dietro alla proposta del sito conversationalcoaching.it è che tramite la conversazione, senza una diagnosi filo-medicale e senza nessuna tecnica di colonizzazione dell’altro si possano favorire aperture, crescite e cambiamenti. Naturalmente qui si troverà il mio modo di intendere “conversazione” e cambiamento e quindi anche un riferimento a delle tecniche, ma conoscerle non significa avere una pelle, ma solo dei vestiti. Ognuno potrà scegliere se e quali usare solo se faranno al caso loro.

    Insomma, Conversational Coaching è un taccuino: non un trattato, né un libro, ma neppure degli articoli. Degli appunti di lavoro, piuttosto. Chi ha bisogno di capire meglio può sempre provare a domandare, commentare… conversare. 🥳😎🤗

    Il valore della vita risiede nella sua negazione

    Il valore della vita risiede nella sua negazione

    La vita oltre la vita?

    Per comprendere il valore dell’esistenza umana occorre negare la vita.

    Quest’affermazione apparentemente paradossale è l’esatto contrario di quella che può apparire un’incitazione al nihilismo e al rifiuto dell’esistenza.

    Quella “vita” che suggerisco di negare è piuttosto l’idea che abbiamo di essa.

    Ci viene facile domandarci che cosa ci sarà dopo la nostra morte e una tale domanda nasce dalla superstizione che non si sappia che cos’è la vita che stiamo interpretando, anche se non è così.

    Arriviamo addirittura a definire “morte” non solo i momenti generalmente angosciosi che culminano nell’attimo dell’abbandono del nostro corpo fisico e quindi della nostra identità storica attuale, la nostra persona, ma persino tutto ciò che si trova dopo quell’evento. Come se chiamassimo “morte” quello che avviene prima della venuta al mondo di una persona.

    Negare la vita significa esorcizzare la morte. Fino ad oggi si è sempre più insistito nella rimozione della dimensione della morte e questo processo ha offerto solo come risultato che si vivesse senza alcun impegno, come se si fosse eterni in questa persona che interpretiamo qui e ora. Il fatto che essa muoia è incontrovertibile. Il fatto che noi si sia in tutto e per tutto quella persona non lo è affatto. E il fatto che per “vita” si intenda l’esistenza di quella persona è una vera e propria favoletta immaginaria e disorientante.

    Quella persona. l’ho ripetuto spesso, è un condominio di presenze e di parti. Noi invece siamo sempre qui e altrove.

    Per questo il mio “negare la vita” significa prendere in considerazione che la separazione… la discontinuità… il dualismo fra una dimensione chiamata “vita” e una chiamata “morte” non ha senso.

    E “non ha senso”, non solo per chi vive una rappresentazione di una “realtà” che supera questa esistenza, ma neppure per chi la nega sostenendo che alla fin fine è tutto qua: infatti a quel punto un fuoco fatuo che esplode dal buio per ritornare al buio non ha alcun valore se non nel momento dell’esplosione, mancando di ricordi senza lasciare ricordi in quanto in assenza di testimoni dal buio. Ovverosia, in quel caso negheremmo la vita in quanto fondata sulla sua assenza, ovverosia su una dialettica artificiosa priva di una dimensione che darebbe senso all’altra.

    Per quanti, come colui che scrive, l’evento della morte è un esercizio terribile che suggella una transizione di stato, si può dire che la vita continua in quanto dopo l’evento stesso non si troverebbe affatto la morte, ma piuttosto un’ “altra vita”, lo “hereafter” inglese che non si riferisce solo ad un altrove, ma al “qui” “dopo, altrove, di là”, un po’ come nell”attraverso lo specchio” di Carrol, uno sguardo dall’inverso come prosecuzione, continuità vissuta a partire, non tanto da un’antimateria, ma piuttosto da una “dis-materia” un’affermazione dell’io al netto della sua materialità.

    E con questo passaggio temo di avervi persi tutti 🙂

    Esiste però un modo per farla semplice:

    Dimenticati che esista la morte al di là dell’interruzione di continuità costituita dal “momento mori”, come se fosse una separazione da un matrimonio dopo la quale entrambi i coniugi continuano ad esistere e a frequentarsi da “amici” invece che da “coniugi” proprio perché la “coniugalità” non esiste più. In tal caso, perché mai dovresti credere che il “matrimonio” debba essere una realtà al di fuori della sua contrattualità, in quanto tale artificiosa?

    La vita in alternativa alla morte non esiste, ma la vita, in quanto condizione di essere e perfezionamento della consapevolezza attraverso il suo divenire, il suo essere storie, palestre dell’anima, quella sì che esiste, anche se per non fare confusione con il nostro linguaggio, non dovremmo più chiamarla “vita”!.

    Stragi da aspettative mal riposte | Parte prima

    Stragi da aspettative mal riposte | Parte prima

    “Quando l’intelligenza è sopravvalutata”

    L incendio della biblioteca di Alessandria di Ambrose Dudley (1867-1951,  United Kingdom) | Riproduzioni Di

    «Creata nel 331 a.C. da Alessandro Magno, doveva raccogliere tutte le opere collegate ad epoche e paesi diversi, per creare una collezione unica per i posteri. Sotto la direzione di Callimaco di Cirene, nel III secolo a.C., doveva contenere 490.000 libri, mentre Aulo Gellio, due secoli dopo ci dice che ne erano quasi 700.000. Purtroppo non possiamo sapere con certezza la cifra esatta ma possiamo lo stesso affermare che la sua distruzione fu un’immensa perdita per l’umanità. Con la caduta di Cleopatra, non esisteva più una corte reale che avrebbe finanziato la biblioteca e negli anni a seguire la città stessa subì diverse devastazioni come quelle di Aureliano e Diocleziano. Nel IV secolo d.C., l’affermarsi del cristianesimo come religione ufficiale dell’impero fu un ulteriore colpo per la decadenza della biblioteca: essendo uno dei simboli del mondo pagano, fu presa di mira come la biblioteca del Serapeo che fu distrutta nel 391 d.C. durante una rivolta antipagana capeggiata dal patriarca Teofilo. Il colpo di grazia per la biblioteca arrivò con la conquista araba della città nel 640 d.C.: il generale Amr ibn al-As la distrusse per ordine del califfo Omar. (Fonte dell’accaduto è un testo siriaco cristiano del XII secolo insieme a fonti arabe successive)»

    Ho scoperto che molti materiali che conservavano contenuti, memorie, scritti, registrazioni personali (lezioni di maestri spirituali, ad esempio) o familiari (registrazioni di mio figlio piccolo, quelle cose tenere che conservi a futura memoria) sono state inglobate nelle scatole onnivore del dimenticatoio mischiate fra loro a causa della loro obsolescenza. È vero che siamo troppo attaccati alle nostre cose dimenticando spesso che nulla è eterno, eppure accade che gli scritti di grandi scrittori siano stati scoperti dopo la loro morte o comunque in età decisamente avanzata. Per il momento li abbiamo su web o su cloud e quindi quando sarai morto o non avrai di che pagare il servizio cadranno nel dimenticatoio ma non sarà più un tuo problema.

    Quello che voglio portare all’evidenza è l’obsolescenza dei supporti su cui rimane incisa la memoria e quindi buona parte della conoscenza storica. C’è chi dice che nei primi tempi gli esseri umani si comprendessero anche al di là dei sensi e quindi della parola stessa; la scimmia impaurita che dopo essersi avvicinata al meteorite scopre il valore strumentale dell’osso non comunicava certo a parole e quell’inquadratura in cui il lancio vittorioso dello strumento osseo roteante si trasforma in navi spaziali in un paio di minuti di fatto potrebbe sintetizzare quanto vado ad espandere. Queste stranezze appena descritte non dovrebbero stupirci più di tanto nel momento in cui dovessimo fare un sondaggio con dei millenial chiedendo loro quale supporto usassero le popolazioni antiche per insegnare e trasferire conoscenze con lo scopo di verificare quanti di loro identificherebbero che era la memoria che nasceva dalla frequentazione verbale. Impossibile per molti immaginare che qualcosa possa rimanere più a lungo di qualche secondo se non fosse almeno scritto. Come fare a mantenere in memoria grandi quantità di informazioni se non si ha un file “.zip”: gli zip c’erano già allora ma si chiamavano simboli. Un complesso simbolico all’interno del quale si trova sintetizzato un vero universo di conoscenze è prima di tutto l’astrologia. I calcoli planetari, lungi dall’essere indifferenti all’epoca – prova ne sia che calcoli astronomici tanto complessi dall’essere possibili solo con i moderni calcolatori erano già noti agli astronomi babilonesi – erano principalmente un metodo per comprendere le regole che mettono in rapporto il macrocosmo e il microcosmo e questo con ognuno di noi. Dietro un segno o dietro un pianeta si trovavano richiami che sarebbero stati impossibili da memorizzare diversamente. Seppure malridotta dalle banalizzazioni dei giornali o dalla dipendenza che ognuno di noi in misura maggiore o minore ha sui timori o sulle aspettative sul proprio futuro, l’astrologia è arrivata fino ai nostri giorni diversamente dai volumi conservati nella biblioteca alessandrina. In altri termini è nato un rapporto stretto fra le tecnologie di supporto al trasferimento delle conoscenze e la quantità e conseguentemente, sia la qualità che la difficoltà a discernere quello che è qualitativamente più interessante.

    La conoscenza sfuma in misura direttamente proporzionale alla sostituzione dei supporti che la contengono e la velocità di obsolescenza influisce nella quantità di produzione di contenuti di breve durata, di breve scrittura e di scarso lavoro di preparazione e di lettura. E il tipo di prodotto emergente influenza i cambiamenti nelle ricerche e nelle aspettative delle persone e quindi nelle formae mentis delle persone stesse e delle civiltà.

    Serve il presente!

    Serve il presente!

    Non spostarsi mai dal presente è un esercizio arduo, al confine dell’impossibile, ma è quello che sarà indispensabile nei frangenti più drammatici della nostra esistenza, come il momento della morte e soprattutto, per quelli che lo ritengono fondato, in quello che ne consegue.

    Vivere il presente è concentrarsi solo su quello che percepiamo, sul suo senso attuale senza alcuna interpretazione pregressa o previsionale e assumersi le scelte che l’istante comporta.

    Periodi storici come quello che stiamo attraversando richiedono proprio quel tipo di guida o leader che lo si voglia chiamare: un leader che sappia in ogni momento stare in equilibrio sul presente e che attrezzi dei team capaci di fare lo stesso in serenità, anche perché se loro non sanno fare lo stesso non potranno fare altro che squilibrarlo facendolo cadere a discapito delle loro stesse persone, proprio come quando lo scorpione punge la rana che lo sta traghettando sull’altra sponda dello stagno causando in questo modo il suo stesso annegamento. Purtroppo il popolo, esattamente come le lobbies, non possono essere comprese in questo quadro: non sapranno mai né cos’è l’equilibrio né, quindi, che cos’è il presente. Il presente chiede di mettere di lato la programmazione facendo in modo di fare subito quello che può essere fatto qui e ora, ivi compreso riposarsi e apprezzare ciò che si è e si ha e che diventa altro mentre si dice “è”.

    Come si fa a vivere il presente? Esiste una semplice regola meno complicata di tanti esercizi di concentrazione:

    Intercettare e nominare, proprio come i bambini che giocando a nascondino dicono «Un due tre per Mario dietro la macchina», ogni singolo rimorso e ogni singolo rancore come pure ogni singola speranza e ogni singolo desiderio.

    «Speravi di fregarmi! Invece ti ho beccato e adesso non giochi più».

    Infine occorre praticare il paradosso peggiore: apprendere da ogni istante senza attaccarsi alla cognizione acquisita, lasciando che sia altro – lo si chiami pure inconscio, meme, tra, dna cognitivo o campo morfico, poco importa – ad occuparsi di essa avendo fiducia che allorché serva ne ritroveremo traccia nei presente successivi.

    La storia dell’anima è un paesaggio di segmenti a zig-zag fra burroni e belve dietro ogni angolo, superati i quali cascate dissetanti si succedono a deserti infiniti, come caldi raggi di sole ci rigenerano dopo disgeli inaspettati.

    Non è né bella, né brutta: è solo nostra e dell’individualità che andremo a comporre assieme alle anime che alla nostra si uniranno strada facendo nella nuova entità entro la quale finalmente supereremo tutto ciò.

    Il leader olistico

    Il leader olistico

    Joseph Schumpeter

    I manager hanno i giorni contati.

    Se non proprio i giorni, quanto meno gli anni.

    Le ragioni sono poche ma radicali:

    1. Se non fosse così sarebbero le imprese e l’economia più in generale ad averli.
    2. Con così tanti manager in circolazione non ci sarà più in giro la competenza che serve per fare le attività.
    3. Se quelli inevitabili verranno pagati sempre meno a fronte di crescenti responsabilità e carico di lavoro, con una prospettiva di impellente turnover prima o poi anche l’ambizione lascerà il posto al disincanto.
    4. L’intelligenza collettiva nelle imprese e nelle reti di imprese sarà più manageriale di loro.
    5. Le scelte, da un lato sono sempre più soggette a dei monopoli internazionali decisamente ristretti ai minimi termini, dall’altro si fanno sempre più obbligate dall’ambiente socio-naturale da renderli dei meri esecutori.

    Quella che invece va facendosi strada è un’altra figura: quella del leader non-manageriale, l’influencer.

    Nel passato si consideravano veri leader coloro che occupavano posizioni di potere, ma l’avanzata delle organizzazioni olistiche e delle imprese social-based stanno modificando questo concetto.

    Quello che non cambia è la legge di Pareto, quella nota anche come 80% 20%. Le organizzazioni olistiche social-based non devono essere viste come realtà plebiscitarie.

    Il potere è banale, si sa.

    È altrettanto banale il potere dei manager basato sul principio napoleonico del “Dio me l’ha data, guai a chi la tocca!” (riferito alla consegna della Corona ferrea, il 26 maggio 1805), quanto lo è quello delle masse (o “del proletariato al potere”). Nessuno dei due è abbastanza intelligente ed entrambi procedono per imitazione dei luoghi comuni: prevaricazione, egoismo, voracità, ingordigia, moda, eccetera.

    Tra le due curve di stadio, spesso in duetto armonico fra loro (“Odio Berlusconi perché vorrei essere io Berlusconi e quindi se un Berlusconi non ci dovesse essere starei peggio perché non potrei mai esserlo io”) esiste una terza e più complessa figura: quella del leader. Un tipo nuovo di leader: il social-influencer che preferisco definire holistic leader.

    Intanto leader olistico non si impara a diventarlo: si viene adottati. Poi la cosa non va confusa con il grande successo: non è quello che vende più dischi ad essere leader, ma quello che porta molti musicisti mainstream ad usare i suoi codici, spesso diversi solo di pochi ma determinanti dettagli. Alcuni di questi possono ricevere più successo di quanto aspirassero ad averne, ma la stragrande maggioranza di loro sono sconosciuti e comunque meno interessati all’enorme successo di quanto non si affermi. Si pensi, ad esempio, a Michael Jackson: un bambino diventato cinquantenne senza avere avuto mai una vita propria e libera, un essere che non ha mai vissuto se non nella musica e che è sempre stato usato dalle masse del pettegolezzo e dagli squali delle industrie e della finanza. Siamo sicuri che siano questi i modelli di vita che vorremmo imitare? O forse non preferiremmo essere un Quincy Jones che, per quanto avesse una grande fama fra i meno inesperti, sono molto pochi a sapere l’influenza che ha avuto su diversi artisti a partire dall’album-primato Thriller firmato da Michael Jackson?
    E ho usato due esempi clamorosi che potessero essere noti ai più, ma sono un’infinità quelli che potremmo citare, da Doug Engelbarth a Joni Ive, da Pierre Jannet a Mesmer…

    Le caratteristiche del futuro leader olistico sono tutte da individuare, tuttavia possiamo già indicarne alcune.

    1. Quasi anonimo. Piuttosto schivo e poco interessato al riconoscimento da parte del top management come della grande massa, si affida alla rete ristretta delle persone che stima spesso con sentimenti prossimi all’affetto, aspettandosi che loro abbiano altre reti di legami non strettamente dipendenti dalla propria persona. Nondimeno, ricorderà bene che anche gli amici cambiano, impazziscono, tradiscono, si innamorano della donna o dell’uomo sbagliati, fanno cattivi investimenti, hanno paura… e tutto questo capita anche all’estraneo che abitiamo in noi stessi. Dà il massimo valore possibile alla maieutica e all’apprendimento, ma quando occorre sa dire di “no e basta”, almeno per quanto riguarda la propria persona e i valori a lui cari.
    2. Ego-free. Consapevole della provvisorietà di ogni cosa, non si aspetta niente indietro perché sa che non arriverà o quantomeno non sarà mai all’altezza della soddisfazione che potrà ricevere da se stesso. Per questo, non tralascia la qualità della sua vita personale, il rispetto della propria privacy, la vicinanza alla famiglia, il tempo per le vacanze e soprattutto quello per il silenzio, sa staccare la spina quando serve e non consente a nessuna impellenza di interromperlo, fa suo il motto “Tutti siamo utili, nessuno è indispensabile”, delega non per generosità ma perché ha altro da fare specialmente al di fuori di lì, sa che i pensieri non arrivano da lui visto che è un’antenna, sa stupirsi e si dimentica delle proprie idee come proprie, anzi, quasi demenzialmente si stupisce di quello che sente anche se l’aveva detto lui anni fa in modo tale da poterne cogliere qualche risvolto aggiornato che gli sarebbe sfuggito, e così via…
    3. Ecologico. Sa mescolare una logica lineare per praticità, privilegiando sempre quella circolare, quella ecologica fondata sull’effetto di ritorno, il feedback, consapevole che la scelta giusta può generare effetti indesiderati da un’altra parte. In quello che fa pensa al “tutto” che è sempre maggiore della somma delle parti. Per questo, non mira ad un’azione totale, ma all’effetto valanga o frana, scegliendo con cura il sasso giusto, la pietra giusta nel punto migliore perché il resto venga da sé e non da una serie di azioni. Poi accudisce e accompagna il processo che si origina, arginando la frana o guidandola quando prenda direzioni indesiderate, anche questo quando sia possibile, non in prima persona, ma attraverso l’influenzamento.
    4. Non disdegna l’automazione soprattutto per le attività non strategiche o che non hanno valore per la crescita delle persone, tuttavia è consapevole che la strategia migliore non consiste nell’automatizzare le procedure, ma nell’eliminarle il più possibile, soprattutto quando comportano che le persone tendano a dare loro valore, a trovare un senso al proprio lavoro occupandosi di loro o, peggio ancora, quando per far “rendere” le procedure si impegnano le persone ad essere le macchine, i terminali stupidi, dei protocolli; quando fanno perdere ad amici e colleghi il senso del valore della cura, quella cantata da Battiato che si applica non solo alle persone, ma al sistema stesso e alle creazioni.
    5. Non ha dei credo, né riguardo agli strumenti e nemmeno alle mode manageriali e sa che quello che si fa in un determinato ambito deve riflettersi nell’ambito complementare. In questo segue i principi del bilanciamento dinamico, ovvero del principio dell’adattamento tramite la gestione attraverso gli opposti, nella simmetria come nella complementarietà [un principio che spiegherò meglio in futuro]. Per fare un esempio frequente, non pensa che le azioni svolte in ambito virtuale (ad esempio su Internet) vada da solo per potenziarsi in rete e che invece quello che si muove nel mondo reale, quello del brick ‘n mortar, sia destinato a restare confinato nel mondo fisico. In questo come in altro ambito segue il principio del biliardo, con il gioco di sponda: non si fanno mai cadere i birilli indirizzando la palla direttamente sul castello, ma si colpiscono un certo numero di sponde e si attivano tutte le biglie possibili perché, colpendosi fra loro, facciano cadere quelle che serve nelle buche mentre buttano giù il maggior numero di birilli possibile.

    Ecco perché il leader olistico è un amico per pochi e da pochi riconosciuto, il cui risultato non sarà l’essere famoso o particolarmente amato, ma piuttosto che coloro con cui interagisce si riconoscano fra di loro e nel pensiero che appartiene al loro gruppo, al clan di influenzamento al quale abbiano a cuore di partecipare, costituendo uno stile di pensiero e un’influenza nei valori del mondo in cui si vive.

    #openorg #holistic

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