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Stragi di aspettative mal riposte | Parte Seconda

Stragi di aspettative mal riposte | Parte Seconda

CONFUTANDO MIELI: RIECCO LA LEGGENDA NERA SUI CONQUISTADORES | Recensioni &  Storia.it

“I danni dei millenni all’insegna della forza bruta saranno davvero peggiori di quelli dell’intelligenza bruta?”

Ci sono tre storie ben note, due delle quali con una componente romanzata e l’altra più che mai reale che prefigurano quanto le civiltà finiscano per distruggersi nell’aspettativa che dall’esterno o dal futuro non arrivi altro che del meglio: è l’idea del progresso attraverso l’innovazione e la xenofilia.

Dopo un’estenuante e affannosa guerra al termine della quale probabilmente le fazioni non ricordavano neppure più per che cosa stessero combattendo, una delle due parti ebbe un’ingegnosa idea: offrire ai nemici un regalo sontuoso. L’idea dei “troyan” non l’ebbero gli attuali creatori di virus, ma il meccanismo è lo stesso: vai in un sito o scarica un software, una mail con la promessa che sia gratuita e nessuno te la rifiuterà, né andrà a guardarci dentro dove, come si sa del Caval Donato, non s’ha da guardare. L’idea è vecchia ma funziona sempre: intanto perché molti pensano di essere volponi soprattutto se consigliati da un amico ancor più volpone; poi c’è il fatto che si è tendenzialmente inclini alla zona di comfort e meritevoli di regali di consolazione e quindi è perfettamente naturale che quella buona volta che la sorte depone a tuo favore tu non debba tirarti indietro; infine l’idea che sia naturale che il futuro porti generalmente rimedio al passato. Per il resto, la storia la sanno tutti e dentro il gigantesco cavallo si trovavano astuti guerrieri scelti che notte tempo passarono a ferro e fuoco la città di Troia concludendo così la guerra e dando effettivamente il via agli anni migliori. Degli avversari però!

Lo stesso sembra valere per quel periodo della storia che aprì il periodo fortunato per l’Europa, quello delle conquiste nell’America Meridionale. Affidandoci al fatto seppur controverso che le popolazioni locali estremamente avanzate e agguerrite ma stabilizzate in un equilibrio fatale fossero in attesa di un evento presagito dalla mitologia di un arrivo di un dio bianco proveniente da lontano, dal mare corsero incontro ai manipoli di Conquistadores spagnoli che, per quanto armati di qualche spingarda, ebbero la meglio su feroci e numerosi guerrieri esperti del territorio. Anche in questo caso, fuor dei miti, sembra che a facilitare il compito dei conquistatori fu la loro furbizia nell’aggregare le tribù minoritarie per vincere l’Impero dominante.

L’aspettativa che un modello dimostratosi efficace possa diventare a sua volta un’area di comfort descrive questo dramma più vicino a noi. Due aree scomode per la corona inglese sono da sempre quella scozzese e quella irlandese che a loro volta si vedevano costantemente deprivate a causa dei debiti e della povertà di risorse. Tuttavia, anch’essi riuscivano a resistere alla fame basando la loro alimentazione sulla ricchezza di carboidrati offerta dall’unica forma di coltivazione possibile per i ceti meno abbienti, ovverosia la patata. A cavallo della metà degli anni 50 dell’800, però, una pestilenza di questo tubero costituita da un fungo, la peronospera, che distrusse l’intera produzione tanto scozzese che irlandese, ma se nel primo caso i più se la cavarono stringendo la cinghia, si stima che furono più di due milioni le persone che in Irlanda in parte persero la vita e in misura estremamente vicina persero la patria andando ad alimentare soprattutto l’altro bacino di accoglienza di miseria nordamericana accanto all’immigrazione italiana. Anche qui c’è stato chi ha saputo cogliere al volo la palla della debolezza crescente del territorio da depredare facendo in modo di impoverire ulteriormente la popolazione esigendo ulteriori interessi, e quindi risorse alimentari da quel paese in accordo con i latifondisti locali come ben descritto da Tim Pat Coogan in The Famine Plot: England’s Role In Ireland’s Greatest Tragedy.

Quella nell’intelligenza è una credenza come un’altra

Taylor diede una svolta al concetto di forza quando, da bravo protoingegnere, si mise a misurare come si potesse ottenere da meno uomini possibile lo stesso sforzo compiuto da un’intera manovalanza. Quello fu il momento in cui le macchine entrarono in diretta competizione con la razza umana e, proprio come fecero gli inglesi, ci riuscirono con l’aiuto dell’equivalente dei latifondisti irlandesi. Le macchine non sostituirono tutti gli esseri umani: soltanto quelli che vivevano a dimensione umana. Se non si comprende la differenza si può guardare un bel film di Jacques Tati, Mon Oncle dove il mondo dello zio con lo spazzino che chiacchiera con il barista scopando sempre lo stesso mucchio di polvere si confronta con quello del bendisposto cognato che cerca di inserirlo nella catena di montaggio, una versione evoluta di Tempi Moderni di Chaplin, qui alla fine degli anni ’50 ma straordinariamente vicino ai tempi nostri. Il predominio della forza in tempo di pace come in quello di guerra era diventato pressoché superato.

Fu certamente la Bomba di Hiroshima a far comprendere come fossero finite le guerre alla vecchia maniera, almeno per i paesi ricchi, perché quelli della miseria, a parte il terrore dei cartelli sudamericani, si fanno ancora a coltellacci e genocidi. Dagli anni ’40 in avanti gli psicotecnici si misero a selezionare (e quindi a spingere per un’educazione di quel tipo) giovani aspiranti impiegati sulla base di una misurazione simile a quella di Taylor che però ora aveva come oggetto l’intelligenza. Se togliamo le “deviazioni” di Goleman, per intelligenza quasi tutti hanno sempre inteso le facoltà computazionali o di problem solving. L’intelligenza è un tool, la genialità una presunzione, possibilmente da espropriare il meglio possibile (si vedano, ad esempio, le politiche sui brevetti o l’economia con le startup).

Poi fu la volta dell’elettronica e dell’informatica che con rapidità estrema iniziarono a rendere possibile la sostituzione del conflitto nucleare con quello economico: una guerra che non fa meno morti dell’altra, ma lo fa in modo molto più silenzioso e perfino in casa propria senza dovere scopare lo sporco sotto il tappeto dei vicini neri.

Il dominio mondiale all’insegna della velocità di calcolo sostenuto dalla finanza e dalle criptovalute, da un lato, e da strategie di conflitto come quelle delle vie di comunicazione in chiave di globalizzazione o del dominio delle materie prime o della polarizzazione del manifatturiero hanno ormai definitivamente segnato il predominio dell’intelligenza di calcolo procedurale sulla forza ed energia.

È l’uomo stesso che ha fatto da sempre d’altronde coincidere la parola intelligenza con quella di calcolo e di strumentalità: perché mai dovremmo stupircene ora. Soprattutto, perché dovremmo stupirci se oggi, immersi nell’isolamento sociale a 360°, i lavoratori si sentono inutili e le aziende, a parte giocare al risiko della finanza, non sanno che cosa far fare al loro personale; o se nelle ricerche di lavoratori si fanno delle “job descriptions” al confine con il ridicolo evitando accuratamente di prendere in considerazione figure che risultino devianti rispetto ai dizionari procedurali delle piattaforme standardizzate.

Un futuro tripartito?

Se i tempi a venire saranno o meno affini al modello di tripartizione sociale preconizzato da Rudolf Steiner è presto per dirlo.

Se quello scimmione che combatteva con i suoi simili per il controllo della fonte idrica del film di Kubrik, ha trovato nello strumento un aiuto per non essere prevaricato, si può dire che il dominio della pura forza ha cominciato a ridursi sensibilmente solo negli ultimi due secoli. Se noi immaginiamo questo tipo di predominio nella rappresentazione del corpo umano possiamo facilmente paragonarlo agli arti, alle gambe, alle braccia, al movimento, alla lotta, al lavoro fisico.

Quello che ha preso definitivamente il via dagli anni ’40 è il predominio della testa. Non a caso si fa un gran parlare di neuroscienze, si risolvono i problemi esistenziali a botte di differenziali diagnostici per qualificarli come patologie finendo alla fine per rendere inutile perfino il professionista clinico perché la medicina che serve te la puoi trovare con Internet. E, se tanto mi da tanto, potrebbe essere a sua volta millenario. Difficile a dirsi. Sicuramente, l’evoluzione o l’involuzione non si realizzerà tanto presto e quelli che ci aspettano saranno periodi di schiavitù delle menti e dell’asservimento conformistico alle procedure. Non possiamo essere impazienti e pensare di vedere effetti positivi nelle prossime generazioni. Dobbiamo essere tuttavia consapevoli che non c’è un nuovo mondo nel quale potere emigrare e le cose che verranno potranno essere anche dannatamente peggiori a come ce le possiamo prefigurare. Lungi dall’imbattermi in un battibecco pro-vax vs. no-vax, mi domando se sono soltanto io a cogliere nell’incapacità di confronto e quello che ci gira attorno un conformismo procedurale del tipo di quello su accennato.

Il momento in cui è possibile instillare un freno a questa deriva per l’avvenire non può essere futuro, perché la dashboard strategica della computazione sa bene che la rana va cucinata mettendola nell’acqua tiepida per poi alzare il calore poco alla volta fino a che non avrà più l’energia per spiccare il balzo fuori dalla pentola.

Non sarà certo la forza a contrastare i tempi della dittatura computazionale: dobbiamo immaginare che le due realtà continueranno l’alleanza nata ai tempi del monolite, semplicemente con un ribaltamento di predominio. Quello che nessuna delle due vuole che vada a crearsi è l’ingresso di un terzo incomodo rispetto alla calda muscolatura e al freddo sistema nervoso, ovvero la zona del torace. In essa si muovono due processi (entrambi aggrediti dalle molecole create per il Covid): quello della circolazione e quello della respirazione.

Inspirazione ed espirazione, sistole e diastole veicolati dai vasi sanguigni del sistema venoso e di quello arterioso possono scambiare i processi di un estremo con quelli dell’altro. Facciamo ben attenzione a questo passaggio Contare sui processi ritmici del corpo come della società vuol dire esattamente il contrario che stare dalla parte dei realisti o dei rivoltosi, dei buoni o dei cattivi, ma piuttosto, in maniera naturale, fare in modo che quello che nessuna delle due parti vuole, ovvero l’ingerenza nel proprio dominio si renda possibile e che il calore dell’energia attraverso l’inspirazione vada a irrorare il cervello che renderà possibile il movimento degli arti dopo aver espulso nell’espirazione le sostanze spurie, e così via. Per crescere come umani occorre compiere uno sforzo che a parole fanno tutti, ma nei fatti evitano entrambi: scambiare in ogni istante la sostanza dell’appartenere alla natura e alla vita con la spinta a innovare che sta scritta nel nostro compito; un’inspirazione analogica e un’espirazione digitale.

Non insegniamo ai nostri nipoti ad essere buoni o a non essere cattivi, ad essere rivoluzionari o a non essere conformisti e neppure ad essere eccessivamente affettuosi o comprensivi verso entrambe le parti, ma solo seguendo la naturalezza delle cose a fertilizzare i due processi governanti con la bellezza delle curve, con l’arte del tai-chi del movimento rettilineo dal bacino ai piedi e di quello circolare dalle spalle alle mani. Questo ci aiuterà a rendere meno irriducibile l’avanzata del mondo numerico.

Un tempo si insegnava che c’erano due dimensioni: quella analogica portata dal corpo e dai suoi gesti e quella numerica sintetizzata nei linguaggi simbolici, primo di tutti quello aritmetico. A quei tempi sembrava ovvio che il sistema in minoranza era quello numerico perché la pasta al pomodoro prevaleva sulla calcolatrice del ragioniere. Oggi il numerico predomina ed è l’analogico ad essere un metodo obsoleto: così sarà per la danza e tutte le arti, ma come molte attività artigianali. A distruggerle non saranno i computer, ma

  • la riduzione a valori basilari ridondanti della varietà fenomenica ed espressiva (ad esempio un’unica lingua per tutto il pianeta, la cancellazione di ambiti di sapere sovrabbondanti rispetto alle domande individuate dalla normalizzazione)
  • la proceduralizzazione dei comportamenti, dei caratteri e delle personalità e la dipendenza delle azioni dalla riconoscibilità prevista dai sistemi (si pensi a quanto sta verificandosi nei social network) e l’automazione delle procedure (non è il digitale e men che mai il cibernetico la “pietra dello scandalo” anche se si tende sempre più a confondere le parole, ma l’automazione; identica a quella meccanica, questa mira ad automatizzare le attività mentali invece di quelle fisiche; come fare a distinguerle fra loro? se non ti lascia scegliere e ti fa usare parole tue invece delle sue allora non è automazione).

Ribaltando una celebre frase di Piccolo Grande Uomo, «Oggi è un buon giorno per cominciare!»