
Il valore dei tuoi trascorsi
Oltre la mentorship

Ci sono delle esperienze nella vita che sono come un suono di trombe, che annunciano l’arrivo del re»
Giuseppe Leonelli
«Divieni ciò che sei!»
Il qui presente motto, «Divieni ciò che sei!», arriva al culmine della ricerca filosofica di Friedrich Nietzsche, quando durante la villeggiatura a Sils-Maria ebbe quella che si potrebbe definire un’illuminazione o una visione ispirata, quella che tutto è soggetto alla legge dell’Eterno Ritorno. Occorre però essere più precisi in proposito di quanto siano i luoghi comuni scolastici. Come ben spiegato da Pierre Klossowski in un libro dedicato al filosofo di Weimar, egli non parlava di un ritorno qualsiasi, come la reincarnazione, il karma o altre routine religiose, ma bensì di quello di un elemento preciso che definiva “il medesimo” e che per molti versi ricorda la variante metafisica dell’Unico di Stirner. Detto in altri termini non esiste un’evoluzione “narrativa”, ovvero qualcosa che prosegue per infinite varianti nelle varie fasi di un’esistenza e in quelle delle diverse esistenze, bensì di un perfezionamento simile all’Opera Alchemica che prosegue fino a giungere alla quintessenza dell’elemento, a quel punto ripulito, purificato, perfezionato dall’eliminazione di tutto ciò che non appartiene esclusivamente alla sua identità. Di vita in vita il medesimo ritorna per l’eternità e trascende se stesso nella ricordanza di sé espressa appunto dalla frase:
Divieni ciò che sei
Un percorso analogo se non addirittura identico lo troviamo nell’occultista, filosofo e guida spirituale Georges Gurdjieff. Egli usava una frase differente ma per molti versi assimilabile, il suo:
Ricordati di te!
Con essa egli intendeva che coloro che saranno in grado di evolvere in questa vita sono coloro in grado di recuperare l’identità che ha attraversato le esistenze, un percorso vicino a quello che Carl Gustav Jung chiamava il processo di individuazione, ovvero l’incontro con il proprio sé al netto dell’egoità (dell’egoismo e dell’egotismo, della maschera con cui ci presentiamo al mondo e dell’attaccamento al simulacro della propria persona. Per Gurdjeff l’attività di ricordanza e quindi di conoscenza di quel sé che vive nella consapevolezza della costante che è presente in tutte le trasformazioni che subiscono le nostre vite è la cosa più importante che possiamo fare e che ci mette anche in grado di agire, non come il mondo vorrebbe, da replicanti ciechi gregari di valori senza realtà, ma partendo dal ricordo, dal ritorno dell’anima che può fecondare di valore i nostri costrutti mondani e spirituali.
Infine per Rudolf Steiner era altrettanto importante l’esercizio della ricordanza retroattiva. Seppure egli insistesse perché durante la giornata ci riservassimo del tempo per risalire la nostra giornata gradualmente e meticolosamente a partire da quanto avvenuto il secondo prima fino al risveglio. Va da sé che se facessimo così, oltre ad aver bisogno di una seconda giornata o anche di più per rivivere del tutto la prima, ma soprattutto entreremmo in un loop perché poi ci troveremmo a ricordare di aver ricordato che si aveva ricordato di aver ricordato e così via. Il processo da lui individuato è ben studiato da Bernard Lievegoed e altri come Michaela Glöckler (si confronti anche l’interessante seminario sulla biografia tenuto da Marcus Fingerle al Centro per l’Antroposofia di Torino). Il percorso umano che secondo il padre dell’Antroposofia raggiungeva il suo culmine al quinto settenario (35 anni) e che per altri oggi si sarebbe spostato al sesto (42 anni) fino a quel momento mirerebbe alla realizzazione del proprio progetto nel mondo. Il che non dovrebbe affatto escludere che la consapevolezza del sé che si realizza dal ripercorrere la propria storia consente possa essere ricercata molto prima di quel momento, ma si dà di per certo che da lì in avanti essa debba diventare un lavoro pressoché quotidiano. Va chiarito con assoluta decisione che non si tratta affatto di un lavoro autobiografico, anzi… Proprio come ebbe a scrivere Foucault, l’opera omnia dell’autore (di un pensiero, di scritti, ma anche della vita personale al netto di tutto ciò) non è un continuum coerente, ma piuttosto lo zigzagare di una rana, la mossa del cavallo degli scacchi di contraddizione in contraddizione. Questo per quanto ha a che fare con la storia di quella che chiamo persona, ovvero la manifestazione temporale dell’essere umano attraverso le condizioni che incontra, proprio come un attore che passi di rappresentazione in rappresentazione rimane se stesso al di là dei ruoli che incarna. Nella vita, purtuttavia, chi più chi meno, ognuno di noi tende ad identificarsi soprattutto nell’ultimo di questi spettacoli e per lo più ricapitola quello che ha vissuto, ovvero la propria persona, sulla base di questo come se egli fosse sempre stato lo stesso Cyrano o lo stesso Faust. Il sé invece trascende le varie persone e la persona che sembra ricapitolarle.

La maturazione di una mentorship
Vi sarà certamente capitato di rivedere vecchie, se non antiche, foto. Passi quando eravamo quella cosa che chiamavamo neonato, ma quelle foto scolastiche alle elementari, alle medie, alle superiori e perfino all’università vi mostrano un altro dal te di oggi. È solo l’insieme mentale attuale a permettere di riconoscerti, ma quando le mostri agli altri in quasi tutti i casi si fa molta fatica quando addirittura non si rivela impossibile il riconoscimento. Se da giovani poi avevate l’abitudine di scrivere o se solo vi capita di incrociare i vecchi temi scolastici quell’estraneità nei confronti dell’essere di allora si fa decisamente netta. Tipicamente si fanno allora spalluce e con una risatina si dice: ma pensa che strano ma simpatico! Chi l’avrebbe mai detto? Invece proprio in momenti come questi dovremmo comprendere l’importanza di alcune cose:
- Che dietro a quella persona esista un’anima presente alle azioni ma che non si identifica in esse
- Che ogni interpretazione del copione scritto dal mondo aveva una volontà individuale in grado con maggiore o minore determinazione di influenzare e personalizzare gli eventi proprio come ogni attore di forte levatura ed esperienza caratterizza di sé ogni parte
- Che il senso che deriva dalla ricerca di sé al netto della parte e quello che è presente in ognuna delle parti deve essere colto a fondo il prima possibile perché la vita può aver termine in ogni momento e occorre comprenderlo il meglio possibile prima di passare oltre.
Se questo ha un valore nella vita di ognuno di noi lo ha, mutata mutandis, anche per l’uomo al lavoro, per il professionista e per l’esperienza che è in grado di cogliere dalla sua storia lavorativa e dalle relazioni che vi ha vissuto nel momento in cui quelle trascorse hanno perso di importanza attuale, ma possono trasferire significato – o metasignificato – a chi in questo momento non riesce a cogliere la propria esperienza attuale in un’ottica prospettica, ma bensì assoluta, come se i modelli gestionali attuali fossero quelli più giusti rispetto al prima quanto verso il futuro. Oppure per far capire che l’innovazione e il cambiamento hanno solo un senso adattivo e nient’affatto progressivo.
Il posto del mentore nella trasformazione
Veniamo così all’aspetto più spiccatamente aziendale della riflessione. Ho sentito spuntare le parole mentor e mentorship quando insegnavo counseling e coaching ai corsi di ipnosi costruttivista forse una ventina di anni fa e sinceramente mi sembrava l’ennesima proposta commerciale per vendere consulenze. Ricordo che un’altra decina di anni prima Domenico De Masi, allora presidente dell’Associazione Italiana Formatori, aveva lanciato un’iniziativa per favorire l’incontro fra l’allievo formatore ed il maestro per il reciproco riconoscimento. Quella per me era una vera iniziativa di promozione di dei rapporti di mentorship, anche se non voglio dire che ci sia solo un modo per fare questo tipo di cose.
Ho rincontrato nuovamente il termine in azienda dove la mentorship veniva intesa come uno – scomodo – riconoscimento per dei capi che affiancavano i neo assunti in quello che oggi viene grossolanamente definito onboarding, Credo che niente sia più lontano dal senso dell’esperienza.
Il bravo manager ha in comune con il bravo coach una difficile scelta:
Un signore dei tempi andati domandò al proprio medico personale, membro di una famiglia di guaritori, chi di loro fosse il più versato nella propria arte.
Il medico, la cui reputazione era tale che il suo nome era diventato sinonimo della scienza medica cinese, rispose:
“Il primogenito vede lo spirito della malattia e lo rimuove prima che prenda forma; perciò il suo nome non varca i confini della casa.
“Il secondogenito cura la malattia quand’è ancora agli inizi; perciò suo nome non è conosciuto al di là del vicinato.
“Per quanto mi riguarda, pratico l’agopuntura, prescrivo pozioni e massaggio il corpo; così talvolta il mio nome giunge alle orecchie dei potenti”.
Tu cosa sceglieresti: la bravura o la fama?
Una scelta veramente difficile! (da Il Franti | Appunti di uno psicologo delle organizzazioni e psicoterapeuta tra la riconquista della fiducia e la difesa dell’etica)
Il rimpianto Franco Battiato, fra le varie iniziative, tempo fa aprì una casa editrice chiamata “L’ottava” fra i cui libri, uno più importante dell’altro, pubblicò le memorie di un giovane ospite del Prieuré di Fontainbleu-Avon che intitolò La rasatura del prato e la costruzione di sé, dove si racconta come il maestro per insegnare al giovane adepto indicava di giorno in giorno dove e come doveva rasare il prato, un’operazione utile anche se in fondo probabilmente non interessava a nessuno. Quell’attività, tuttavia, permise al giovane di fare pulizia dell’inquinamento che la sua vita aveva imposto alle sue emozioni e quindi alla sua mente.
Oggi più che mai ci sono due necessità formative ma soprattutto strategiche nelle organizzazioni:
- La prima e la più difficile consiste nel disimparare quello che si crede di sapere. Questo processo ha due lati: il primo rivolto a chi conosce troppo il proprio lavoro e la propria azienda. Ricordo ad un corso fatto 35 anni fa un partecipante che nei commenti di chiusura commentava che aveva ormai visto tutto dall’alto della sua quarantina d’anni e che nulla ormai lo avrebbe più sorpreso. Ricordo che quando fu il mio turno raccontai un mito ebraico dove Satana riprendeva il Creatore perché aveva favorito un essere infimo come l’uomo per governare la sua creazione. Egli rispose che la ragione stava nel fatto che l’uomo era in grado di dare un nome alle sue creature. Ora, per riconoscere le creature a cui dare il nome l’uomo deve essere in grado di sorprendersi proprio come sa fare un bambino piccolo e chi non sa sorprendersi è perché non riconosce più il suo tempo e la realtà del suo tempo. Quindi chi pensa di aver visto tutto e di non sapersi più sorprendere di niente può tranquillamente morire perché a quel punto la sua vita è inutile. Per spostarsi dal medio all’estremo Oriente, ricordo una storia Zen dove “Nan-in, un maestro giapponese dell’era Meiji (1868-1912), ricevette la visita di un professore universitario che era andato da lui per interrogarlo sullo Zen. Nan-in servì il tè. Colmò la tazza del suo ospite, e poi continuò a versare. Il professore guardò traboccare il tè, poi non riuscì più a contenersi, «E’ ricolma. Non ce ne entra più!» «Come questa tazza,» disse Nan-in «tu sei ricolmo delle tue opinioni e congetture. Come posso spiegarti lo Zen, se prima non vuoti la tua tazza?». La tazza la devono svuotare tanto i senior che gli junior, spesso presuntuosamente ricolmi di buzzword assorbite durante i corsi, fra studenti, su LinkedIn ecc. Purtroppo, spesso il top management quella tazza non l’ha mai svuotata, anzi, se la fa riempire di giorno in giorno dall’opificio parolaio delle Big Three. Ne consegue che il mentoring si trasforma subito in un’intossicazione da società di consulenza, tagliando fuori le persone reali che dalla loro hanno l’esperienza dei tempi, dei luoghi, delle persone… La mentorship reale, invece, è quella fatta di risorse importanti nascoste nei ranghi delle squadre dei colletti blu o fra i corridoi dei colletti bianchi.
- La seconda, apparentemente meno difficile, consiste nel far uscire le persone dalle loro zone di comfort costringendoli a guardare fuori nel mondo. Troppe organizzazioni e imprese si sono abituate alle routine interne e a giudicare sulla base delle persone che hanno intorno, preoccupandosi sempre soprattutto della categoria, del balletto delle poltrone o dei profitti da MBO. Intorno a noi il mondo cambia nella totale indifferenza di chi vive nella scatola. Lavoro per un’azienda dove per decine d’anni si prendeva in giro chi come il sottoscritto parlava dell’importanza di prendere in considerazione le energie alternative al termico e al nucleare, cominciando a lavorarci dentro perché il tempo perché le cose maturino non è immediato e la ricerca è un settore importante che non va messo da parte rispetto al management. Oggi che le cose si sono ribaltate, nessuno più ricorda quei tempi e quelle parole i cui testimoni non sono affatto ancora tutti andati in pensione e molti di costoro si sentono presi in contropiede da eventi che non hanno ancora compreso del tutto. La memoria è una cosa strana, basti pensare che – fortunatamente – nessuno di noi ricorda l’esperienza corporea delle sofferenze. Eppure, solo chi ha una memoria disincantata da ricercatore (della vita e non di laboratorio) ha maggiore facilità, sia a disimparare che ad accedere al nuovo coniugandolo con la saggezza del tempo.
Vedete, è inutile parlare di come va fatta la mentorship perché la si può fare in mille modi ma se si intende la necessità come un tool o un algoritmo si è del tutto fuori strada: si vuole ignorare che non stiamo parlando né di tecniche, né di metodi, ma di sense making! Purtroppo, troppo spesso il trasferimento invece che da esperienze costruttive di persone positive, avviene a partire da carrieristi strumentali, falsi o disfattisti, ma dotati di un qualsivoglia gallone di arrampicata.
Costruire programmi e filosofie della mentorship è un modo per collegare le generazioni e fare in modo che l’una fertilizzi l’altra lasciando ringiovanire i senior perché guardino all’esterno, al mercato reale e ai progetti innovativi più improbabili mentre si ancora alla saggezza a volte pesante della presa a terra i più giovani facendo loro capire che non hanno la verità in tasca per il solo fatto di avere assorbito un numero maggiore di parole alla moda. Spingere entrambi a capire che lavorare significa certo incamerare dei profitti in grado di far sopravvivere l’azienda, ma lavorare significa per le persone che lavorano essenzialmente essere capaci di convivialità, di scambio reciproco e di rispettare le reciproche realtà comprendendo che a prescindere dall’età siamo tutti immersi nel bagno primordiale della condizione umana e che solo noi, persona per persona, possiamo fare in modo che questa immersione sia più confortevole che corrosiva.
Tutto il resto è social e automazione.
Del rigore della scienza
«… In quell’impero, l’Arte della Cartografia raggiunse una tale Perfezione che la mappa di una sola provincia occupava tutta una Città e la mappa dell’Impero tutta una Provincia. Col tempo codeste Mappe Smisurate non soddisfecero e i Collegi dei Cartografi eressero una mappa dell’Impero che uguagliava in grandezza l’Impero e coincideva puntualmente con esso. Meno Dedite allo studio della cartografia, le Generazioni Successive compresero che quella vasta Mappa era inutile e non senza Empietà la abbandonarono all’Inclemenze del Sole e degl’Inverni. Nei deserti dell’Ovest rimangono lacere rovine della mappa, abitate da Animali e Mendichi; in tutto il paese non è altra reliquia delle Discipline Geografiche. (Suarez Miranda, Viaggi di uomini prudenti, libro quarto, cap. XLV, Lérida, 1658)» Da Jeorge Luis Borges, L’artefice Ed. Mondadori i Meridiani vol. 1, pg. 1253

