
«Te lo giro su Uozzapp»

Ormai anche i consulenti bancari ti dicono che puoi spedire o ricevere su WhatsApp.
La cosa è diventata perniciosa. La gente dà per scontato che tutti abbiano e usino questo programma molto più devastante di tutti i più noti social. I suoi utenti sono fra i più superficiali di tutto il mondo digitale.
Il problema si aggrava per il circolo vizioso che porta i professionisti ad usare WhatsApp perché i clienti hanno quello e i loro clienti usano quello per parlare con i professionisti. In questo modo non ce ne libereremo mai a meno di non rimuovere dal server di Zuckerberg la propria iscrizione e non recedere mai.
Si noti che il sottoscritto usava quest’app fin dai primi tempi quando girava ancora sul suo Nokia. Le cose sono cambiate solo da quando è stata comprata dal patron di Facebook. Sembrava fosse stata una spesa esagerata mentre è stato probabilmente il suo affare migliore.
Chi paga WhatsApp? I più sono convinti che sia completamente gratuito, ma non è affatto così. A pagare siamo tutti noi con l’utilizzo commerciale che il programma fa delle nostre comunicazioni: leggete bene il contratto cui avete aderito con l’installazione!
Allora, quando un professionista o un amico ti dice: «Ma perché tu non ciai Uozzappa?», potete sempre rispondere loro che potrete usarlo — FORSE, soltanto “forse” — se loro o l’azienda che tanto essi amano vi paga per farlo, per cedere le vostre informazioni al loro indotto.
Le alternative? Sono tante: Threema, Signal, Telegram… oppure quella che hanno tutti SMS. Al peggio la mail. Non che quella sia gratuita, visto che i più hanno Google e simili che anche loro vi fanno pagare con la cessione dei vostri comportamenti in rete, ma almeno è un male inevitabile. Anche qui l’alternativa ci sarebbe ma pochi vogliono pagarla: basterebbe comprare un dominio senza sito e con solamente il servizio postale.
Questo però oggettivamente sarebbe chiedere troppo al popolo.
E allora subitelo… “Panem, Circense, mailem, socialem & — soprattutto — Uozzappetem“