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Dove porta l’innovazione?

Dove porta l’innovazione?

Gli albori delle tecnologie

Non sono certo un nostalgico della “sana e antica tradizione” e chi mi conosce meglio sa quanto le invenzioni innovative mi abbiano sempre fatto baluginare gli occhi come un bambino nel negozio dei giocattoli.

Però gli oggetti li ho visti sempre, da un lato come l’espressione della creatività e dell’inquietudine intellettuale, dall’altro come opportunità di nuove realizzazioni consentite da scorciatoie e potenziamenti non riduttivi. Per fare un esempio, il campionamento dei suoni permette nuove idee musicali senza sostituire gli strumenti tradizionali, ma sviluppando nuovi dialoghi musicali.

Chi visita Barcellona non può non ammirare le realizzazioni architettoniche e ambientali di Gaudí che rappresentavano a suo tempo una grande innovazione proprio come i quadri di Picasso o Dalì. Dei software come certi videogiochi oggi, possono essere, per converso, visti come una di queste forme inventive.

Quando, però, l‘innovazione si chiude in se stessa, diventa fine a se stessa o auto-generante non potrà portare da nessuna parte. E oggi le persone comprano invenzioni senza neppure sapere perché lo fanno. Solo perché “è nuovo”. E queste tecnologie, di fronte a umani che non hanno più nulla di originale da esprimere che non sia la ripetizione inflazionata delle opinioni di tutti, finiscono per automatizzare anche quelle. Le nuove macchine, stanche di aspettare le idee degli umani, hanno iniziato a far foto da sole, musica da sé, scrittura automatica… tutto ciò battezzandolo “intelligenza digitale” o artificiale. E che cosa sono queste creazioni? Cliché, repliche a cui i consumatori sono sempre più abituati al punto che se la creazione non somiglia a un cliché viene vissuta come brutta. Così, quando l’espressione intellettuale costringe a pensare, a fare fatica allora viene evitata come la peste e bollata come brutta o noiosa.

Questo nostro si sta riducendo ad essere un mondo piatto e abitato da umani omologati e famelici di consumi in proporzione all’incapacità di dare e di fare. Fermiamoci. Invertiamo la tendenza. Usiamo vetero-tecnologie per espressioni innovative invece di clonare il sentito dire per poter assecondare gli investimenti tecnologici.

Cominciamo a partire dalla cura del sé e accettiamo di fare fatica per arricchirci, non di denaro che presto o tardi sparirà o di cibo che prima o poi ci ucciderà, ma di comprensione di se stessi e di qualità nei rapporti interpersonali.

Acquisti e vendite sono sempre stati occasioni di scambio di prestazioni gli uni verso gli altri e i soldi sono solo un modo pratico per regolare questi scambi. Accumularli vuol dire sostituire con del potenziale inespresso il bello dell’interazione. E comprare sempre nuovi oggetti che saturano le nostre case in maniera direttamente proporzionale alla solitudine che sempre più le abita è una perdita del senso stesso dell’innovazione tecnologica.

Un tablet può servire per scrivere o per leggere, ma se sta fermo per essere aggiornato quando scade proprio come gran parte del cibi che, nonostante le lamentele per la mancanza di soldi per comprare, finiscono scaduti o sprecati nelle colline delle discariche, differenziate e non, allora non solo è un altro spreco inutile, ma ci impoverisce dentro.

Leggere sempre la stessa letteratura, ascoltare sempre gli stessi produttori musicali (sì perché quelli sono sempre meno musicisti e sempre più imprenditori), guardare sempre gli stessi generi cinematografico-televisivi ci imbruttisce.

Non ultimo, accedere a Internet, ai social, ai giornali, ai blog… nella speranza di accaparrarsi qualcosa senza mai dare niente, non solo prestazioni, contributi o servizi barattati, pagati, ma anche semplicemente con risposte, punti di vista personali, critiche o apprezzamenti possibilmente non egocentrici o offensivi… tutto questo imbruttisce.

Se la tecnologia e l’innovazione fa perdere di vista la bellezza e la relazione, quella spontanea e imperfetta, non è colpa della tecnica, ma della nostra componente brutta che ci fa consumare ripiegamento in sé e pigrizia. Ricordiamo che agli albori del termine la techné, il cui significato originario era quello di arte e di artigianato, altro non era che tutto ciò che non corrispondeva alla physis, ovvero alla natura non intaccata, quella priva di umanità e che neppure poteva essere apprezzata in quanto non contaminata né da case, né da sentieri e neppure da pensiero o da utilizzo, seppure estetico o contemplativo. In altri termini, la sola natura non poteva conoscere la bellezza in quanto questa era frutto di pensiero e quindi di invenzione, di idee, di novità… di techné, appunto.

Ad ogni età e con il corpo e la mente che sono stati concessi e che abbiamo accudito alla meno peggio non smettiamo mai di lavorare per il bello: su di noi, dentro di noi, fra di noi!

E questo anche con il supporto delle tecnologie e dell’innovazione, come è sempre stato da che la scimmia di Kubrick ha scoperto che l’osso poteva essere uno strumento, badando sempre di non finire ipnotizzati dal potere di un osso come succedaneo del monolite.

Il bisogno del divino ex-machina

Essere un canale

Essere un canale

Riporto un bel passaggio di un documentario su Paul Simon trasmesso da Rai5 e disponibile su #RaiPlay.

Intervistato sul successo e sull’efficacia del brano “Bridge Over Troubled Water”, Simon osserva qualcosa che gran parte dei visionari anche se minuscoli e del tutto anonimi conoscono, perché il fine del fenomeno non è il successo ma il divenire delle contaminazioni spirituali, espressive, di maturazione e così via. Tu puoi essere un buono strumento in quello che fai, anche eccellente, tuttavia questo tuo pezzo di mestiere è adattato, spesso complicato o faticoso, a volte frustrante, altre fuorviante.

Quando si crea quello che Maturana e Varela chiamavano un accoppiamento strutturale fra “monadi” [mi si perdoni il glissare ritirando la mano dopo aver lanciato il sasso] allora tutto fila in maniera naturale, come se qualcuno si impossessasse delle tue potenzialità e non avessi bisogno di pensare dove vuoi arrivare perché è tutto talmente spontaneo, istintivo, naturale.

Qui Simon lascia capire che le prime volte che capita non lo riconosci, ma che poi spesso proprio questa consapevolezza diventa sempre più il fulcro stesso di un dialogo interno artistico, espressivo, personale. Questo lo troviamo in imprenditori come Steve Jobs, ma anche in sportivi, agricoltori, viaggiatori, o nell’amico divergente. Poco importa chi sia: la differenza sta nel fatto che sia o meno riuscito a intercettare, riconoscere e farsi amico questo “fenomeno”.

Non basta lasciare passare qualsiasi fesseria che può girare per la testa. Occorre un patto rigoroso e onesto fra “canale” e “flusso” in base al quale quello che ne deriva può anche essere apparentemente sbagliato e il più delle volte causalisticamente ininfluente. Importante è partorire senza aspettarsi niente e crescere sotto auspici di saggio onore e libertà disciplinata le creature che ci vengono affidate, ricordando alcune osservazioni presenti nel cosiddetto “Effetto farfalla” delle teorie del caos e non solo, come questa di Alan Turing:

«Lo spostamento di un singolo elettrone per un miliardesimo di centimetro, a un momento dato, potrebbe significare la differenza tra due avvenimenti molto diversi, come l’uccisione di un uomo un anno dopo, a causa di una valanga, o la sua salvezza.»

(Alan Turing, Macchine calcolatrici e intelligenza, 1950)