Categoria: Tecniche e tecnologie

Tu ti fidi di GPT?

Tu ti fidi di GPT?

Fondamentale fidarsi di una Idiozia Artificiale?

Ecco qui un esempio testuale realizzato con BuddyGPT, un bot per Telegram che si aggancia a qualcuno di questi fantomatici motori che, si sa, non sono tutti uguali.

Ad esempio, se si usa quello di Bing è possibile che incidenti come questo non capitino, ma è anche vero che per garantirli offre più o meno le stesse risposte che un navigatore minimamente consumato potrebbe ottenere e con più precisione.

A tutti gli altri tecnomessianici chiederei maggiori informazioni a proposito di questo misterioso Skinner Charette.

Ecco domande e risposte da me ottenute.

— Chi fu Gilbert Charette?

«Non ho trovato informazioni su Gilbert Charette. Tuttavia, potrebbe trattarsi di una confusione con Thomas Skinner Charette, famoso omeopata americano. Thomas Skinner Charette è stato un medico e omeopata americano nato nel 1863 e morto nel 1923. È stato uno dei principali esponenti dell’omeopatia negli Stati Uniti a cavallo tra XIX e XX secolo.

Charette si è laureato in medicina alla Jefferson Medical College di Filadelfia e successivamente si è specializzato in omeopatia presso l’Hering Medical College di Chicago. Ha collaborato con numerosi ospedali omeopatici, ha contribuito a fondare l’American Foundation for Homeopathy e ha pubblicato diversi libri sull’omeopatia, tra cui “The Science of Therapeutics” del 1901, considerato uno dei testi più importanti sull’argomento.

Charette è stato anche uno dei primi ad applicare la legge dei simil-acquista similis, il principio omeopatico di base, alle malattie mentali e ha sviluppato un approccio omeopatico alla psichiatria. La sua influenza sull’omeopatia americana è stata significativa e molti vengono ancora formati oggi seguendo i suoi insegnamenti»

— Crea un articolo su Thomas Skinner Charette che comprenda la sua opera

«Thomas Skinner Charette (1863-1923) è stato un medico e omeopata americano tra i principali esponenti dell’omeopatia negli Stati Uniti a cavallo tra il XIX e il XX secolo. Charette ha sviluppato un approccio innovativo all’omeopatia, introducendo la terapia omeopatica nell’ambito della psichiatria e della malattia mentale.

Charette è nato e cresciuto a Springfield, nell’Illinois. Si è laureato in medicina presso il Jefferson Medical College di Filadelfia e successivamente ha frequentato una scuola di omeopatia presso l’Hering Medical College di Chicago. La sua carriera medica iniziale l’ha portato a lavorare in ospedali e cliniche pubbliche, dove ha sviluppato una competenza nei disturbi mentali. Nel 1902, Charette ha fondato un ospedale privato a Filadelfia dedicato alla salute mentale dove ha iniziato a utilizzare i rimedi omeopatici nei suoi trattamenti.

Il lavoro di Charette nella salute mentale è stato rivoluzionario e ha posto le basi dell’omeopatia moderna. Egli sosteneva che la malattia mentale fosse causata da una disfunzione organica, piuttosto che da una malattia “mentale” intesa come qualcosa di separato dal corpo. Inoltre, Charette ha sviluppato un nuovo approccio all’omeopatia, utilizzando le sostanze omeopatiche come prototipi di medicamenti volti a curare sintomi specifici.

Tra le opere di Charette, “The Science of Therapeutics” del 1901, considerato uno dei testi più importanti sull’omeopatia, in cui poneva un’enfasi particolare sull’importanza della diagnosi e della giusta scelta del rimedio, in base alle peculiarità del paziente e delle sue situazioni specifiche.

Charette è stato anche uno dei primi medici ad applicare la legge dei simil-acquista similis alle malattie mentali e a sviluppare un approccio omeopatico alla psichiatria. Le sue teorie sono state critiche da alcuni accademici dell’epoca, tuttavia, il suo contributo all’omeopatia e alla medicina in generale non può essere sottovalutato.

La carriera di Charette ha avuto un impatto significativo sul campo dell’omeopatia, influenzando la teoria e la pratica della professione a livello globale. La sua opera è ancora oggi studiata e le sue idee hanno fornito un importante punto di partenza per lo sviluppo di un approccio integrato tra la medicina convenzionale e l’omeopatia, seguendo il principio fondamentale che la cura dei pazienti richiede un’attenzione individuale e personalizzata al loro stato di salute»

— Dove posso trovare notizie più approfondite su Thomas Skinner Charette (1863-1923)?

«Per trovare notizie più approfondite su Thomas Skinner Charette (1863-1923), ci sono diverse fonti disponibili.

  • Una buona fonte di informazioni è la pubblicazione dell’American Institute of Homeopathy dal 1923 intitolata “In Memoriam: Thomas Skinner Charette, M.D.”, che contiene una biografia dettagliata di Charette e una descrizione dei suoi contributi all’omeopatia e alla medicina.
  • “The Homeopathic Physician”, rivista ufficiale dell’American Institute of Homeopathy, ha dedicato numerosi articoli ad analizzare la sua vita e la sua opera. È possibile accedere all’archivio online della rivista per trovare ulteriori informazioni.
  • “The Science of Therapeutics”, il libro scritto da Charette e pubblicato nel 1901, è disponibile online e in diverse biblioteche.
  • La biblioteca della Harvard Medical School ospita numerosi documenti e altri materiali di Charette e il suo lavoro come psichiatra.
  • Infine, l’American Institute of Homeopathy, molto attivo e prestigioso negli Stati Uniti, potrebbe a sua volta fornire altre informazioni sulla vita e l’opera di Charette.

In generale, la letteratura medica e l’omeopatia degli anni passati possono fornire una visione esaustiva sul tema»

Inviami un link che tratti approfonditamente di Thomas Skinner Charette (1863-1923)

«Eccoti qui un link ad un articolo dal sito “Homeopathy Plus”, che tratta in modo dettagliato della vita e dell’opera di Thomas Skinner Charette: https://homeopathyplus.com/dr-thomas-skinner-charette-homeopath-psychiatrist/

L’articolo offre una panoramica completa della vita di Charette, dei suoi successi nella psichiatria e dell’innovativo approccio all’omeopatia che ha sviluppato. Inoltre, ci sono anche molte informazioni su come il suo lavoro ha influenzato l’omeopatia moderna e la medicina in generale»

Questo link non tratta dell’autore

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A+I = Artificial Idiocy: una sintassi vuota

A+I = Artificial Idiocy: una sintassi vuota

Mi piacerebbe potere parlare cretini dell’innovazione a tutti i costi, di imbecilli del meliorismo evoluzionista, di coglioni tranvatumanisti… in una parola di IA, Idioti Artificiali, di seguaci dell’AI, Artificial Idiocy.

Mi piacerebbe ma fa poco politicamente corretto e, come sapete bene, io mi sono sempre posto questo problema 😈 . Sicuramente, se lo facessi sarei — giustificatamente — imputato di mancato inclusivismo, fascismo, nazismo, omofobia, trumpismo, putinismo, qualunquismo, rossobrunismo, passatismo, conservatorismo, nostalgismo, campanilismo…

Il problema è che questi hanno ormai quasi ultimato la rimozione dei fondamentali, la riscrittura della storia e soprattutto l’indifferenza per la parte semantica della lingua.

Infatti, generalmente non conoscono la differenza fra sintassi e semantica, anche perché non hanno mai studiato e quindi imparato il linguaggio.

Per la loro indifferenza in materia accenno ad un rudimento del genere. Quando parli usi una struttura che ha delle articolazioni che sono un po’ come i calcoli in aritmetica o in matematica. Una libreria di algoritmi per i coatti. Questo sistema espressivo potremmo chiamarlo sintassi. La sintassi segue regole abbastanza precise che in genere i buzzurri osservano poco, un po’ come se dicessero che contestare che 2+2 fa sempre 4 è segno di mentalità rigida e autoritaria: ovviamente fascista.

Poi ci sono i contenuti. Questi prevedono un’azione umana (le pere sono in natura ma è il contadino a coltivarle e raccoglierle) e forse per questo sono sottovalutati. Sì, perché la matematica è un linguaggio formale, una sintassi, cioè. Così, quando ti dico che ti dò 2 non ti ho detto niente, perché si dà il caso che i tuoi apprezzamenti sarebbero molto diversi se ti dicessi che ti dò 2 fragole, 2 di picche o 2 calci in culo (e in questo caso potrei articolare anche delle espressioni qualitative, perché se te li dò con le ciabatte è diverso che se te li dovessi dare con gli scarponi militari).

Secondo te, è più importante 2 o l’oggetto pera? Sempre se tu, come va di moda oggi, non neghi l’evidenza, il 2 non lo mangi; le pere, sì e se sono anche buone è meglio.

Chi offre questo contenuto? Non lo offre certamente nessun chatGPT o simili, ma verosimilmente i milioni di dipendenti che sono stati licenziati per far posto a questa idiozia artificiale.

L’idiozia artificiale è tale perché, in sé e per sé, è costituita da sintassi di diversa natura, del tutto prive, però di semantica. Prive di contenuto.

Un libro di fisica quantica recitato da un pappagallo!

Come dire 329176150056 risultato di 140023*2350872: che te ne fai? Se invece a 140023 ci metti clienti e 2350872 il prezzo del tuo prodotto, la cosa assume un significato.

Segnatela questa parola, SIGNIFICATO, caro Idiota Artificiale, perché anche se non capisci cosa vuol dire, stai perseguendo la sua estinzione.

Domandati allora da dove prende i contenuti la sintassi del GPT e ti accorgerai che le dinamiche sono di due tipi:

  1. chi vuole farti credere che l’unico significato è quello che dice lui: case farmaceutiche, armaioli, Word Economic Forum…
  2. I deficienti come i redattori di Wikipedia a cui i vampiri sintattici attingono a piene mani o come il sottoscritto che scrivono e regalano alla macelleria dei contenuti che è diventato il web perché qualcuno possa acchiappare tutto questo e rivenderlo in chat senza spendere un picco, senza pagare nessun dipendente e alla fine banalizzando e impoverendo la cultura umana seppure partendo da qualcosa che una qualche intelligenza poteva avercela.

Per questo dico, e vorrei ne teneste conto: quello che si trova contenuto in questo sito e in altre fonti di mia produzione è coperto da copyright. Questo copyright non vieta che qualche umano legga e usi quello che scrivo continuando a garantire anche nei suoi contenuti il mio diritto al copyright, ma DIFFIDO, qualsivoglia motore di ricerca evoluto — perché alla fine questi strumenti questo sono, dei Google del terzo millennio e niente più, come Google è stato un’evoluzione di Altavista e di Yahoo prima ancora — di appropriarsi di questi contenuti, pena incorrere in una causa senza quartiere.

In fondo, la musica conosce già il fenomeno, solo che quando i dj e i rappers campionavano pezzi di altri per creare un brano nuovo, pagavano sempre le royalty agli autori e ai performers originari. Da quando in qua dovremmo accettare che solo perché è in una rete che UNA VOLTA poteva essere aperta e democratica, mentre oggi non è che un caporalato dell’intelligenza?

Non posso farlo, ma vorrei proprio potere chiamare molti di voi: Artificial Idiot (in italiano “coglione di plastica”) o, come cantava Frank Zappa, “Plastic People”!

Frank Zappa: Plastic People
«Te lo giro su Uozzapp»

«Te lo giro su Uozzapp»

Ormai anche i consulenti bancari ti dicono che puoi spedire o ricevere su WhatsApp.

La cosa è diventata perniciosa. La gente dà per scontato che tutti abbiano e usino questo programma molto più devastante di tutti i più noti social. I suoi utenti sono fra i più superficiali di tutto il mondo digitale.

Il problema si aggrava per il circolo vizioso che porta i professionisti ad usare WhatsApp perché i clienti hanno quello e i loro clienti usano quello per parlare con i professionisti. In questo modo non ce ne libereremo mai a meno di non rimuovere dal server di Zuckerberg la propria iscrizione e non recedere mai.

Si noti che il sottoscritto usava quest’app fin dai primi tempi quando girava ancora sul suo Nokia. Le cose sono cambiate solo da quando è stata comprata dal patron di Facebook. Sembrava fosse stata una spesa esagerata mentre è stato probabilmente il suo affare migliore.

Chi paga WhatsApp? I più sono convinti che sia completamente gratuito, ma non è affatto così. A pagare siamo tutti noi con l’utilizzo commerciale che il programma fa delle nostre comunicazioni: leggete bene il contratto cui avete aderito con l’installazione!

Allora, quando un professionista o un amico ti dice: «Ma perché tu non ciai Uozzappa?», potete sempre rispondere loro che potrete usarlo — FORSE, soltanto “forse” — se loro o l’azienda che tanto essi amano vi paga per farlo, per cedere le vostre informazioni al loro indotto.

Le alternative? Sono tante: Threema, Signal, Telegram… oppure quella che hanno tutti SMS. Al peggio la mail. Non che quella sia gratuita, visto che i più hanno Google e simili che anche loro vi fanno pagare con la cessione dei vostri comportamenti in rete, ma almeno è un male inevitabile. Anche qui l’alternativa ci sarebbe ma pochi vogliono pagarla: basterebbe comprare un dominio senza sito e con solamente il servizio postale.

Questo però oggettivamente sarebbe chiedere troppo al popolo.

E allora subitelo… “Panem, Circense, mailem, socialem & — soprattutto — Uozzappetem

Telegram Puzzle

Telegram Puzzle

Ho creato un canale con relativo gruppo di discussione per tutti coloro che vogliono apprendere trucchi e risorse di Telegram. Non è un vero corso o un canale organico, ma piuttosto un incontro casuale di scoperte e suggerimenti reciproci: quando scopro qualcosa o mi viene in mente di far comprendere qualcos’altro lo posto senza impegno o rispondo senza impegno alle questioni riportate nel gruppo. L’indirizzo del canale è questo https://t.me/spuntigram , quello del gruppo, questo https://t.me/+_UA5ggdxBjBhMWFk

Dove porta l’innovazione?

Dove porta l’innovazione?

Gli albori delle tecnologie

Non sono certo un nostalgico della “sana e antica tradizione” e chi mi conosce meglio sa quanto le invenzioni innovative mi abbiano sempre fatto baluginare gli occhi come un bambino nel negozio dei giocattoli.

Però gli oggetti li ho visti sempre, da un lato come l’espressione della creatività e dell’inquietudine intellettuale, dall’altro come opportunità di nuove realizzazioni consentite da scorciatoie e potenziamenti non riduttivi. Per fare un esempio, il campionamento dei suoni permette nuove idee musicali senza sostituire gli strumenti tradizionali, ma sviluppando nuovi dialoghi musicali.

Chi visita Barcellona non può non ammirare le realizzazioni architettoniche e ambientali di Gaudí che rappresentavano a suo tempo una grande innovazione proprio come i quadri di Picasso o Dalì. Dei software come certi videogiochi oggi, possono essere, per converso, visti come una di queste forme inventive.

Quando, però, l‘innovazione si chiude in se stessa, diventa fine a se stessa o auto-generante non potrà portare da nessuna parte. E oggi le persone comprano invenzioni senza neppure sapere perché lo fanno. Solo perché “è nuovo”. E queste tecnologie, di fronte a umani che non hanno più nulla di originale da esprimere che non sia la ripetizione inflazionata delle opinioni di tutti, finiscono per automatizzare anche quelle. Le nuove macchine, stanche di aspettare le idee degli umani, hanno iniziato a far foto da sole, musica da sé, scrittura automatica… tutto ciò battezzandolo “intelligenza digitale” o artificiale. E che cosa sono queste creazioni? Cliché, repliche a cui i consumatori sono sempre più abituati al punto che se la creazione non somiglia a un cliché viene vissuta come brutta. Così, quando l’espressione intellettuale costringe a pensare, a fare fatica allora viene evitata come la peste e bollata come brutta o noiosa.

Questo nostro si sta riducendo ad essere un mondo piatto e abitato da umani omologati e famelici di consumi in proporzione all’incapacità di dare e di fare. Fermiamoci. Invertiamo la tendenza. Usiamo vetero-tecnologie per espressioni innovative invece di clonare il sentito dire per poter assecondare gli investimenti tecnologici.

Cominciamo a partire dalla cura del sé e accettiamo di fare fatica per arricchirci, non di denaro che presto o tardi sparirà o di cibo che prima o poi ci ucciderà, ma di comprensione di se stessi e di qualità nei rapporti interpersonali.

Acquisti e vendite sono sempre stati occasioni di scambio di prestazioni gli uni verso gli altri e i soldi sono solo un modo pratico per regolare questi scambi. Accumularli vuol dire sostituire con del potenziale inespresso il bello dell’interazione. E comprare sempre nuovi oggetti che saturano le nostre case in maniera direttamente proporzionale alla solitudine che sempre più le abita è una perdita del senso stesso dell’innovazione tecnologica.

Un tablet può servire per scrivere o per leggere, ma se sta fermo per essere aggiornato quando scade proprio come gran parte del cibi che, nonostante le lamentele per la mancanza di soldi per comprare, finiscono scaduti o sprecati nelle colline delle discariche, differenziate e non, allora non solo è un altro spreco inutile, ma ci impoverisce dentro.

Leggere sempre la stessa letteratura, ascoltare sempre gli stessi produttori musicali (sì perché quelli sono sempre meno musicisti e sempre più imprenditori), guardare sempre gli stessi generi cinematografico-televisivi ci imbruttisce.

Non ultimo, accedere a Internet, ai social, ai giornali, ai blog… nella speranza di accaparrarsi qualcosa senza mai dare niente, non solo prestazioni, contributi o servizi barattati, pagati, ma anche semplicemente con risposte, punti di vista personali, critiche o apprezzamenti possibilmente non egocentrici o offensivi… tutto questo imbruttisce.

Se la tecnologia e l’innovazione fa perdere di vista la bellezza e la relazione, quella spontanea e imperfetta, non è colpa della tecnica, ma della nostra componente brutta che ci fa consumare ripiegamento in sé e pigrizia. Ricordiamo che agli albori del termine la techné, il cui significato originario era quello di arte e di artigianato, altro non era che tutto ciò che non corrispondeva alla physis, ovvero alla natura non intaccata, quella priva di umanità e che neppure poteva essere apprezzata in quanto non contaminata né da case, né da sentieri e neppure da pensiero o da utilizzo, seppure estetico o contemplativo. In altri termini, la sola natura non poteva conoscere la bellezza in quanto questa era frutto di pensiero e quindi di invenzione, di idee, di novità… di techné, appunto.

Ad ogni età e con il corpo e la mente che sono stati concessi e che abbiamo accudito alla meno peggio non smettiamo mai di lavorare per il bello: su di noi, dentro di noi, fra di noi!

E questo anche con il supporto delle tecnologie e dell’innovazione, come è sempre stato da che la scimmia di Kubrick ha scoperto che l’osso poteva essere uno strumento, badando sempre di non finire ipnotizzati dal potere di un osso come succedaneo del monolite.

Il bisogno del divino ex-machina

Del mio Podcast

Del mio Podcast

Sono andato a curiosare per vedere l’effetto che fa il podcast iniziato l’anno scorso e mai proseguito (dal quale fra l’altro, trasse origine l’idea di questo sito).

Alla fine quello più convincente è come appare su Spotify:

A conferma che al momento forse è proprio l’editore svedese che ha comprato Anchor a sembrare il più convinto sulle “radio libere” via web.

Apple, che diede il via al fenomeno circa vent’anni fa invece ora si attesta a malapena sul mainstream, mentre Google non ha app per tutte le piattaforme, concentrandosi solo su Smartphone Android.

Così invece è come appaiono da browser su Stitcher e Anchor.

Infine, chiude la piccola galleria l’interfaccia solo-android di Google Podcast.

Riconoscersi nella pazzia

Riconoscersi nella pazzia

Oggi ascoltavo un docente universitario che nelle vesti di consulente esponeva in un’azienda i pur interessanti risultati di una ricerca sociologica. Le conclusioni, corredate da molti calcoli anche complessi, portavano a delle valutazioni abbastanza note agli osservatori più attenti e meno stereotipati e comunque comuni in questo genere di aziende.

Spiegava come fosse colpito dal fatto che in un’impresa così apparentemente omologata esistessero miriadi di clan e logiche locali che costituiscono i criteri operanti, quelli autentici, quelli di clan, lobby, “cosche” in barba alle universalissime ricette imposte dalle big three consulting firms: scaling agile, disruption, digital transformation, deep learning, data analysis eccetera, eccetera.
Considerava come fosse inefficiente contrastare un modello gerarchico con quello agile quando poi li fai convivere entrambi nonostante gli imbarazzanti impedimenti che portano a dare il peggio di ognuna delle due.

Io riflettevo su quanto fosse assurdo che l’uomo abbia creato delle tecnologie e dei modelli per replicare e riprodurre la razionalità nei propri modelli sociali, da quelli politici, a quelli economici, dall’istruzione alla sanità. No, non le procedure, né le macchine, né i calcoli possono riprodurre gli aspetti caratteristici dell’umanità. Dimostrano piuttosto un insano desiderio degli essere umani di rappresentarsi come le tecniche e le scienze: razionali, logici, calcolati…

Ora che quest’affermazione si è consolidata e ha contaminato le persone e gli ambienti possiamo finalmente affermarlo: l’irrazionalità, l’impulsività, la mancanza di logica e di buon senso, tutti completamente impermeabili alla formalizzazione, sono i veri principi guida dell’umanità e più l’uomo cerca di affermare il contrario più porterà alle estreme conseguenze questa vera specie specificità e da sempre la massima estremizzazione della razionalità non modellizzata perché basata sul totale arbitrio dell’Assurdo imponderabile perché fondato sulle buffée – va ricordato – ha sempre costituito la fondamenta dell’evoluzione umana: la guerra – la più immediata, distruttiva e spietata.

Tanto vale sostituire il pensiero positivista dalle Organizzazioni e riprendere in mano l’analisi istituzionale e la vivisezione, i sogni, gli incubi, l’Es e il microbiogramma delle comunità economiche e trasformative umane.

Ora che abbiamo con l’aiuto delle macchine portato al massimo estremo la riproduzione programmata della logica che fa funzionare al meglio ogni cosa salvo non sapere a che scopo sarà utile, non ci rimarrà che riconoscerci in quello che resta: la follia!

La Digital Transformation è lotta per la sopravvivenza

La Digital Transformation è lotta per la sopravvivenza

Il mondo digitale nelle imprese e per le nuove generazioni dietro il mito dell’innovazione senza fine nasconde un ritorno alle origini della condizione umana.

Da un lato il digitale che nelle grandi imprese il più delle volte non è altro che sostituzione dei processi creativi con routine che dovrebbero sostituire le persone rendendo schiave quelle che rimangono alle logiche formali delle procedure informatiche.

Dall’altro le startup e le astuzie lasciate a singoli o a piccoli gruppi che sono costrette a inventare nuovi modi per sopravvivere o vincere esattamente come facevano o selvaggi che lottavano giorno per giorno per cacciare prede e scoprire territori inesplorati o sconfiggerne gli abitanti attuali.

Per questo un giovane oggi dovrebbe comprendere che conoscere il digitale è importante, ma soprattutto non è il fine, ma solo un mezzo per meglio conquistare il proprio spazio sottraendolo ai presidi del potere combattendo con i concorrenti meno avventurosi e meno divergenti.

Nulla rimane dove si trova: tutto cambia come una figura in mutamento mimetico contro uno sfondo ripetitivo e pieno di luoghi comuni.

All’estero Iliad non funziona (con Android Huawei)?

All’estero Iliad non funziona (con Android Huawei)?

Curiosamente (ma per come vanno le cose di questi tempi neanche troppo), il messaggio di sistema che Iliad invia ai nuovi clienti con la configurazione del terminale è impreciso e, almeno nel mio caso qui dalla Francia, non funziona all’estero. Dopo qualche chiamata le gentili operatrici italiane hanno corretto quello che andava ritoccato e, ora che ha preso a funzionare, penso di fare cosa buona e giusta nel salvare lo screenshot per me e tutti coloro che finiscono nelle peste (se trovano questo link da qualche parte).

Prima di tutto il consiglio di partenza è quello di escludere 4G e adottare la modalità WCDMA. Poi da Impostazioni>Wireless e reti>Rete mobile andate ad aprire “Nomi punti di accesso” e modificate la configurazione “Iliad”; se non dovesse esistere ne create una nuova dai tre pallini.

La parte iniziale non dovrebbe presentare sorprese ma la inserisco lo stesso per coloro ai quali la configurazione mancasse del tutto, mentre quella finale va guardata con attenzione, soprattutto nelle parti evidenziate con la linea rossa.

Una volta salvato il tutto con il simbolo di spunta, riavviate il terminale (caso mai vuotando la cache di sistema).

Alla riaccensione a me ha preso a funzionare a meraviglia.

P.S.: sotto reti 4G dovreste potere ripristinare la configurazione LTE corretta, ma in fondo, almeno all’estero, ci si può accontentare delle prestazioni di un buon 3G. A poco o nulla dovrebbe servire – per chi ce l’ha – la funzione di aggregazione del gestore.