Categoria: Manuale di Stile

Appunti di psicologia

Appunti di psicologia

Questo non è un articolo, ma solo l’avviso che ho introdotto in Libreria gli appunti decisamente disordinati di capitoli per libri mai scritti e per lezioni poi modificate. Oltre che per souvenir personale hanno lo scopo di fare ritrovare agli amici che hanno partecipato alle mie lezioni alcuni degli argomenti incontrati e molti di quelli non presentati.

Non credo ne si possa capire troppo: molto è più evocativo che esplicito, tuttavia anche questa è testimonianza di ricerca.

La bozza è qui…

Il Counseling

Il Counseling

Di cosa parliamo quando lo chiamiamo Counseling?

Dalla parola alla prassi

Mi piacerebbe fare una disamina di che cosa s’intenda e quanto stia dietro alla parola Counseling ma sarebbe una faccenda lunga e noiosa che a trattarla a dovere prenderebbe un libro solo per quello e quindi ci porterebbe fuori dal seminato.
E poi, siamo onesti, non mi piacerebbe affatto! Anzi, lo troverei una questione di lana caprina da buro-cattedrattici.
Sappiate soltanto che in proposito c’è molto disaccordo e, come il più delle volte accade, questo è più legato agli interessi di parte che a vere e proprie questioni disciplinari.

In casi come questi — ve ne sarete già accorti, ma ve ne renderete conto ancora a lungo — la mia opzione preferita è “tagliare corto” e quindi, “ragionando da costruttivista”, si fissano i parametri, si costruisce un modello, si dichiarano entrambi e ci si muove in modo coerente.

Esattamente come la parola “terapia” sarebbe sfuggente anche se non impropria se non venisse declinata con la sua modalità, quantomeno quando si parli di “psicoterapia” (ai suoi utilizzi dedicherò un capitolo a parte), anche quando si parla di counseling non si dice un gran che. Alcuni distinguono nettamente il counseling dal termine italiano di “consulenza”, però non mi sembra del tutto corretto. La consulenza di un avvocato, ad esempio, potrebbe correttamente essere definita “counseling” solo a patto di parlare di “counseling giuridico”; stesso discorso per il “counseling filosofico”. Insomma, proprio come parlare di “terapia psicologica” è diverso dal parlare di “terapia” e basta, anche definire un’attività come “counseling psicologico” è diverso che parlare solo di “counseling”.

Nella storia di questo utilizzo ci sono almeno due approcci differenti che si rifanno soprattutto al periodo del secondo conflitto mondiale, quando esistevano più necessità di aiutare le persone che operatori e risorse per farlo. Nacquero figure preparate per fare fronte a questi bisogni che potremmo qui definire “assistenti all’aiuto” o “assistenti counselor” in grado di aiutare grandi numeri di madri, orfani, invalidi, coppie in crisi e così via, che non avevano risorse per ricorrere a costosi specialisti oppure i cui problemi non ricadevano comunque nelle condizioni per cui fosse indicata una terapia. In Italia questa parola venne conosciuta dopo la sensibilizzazione alle problematiche del divorzio, delle gravidanze indesiderate, a crisi familiari e casi annessi per cui si istituirono dei centri definiti “Consultori Familiari” il cui destino fu altalenante. Ai nostri giorni il termine è stato recuperato, spesso con scarsa chiarezza, per professioni non ordinistiche i cui contorni sono ancora tutt’altro che netti che spaziano dalla naturopatia all’aiuto psicosociale. Questo fatto ha irritato molti professionisti e ordini che chiedono degli interventi per escludere il ricorso a una tale attività quando si sovrapponeva alle competenze previste per altri ambiti. Eppure, quando si lasciava che l’erborista desse dei consigli sulla cura ai suoi clienti senza essere un medico, oppure quando dei formatori insegnano in azienda questioni di comunicazione, ruolo, gestione dell’aggressività senza essere psicologi anche se per questo nessuno ha mai bandito quegli erboristi o quei formatori — probabilmente perché quelli non sono vasi di coccio come i counselor, nessuno si scandalizzava come per questo esercizio scomodo. Che cosa fa sì che un sacerdote non possa dare consigli relazionali o di gestione delle emozioni ai suoi parrocchiani perché nel farlo eserciterebbe competenze per cui non ha una specifica laurea e annessa specializzazione o che non possa farlo un padre con il proprio figlio? La remunerazione? Sarebbe abbastanza ridicolo.

Non voglio proseguire su questi aspetti per i quali lascio che siano i fatti a decidere. In particolare, che siano i clienti, ovverosia ognuno di noi, ad esercitare la propria libertà di scelta nella cura e nella salute. Una questione politica quantomai attuale sulla quale ognuno farà le sue scelte. La mia è semplice: non voglio che nessuno mi costringa ad agire nei confronti della mia salute diversamente da come intendo fare. Questo dovrebbe bastare. Dopo sceglieremo con quali mezzi questo diritto andrà difeso.

Counseling come alternativa

Lasciate alle spalle le questioni uggiose, mi piace parlare del Counseling Psicologico nella sua accezione più nobile, al di là di chi lo professa.
Negli elenchi deontologici della professione psicologica il counseling viene classificato come un’attività minore fra quelle esercitate da uno psicologo, tanto che, mentre per l’attività psicoterapeutica viene richiesto un lungo e costoso percorso formativo specifico per ogni tipo di approccio, l’attività di counseling può essere esercitata da chiunque dotato di una laurea in psicologia. A questo punto, siamo sicuri che questi counselor siano effettivamente in grado di aiutare il prossimo? Che sappiano farlo in sicurezza, ovvero senza fare neppure male a se stesso? Pensiamo forse che, per il solo fatto di non avere a che fare con delle patologie il counseling psicologico sia meno impegnativo o difficile?
Questo atteggiamento è veramente triste, oltre che poco professionale!

Il punto è che l’intervento di Counseling fa riferimento ad un ben preciso approccio psicologico, uno dei pochi e forse il più rilevante che non faccia riferimento né alla patologia né alla terapia per giustificare il proprio operato. Più che mai aderente all’atteggiamento più nobile della psicologia, ovvero quello che, invece di considerare le persone “normali” come “malati” per potere avviare un percorso di aiuto o cambiamento, preferisce — per quanto possibile (!!!) — vedere anche nelle persone che i medici considerano affetti da patologie degli individui comuni con difficoltà ad evolvere o anche solo a liberarsi da schemi di comportamento disfunzionali.

Sono molti gli autori che hanno nobilitato il counseling in anni in cui chi non riportava tutto a patologia e terapia non veniva preso in considerazione e, dopo i primi anni caratterizzati dall’impronta di molti psicologi umanisti fra i quali vale la pena citare quanto meno Rollo May, Abraham Maslow e soprattutto Carl Rogers e E.H. Schein, molte discipline di cambiamento attribuite genericamente allo sviluppo personale e non solo possono essere ricondotte a sviluppi della relazione di counseling.

Al di là delle differenze tecniche e teoriche, quando parliamo di Counseling facciamo riferimento ad un tripode costituito da:

  • Centralità dell’ascolto
  • Obiettivo di aiuto
  • Orientamento all’adattamento (cambiamento ed assimilazione) evolutivo condiviso basato sul rispetto del sistema di valori del cliente (non “paziente”, ma “cliente”!) e non su riferimenti normativo-diagnostici.

Va chiarito anche che il presupposto della condivisione comporta anche l’indipendenza del counselor dal contratto di counseling e la possibilità di uscire dal rapporto laddove incompatibile con le proprie inclinazioni valoriali o comunicative (ma questo sarà oggetto di altre parti).

Soprattutto l’ultimo punto è fondamentale in quanto definisce chi, medico, psicologo, filosofo o quasivoglia specialista si occupi di counseling, non può essere tale se non mette al centro del processo il sistema cliente e non le proprie teorie e men che meno un modello di normalità.

Indicare al cliente che cosa è giusto fare o non fare o imprigionarlo in una gabbia diagnostica è incompatibile con l’attività di counselor.

Almeno non per quella che viene presentata qui.

Detto questo, passeremo a prendere in considerazione, uno alla volta, ogni singolo polo del tripode del counseling.

Manuale di Stile | Un estratto

Manuale di Stile | Un estratto

Quanto segue è un estratto dell’ultimo capitolo che ho scritto di un libro dedicato al lavoro dello psicologo, del terapeuta, del counselor, dell’educatore e di molti altri, ma in fondo potremmo parlare di quello di aiutare il prossimo a trovare un cammino nella propria vita.

Non poteva non partire da quello che sono, ovvero uno psicologo e un terapeuta che ha riscoperto la tradizione della semplicità, dello sciamano, non quello che fa magie straordinarie, ma quello che si immerge nella pratica ordinaria di tutti i giorni con tutte le contraddizioni e le frustrazioni del caso.

Per ora si chiama Manuale di Stile, per dire che tante teorie non valgono la qualità che caratterizza il modo che ognuno di noi ha per avvicinare il prossimo.

Lo scritto che segue è l’inizio di un capitolo dedicato alle tassonomie: a quelle dello psicopatologo e quelle di quello che sa ascoltare e starti vicino con coscienza di causa…

Diverse tassonomie

Classificare humanum est

Normalmente sopravvalutiamo tutto ciò a cui è stato dato un nome. Quando a conferirglielo è poi qualcuno cui sia stato attribuito un qualche titolo di legittimazione, quel nome si trasforma in identità. Da qui nasce un po’ tutto, dai nomi delle malattie a quello delle parti del corpo, fino alle particelle subatomiche. È quello che noi costruttivisti consideriamo essere il primato linguistico sulla conoscenza. Questo fenomeno si spinge fino a quello che consideriamo essere il nostro “Io”. Come mi piace dire, al di fuori del suo essere “la prima persona del verbo” non esiste alcun altro oggetto o soggetto con quel nome. “Io” è l’attore quando parla in prima persona che, a forza di essere evocato, finisce per farci credere che coincida con la continuità di quell’esperienza soggettiva.

Questo tipo di dibattito,tuttavia, ci porterebbe in un territorio lontano dai temi qui affrontati che ho già trattato altrove su cui spero presto di ritornare con maggiore organicità. In questo momento vorrei occuparmi solo del nome che diamo ai nostri problemi.

Quando, magari durante un corso, qualcuno ti domandasse «Chi sei?», tu che cosa risponderesti?
Io, ad esempio direi: «Ciao. Sono Ennio Martignago e sto scrivendo quello che potrebbe diventare un libro, eccetera, eccetera…». Non importa che cos’altro direi, sta di fatto che quello che non metterei in discussione è il fatto di essere “Ennio”. Ci mancherebbe altro. A chi dei lettori non manchi l’esperienza di avere un figlio non sarà del tutto estranea l’osservazione che per un certo periodo di tempo quell’essere non è stato ancora quello che avrebbe avuto quel nome. Per alcune ore o giorni io di certo non ero ancora “Ennio”. Ero forse un UFO (un oggetto frignante non identificato) che poteva aver portato una forte emozione a mamma e papà. E di certo non era un mio problema essere “Ennio” o “UFO”. Un giorno qualcuno avrà chiesto ai miei genitori: «Che nome avete poi dato a UFO?» e loro avranno risposto qualcosa del tipo: «Mah… pensavamo di chiamarlo Calogero o Vercingetorige ma, visto che avrebbe avuto già un cognome abbastanza lungo, gli abbiamo scelto un nome più corto e abbiamo deciso di chiamarlo “Ennio”».
In definitiva, per un po’ di tempo non ero “Ennio”: semplicemente mi chiamavano così. Il nostro cane lo chiamiamo in tanti modi, ma quello a cui risponde meglio è il suono di fare schioccare la lingua sui denti, qualcosa che potremmo scrivere come “Tzhk”. Vedo già Yoyo andare ad un corso per cani con gli altri che gli chiedono «Tu chi sei?» e lui risponde: «Ciao, io sono Tzhk e vengo in pace».
Una domenica mattina mia madre interruppe il mio beato sonno di studente entusiasta perché alla radio avevano spiegato che si era scoperta la causa della pressione alta che già a quel tempo frequentavo. Ora si sapeva che dipendeva da una cosa che si chiama “Ipertensione”. Il potere di oggettivare un’esperienza vissuta con il conferimento di un nome ha diversi utilizzi pratici, come evitare di ripetere ogni volta la descrizione dell’esperienza quando ne si parla.
Con il tempo, a forza di sentire la corrispondenza della parola “Ennio” con il fatto che ci si rivolgesse a me, mi sono abituato a sentirmi chiamare così. Ennio era il mio Tzhk. Quando ho cominciato a parlare a mia volta, ho cominciato ad attribuire alla prima persona del verbo l’alternativa del mio nome: Io equivaleva a dire Ennio e per un’ovvia legge di corrispondenza, Io sono Ennio. Ed “Ennio”, proprio come “Io” non era più un’etichetta per un’esperienza, ma un personaggio, un’unità, un’identità al di là dei comportamenti, dei verbi con cui si declinava. Ennio era quello che i filosofi chiamano un’entità ontologica. Tutto sommato, però, non era molto diverso da un tavolo o un martello. Infatti, anche per il tavolo, quando un ospite extraterrestre in casa nostra ci chiedesse: «E questo che cos’è?» noi risponderemmo «Questo È un tavolo», anche se sarebbe stato corretto dire “si chiama” tavolo. Un lettore sbrigativo potrebbe pensare che si tratti della stessa cosa, ma non è così. “Essere” e “Venire chiamato” una certa cosa comporta due vissuti molto diversi che solo la cancellazione di uno dei due usi della parola per questo caso ci permette di superare.

Tassonomie mediche

Quando chiamo cacciavite quello strumento, mio cognato esperto, tra l’indignato e il sardonico, precisa: «Quello non è un cacciavite: è una chiave a brugola». Per me non cambia nulla, ma per lui sì. Anche gli oggetti, non solo i soggetti, hanno una loro dimensione ontologica.

E questo vale anche per le malattie. Anche per l’ipertensione che va distinta fra “chiamarsi” ed “essere”. Quando diventa “essere” però acquisisce potere. Il medico che dice ipertensione genera nel paziente un effetto simile a quello del ladro che porta l’attenzione della sua vittima su un oggetto diverso e impegnativo per sfilargli meglio il portafoglio.

L’idea che le “anormalità” o devianze del comportamento e della cognizione appartenessero al regno delle “malattie” non è qualcosa che sia sempre esistito. In quasi tutte le accezioni ha preso a svilupparsi attorno all’illuminismo. Non che prima le cose andassero meglio: semplicemente non era stata sviluppata questa accezione, questo salto di significato del concetto di malattia, che passava dall’appartenere al mondo della fisica e della morbilità, come nel caso della scarlattina o dell’infarto, a quello del gesto e delle parola. Un po’ come se un domani chi non vota per un partito di centro, chi fa sciopero o chi scegliesse il sacerdozio fossero considerati dei particolari tipi di malati.