Categoria: iChing

57 — Sunn – Il Penetrante

57 — Sunn – Il Penetrante

Sulle pendici del monte dove il piccolo seme sta crescendo e dimostrando le proprie capacità di essere resiliente alle intemperie e al vento sferzante che torce il fusto fino a renderlo duro come la pietra, è un altro tipo di vento quello che si fa avanti, è l’essenza stessa della natura del vento in quanto in questo esagramma esso si ripete, rafforzandosi. Solo che questo rafforzamento non è all’insegna della violenza ma piuttosto del suo opposto: la mitezza.

Mite è infatti l’aria che si insinua tra le feritoie e penetra nel cuore della roccia più dura. Non può essere qualcosa di grosso, nemmeno il più forte degli esseri o dei fenomeni naturali a farsi spazio nella pietra uniforme, ma questo è possibile all’aria, al rivolo di brezza. Prima del Penetrante la figura che calcava la via era quella di un essere solitario, un senza patria, un reietto che si era spinto fino alle regioni più inospitali ed austere nella rinuncia di sé. Il Viandante non può proseguire all’infinito nel suo vagare fra villaggi e gente inospitale e deve trovare nella solitudine il proprio alloggio. Penetrare nella montagna significa trovare rifugio, una grotta, un antro, infilarsi al suo interno in uno spazio ristretto e protetto dal freddo innanzitutto perché racchiuso in sé, nelle dimensioni stesse del suo corpo così che il calore non possa disperdersi. Per questo viene detto che “il Mite”, sinonimo stesso del Penetrante, rappresenta il rannicchiarsi.

Penetrante ha sicuramente un’evocazione sessuale, ma non si tratta della “penetrazione” organica, bensì di quella cellulare: è lo spermatozoo, l’unico ad esserci riuscito a farsi spazio nelle vie interne fino a insinuarsi nella cellula uovo per fecondarla e in quella fusione spegnere le sue ansie evolutive per lasciare che un altro essere biologico intraprenda il proprio lento e mite, appunto, cammino.

Per questo il Penetrante, il Mite è colui che si cela agli occhi e alle ingiurie del mondo in modo da potere “ponderare le cose tenendo conto delle circostanze particolari”: tale è la vita nello sviluppo fetale. Protetta, celata e concentrata solo sul lavoro su di sé.

Tale è dunque la sentenza dell’esagramma: “È mediante le piccole che si giunge alla riuscita”, ma questa penetrazione deve avvenire proprio nel nucleo stesso da dove, perfettamente adeso al corpo che lo ospita, poter imprimere la propria volontà.

Perché questo avvenga il mite deve avere le idee chiare in modo da non disperdere nulla delle sue misurate energie. Occorre che segua la propria guida, qualunque essa si immagini essere perché è la fede nel proprio sentire che costituisce la forza stessa della brezza che penetra.

È dal nucleo stesso della nuova figura che il minuscolo mite diventa colui che fa la differenza e diffonde la sua volontà.

Ed è così che Rudolf Steiner ne Il mistero del doppio spiega che, dove l’unità della persona è frammentata fra due estremi i quali – per quanto egli sottolinei trattarsi di vere e proprie entità spirituali “estranee” ospitate dalla persona umana – ricordano il mito dell’anima secondo Platone la cui forza è data dalla contrapposizione dei due cavalli, quello nero delle passioni e quello bianco della razionalità, i quali tuttavia non condurrebbero a nulla di buono se non fosse l’auriga ad imprimerne da direzione. Che forza potrà mai avere un cocchiere se paragonata anche ad uno solo dei due cavalli? Eppure è la mitezza della sua volontà perspicace, penetrante ma salda e sicura del proprio credo a fare la differenza, a trasformare le energie in direzione. Questa è quella sottile membrana, un esile velo che possiamo chiamare Sé, anche Io se vogliamo, ma mai nel senso di Ego.

Nello stesso modo colui che voglia mostrare la Via o compiere l’Opera deve farlo al netto del proprio Ego lasciando che nel nucleo del proprio Sé-Io possa penetrare al meglio e trovarvi rifugio la natura spirituale che lo guida al di fuori della propria persona essendone al contempo l’essenza stessa.

I Ching: 50-52

I Ching: 50-52

Il Crogiuolo

La seconda e la quarta linea realizzano il passaggio dall’esagramma del Crogiuolo (Ting) a quello dell’Arresto (Kenn).

#50 Ting – Il Crogiuolo

Il Crogiuolo è la figura della trasmutazione.

Rappresenta innanzitutto il fuoco che arde grazie alla combustione del legno. Il legno è secco, non è più una pianta rigogliosa e per questo rappresenta qualcosa che non è più parte viva del qui ed ora. Possiamo accumulare ceppi di legno e perfino conservarli indefinitamente. In questo modo però ci si attacca al passato e non lo si utilizza. Il fuoco, invece, al contempo libera da ciò che è vecchio, dall’attaccamento a ciò che è ormai stato e genera il calore che trasforma come nel caso della cottura degli alimenti.

Provando ad associare l’immagine essa ha evocato l’idea di un calderone, di un crogiolo – appunto – con anelli e manici per sollevarlo. Nella nostra tradizione sapienziale la trasmutazione su accennata potrebbe richiamare gli strumenti dell’alchimista e quindi piuttosto l’alambicco attraverso il quale dalla materia si distillano i diversi elementi trasformando ciò che è grezzo nella sua essenza e perfino nella sua componente spirituale. In tal senso si potrebbe dire che il crogiolo per portare alla riuscita comporta il sacrificio che corrisponde a quella che nell’Alchimia viene detta “Opera al Nero”, la combustione. Ne I Ching si sottolinea che

«Nulla trasmuta le cose quanto questa figura: il crogiolo significa l’accoglimento del nuovo»

La sentenza è di buon auspicio e sottende una riuscita. Tuttavia le cose non sono così semplici. Il crogiolo è una figura di preparazione di un sacrificio e ci ricorda come ogni preparazione di cibo è un ringraziamento nei confronti del mondo dello Spirito e che va gestita con paziente cura. Nell’elaborazione quello che deve prevalere è la mitezza e la pazienza che fa sì che ogni cosa avvenga nel momento giusto e nel luogo giusto facendo in modo che ai sensi non sfugga nulla, né dello sfrigolio della cottura, né dell’aspetto della pietanza. Per questo nell’immagine viene detto che la persona degna di questo compito «assestando la posizione consolida il destino», ovvero mettendo in sintonia la perfezione della propria postura con l’armonia del preparato fa sì che l’opera sia ideale, equilibrata e perfino sacrale.

L’Arresto, la Montagna

#52 Kenn – la Montagna, l’arresto

La preparazione del cibo (o del preparato spagirico) tuttavia può richiedere del tempo perché sapori e sostanze arrivino alla giusta maturazione, spesso legando meglio gli ingredienti fra di loro. In questi casi la figura del crogiolo deve arrivare alla stagionatura qui rappresentata dall’esagramma Kenn dove l’immagine della montagna viene rafforzata dalla sua ripetizione.

Per questo nelle sentenze ci viene detto che dopo essersi trasformate le forme devono cessare di mutare e andare incontro ad un periodo di quiete, di ferma. Arrestarsi è come il mantenimento della posizione seduta della meditazione in cui il dorso resta immobile e quieto fino a che il meditante non avverte neppure più il suo corpo, né il movimento e le persone attorno a sé. Questo stato di quiete dell’anima fa risplendere all’inverosimile la luce dello spirito che in essa si cela.

Perché questo accada occorre che il ricercatore non si proietti nel futuro e neppure rievochi il passato o guardi a ciò che accade altrove e ad altri. Il suo pensiero non deve allontanarsi dalla consapevolezza della pienezza del vuoto in quanto assenza di inquietudini e di appartenenze o “proprietà” (Max Stirner)

Le linee

La vinificazione dell’uva che genera un mosto e poi un vino ideale deve avvenire in cantine di tufo a temperatura e umidità ideali, rimanendo all’interno di bottiglie riposte nel luogo ideale e lasciate ad invecchiare quanto basta essendo controllate con cura e calma.

Le linee dell’esagramma 50 che realizzano questo passaggio sono le due linee yang o piene al secondo e al quarto posto.

La prima descrive i richiami che una buona elaborazione porta all’esterno, siano essi invidia dei vicini come pure desiderio di successo del cuoco. Tuttavia, l’equilibrio e il distacco dagli egoismi e dal narcisismo fa parte della qualità stessa dell’opera in corso, un tale rischio non si pone e l’armonia del lavoro e della cottura, quindi, viene salvaguardata.

La seconda indica che, accanto a questo equilibrio d’arte vi è anche una fragilità nelle parti che devono sostenere il peso del lavoro e queste possono fratturarsi facendo disperdere il cibo e facendo sfigurare il cuoco. Non è facile essere indifferenti quando si compie un’opera e quasi nessun artista, musicista o pittore che sia, non vive un momento in cui cede sotto il peso della sua stessa fama o dell’amore per il lavoro fatto, come Pigmalione per la sua statua.

Per questo queste due linee sortiscono il monito costituito dalla quiete imperturbabile della montagna, la figura della meditazione priva di attaccamento.